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I beni comunali

Arriviamo così al vero e proprio ``fondamento'' dell'autonomia della comunità per tutta l'età moderna, al suo fattore di resistenza antifeudale nonché notevole fonte di ricchezza condivisa: i beni comunali2.55. Questi fondavano e permettevano una politica esplicitamente basata sui gruppi parentali fornendo un largo campo di risorse separato ed autonomo da Vigevano o dallo Stato, e a loro volta erano anche ``protetti'' dalle stesse parentele in merito a tentativi di appropriazione esterni. Infatti, erano quasi sempre i membri delle più importanti famiglie a disporne ``per via di ``incanto'' (sorta di gara d'appalto il cui premio era il fitto dei beni per un certo periodo). Per tutta l'età moderna, così, assistiamo ad un'eccezionale persistenza dei beni comunali, che rimasero perlopiù in possesso di Gambolò resistendo agli insistiti tentativi di alienazione del Litta.

Ma altrettanto eccezionale è, per la Lombardia secentesca, la vastità, lo spettro di quelle che chiamerei le ``prerogative'' della comunità. Con l'espressione ``beni comunali'' non si deve, infatti, intendere per Gambolò solo un insieme di beni stabili in qualche modo condiviso da certi gruppi ma soprattutto una vasta gamma di dazi, diritti, ``prerogative'' appunto, altrove irritrovabili. Non tratterò qui dunque della consistenza dei beni stabili e della loro evoluzione nel corso del tempo (vendite, acquisizioni, ``beni comunali derelitti'', etc.) ma, da un lato, dell'insieme di diritti posseduti da Gambolò (anche in relazione a tali beni stabili, alcuni dazi per esempio; o gli incanti per il taglio della legna cedua); e dall'altro delle politiche adottate dalla comunità per la gestione di tali diritti.

La situazione vedeva ancora nel Seicento la comunità come principale ``imprenditrice'' del borgo; la storia delle sue ``prerogative'' dall'infeudazione in poi è del resto una lunga sequela di liti col Litta, cui qui accenneremo solo di sfuggita e per cui rimandiamo al lavoro di Carnevale Schianca2.56. All'interno di una documentazione particolarmente ricca al riguardo risulta di grande utilità un volume della serie dei Registri di contabilità del comune, «libro nel quale si contiene un compendio di tutto l'havere della comunità di Gambolò, cioè delli beni stabili, mobili et ragioni, che di presente ha et possede detta comunità insieme con la nota de tutti li debiti d'essa comunità et delli censi et redditi, che paga a diversi, quasi tutti causati dall'anno 1613 in qua nel qual anno principiò la guerra tra li duchi di Savoia et Mantova». Il volume, una sorta di riassunto assai specifico e dettagliato della situazione patrimoniale di Gambolò a inizio Seicento risulta compilato da Gio. Antonio Cassino, notaio e cancelliere di Gambolò «con non puoca mia fatica, essendomi stato necessario prima veder molti libri, scritture, et instromenti, et questo ho fatto solo per beneficio publico senza obligo alcuno». Il volume, molto ricco, contiene anche notizie sui legati pii e le elemosine perpetue fatte da diversi a beneficio dei poveri della terra, con un fine evidentemente di controllo acché tali elemosine e benefici arrivassero effettivamente a chi di dovere2.57.

Segue, quindi, l'impressionante descrizione delle ``ragioni'' della comunità, tanto per utilizzare il lessico del Cassini. Innanzitutto, appartengono a Gambolò quelli che chiamerei i ``dazi classici'', che in altri luoghi dello Stato sono quasi sempre di pertinenza feudale. In particolare, nessun'altra comunità del Vigevanasco ne risulta padrona; per trovare una situazione analoga, in riferimento a una grossa comunità lombarda del Seicento bisogna andare nel Novarese, nel borgo di Trecate per esempio, all'interno di una tradizione di forte resistenza dei beni comunali2.58.

Chiamo dazi ``classici'' (perché presenti anche se magari non eserciti pressoché in ogni comunità) o ``feudali'' (ma qui comunali) sostanzialmente quattro tipi di dazi: l'imbottato; il diritto di tenere osteria; il diritto di esercire beccaria; i diritti di prestino (cioè di fare panis albis, pane bianco). Secondo le parole del nostro registro, il dazio dell'imbottato consiste nella ``ragione'' «d'imbottar li grani et vini in calende di Novembre di ciascuno Anno per quali grani et vini, quelli che in detto giorno si trovano averli in casa sono tenuti subito fatta la visita et descrittione d'essi pagar alla comunità» un tot prestabilito. Al 1619 il dazio non figurava come affittato (in genere Gambolò ``incantava'' i suoi diritti a privati) ma esercito direttamente dalla comunità; sia detto per inciso, la notizia di quali prodotti fossero tassati ci ragguaglia anche sulle condizioni dell'agricoltura locale. Al 1619 erano tassati per imbottato i seguenti prodotti, secondo misura: un sacco di frumento, segale, fagioli, ceci e fave, per due soldi; un sacco di miglio, avena, melega, per un soldo; una brenta di ``vino buono puro'' per quattro soldi; una brenta di ``vino chiappato'' per due soldi e otto denari. Si noti che uno stesso prodotto poteva essere tassato da più di un balzello. Il vino per esempio era soggetto anche al dazio della ``misura della brenta'', consistente nella «ragione di scoder da tutti li forestieri che venderanno o compreranno vino in Gambolò» sei denari per brenta, e il grano a un'analoga ``misura'' intesa a tassare sia il riso che il grano per un soldo al sacco. Anche questi diritti appartenevano alla comunità, consistenti oltre al dazio vero e proprio in vere e proprie ``misure'' fisiche che venivano consegnate a inizio appalto agli incantatori, le uniche legittimate all'uso nelle operazioni di compravendita; se pure il dazio si riferisce nel 1619 ai soli forestieri (definiti, piuttosto singolarmente, come «quelli che non sostengono carichi personali con la comunità ancor che l'habitassero»2.59) sappiamo che ad esempio nel 1597 esso si riferiva anche ai locali2.60.

Gran parte del ``potere'' della comunità era d'altronde costruito proprio attorno alla risorsa ``grano'', decisiva per l'autoconsumo locale. Il dazio chiave non era altresì né l'imbottato né la ``misura'', ma il diritto di macina, per come ci viene descritto in una serie di capitoli del 16342.61. Questi, riferito a «tutti li grani che [i molinari] faranno macinare et per le farine et pane che si introdurranno in detta Terra», si pone come il dazio ``principe'' del vettovagliamento, regolando ogni tipo di scambio in proposito. Nel 1634 si prevede una scossa di due soldi per sacco pavese di frumento, di due soldi e cinque denari per sacco pavese di segale, soldi dodici e sei denari per sacco pavese di risone, riso bianco, miglio, avena. Non è prevista tassa per le farine di transito: quello che ci si preoccupa di regolare è in realtà una sorta di controllo assoluto della comunità sul consumo locale. Si prescrivono in tal senso una serie di norme: che non si possa macinare grani «ad alcuna persona forestiera», e che d'altro canto nessun molinaro forestiero possa fare incetta in Gambolò; che i molinari non possano trattenere i grani nei propri mulini per più di tre giorni (divieto di ammasso); che, infine, non si possa introdurre nei mulini alcun sacco di grano senza l'esplicita autorizzazione della comunità (che fornisce un relativo ``bollettino'').

Quindi, enormi poteri di controllo annonario della comunità e uguali enormi poteri consegnati all'incantatore, che si trova a presiedere a tutti i molinari del borgo sia per quel che riguarda le farine come per il pane, e in relazione a ogni tipo di ``grano''. Un cumulo di prerogative reso possibile dal fatto che la comunità possiede interamente i diritti annonari, ovvero la misura del pane, l'imbottato, il prestino, nonché i due forni, i cui capitoli prevedono non sia lecito ad alcuno di qualsivoglia condizione cuocere pani in altri forni che quelli della comunità, sotto pena di uno scudo d'oro2.62. Questo cumulo di ``competenze'' internamente al diritto di macina, dazio non compreso nel registro del 1619 ma solo nel 1634 come appalto generale dell'annona, ben si vede da disposizioni di ``controllo'' come quella che prescrive all'incantatore di «descriver casa per casa tutte le farine che si ritrovaranno macinare in calende di genaro», un patto chiaramente mutuato dai ``Capitoli'' dell'imbottato. Così al tempo stesso vengono consegnate all'incantatore le chiavi della ``pesa'' per la misura delle farine.

L'esclusivo controllo dell'annona in tutte le sue fasi si unisce al possesso di un'importantissima prerogativa, la Giudicatura delle Vettovaglie, «cioè la ragione d'elegger et deputare il Giudice delle Vettovaglie di detta Terra di Gambolò, il quale assieme col Consilio Ordinario di detta Terra tiene autorità di dar il calmero et meta alle vettovaglie di detta Terra»2.63. Prerogativa che, non a caso, era stata al centro del contenzioso col Litta di fine Cinquecento, e che la sentenza del Senatore Polo del 1599 attribuisce in tutto alla comunità. La Giudicatura, gestita nel 1619 da un notaio, Ludovico Ferrari di Vigevano (fatto che ben ne sottolinea le caratteristiche di controllo) risulta decisiva perché sancisce di fatto una larga autonomia di Gambolò non solo nella gestione dei dazi ma nelle stesse politiche annonarie, cioè nello stabilire la ``regola del calmero'' per le varie vettovaglie: vale a dire il prezzo limite per ogni alimento e i rispettivi ``pesi''. Si tenga conto che nelle ``materie'' sottoposte alla Giudicatura era compresa anche la carne, grazie al possesso da parte di Gambolò della ``ragione della beccaria, o scannatura'', in sostanza una sorta di privativa che avocava alla sola comunità la ``ragione'' di macellare carne a fini di vendita2.64.

Si tratta di prerogative e diritti sull'annona che in una forma così vasta fatichiamo a ritrovare in altre comunità rurali: quasi ovunque infatti il controllo sul territorio era delegato alle Città, le quali stabilivano un ``calmero'' valido per le campagne facenti parte del proprio ``contado'' (come abbiamo infatti mostrato, i ``contadi'' non avevano autonomia annonaria ma solo fiscale). Alcune similarità con certi grossi borghi come Codogno, Casalpusterlengo, Biandrate e Borgomanero, per diversi aspetti relativi all'annona sono peraltro relative dato che non si raggiunge un'autonomia così vasta2.65.

Oltre alla Giudicatura delle Vettovaglie la comunità possedeva tre altri diritti per dir così ``immateriali'', non legati cioè a esercizi o beni ma a funzioni di controllo istituzionali; questi erano: la notaria civile, quella criminale, e la Giudicatura delle Strade. Le due notarie, consistenti nella ragione di riscuotere un compenso per ogni atto rogato rispettivamente nel criminale e nel civile era importante non tanto per gli (irrisori) introiti che generava ma perché, in sostanza, costituiva una vera e propria privativa della documentazione pubblica. Vale a dire che assieme al dazio veniva concessa l'esclusiva per quel che concerne gli atti della comunità: qualsiasi transazione riguardante quest'ultima, come anche i verbali dei consigli o certificazioni di vario tipo (ad esempio, questa stessa che stiamo analizzando sui beni comunali) erano documenti che potevano essere rogati solo dai notai in questione. Era quindi essenziale per la comunità mantenere la loro nomina, dato che così avrebbe controllato (e, anche, generato) l'insieme della documentazione pubblica, nonché l'archivio stesso degli atti (che non a caso è giunto a noi in forma compatta attraverso i Registri di contabilità). Impedendo una dispersione della documentazione, Gambolò poteva tra l'altro mantenere un più stretto controllo sugli atti di maggior interesse, quelli possessori. Non solo: ma il controllo sui notai significava controllo su una risorsa preziosa, ad esempio per quel che riguardava il rapporto con la provincia, dato che i Cassini (parentela che dominò il notariato pubblico di Gambolò fra il Cinque e il Seicento) erano i cancellieri e notai ufficiali anche del contado. Tale controllo pare eccezionale, e non ripetibile nel resto della Lombardia spagnola, soprattutto nel caso della notaria criminale: questa riguardava infatti i casi di bassa giustizia tradizionalmente demandati al feudo. Era quindi abbastanza paradossale che la documentazione in materia fosse affidata alla comunità: questo fu infatti anche l'unico punto su cui il Senatore Polo diede ragione nel 1599 al Litta, trasferendo a quest'ultimo la competenza. Con la morte di Pompeo Litta Gambolò si riprendeva però la notaria, tanto che nel 1619 figurava fra i beni censiti dal notaio Cassini.

Un'eccezione pressoché assoluta alle normali prerogative delle comunità rurali lombarde era rappresentata anche dalla Giudicatura delle Strade. Questa non consisteva in altro che nella «ragione di elegger et deputare il Giudice delle strade di detta Terra di Gambolò»2.66, con funzioni di controllo dello stato delle strade (viabilità, confini, coerenze etc.). Il diritto era tuttavia di essenziale importanza perché involgeva, latamente, l'idea di una ``giurisdizione'' sul territorio, con prerogative sullo stesso e, quindi, relative a possibili autonomie in materia.

Per centrare la questione, possiamo prendere come esempio una serie di conflitti avvenuti a Casorate, nella Campagna Soprana di Pavia, tra il 1548 e il 16282.67. La controversia tra il Vescovo di Pavia, titolare del feudo, e il Fisco iniziava nel 1548 con l'invio di un Giudice delle Strade sul luogo per controllare lo stato della viabilità. Il Vescovo rifiutava però il delegato affermando come la facoltà di nominare il Giudice spettasse unicamente a lui, «essendo ciò giurisdicione d'esso Vescovo». Seguivano lunghe diatribe, finché nel 1628, in occasione di nuove visite da parte del Delegato Regio, un sacerdote ``theologo'' rappresentante della Mensa rifiuta nuovamente la Visita. Il delegato si spostava allora da Casorate, creando una serie impressionante di ``terra bruciata'' al suo passaggio: a Rozzano i consoli si fingono malati per non assisterlo, a Pavia incontra un altro rappresentante vescovile che lo minaccia negando addirittura di conoscere l'esistenza del Magistrato Straordinario, «e ci dico se andarete più a visitare le mie terre vi romperò la testa, per robbare danari alle povere communità, e che il mio volto era una calamita da pugni».

Si trattava di un punto importante perché il diritto di visita e far visitare ne coinvolgeva altri sul territorio: per questo le Visite alle strade crearono sempre nella Lombardia spagnola notevoli frizioni nei luoghi di giurisdizione dubbia, o contesa. Allo stesso modo accadeva per Gambolò. Qui la Giudicatura era oggetto di contenzioso non solo col Litta, ma anche con la Città di Vigevano, che pretendeva, poiché Gambolò fa parte del suo contado «che sia sottoposta alla sua Giurisdittione, et detta comunità pretende il contrario»: la Giudicatura era infatti organizzata su base provinciale, per cui si supponeva che le terre rurali fossero sottoposte in materia al Giudice delle Strade cittadino. Gambolò del resto protestava affermando come ai tempi in cui era sottoposta a Pavia (prima della creazione del Vigevanasco) il Giudice delle Strade cittadino non s'intromettesse nella locale Giudicatura. Troviamo così frequentemente citato per tutto il Seicento, nelle riunioni consiliari di inizio anno, il Giudice delle Strade locale come parte integrante della struttura istituzionale della comunità, accanto ai dodici di provvisione, ai due consoli e al Giudice delle Vettovaglie2.68. Gambolò e Vigevano si erano chiusi al riguardo nel non riconoscimento reciproco del Giudice delle Strade, anche se sappiamo da altra fonte che le visite più importanti in materia si tennero regolarmente anche a Gambolò da parte del Giudice delle Strade cittadino2.69.

Una serie di altri dazi fondamentali, legati a esercizi e beni materiali, chiude la serie delle ``ragioni'' possedute dalla comunità. Innanzitutto, il diritto di esercire osteria. Si tratta di un dazio che nella Lombardia del Seicento era posseduto per la stragrande maggioranza da feudatari o privati2.70, e che nel nostro caso rimase invece in possesso della comunità per tutta l'età moderna2.71. Il dazio riguardava la «ragione di far hostaria et vender vino a minuto, con obligo di dar licenza a tutti queli che vorranno di vender vino a minuto pagando però al fittabile di detto dacio soldi vinti per cadauna brenta di vino et questi che daciaranno il vino non possono alloggiar alcuno di notte, ne meno cavalli»2.72. Il controllo degli ospiti, in particolar modo, appare strettamente sorvegliato sia dall'Incantatore come dallo stesso Podestà della terra2.73. Attraverso il possesso del dazio, quindi, la comunità, oltre a un emolumento più che discreto, finiva per avere un più stretto controllo sia sull'ospitalità come anche sulle ``essecutioni'': era infatti prassi che sia i pegni pignorati (bestie comprese) come anche le persone ``capturate'' fossero portati all'osteria in attesa dell'incanto o della liberazione (e/o incarcerazione).

Infine, Gambolò possedeva il controllo del commercio, per mezzo del possesso del «dacio della pesa della mercantia, cioe la ragione di scoder da tutti li forestieri, che vendono o comprano in detta Terra, et suo Territorio le infrascritte robbe et mercantie all'ingrosso la tassa infrascritta», e cioè sei denari per libbra di seta o drappi, rubbo di ``gallette'' (bachi da seta), d'olio, sapone, formaggio, burro, e mascarpone, pesce, ``corame'' (cuoio animale) e pelli, nonché per ogni centenaro di foglie di ``moroni'' (gelsi); tre denari per ogni centenaro o fasso di fieno; e due denari «per qualsivoglia mercantia oltre le sudette per ogni soma»2.74. Mancava infatti nel borgo un mercato settimanale, contrariamente ad altre terre di dimensioni pari a quella di Gambolò (e magari con tradizioni istituzionali e di autogoverno minori): un'assenza spiegabile probabilmente con la vicinanza della ``mercantile'' Vigevano. Mancano del resto discussioni sul tema nella documentazione secentesca, per esempio nei ``Convocati'' del Consiglio, che paiono certo più preoccupati di mantenere le loro prerogative tradizionali che non di crearne di nuove, potenzialmente dannose per il sistema. A questo ``clima'' di fondo si può connettere un probabile desiderio da parte delle principali parentele di rimanere appartate, mentre tenere un mercato avrebbe significato una potenziale (e quanto voluta?) apertura a tutte le terre circostanti. Ciò non toglie che il Consiglio cercasse di estendere la sua influenza alla ``mercanzia'' che pur si commerciava in assenza di mercato: in particolare gelsi, bachi da seta e tessuti2.75 e prodotti dell'allevamento derivanti dai molti pascoli comunali2.76.

Vi era poi tutta una serie di ``Capitoli'' e servizi legati ai numerosi beni stabili della comunità e all' ``ambiente'' in senso lato. Servizi che, per la loro particolare natura, erano rivolti non solo ai terreni in diretto possesso della comunità, ma a tutti quelli appartenenti agli abitanti. Tipici casi, i ``campari'' (guardiani dei campi) e la lista della ``porcaria''. I Capitoli delle camparie della campagna soprana e territorio di Gambolò del 1634, per esempio, affidano ai campari il controllo del territorio affinché non subisca danni da bestie o furti, compresi «tutti li beni goduti ò lavorati a massaritio ò altrimenti da persone che sostengono e pagano li carichi personali con detta comunità, ancorché tali bini non siano catastrati ne censiti con essa»2.77. Ugualmente, Gambolò gestiva per tutti gli abitanti un servizio di ``porcaria'', consistente in «mentre che non faccia cattivo tempo o di neve o di pioggia pigliar la custodia et guardia tutti li porci delli particolari di detta Terra, et ogni mattina andar o mandar ad aprir li stabij et lasciar fuori li porci et condurli o farli condur a pascere et haverne buona cura» per poi riconsegnarli la sera ai proprietari2.78.

A uguali incanti, come già accennato, si procedeva sia per il taglio e la vendita della legna cedua (regolamenti che prescrivevano quasi sempre di tagliare solo determinati tipi di piante e non altri, come gli ``alberi da cima'', che dovevano invece essere lasciati in godimento alla comunità2.79), per il fitto dei prati e delle erbe (``herba vionessa'') nonché di alcuni campi aratori. Propongo qui un breve ``specchietto'' di incanti fatti dalla comunità tra fine Cinquecento e Seicento:

Tabella 2.5: Incanti 1596-1652
Anno Bene comunale Entità fitto Incantatore
1596 Legne cedue bosco ``Franzina'' 12 lire e 3 soldi Augusto Beccaria
1596 Legne cedue bosco ``Buseca'' 14 lire 7 soldi e 6 denari Defendente Naj
1597 Misura del grano 20 e 5 soldi Giacomo Bianchi
1597 Misura della brenta 7 e 10 Jacomo Carnevale
1597 Pesa della mercanzia 34 Bernardino Cotta Ramusino
1619 Pesa della mercanzia 100  
1634 Dazio della Macina 8.300 Pietro Antonio Beccaria
1652 Osteria grande 132 Agostino Naj

In merito a un discorso che sarebbe molto complesso, mi preme qui accennare ad almeno due aspetti: il ruolo di sostegno all'economia locale che ebbe un sistema di incanti generalizzato e in mano alla comunità; e la partecipazione delle parentele alle gare. Di fatto, si può notare che per gran parte del Seicento il valore d'incanto dei dazi si mantenne su buoni livelli, anche se irregolare per certi periodi (gli anni Venti e Trenta); un'irregolarità che non sembra, peraltro, interpretabile mediante un ragionamento incentrato sull'andamento di mercato dei prodotti-base (per esempio, il grano)2.80. Ma, per usare una colorita espressione del Consiglio, la «causa delli datij et anco le altre vanno precipitandosi» più che altro nella seconda parte del secolo, negli anni Settanta2.81, nel peggior momento di ``anarchia'' politica del borgo, quando le liti col Marchese ingoiavano l'intero bilancio comunale e, cosa assai peggiore, esaurivano la forza delle istituzioni: si pensi che in questo periodo il Consiglio era stato ridotto d'ufficio ad appena dodici membri dai sessanta precedenti. Ancora nel 1663 il fitto del prestino raggiunge prezzi paragonabili a quelli di inizio secolo, spuntando 700 lire l'anno, mentre l'osteria appare in forte calo venendo affittata a 198 lire annue (esclusa però la casa)2.82.

Quello che importa sottolineare è tuttavia come un sistema di incanti così ampio, cui partecipavano vari membri delle principali parentele, poteva fungere da notevole stimolo economico, almeno finché i dazi e le strutture istituzionali (ancor più che il ``mercato'', ammesso che si riesca a definire con precisione quest'ultimo concetto per l'epoca e la zona considerata) rimanevano indisturbati. Si prenda il grande incanto per il dazio della macina del 1634, che ottenne un valore finale, mai raggiunto, di 8.300 lire, cifra spropositata se la paragoniamo ad esempio alla media di tutte le entrate del borgo negli anni Cinquanta-Sessanta, che era attorno alle 4.000 lire2.83. Alla gara partecipano alcuni dei principali esponenti delle parentele: Antonio Carnevale con Francesco Dogliolo (come fideiussore), Francesco Bernardino Cassini con un Pastor Merlo (fideiussore), Alessio Raverta con Gio. Batta Scevola, e Pietro Antonio Beccaria (con Antonio Marchese), il vincitore. Si trattava di gare ``interne'', endogamiche, al tempo stesso una ``torta'' da spartire fra le parentele e un terreno di lotta, in cui vigeva il sistema delle alleanze (qui fra incantatore e fideiussore). In questo, riproduzione fedele della vita politica, che prevedeva nelle sue fasi originarie, prima delle riforme di inizio Seicento, l'attuazione di una serie di ``alleanze mobili'' e intercambiabili fra le varie parentele per eleggere i membri dei Sessanta. Una notevole solidarietà interna, quindi, che fungeva da sostrato alla competizione politica ed economica (le aggiudicazioni dei beni comunali) fra le parentele2.84. L'importanza del conflitto col Litta risiede proprio in queste caratteristiche, poiché il feudatario cercò di togliere alla comunità la base stessa su cui si radicava, i beni comunali (con le folte garanzie che li contraddistinguevano: Giudicatura delle Vettovaglie, delle Strade, le due notarie) e il meccanismo ``parentale'' di elezione del Consiglio. Se, peraltro, non ci riuscì, grazie alla coesione interna a Gambolò (una coesione fondata sul sistema del ``sangue'' e su quello dell'alleanza), certo contribuì, assieme ad altri fattori, a modificare molti dei caratteri ``originari'' della comunità.

Figura 2.1: Elezioni del Consiglio dei Sessanta del 1596
\includegraphics[width=13 cm]{elezioni.ps}

Figura 2.2: Riunione dei ``Convocati'' del Consiglio del 26 aprile 1648 che decide come i creditori possano organizzare proprie scosse per il recupero del capitale
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2005-06-27