LA PAROLA ERA DIO











GIOVANNI 1,1





 

 

LA PAROLA ERA DIO

Il monoteismo ebraico

Theos e l'articolo

La regola di Colwell

 

LA PAROLA ERA DIVINA?

Le riflessioni di Harner

Le riflessioni di Wallace

 Le riflessioni di Dixon e Hartley

 

CONFRONTO TRA VARIE VERSIONI

Alcune versioni in lingua italiana

Alcune versioni in lingua inglese

 

 

  

 

 

 

LA PAROLA ERA DIO

In Giovanni 1,1 il titolo di Dio è chiaramente riferito alla Parola. Il fatto che θεος (Theossia privo di articolo non sembra indebolire il titolo di "Dio" né pare sufficiente a rendere indeterminato o qualitativo il complemento (Dio) rispetto al soggetto (la Parola) [1]. Vediamo di capire.

 

 

Il contesto del monoteismo ebraico

 

Alla luce del monoteismo ebraico, la monolatria risulta inaccettabile, anche ammettendo l’esistenza di altri אכחים (elohim o dei minori) [2].  Alla creazione del mondo la presenza di un dio minore insieme a Jahvé è infatti drasticamente negata. Sta infatti scritto:

 

·         "Io sono Jahvé, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me" (Esodo 20,2-3);

·         "or  vedete che solo io sono Dio e che non c'è altro dio accanto a me" (Deuteronomio 32,39);

·         "sono io Jahvé che ho fatto tutto, che da solo ho spiegato i cieli ed ho disteso la terra, senza  che ci fosse alcuno con me" (Isaia 44,24);

·         "prima di me non fu formato alcun dio e dopo di me non ne sarà formato alcuno" (Isaia 43,10);

·         “Io sono Jahvé e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio” (Isaia 45,5);

·         "c'è forse un dio fuori di me o una roccia che io non conosca?" (Isaia 44,6).

 

Il Nuovo Testamento parla invece della presenza del Verbo come collaboratore (artefice, strumento, mezzo) alla creazione di Dio (Giovanni 1,3; Ebrei 1,2; Colossesi 1,16; Apocalisse 3,14): se il Verbo non è Dio si cade inevitabilmente nella monolatria [3].

 

Anche la presenza di Cristo sul trono di Dio o peggio sul trono di Dio e dell’Agnello nega il monoteismo ebraico e fa scadere il cristianesimo nella monolatria. Al momento Cristo è infatti seduto alla destra di Dio e sul trono di Dio (Apocalisse 3,21), come profetizzarono Davide (Salmo110) e Daniele (Daniele 7,13-14), come Cristo stesso annunziò (Matteo 26,64), come insegnarono gli apostoli Pietro (Atti 2,33) e Paolo (Ebrei 1,13) e come confermano le visioni di Stefano (Atti 7,55-56) e di Giovanni nell’Apocalisse (Apocalisse 5,13). Alla fine dei tempi poi Gesù Cristo non si siederà più sul "trono di Dio" ma sul "trono di Dio e dell'Agnello" (Apocalisse 22,1 e 22,3): in pratica il Figlio non sarà più ospite ma contitolare dello stesso trono del Padre.

 

Se oggi Jahvé ha vicino a sé nella gloria un "Elohim" (dio minore, angelo o arcangelo) (Apocalisse. 5,13) e se alla fine dei tempi Jahvé darà il suo trono ad un "elohim" (il trono di Dio e dell'Agnello di Apocalisse 22,1 e 22,3), la sua potenza sarà sminuita perché condividerà il potere e la gloria con un essere inferiore. Sta infatti scritto: "Io sono Jahvé; questo è il mio nome; e non darò la mia gloria ad un altro …" (Isaia.42,8 e Isaia 48,11) e "Nessuno gli è simile, neppure tra gli angeli di Dio" (Isaia 46,9 e Salmo 89,6).

 

Nell'Antico Testamento, alla creazione, esisteva già la Sapienza di Dio (Proverbi 8) e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque (Genesi 1): non si trattava di dei minori, di angeli, di arcangeli, di messaggeri o di rappresentanti ma di parti integranti di Jahvé (e nessun ebreo ci ha mai trovato niente di strano) [4]. L'unità di Dio (Deuteronomio 6,4):

 

 

שמע ישראכ יחךח אלחים יחךח אחד

 

Uno solo Jahvé -Elohim Jahvé -Israele ascolta

 

"Ascolta Israele, Jahvé è Dio, Jahvé è uno"

 

 

sembra essere infatti una unità composta che gli ebrei hanno reso con "uno" אהד (echad), mentre la parola ebraica ideale per indicare unità assoluta sembra essere "unico", cioè "yachid" יחיד [5]

 

Per la parola  אהד, usata per indicare anche unità composta, si veda ad esempio:  Genesi 2,24 (marito e moglie saranno una sola carne); Genesi 11,6 (essi sono un solo popolo); Genesi 34,16 (diventeremo un solo popolo); Esodo 24,3 (il popolo rispose con una sola voce); Deuteronomio 6,4 (ascolta Israele, Jahvé l'Iddio nostro è uno); Numeri 13,23 (un solo grappolo d'uva); Geremia 32,39 (darò loro un solo cuore ed un solo modo di comportarsi).  Per la parola  יחיד, usata per indicare unità assoluta, si veda ad esempio: Giudici 11,34 (era l'unica sua figlia); Salmo 25,16 (sono solo ed infelice); Salmo 68,6 (a quelli che sono soli Dio dà una famiglia); Geremia 6,26 (fai lutto come per un figlio unico); Amos 8,10 (il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico); Zaccaria 12,10 (guarderanno a colui che hanno trafitto come a un figlio unico).

 

 

 

 

Theos e l'articolo [6]

 

Esistono casi in cui Theos (Dio) è riferito al Figlio e porta l'articolo (Matteo 1,23; Giovanni 20,28; Romani 9,5; Tito 2,13; Ebrei 1,8; 1 Giovanni 5,20) e casi in cui Theos (Dio) è riferito al Padre e non ha l'articolo (Giovanni 1,12; Giovanni 1,18; Romani 8,33 e 2 Corinzi 1,3). Si noti, ad esempio, come nel versetto 2 Corinzi 1,3 il Padre è chiamato Dio una volta con l'articolo (o Theos) e una volta senza articolo (Theos). Il soggetto (Logos) ha l'articolo. Se avesse l'articolo pure il complemento (Theos)  non si capirebbe più chi è soggetto e chi è complemento: soggetto e complemento sarebbero così intercambiabili. La frase potrebbe allora correttamente tradursi in due modi: "la Parola era Dio" oppure "Dio era la Parola", risultando indeterminata. In 2 Corinzi 3,17, ad esempio, l'articolo è presente sia per il soggetto che per il complemento con il risultato che non si capisce chi è il soggetto e chi è il complemento. La frase può quindi essere tradotta in due modi: "il Signore è lo Spirito" oppure "lo Spirito è il Signore". Un altro caso indeterminato è 1 Giovanni 3,4 dove l'articolo è presente sia per il soggetto che per il complemento e la frase può essere legittimamente tradotta "il peccato è violazione della legge" oppure "la violazione della legge è peccato".

 

 

 

 

La regola di Colwell

 

La struttura della seconda parte di Giovanni 1,1 è: "και θεος ην ο λογος"  (kai theos en ho logos) cioè "e Dio era la Parola". Un noto studioso [7] del greco koiné ha mostrato come, quasi sempre, nel Nuovo Testamento, "un predicato nominale determinato tende a perdere l'articolo quando precede il verbo essere, mentre tende a prendere l'articolo quando segue il verbo".

 

 

Soggetto + Copula + Articolo + Predicato nominale = Predicato nominale + Copula + Soggetto

 

 

Due casi uguali a Giovanni 1,1 sono Giovanni 1,49 e Giovanni 19,21 con la seguenti strutture: "basileus ei tou Israel"  (Re sei di Israele)  e "basileus eimi toon Ioudaioon" (Re sono dei Giudei): anche qui il complemento predicativo (Re) non ha l'articolo, precede il verbo essere e si riferisce a Gesù Cristo. Tra i molti esempi ricordati da Colwell nel suo lavoro è forse il caso di confrontare anche gli esempi eclatanti di Giovanni 8,12 dove Gesù dice: "ego eimi to fos tou kosmos" (io sono la luce del mondo) con Giovanni 9,5 dove sempre Gesù afferma senza usare l’articolo: " fos eimi tou kosmos" (luce io sono del mondo).

 

Pur ammettendo alcune eccezioni, la cosiddetta “regola di Colwell” risulta valida in un elevatissimo numero di casi. La tabella sotto riportata (elaborata dallo stesso Colwell analizzando ben 367 versetti del Nuovo Testamento) indica come circa nel 90% dei casi i predicati nominali perdono l'articolo quando precedono il verbo e lo conservano quando seguono il verbo. Dall'esame della tabella sotto riportata emerge come i predicati posti prima del verbo siano 112 (cioè il 30% del totale), mentre i predicati posti dopo il verbo siano 255 (cioè il 70% del totale). I 112 predicati posti prima del verbo ben perdono l'articolo in 97 casi (cioè nell'87% dei casi), mentre conservano l'articolo solo in 15 casi (cioè nel 13% dei casi).

 

 

 

Predicati nominali determinati nel Nuovo Testamento

 

 

Dopo il verbo

Prima del verbo

 

Totale

 

Predicati nominali

(determinati) con articolo

 

229 volte (63%)

15 volte (4%)

244 volte (67%)

Predicati nominali

(determinati) senza articolo

 

26 volte (7%)

97 volte (26%)

123 volte (33%)

Totale

 

 

255 volte (70%)

112 volte (30%)

367 volte (100%)

 

C. Colwell, A Definite Rule for Use of the Article in the New Testament, JBL, LII, pp. 12-21, 1933.

 

 

 

 

Colwell prese in considerazione anche la Versione greca dei Settanta e la Didaché, confermando praticamente  le stesse percentuali trovate per il Nuovo Testamento.

 

Per dimostrare la validità della sua regola, Colwell fece anche notare come in alcuni autorevoli manoscritti,  tre versetti del Nuovo Testamento (Matteo 23,10; Giovanni 1,49; Giacomo 2,19) differiscano nell'ordine soggetto-copula-predicato, pur mantenendo identico significato: nel Codice Vaticano, ad esempio, il predicato nominale è prima del verbo e senza articolo, mentre nel Codice Sinaitico lo stesso predicato è dopo il verbo e porta l'articolo.

 

Studi successivi mostrarono come la “regola di Colwell” non possa affermare con certezza matematica se un predicato nominale sia determinato o indeterminato, entrando qui in gioco sia la logica che la teologia. Di fatto,la regola afferma solo che un predicato nominale determinato tende a perdere l'articolo quando precede il verbo e a conservarlo quando lo segue. Dal punto di vista grammaticale, la regola di Colwell non rappresenta quindi una certezza matematica ma evidenzia, a patto di essere usata correttamente, una forte tendenza, una regolarità empirica, una elevata probabilità. Dal punto di vista teologico, è pure necessario ammettere che, se per il monoteista θεος è sempre determinato (perché esiste un solo Dio e tutti gli altri "dei" sono o falsi dei o idoli o dei in senso figurato), per il monolatra θεος può essere anche indeterminato (perché la lingua ebraica usa “elohim” anche per angeli, giudici e vari esseri potenti,  mentre la lingua greca usa θεος anche per i giudici) [8]

 

Studi successivi hanno anche onestamente osservato che, nel suo lavoro, Colwell prese in considerazione solo i predicati nominali determinati ma non si occupò di quelli indeterminati. In pratica egli si comportò come un ricercatore che si interessi solo alle giornate nevose, escludendo dalle sue osservazioni i giorni sereni e quelli piovosi. Se è vero che nelle giornate nevose si verificano alcune condizioni metereologiche particolari, non è sempre vero l’inverso: campi di alte pressioni, venti settentrionali e basse temperature non garantiscono infatti abbondanti nevicate. Detto questo, non è però né assurdo, né impossibile né tanto meno disonesto stimare la probabilità inversa, cioè la probabilità che, al presentarsi di alcune condizioni metereologiche, si verifichino precipitazioni nevose. Da un punto di vista logico-formale, occorre pertanto onestamente ammettere che, sebbene non sia possibile usare l’inverso della regola di Colwell per affermare che un predicato nominale sia determinato o indeterminato, non si può neppure considerare come un vero e proprio abuso ogni ricorso alla regola di Colwell per sostenere la determinatezza di " θεος". Nota la probabilità che θεος sia determinato e nota la probabilità che θεος -come predicato nominale determinato privo di articolo- preceda il verbo essere, è infatti sempre possibile stimare, grazie al teorema di Bayes, la probabilità inversa, cioè la probabilità che θεος sia determinato nel caso in cui preceda il verbo essere senza articolo. Se poi si ammette -anche solo per un momento- che in Giovanni 1,1 θεος sia determinato, la perdita dell'articolo risulta essere ragionevole e grammaticalmente coerente con la regola di Colwell.

 

 

 

 

LA PAROLA ERA DIVINA?

 

Nell’ultimo secolo un gran numero di autorevoli studiosi protestanti (B.F. Wescott, A.T. Robertson, H.E. Dana, J.R. Mantey, M. Zerwick, F. Blass, A. Debrunner, P. Harner, P. Dixon, D. Wallace) ha analizzato la possibilità che il predicato nominale θεος (Theos) posto davanti al verbo “essere” potesse avere, nel pensiero dell’evangelista Giovanni e nel greco koiné, valenza qualitativa e/o enfatica.  Tutti questi studiosi raggiunsero la conclusione che, all’inizio del vangelo di Giovanni,  θεος potrebbe avere valore “qualitativo puro”, non essendo facile provarne né la valenza determinata né tanto meno quella indeterminata. La traduzione esatta di Giovanni 1,1 sarebbe pertanto “La Parola era divina” nel senso che “La Parola aveva la stessa natura di Dio”. Nessuno degli studiosi in questione intese comunque sostenere traduzioni unitarie o monolatre come  “La Parola era un dio” o “La Parola era dio”.

 

La traduzione "la parola era divina" è comunque discutibile perché il greco ha il sostantivo θεος (Theos) per Dio e l' aggettivo θειος (theios) per divino Per la grammatica greca l'articolo non è necessario per definire l'unico Dio (θεος= ο θεος) come mostrano chiaramente i versetti sopra citati (Giovanni 1,12; Giovanni 1,18; Romani 8,33 e 2 Corinzi 1,3). L'articolo è invece indispensabile  davanti a θειος  per trasformare l'aggettivo "divino" nella forma sostantivata "la divinità". A tal proposito vedasi ad esempio 2 Pietro 1,3 e 1,4 dove θειος corrisponde all'aggettivo "divino" e Atti 17,29 dove το θειον corrisponde alla forma sostantivata "la divinità" [9].  In pratica il fatto che sia possibile sostantivare l'aggettivo θειος (divino) aggiungendo l'articolo non dimostra l'inverso, cioè che sia possibile aggettivare il sostantivo θεος (Dio) togliendo l'articolo.

 

 

 

 Le riflessioni di Harner

 

Philip Harner [10] notò come, nel greco koiné, l’inserimento di un predicato nominale prima del verbo avesse spesso la funzione primaria di esprimere la natura ed il carattere del soggetto, con una valenza qualitativa e/o enfatica e senza particolare relazione con la determinatezza o l’indeterminatezza del predicato nominale stesso. A tal proposito, partendo da Marco 15,39 e da Giovanni 1,1, egli esaminò un gran numero di versetti contenuti nei vangeli di Marco e Giovanni, trovando numerosi esempi in cui la costruzione predicato nominale + verbo sembrava rispondere ad esigenze di qualitative o enfatiche: in alcuni casi il predicato nominale sembrava chiaramente determinato, mentre in altri pareva indeterminato. Per Marco 15:39 egli suppose che il predicato nominale θεος posto prima del verbo e contenuto nella famosa affermazione del centurione ai piedi della croce (veramente quest’uomo era figlio di Dio) avesse una valenza determinata, qualitativa ed enfatica. Per Giovanni 1,1 Harner ipotizzò invece che il predicato nominale θεος avesse natura qualitativa, né determinata né indeterminata,  senza però fornire alcuna prova definitiva a sostegno delle proprie affermazioni. Harner affermò comunque che la  Parola aveva qualità divina in senso jahvista e non vaghi attributi divini in senso angelico-elohista. Prova di ciò è il fatto che, nello stesso lavoro, egli analizzò ben cinque modi con cui l’apostolo Giovanni avrebbe potuto scrivere la frase “la Parola era Dio” e cioè:

 

 

 

Giovanni 1,1: possibili costruzioni

 

A

ο λογος ην ο θεος

 

ho logos en ho theos

La Parola era il Dio

B

θεος ην ο λογος

 

theos en ho logos

Dio era la Parola

C

ο λογος  θεος ην

 

ho logos theos en

La Parola Dio era

D

ο λογος  ην θεος

 

ho logos en theos

La Parola era dio

E

ο λογος  ην θειος

 

ho logos en theios

La Parola era divina

 

P. Harner, Qualitative Anarthrous Predicate Nouns: Mark 15:39 and John 1:1, JBL,  n.92,  pp. 75-87, 1973

 

 

 

·         Il caso A, con predicato preceduto dall’articolo, avrebbe indicato che logos e theos sono equivalenti ed intercambiabili, contraddicendo l’affermazione che ho logos en pros ton theon (la Parola era con Dio).

·         I casi B e C, con predicato senza articolo, indicherebbero che ho logos possiede la natura di theos cioè natura uguale al Padre pur essendo distinto da Dio Padre. L’apostolo Giovanni avrebbe usato il caso B, anteponendo il predicato, per dar maggior enfasi alla frase.

·         Il caso D, col verbo che precede il predicato senza articolo, probabilmente avrebbe indicato che ho logos era “un dio” o “un essere divino” distinto da ho theos.

·         Il caso E, con l’aggettivo theios, avrebbe indicato chiaramente che ho logos era “divino” senza ulteriormente specificare in che modo e quanto fosse divino.

 

 

 

Le riflessioni di Wallace

 

Dello stesso avviso di Harner è anche Daniel Wallace che interpreta theos in senso qualitativo [11], nella convinzione che Giovanni 1,1 sottolinei la natura divina del Verbo, piuttosto che la sua identità con il Padre. Wallace è convinto che la presenza dell’articolo davanti a theos avrebbe condotto ad interpretazioni devianti, sostanzialmente simili a quelle raggiunte dall’eresia modalista nel III° secolo dopo Cristo. Secondo tale eresia, sostenuta dal teologo africano Sabellio e dagli eretici Prassea e Noeto, le persone della trinità non sarebbero reali e distinte ma rappresenterebbero solo tre modi diversi di apparire di un unico Dio. Grazie a Tertulliano l’eresia modalista è anche conosciuta come “patripassianismo” perché, facendo confusione tra le persone divine, finisce per attribuire anche al Padre le sofferenze del Figlio.

 

 

 

Le riflessioni di Dixon e Hartley

 

Paul Dixon [12]. considerò la possibilità che, nel greco koiné, un predicato nominale privo di articolo e posto davanti al verbo essere potesse avere natura qualitativa e non solo valenza definita o indefinita [13]. In evidente polemica con Colwell, che si era occupato solo dei predicati nominali definiti, le statistiche di Dixon partirono dall’esame dei predicati nominali privi di articolo presenti nel Vangelo di Giovanni. Dixon mostrò come i predicati nominali privi di articolo, posti prima del verbo essere, avessero valenza qualitativa nel 94% dei casi. Per questo Dixon concluse che l’inverso della regola di Colwell era praticamente privo di validità. Da un punto di vista logico-formale il fatto che i predicati nominali definiti privi di articolo, posti prima del verbo essere, tendessero a perdere l’articolo non voleva affatto dire che tutti i predicati nominali privi di articolo, posti prima del verbo essere, fossero per forza determinati.

 

 

 

 

Predicati nominali nel Vangelo di Giovanni

 

Costruzioni

 

Qualitative

Determinate

Indeterminate

Totale

Pre-copulative

 

50

3

0

53

Post-copulative

 

13

5

1

19

A-copulative             

 

2

0

0

2

Totale

 

65

8

1

74

 

Paul Dixon, The Significance of the Anarthrous Predicate Nominative in John, Th M. Thesis, Dallas Theological Seminary, 1975 

 

 

 

Il lavoro di Dixon ridimensionò sensibilmente il valore degli studi di Colwell, evidenziandone i limiti e smascherandone gli abusi. La regola di Colwell stabilisce infatti che un predicato nominale definito tende a perdere l'articolo quando precede il verbo essere. Ciò non equivale però a dire che un predicato nominale privo di articolo sia determinato quando viene posto, senza articolo, davanti al verbo essere. In pratica la regola di Colwell, per poter esser utilizzata correttamente, richiede che venga dapprima accertata la determinatezza dei predicati nominali privi di articolo. La regola non sembra infatti essere correttamente impiegabile ai predicati indeterminati (cioè ai predicati che sottolineano l'appartenenza di un soggetto ad una classe in cui sono presenti altri elementi) ed ai predicati qualitativi (cioè ai predicati che sottolineano la qualità, la natura o l'essenza di un dato soggetto). Per amor del vero, va comunque detto che le riflessioni di Dixon prescindevano dalla teologia, dal calcolo delle probabilità e soprattutto dal comportamento di θεος all’interno del Nuovo Testamento. Le conclusioni di Dixon erano pertanto molto generali e si adattavano bene a tutti i predicati nominali, in quanto utilizzavano solo informazioni di tipo grammaticale. La possibilità di ottenere risultati significativi studiando il comportamento di θεος nelle Scritture greche e cristiane ed utilizzando il semplice concetto di probabilità inversa era pertanto praticamente ignorata.

 

La valenza qualitativa dei predicati nominali è stata attentamente analizzata anche da Donald Hartley [14], ricercatore presso la facoltà teologica evangelica di Dallas nel Texas, nella sua tesi di dottorato.  Il primo stadio dell’imponente lavoro è stato quello di separare i “nomi di massa” dai “nomi numerabili”. I primi (ad esempio: il sole, la luna, la carne, il sangue, l’oro, l’argento, l’aria, l’acqua, il latte, la bontà, la cattiveria, la bellezza, la musica, il teatro, la filosofia, la pittura …..) sono sostantivi spesso espressi al singolare, difficilmente pluralizzabili (senza stravolgerne il significato) e quasi sempre riferiti ad una certa quantità non definibile. I secondi (ad esempio: dio, re, uomo, donna, profeta, sacerdote, gatto, cane, lupo, leone, …) si riferiscono invece a qualcosa o a qualcuno che può essere numerato  e contato e risultano pertanto facilmente pluralizzabili. I nomi numerabili possono poi essere usati in senso determinato (D), indeterminato (I), qualitativo puro (Q), qualitativo-enfatico (QE), qualitativo-definito (QD) e qualitativo-indefinito (QI). Secondo Hartley, un sostantivo (come theos) può quindi avere valenza qualitativa, senza mostrare per forza carattere definito o indefinito: la categoria qualitativa prescinderebbe insomma dalla determinatezza e dall’indeterminatezza dei sostantivi e potrebbe essere validamente applicata sia ai “nomi numerabili” sia ai “nomi di massa”.

 

Un’analisi statistica accurata, condotta da Hartley sui predicati nominali privi di articolo contenuti nel vangelo di Giovanni, mostra come un’elevata percentuale dei predicati nominali privi di articolo preceda il verbo “essere” ed abbia valenza “qualitativa(62% + 9% = 71%), mentre minore risulta il peso dei predicati nominali privi di articolo con valenza determinata (17%) ed indeterminata (12%).

 

 

 

 

Vangelo di Giovanni: predicati nominali retti dal verbo essere

Categoria

Qualitativi (*)

Qualitativi? (**)

Determinati

Indeterminati

Totale

 

 

 

 

 

Privi di articolo

43

6

12

8

69

Pre-copulativi

35

6

6

3

50

Post-copulativi

8

0

6

5

19

(Percentuale)

(62%)

(9%)

(17%)

(12%)

(100%)

 

Con articolo

0

0

52

0

52

Pre-copulativi

0

0

7

0

7

Post-copulativi

0

0

45

0

45

 

 

 

 

 

Totale

43

6

64

8

121

 

(*) Q = 12 (17%); QE = 18 (26%); QD = 9 (13%); QI = 4 (6%)

(**) Giovanni 1,1c; 1,49b, 4,19; 9,17; 10,33; 10,36.

D. Hartley, Revisiting the Colwell Construction in Light of Mass/Count Nouns, PHD Thesis, Dallas, 1998

 

 

Nella stessa tesi di dottorato è poi presente un’analisi statistica completa dei predicati nominali presenti in tutto il Nuovo Testamento. È forse il caso di notare come molto simile risulti la percentuale di predicati nominali privi di articolo con valenza qualitativa (75%), determinata (12%) ed indeterminata (13%).

 

 

Nuovo Testamento: predicati nominali retti dal verbo essere

Categoria

Qualitativi (*)

Determinati

Indeterminati

Totale

 

 

 

 

 

Privi di articolo

358

57

64

479

Pre-copulativi

182

22

20

224

Post-copulativi

176

35

44

255

(Percentuale)

(75%)

(12%)

(13%)

(100%)

 

 

 

 

 

Con articolo

0

185

0

185

Pre-copulativi

0

22

0

22

Post-copulativi

0

163

0

163

 

 

 

 

 

Totale

358

242

64

664

 

(*) Q = 56 (12%); QE = 178 (37%); QD = 75 (16%); QI = 49 (10%)

D. Hartley, Revisiting the Colwell Construction in Light of Mass/Count Nouns, PHD Thesis, Dallas, 1998

 

 

 

 

 

 Confronto tra varie versioni

 

 

Versioni in lingua italiana

 

·         In principium erat Verbum et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihil quod factum est. (Vulgata IV secolo)

 

·         Nel principio la Parola era, e la Parola era appo Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio appo Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di essa; e senz'essa niuna cosa fatta è stata fatta. (Diodati 1607)

 

·         Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Luzzi/Riveduta 1924)

 

·         In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (Bibbia Cei 1974)

 

·         In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo: Questi era in principio presso Dio. Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto assolutamente nulla di ciò che è stato fatto. (Nuovissima Versione Paoline 1984)

 

·         Al principio c'era colui che è "la Parola". Egli era con Dio. Egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. (Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente 1985)

 

·         Nel principio era la Parola e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio. Egli (la Parola) era nel principio con Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui (la Parola), e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta. (Nuova Diodati 1991)

 

·         Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.  Essa era nel principio con Dio.  Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Nuova Riveduta 1994)

 

 

 

 Versioni in lingua inglese

 

 

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. The same was in the beginning with God. All things were made by him; and without him was not any thing made that was made. (King James Version 1611)

 

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God; and the Word was God; this one was in the beginning with God; all things through him did happen, and without him happened not even one thing that hath happened. (Young's Literal Translation, Revised Edition 1898)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. The same was in the beginning with God. All things were made by him; and without him was made nothing that was made. (Douay-Rheims Bible 1899)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. The same was in the beginning with God. All things were made through him; and without him was not anything made that hath been made (American Standard Version 1901)

·         The Logos existed in the very beginning, the Logos was with God, the Logos was divine. He was with God in the very beginning: through him all existence came into being, no existence came into being apart from him. (Moffatt 1922)

·         In [the] beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. He was in the beginning with God. All things received being through him , and without him not one [thing] received being which has received being. (Darby Holy Bible 1923)

 

·         In the beginning the Word existed. The Word was with God, and the Word was divine. It was he that was with God in the beginning. Everything came into existence through him, and apart from him nothing came to be. (Smith-Goodspeed 1931)

 

·         In the beginning was the LOGOS, and the LOGOS was with GOD, and the LOGOS was God. This was in the Beginning with GOD. Through it every thing was done; and without it not even one thing was done, which has been done. (The Emphatic Diaglott 1942)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. He was in the beginning with God; all things were made through him, and without him was not anything made that was made. (Revised Standard Version 1952)

·         Originally was the Word, and the Word was with God; and the Word was God. The same was originally with God. All things through him came into existence and without him came into existence not even one thing (The Emphasized Bible 1959)

·         In the beginning [before all time] was the Word [Christ], and the Word was with God, and the Word was God Himself. He was present originally with God. All things were made and came into existence through Him; and without Him was not even one thing made that has come into being. (Amplified Bible 1965)

 

·         In the beginning was the Word: the Word was with God and the Word was God. He was with God in the beginning. Through him all things came to be (The Jerusalem Bible 1966)

·         When all things began, the Word already was. The Word dwelt with God, and what God was, the Word was. The Word, then, was with God at the beginning, and through him all things came to be; no single thing was created without him. (New English Bible 1970)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. He was in the beginning with God. All things came to be through him, and without him nothing came to be. (New American Bible 1970)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God.  He was in the beginning with God. All things came into being through Him, and apart from Him nothing came into being that has come into being. (New American Standard Bible 1971)

·         Before anything else existed, there was Christ, with God. He has always been alive and is himself God. He created everything there is -- nothing exists that he didn't make. (Living Bible 1971)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. He was with God in the beginning. Through Him all things were made; without Him nothing was made that has been made. (New International Version 1978)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. He was in the beginning with God. All things were made through Him, and without Him nothing was made that was made. (New King James Version 1982)

·         In [the] beginning the Word was, and the Word was with God, and the Word was a god. This one was in [the] beginning with God. All things came into existence through him, and apart from him, not even one thing came into existence. (New World Translation 1984)

·         In the beginning was the Word: and the Word was with God and the Word was God. He was with God in the beginning. Through him all things came into being, not one thing came into being except through him. (New Jerusalem Bible 1985)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. He was in the beginning with God. All things came into being through him, and without him not one thing came into being. (New Revised Standard Version 1990)

·         In the beginning the Word already was. The Word was in God's presence, and what God was, the Word was. He was with God at the beginning, and through him all things came to be; without him no created thing came into being. (Revised English Bible 1989)

·         In the beginning the Word already existed. He was with God, and he was God. He was in the beginning with God. He created everything there is. Nothing exists that he didn't make. (New Living Translation 1996)

·         In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God. (English Standard Version 2001)

 

 



[1] Dell'opera opera teologica di Ario, scritta in forma poetica durante l'esilio in Illiria dopo il Concilio di Nicea, rimangono purtroppo solo dei frammenti. Seguendo la testimonianza di Atanasio e dell'imperatore Costantino, è possibile che la Thalia (Banchetto), partita dalla difesa personale, si sia fatta forte soprattutto di un passo veterotestamentario (Proverbi 8,22) che, sul testo greco della Settanta, sembrava legittimare le tesi anticonciliari. La mancanza dell'articolo in Giovanni 1,1 fu pertanto sicuramente oggetto delle osservazioni di Ario e di tutti gli unitari ed antitrinitari dei secoli successivi. Come osserva un famoso commentatore del XIV secolo “Objiciunt ariani, vocem θεος (Deus) hic non habere articulum, uti habuit paulo ante….” in Cornelius A Lapide, Commentarii in Sacram Scripturam, Vol. VIII, pag. 876, 1849.

Anche Origene si fermò lungamente su questa omissione. In un suo autorevole commentario notò che l'omissione dell'articolo in Giovanni 1,1 fu intenzionale e non certo dovuta all'ignoranza della lingua greca. Sempre secondo Origene, l'espressione con l'articolo "O Theos" si riferirebbe pertanto al Padre Creatore increato e ingenerato, mentre la forma "Theos" senza articolo sarebbe utilizzata per il Logos, soprattutto a motivo della sua partecipazione alla divinità del Padre (Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, Libro II). Origene, pur condividendo il concetto di generazione del Logos (generato ab aeterno e non creato) e utilizzando per primo il termine homousios (consostanziale), arrivò alla conclusione che il Figlio è un secondo Dio, immagine del Padre, soffio della sua potenza ed effusione della sua gloria. Al Padre è comunque subordinato e caratterizzato da minor dignità e potenza. Del resto, per Origene, solo il Padre è il Principio e la fonte della divinità, divinità che il Figlio possiede per compartecipazione [Origene, Principi, libro I; Origene, Contro Celso Libro II; M. Simonetti, La Crisi Ariana del IV secolo, 1975, pp.11-22; M. Simonetti, I Principi, Contra Celsum e altri scritti filosofici1975, ].

La stessa costruzione di Giovanni 1,1 si trova comunque nel Salmo 118,27 della versione dei Settanta che, per tradurre Jahvé Elohim, usa θεος κυριος invece del classico κυριος ο θεος  (Deuteronomio 4,35; Deuteronomio 4.39; Deuteronomio 6,4; Giosué 22,34; 1 Re 8,60; 1 Re 18.21; Osea 12,6; …). Per moderne traduzioni del tipo "la parola era dio", "la parola era un dio" o "la parola era divina", vedansi le traduzioni e gli argomenti portati da Becker, Moffatt, Schneider, Schulz, Smith e Goodspeed, Thayer, Wilson (The Emphatic Diaglott).

 

[2] Di fatto, il monoteismo ebraico faceva largo uso della parola "Elohim" soprattutto per  designare alcuni esseri potenti come gli angeli della corte celeste (Salmo 138,1). Secondo alcuni ciò sarebbe dovuto al fatto che la lingua ebraica era meno evoluta di quella greca, che distingue sempre il termine angelo (aγγελoς) dal termine dio (θεός) (si confrontino ad esempio Salmo 97,7 ed Ebrei 1,6). Secondo altri il monoteismo ebraico avrebbe accettato l'esistenza di dei minori senza cadere nella monolatria; sarebbero stati i cristiani ad adottare forme di monoteismo molto più strette e radicali. Qualunque cosa si possa pensare delle due tesi sopra ricordate occorre sottolineare che gli "elohim" o "dei minori" del Vecchio Testamento non furono mai e poi mai oggetto di adorazione (Apocalisse 22,8-9), furono creati (Ebrei 1,5) e furono considerati figli di Dio (Giobbe 1,6; Salmo 29,1; Salmo 89,7) solo per adozione. Dio comandò a Mosé di rappresentare due cherubini d'oro sopra l'arca dell'alleanza (Esodo 25,18) proprio perché avevano funzioni decorative e non erano oggetto di  culto (Esodo 20,4).

 

[3] Secondo una definizione comunemente accettata per monoteismo si intende la fede in un solo Dio, mentre per monolatria si intende la fede in una solo Dio senza però escludere l'esistenza ed il culto di uno o più dei minori. La fede in un Dio grande (Jahvé) onnipotente e degno di adorazione assoluta ed allo stesso tempo in un dio minore (Gesù Cristo) potente e degno di adorazione relativa sembra pertanto rientrare nella monolatria. Evidentemente la monolatria non è cosa grave come il politeismo (fede in più dei) ma crea problemi molto gravi per il vero monoteista che crede in un solo Dio e non accetta l'esistenza di altri dei (uguali o minori).

 

[4] Nell'Antico Testamento, alla creazione, esisteva già la Sapienza di Dio (Proverbi 8) e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque (Genesi 1,3): non si trattava di dei minori, di angeli, di arcangeli, di messaggeri o di rappresentanti ma di parti integranti di Jahvé (e nessun ebreo ci ha mai trovato niente di strano). Nel libro dei Salmi sta poi scritto: “Dalla parola (dabar = λογος) di Jahvé furono fatti i cieli, dal soffio (ruah = πνευμα) della sua bocca ogni loro schiera” (Salmo 33,6). Nel Targum Palestinese è quindi spesso menzionata la Parola di Dio che vive, parla ed agisce (dabar o memra) ma dal contesto delle varie frasi pare che l'espressione fosse solo un espediente per sostituire o parafrasare il santo nome di Jahvé. Per la tradizione giudaica la parola di Dio e lo spirito di Dio altro non erano che emanazioni di Jahvé stesso, senza che la cosa avesse particolare valenza filosofica e speculativa. Filone Giudeo (20 a.C. - 50 d.C.) risentì invece sia della tradizione giudaica sia della speculazione ellenistica secondo cui il Logos era il demiurgo dell'universo, il principio che anima e regola il mondo, la forza irresistibile che conduce la creazione e le creature ad un fine comune. Filone formulò anche l'ipotesi che la Parola di Dio potesse essere l'angelo di Jahvé (Genesi 16,7; Esodo 23,20; Giudici 13,18-22; Giudici 6,22-23; Zaccaria 1,11; Malachia 3,1; Matteo 1,20; Atti 7,38). Senza voler negare a tutti i costi che la Parola di Dio possa anche aver assunto forma angelica, occorre onestamente riconoscere che, di sicuro, sappiamo solo che l'angelo di Jahvé fu un messaggero potente di Dio che portava su di sé il nome di Jahvé (Esodo 23,20). Secondo alcune tradizioni ebraiche infatti l’angelo di Jahvé sarebbe stato Jahoel, un vero e proprio angelo, superiore all’arcangelo Michele (Daniele 10,13), distinto da Dio, dotato di poteri divini e portante su di sé il nome di Jahvé-El. A tal proposito vedasi, ad esempio, il libro apocrifo Apocalisse di Abramo, soprattutto al capitolo decimo. I padri della chiesa erano invece convinti, già nei primi secoli, che nessuno avesse visto Dio Padre ma che l’Angelo di Jahvé manifestatosi ai patriarchi ed ai profeti altro non fosse che il Figlio di Dio, cioè la Parola di Dio (vedasi, ad esempio, Giustino, Dialogo con Trifone; LX; Ireneo, Contro le Eresie, IV, 20, 7; Tertulliano, Contro Prassea, XV-XVI; Teofilo, Ad Autolico, II, 22; Novaziano, La Trinità, XVIII-XX; Ilario, La Trinità, IV, 23-25). L'identificazione dell'arcangelo Michele con la Parola di Dio è estranea alla tradizione cristiana ed alla cultura giudaica ma trae origine dalle speculazioni filosofiche di alcune sette giudaico-cristiane sorte nei primi secoli dell'era volgare. Oggi solo gli avventisti, i testimoni di Geova ed un limitato numero di teologi cristiani identificano Gesù Cristo con l'arcangelo Michele. Gli avventisti ritengono, infatti, che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, prima di incarnarsi fosse l'arcangelo Michele di cui parla la Scrittura, ma nello stesso tempo sono convinti che Michele non sia un essere creato. Secondo gli avventisti il termine Michael (= Chi è come Dio?) altro non sarebbe che uno dei molti titoli applicati alla seconda persona della Trinità. I testimoni di Geova, invece, sono convinti che Cristo sia stata la prima creatura di Dio, conosciuta come Michele Arcangelo già prima di venire sulla terra. Le posizioni di alcuni teologi (peraltro ai margini dell'ortodossia) sono, infine, alquanto articolate, anche se le argomentazioni a favore dell'identificazione della Parola di Dio con l'angelo di Jahvé e con l'arcangelo Michele risultano piuttosto fragili e lacunose.

 

[5] La possibilità di sostituire "echad" con "yachid" nello "shema" non è un'invenzione di qualche cristiano con conoscenze grammaticali estrose ed approssimative, ma pare risalga addirittura al filosofo ebreo Mosé Maimonide (1135-1204), interessato così a sbarrare definitivamente il passo all'ipotesi trinitaria. Nel secondo principio della fede giudaica, Maimonide scrive: "Il Secondo Principio è l'unità di Ha Shem, Benedetto sia il suo Nome. In altre parole bisogna credere che questo Essere, che è causa di tutto, è unico. Questo non significa uno come uno di un paio e neppure uno come di un gruppo che comprende molti individui né uno come un oggetto che è fatto di molti elementi e neppure come un singolo semplice oggetto infinitamente divisibile. Piuttosto, Egli, Ha Shem, Benedetto sia il suo Nome è un'unità diversa da ogni altra possibile unità. Questo secondo principio è riferito a[lla Torah] quando dice: Ascolta Israele! Ha Shem è il nostro Dio, Ha Shem è uno (Deuteronomio 6,4)". Di fatto, "yachid" è presente solo in alcune traduzioni ebraiche dei "Tredici articoli della fede giudaica", all'interno di un "Commentario della Mishnah", peraltro originalmente scritto da Maimonide in lingua araba. Il termine “yachid” è poi tuttora presente in alcune traduzioni della preghiera yigdal che sembra tratta direttamente dal II articolo della fede giudaica di Maimonide. Non ci permettiamo di negare che il termine "uno", cioè echad , possa essere stato usato per indicare l'unità assoluta (vedansi, ad esempio: Genesi 11,1; Genesi 19,9; Genesi 22,2; Esodo 29,15; Esodo 29,23, Deuteronomio 17,6; 1 Samuele 9,3; 2 Samuele 12,3…..) o l'unità di Dio. Vogliamo solo dire che la forma "unico", cioè yachid, avrebbe sicuramente indicato unità assoluta, sbarrando definitivamente il passo alle teorie trinitarie, mentre il generico uso di echad ha lasciata aperta la possibilità di unità composta (come ben capì qualche zelante traduttore o copista ebraico medioevale). Inoltre echad lascia non solo aperta la possibilità di unità composta (i grappoli d'uva sono composti di vari acini, le persone di miliardi di cellule, ...) ma anche di unità composta pluripersonale (un solo popolo è fatto di migliaia di persone, una famiglia comprende più componenti, marito e moglie sono due ma formano una sola carne, ...). Non sembrano poi rilevanti le critiche di coloro che citano Genesi 22 (versetti 2, 12 e 16) per relativizzare il significato di yachid: Abramo chiamò Isacco yachid (cioè figlio unico) perchè Isacco fu l'unico figlio nato secondo la promessa (Galati 4,28; Genesi 17,19). Per amor del vero e per rispetto verso Mosè Maimonide, va anche detto che, sul fronte della cristianità, i termini "unus" e "unicus" furono parecchio strumentalizzati dall'eresia modalista, che nei primi secoli dell'Era Volgare sostenne l'unità radicale della sostanza divina. Secondo i suoi più illustri esponenti (Noeto, Sabellio e Prassea) il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo altro non sarebbero che differenti modi di apparire dell'unico Dio. Tertulliano li accusò di aver fatto patire e morire in croce il Padre e per questo furono chiamati "patripassiani". Tertulliano affermò anche che "In vari modi il demonio combatté la verità. Egli cercò talora di distruggerla, fingendo di difenderla. Si fece difensore dell'unico Dio, Onnipotente e Creatore del mondo, per far nascere l'eresia anche dalla parola unico" (Tertulliano, Contro Prassea, I, 1).

 

[6] Un eminente cristiano dell’antichità, analizzando attentamente la mancanza dell’articolo nel prologo del vangelo di Giovanni, scrisse: “ Affatto intenzionale e non dovuto certo a ignoranza dell’uso esatto della lingua greca è anche il fatto che Giovanni talvolta ha messo e talvolta invece ha omesso l’articolo: l’ha messo davanti alla parola Logos, mentre quando parla di Dio talvolta l’ha messo e talvolta no. Mette l’articolo quando il termine «Dio» si riferisce al Creatore increato dell’universo, lo omette invece quando esso si riferisce al Logos. Come, dunque, vi è differenza tra il termine Dio con l’articolo (o Theos) e Dio senza articolo (Theos), cosí forse vi è differenza tra Logos con l’articolo (o Logos) e senza articolo (Logos): come il Dio dell’universo è «il Dio» (o Theos), e non semplicemente «un dio» (theos), così la fonte del logos che è in ciascun essere dotato di logos è «il Logos» (o Logos), mentre non sarebbe esatto chiamare «il Logos» allo stesso titolo del «primo Logos» quello che è in ciascuno. Mediante queste distinzioni è possibile trovare una soluzione alla difficoltà che turba molti, i quali vorrebbero conservare l’amore di Dio, ma per timore di affermare due dèi incappano all’estremo opposto in dottrine false ed empie: infatti o negano al Figlio una individualità distinta da quella del Padre, pur ammettendo che sia Dio colui che, a parer loro, soltanto di nome è chiamato «Figlio»; oppure negano al Figlio la divinità salvandone l’individualità e la sostanza circoscritta, concepita come distinta da quella del Padre. Occorre dire a costoro: Dio (o Theos) è Dio-in-sé , e per questo anche il Salvatore nella sua preghiera al Padre dice: «Che conoscano te, unico vero Dio». All’infuori del Dio-in-sé, tutti quelli fatti Dio per partecipazione alla divinità di lui si devono chiamare piú propriamente «Dio» (Theos) e non «il Dio» (o Theos). Tra questi, di gran lunga il più augusto è il «primogenito di ogni creatura», in quanto, in virtú dell’essere «presso Dio», per primo trasse a sé la divinità, divenuto poi ministro di divinizzazione per gli altri dèi che sono dopo di lui …., attingendo da Dio e comunicando loro abbondantemente, secondo la sua bontà, perché fossero divinizzati. Vero Dio è dunque «il Dio» (o Theos); coloro invece che sono dèi, in quanto prendono forma da lui, sono come immagini di un prototipo.. E l’immagine archetipa delle varie immagini è «il Logos che era presso Dio», che era «nel principio»; egli rimane sempre Dio per il fatto di essere presso Dio; e non avrebbe questo se non rimanesse presso Dio; non rimarrebbe Dio se non perseverasse nella contemplazione perenne della profondità del Padre. [Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, Libro II, 2].Sebbene, per Origene, solo il Padre sia la fonte della Divinità ed il Figlio la possieda in modo derivato e per partecipazione, lo stesso Origene rileva ed enfatizza tanto l'identica natura (ousia) quanto la distinzione (hypostasis) delle persone divine. Sempre ad Origene si deve poi il concetto di generazione eterna del Logos, concetto che esclude la possibilità di un tempo in cui il Padre non era Padre ed il Figlio non esisteva. Le differenze con Ario ed i suoi precursori sono pertanto evidenti: il pensiero antitrinitario negava infatti la generazione del Figlio, facendone una creatura di natura angelica, venuta all'esistenza prima della creazione.

 

[7]. C. Colwell, A Definite Rule for Use of the Article in the New Testament, JBL, LII, pp. 12-21, 1933. Si noti come l'articolo di Colwell non nacque per difendere la divinità di Cristo ma fu scritto per approfondire e criticare un precedente lavoro di C. C. Torrey, che sosteneva come nel Vangelo di Giovanni alcuni predicati nominali fossero privi dell'articolo a causa di una certa influenza semitica ed aramaica (C. C. Torrey, The Aramaic Origin of the Fourth Gospel, Harvard Theological Review, Vol. XVI, 1923, pag.323).

 

[8] Pur ammettendo, come fanno i monolatri, che θεος possa anche avere valenza indeterminata, è necessario ricordare che nella Bibbia dei Settanta e nelle Scritture Greche Cristiane la valenza determinata è di gran lunga la più frequente: in più di 9 casi su 10 il testo greco usa infatti θεος per indicare l’unico vero Dio, mentre in meno di 1 caso su 10 θεος è usato per angeli, giudici, profeti, re ed uomini. Nel Nuovo Testamento, θεος è infatti usato 1.343 volte ed è riferito all’unico vero Dio in ben 1.320 casi (pari al 98,3%), mentre nell’Antico Testamento “elohim” è usato 2.606 volte ed è riferito all’unico vero Dio in ben 2.347 casi (pari al 90%).

 

[9] La traduzione classica "la Parola era Dio" è anche giustificata dalla stessa Bibbia: in Colossesi 2,9 sta infatti scritto che in Cristo "abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità" (greco Theothes) e non della qualità, delle apparenze, degli aggettivi o degli attributi divini (greco theiotes).

 

[10] Sulla possibile valenza qualitativa di θεος  in Giovanni 1,1 vedasi:  P.Harner, Qualitative Anarthrous Predicate Nouns: Mark 15:39 and John 1:1, JBL,  n.92,  pp. 75-87, 1973.  (Cliccare qui per leggere il lavoro nella versione integrale).

 

[11] D.Wallace, Greek Grammar Beyond the Basic, 1996, pp. 268-9.

 

[12] P.Dixon, The Significance of the Anarthrous Predicate Nominative in John, Th M. Thesis, Dallas Theological Seminary, 1975.

 

[13] I nomi numerabili possono avere valenza determinata, indeterminata e qualitativa secondo l’uso che ne vien fatto ed il contesto in cui sono inseriti. Possiamo infatti dire: a) è un uomo di fede cristiana; b) l’animale più intelligente del creato è l’uomo; c) il Figlio di Dio si fece uomo. Nel primo caso parliamo di un cristiano tra i tanti e la valenza di "uomo" è indeterminata; nel secondo caso parliamo dell’uomo quale unico essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio e la valenza di "uomo" è determinata; nel terzo caso parliamo della natura umana assunta da Cristo e la valenza di "uomo" è qualitativa. Possiamo poi anche dire: a) Jahvé è un Dio misericordioso; b) Jahvé è il vero Dio; c) Jahvé è Dio. Nel primo caso Jahvé è paragonato agli dei delle nazioni e “Dio” ha valenza indeterminata; nel secondo caso la valenza di “Dio” è chiaramente determinata; nel terzo caso il predicato nominale “Dio” ha valenza qualitativa, perché esprime la natura di Jahvé.

 

[14] D.Hartley, Revisiting the Colwell Construction in Light of Mass/Count Nouns, PHD Thesis, Dallas, 1998.