Terrorismo

Attentato in IRAQ-
Nassirya:

I soldati contro il "Niente"
 

ATTENTATO IN IRAQ-Nassiriya

Il Brigadiere che aiutava i bambini per ritrovare lo sguardo del figlio
 

LA STRAGE DI NASSIRIYA LA SCELTA DI PARTIRE GIUSEPPE COLETTA NAPOLI
Dalle parole del vicebrigadiere Giuseppe Coletta: «Sai, anche oggi sono stato dai bambini. Mi dispiace lasciarli…qui manca tutto e vederli sorridere per un regalo, anche banale, è una gioia immensa».


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di Enzo D’Errico


Negli occhi dei bambini ritrovava lo sguardo di suo figlio. Che gli era morto fra le braccia a cinque anni, consumato dalla leucemia. Mentre Paolo si spegneva in un letto d' ospedale, Giuseppe Coletta era riuscito soltanto a cullarlo, parlargli e stringerlo una volta ancora prima di dirgli addio. Non aveva potuto far altro. Perché null' altro c' era da fare. Ma in un angolo lontano di mondo, che si chiamasse Iraq o Kosovo, qualcosa da fare c' era. Per tutti quei bambini costretti a trascinare le loro vite fra le macerie di una guerra. E forse anche per Paolo, che così non sarebbe andato via per sempre. Nella missione di pace condotta dai carabinieri a Nassirya, il vicebrigadiere Giuseppe Coletta aveva da compiere una sua missione. Piccola, privata. Ma ugualmente importante. Al punto che l' avevano ritratto con un bimbo kosovaro in braccio e avevano inserito la sua foto nel calendario da tavolo 2001 dell' Arma dedicato, appunto, alle operazioni di pace all' estero. Per questo anche stavolta, appena ne aveva il tempo, metteva insieme un po' di biscotti, cioccolatini, caramelle e andava nell' ospedale pediatrico di Nassirya a salutare quelli che ormai erano diventati i suoi piccoli amici. L' aveva fatto pure martedì pomeriggio e sperava di poterlo fare ancora prima di tornare a casa. «Sai, anche oggi sono stato dai bambini - aveva confidato alla moglie Margherita poche ore dopo, durante l' ultima telefonata -. Mi dispiace lasciarli... Qui manca tutto e vederli sorridere per un regalo, anche banale, è una gioia immensa. Adesso che rientro, però, voglio organizzare una colletta: c' è bisogno di cibo, farmaci, attrezzature mediche». Margherita l' aveva ascoltato, gli aveva raccontato che anche lei era stata come al solito fra i bimbi del reparto pediatrico del Policlinico napoletano, dove era morto Paolo, e poi in silenzio aveva assaporato il gusto dolce di quelle tre parole: «Adesso che rientro...». Sì, ancora un paio di giorni e finalmente Giuseppe sarebbe stato di nuovo a San Vitaliano, insieme a lei e alla loro figlioletta di due anni e mezzo. Dopo sei mesi in Iraq, e altre due missioni in Kosovo, era giunto il momento di tirare il fiato. E di partire per la Sicilia, dove Giuseppe era nato e sarebbe tornato ben presto. Il comando generale, infatti, gli aveva concesso il trasferimento nella stazione di Canicattini Bagni, vicino ad Avola, il paese d' origine suo e della moglie. Da quattordici anni, ormai, prestava servizio in Campania e giunto alla soglia del trentanovesimo compleanno aveva deciso di mettere nuovamente radici nella terra natale. «Vado in Iraq e poi me ne sto un po' tranquillo. Voglio pensare alla mia famiglia» aveva detto agli amici che cercavano di dissuaderlo. E a quegli stessi amici, poche settimane fa, aveva spedito una cartolina con su scritto: «Vi saluto da questo luogo pieno di storia che la pochezza degli uomini rende infelice». Quella tragedia, Giuseppe, la leggeva dentro gli occhi spauriti dei bimbi che incontrava nelle strade, in ospedale. E la raccontava in silenzio a Paolo, ne discuteva al telefono con la moglie e sperava di poterne parlare un giorno anche a sua figlia. Ieri mattina, invece, i sogni e gli incubi del vicebrigadiere Coletta si sono sbriciolati in una nuvola di fumo nero. L' eco dell' esplosione è rimbalzata fin qui attraverso lo squillo di un cellulare. Quando ha risposto alla chiamata, Margherita era in strada con la bambina. Ha ascoltato la voce tremolante di un' amica e un impasto di parole che, per qualche istante, le ha paralizzato i pensieri. «Dio mio, hai sentito cosa è successo in Iraq? - ha mormorato la donna -. C' è stato un attentato... Hai notizie di Giuseppe?». No, Margherita non aveva notizie di Giuseppe e non sapeva nulla. E' tornata a casa, in compagnia di un' ombra che sperava di non dover più incontrare. Chi l' ha vista, racconta di una donna forte. Chi conosceva bene Giuseppe, come don Salvatore Peluso, il parroco del paese, invita a pregare per «un giovane papà che ha dato la vita per aiutare i bambini». Ma non c' è nulla oggi, a San Vitaliano, che possa ridare fiato ai sogni. Di una famiglia italiana e dei piccoli iracheni che, nell' ospedale di Nassirya, continueranno ad aspettare invano il sorriso del vicebrigadiere Coletta.
 
 

Terrorismo: «ATTENTATO IN IRAQ-Nassiriya. Il Brigadiere che aiutava i bambini per ritrovare lo sguardo del figlio» di Enzo D’Errico, Corriere della Sera, 13 novembre 2003


 
Rassegnina   Attentato in IRAQ - Nassirya:
I soldati contro il "Niente"
  • Questa storia di dolore
    Il Foglio, 13 novembre 2003
    «Sono tipi che non si fermano di fronte a niente, perché il Niente travestito da ortodossia religiosa, il niente che tradisce i principi di bellezza e di pace di ogni religione, è la sostanza della loro vita devota alla morte».
     
  • Complici della “resistenza” irachena
    Il Foglio, 13 novembre 2003
    Cossutta esprime la sua «collera contro questo governo che ha mandato i nostri figli a morire in una guerra coloniale imperiale».
     
  • Enzo D’Errico
    Il Brigadiere che aiutava i bambini per ritrovare lo sguardo del figlio

    Corriere della Sera, 13 novembre 2003
    Dalle parole del vicebrigadiere Giuseppe Coletta: «Sai, anche oggi sono stato dai bambini. Mi dispiace lasciarli…qui manca tutto e vederli sorridere per un regalo, anche banale, è una gioia immensa».

 

Commento:

 

Una volta tanto le speculazioni politiche su umanità e diritti dell’uomo passano in secondo piano. Tutti i media hanno giustamente messo in risalto l’opera dei militari italiani in Iraq, che sono lì ad aiutare gli abitanti del posto nella ricostruzione del loro Paese. Si tratta di rapporti personali con la gente: i nostri soldati distribuiscono viveri e medicinali; mettono a posto strade, acquedotti, elettricità e ospedali; addestrano la polizia locale; formano contabili e ragionieri per la futura amministrazione. E gli iracheni ne sono contenti, perché è di questo che hanno bisogno. Posto che i terroristi distruggono e basta (per il “Niente”, come dice Ferrara), quello che ci interessa e ci deve interessare sempre di più è la ragione che muove questi italiani “positivi”. Leggendo le testimonianze delle vittime e dei parenti, è evidente che per loro ciò che dà valore alla vita è la percezione esistenzialmente chiara di un bene che c’è, percezione sostenuta da una tradizione e da una educazione secolari che ci insegnano che siamo amati: dalla moglie, dai figli, da chi ci aspetta a casa, in una parola, da Dio.


Per questo uno si sente utile e chiamato a rispondere di questo bene, a comunicarlo a chi ne ha bisogno attraverso il proprio lavoro e la propria pietà. Tanto da mettere a rischio tutta la vita.
 

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