John Fante

 

 

La strada per Los Angeles
(1930, ma pubblicato postumo nel 1985)- Marcos y Marcos, pag. 168

la strada per los angeles"Ho sette mesi di tempo e 450 bigliettoni per scrivere un romanzo. Mi pare piuttosto straordinario", scrive John Fante a un amico, "dentro ci sono alcune cosette che metterebbero il fuoco al culo a un lupo. Forse è un pochino troppo forte, cioè mancante di 'buon' gusto. Ma non me ne importa niente".
Ebbene, questo romanzo "un pochino troppo forte" segna l'esordio di un indimenticabile eroe della letteratura del nostro secolo: Arturo Gabriel Bandini. Tenero e ribelle, ingenuo e rancoroso, Bandini è in eterno, adolescenziale conflitto con la parte di mondo che gli capita a tiro, e cambia volto e umore, spesso passando dal paradiso all'inferno, nel giro di poche righe. C'è ad esempio un Bandini-Führer che attacca un branco di granchi facendoli a pezzi impietosamente, un Bandini erotomane che si tappa con le sue riviste pornografiche nello "stanzino dei vestiti", un Bandini saccente, lettore esaltato di Nietzsche e di Spengler, che si vendica sul padrone del fetente conservificio dove lavora chiedendogli un parere sul superomismo...

... All'altezza della banca toccai il punto in cui aveva sfregato il fiammifero. Eccolo, sui miei polpastrelli. Magnifico. Un piccolo frego nero. Oh, frego, il tuo nome è Claudia. Oh, Claudia, ti amo. Ti bacerò per provarti la mia devozione. Mi guardai intorno. Non c'era nessuno nel raggio di due isolati. Mi sporsi e baciai quel frego nero...

***

l'inizio...

Ho fatto un sacco di lavori al porto di Los Angeles perché la nostra famiglia era povera e mio padre era morto. Il mio primo lavoro, poco dopo la maturità, fu quello di spalatore di fossi. Di notte non potevo dormire per via del mal di schiena. Stavamo facendo uno scavo in un terreno, non c'era neanche un po' d'ombra, il sole picchiava dall'alto di un cielo senza nuvole, e io giù in quella buca a scavare insieme con due cani da valanga che avevano una vera passione per lo scavo, sempre là a ridere e a raccontarsi barzellette, ridendo e fumando un tabacco puzzolente.
Incomincia come una furia; loro ridevano, e dissero che dopo un po' avrei imparato una cosa o due. Pala e piccone diventarono pesanti. Succhiavo le mie vesciche piagate e odiavo quegli uomini. Una volta a mezzogiorno mi sedetti,stanco , a guardarmi le mani. Dissi a me stesso: perché non lo lasci perdere, questo lavoro prima che ti uccida?
Mi alzai e lanciai la pala nella terra.
"Ragazzi " dissi "io ho chiuso. Ho deciso di accettare un lavoro per l' Ente Porto".
Il lavoro successivo fu quello di lavapiatti. Tutto il tempo a guardare fuori da un buco di finestra attraverso la quale, giorno dopo giorno, vedevo mucchi di immondizie, e le mosche che ci ronzavano intorno, ed ero come una massaia davanti alla sua pila di piatti, con le mani che mi si ribellavano quando li guardavo nuotare come pesci morti in quell'acqua bluastra. Un cuoco grasso era il capo. Sbatteva padelle e mi faceva lavorare. Ero felice quando una mosca atterrava sulla sua grossa guancia rifiutandosi di ripartire. Quel lavoro lo feci per quattro settimane. Arturo, mi dissi, il futuro di questo lavoro è assai limitato; perché non lo lasci stasera? Perché non dici a quel cuoco di andare a farsi fottere ?
Non mi riuscì di aspettare fino a sera. A metà di quel pomeriggio d'agosto, con una montagna di piatti da lavare davanti a me, mi tolsi il grembiule. Mi venne un sorriso.
"Che c'è di tanto divertente?" disse il cuoco.
"Ho chiuso. Finito. Ecco che c'è di tanto divertente".
Uscii dalla porta posteriore, un campanello trillò. Lui rimase a grattarsi la testa in mezzo all'immondizia e ai piatti sporchi. Ogni volta che pensavo a tutti quei piatti mi veniva da ridere, mi è sempre sembrato così divertente.

***

frammenti..

[…] Arrancai sotto il ponte ed ebbi la sensazione di essere l'unico che l'avesse mai fatto. Le piccole onde del porto lambivano le rocce lasciando qua e là pozzanghere di acqua verde. Alcune rocce erano rivestite di muschio, su altre c'erano graziose macchie di cacca d'uccello. Mi arrivava l'odore greve del mare. Sotto i piloni era così freddo e buio che non e che ci vedessi molto. Dall'alto mi arrivava il rumore del traffico, il suono dei clacson, le urla degli uomini, lo schiocco degli autocarri sopra le traverse di legno. Un fragore terribile che mi martellava le orecchie; e se gridavo, la voce se ne andava avanti per qualche piede e mi ripiombava addosso, come se fosse stata fissata a una striscia di gomma. Arrancai lungo le rocce finche uscii alla luce del sole. Era uno strano posto. Per un attimo ebbi paura. Poco più in là c'era una grande pietra, più grossa delle altre, con la cresta tutta segnata dalla cacca bianca dei gabbiani. Era la regina di tutte quelle pietre, incoronata di bianco. Mi avviai.
Tutt'a un tratto ogni cosa, ai miei piedi, prese a muoversi. Era il movimento rapido e molle di qualcosa che strisciava. Trattenni il respiro, sul chi vive, e cercai di orientare il mio sguardo. Erano granchi! Quelle pietre erano vive e ne brulicavano. Avevo una tale paura che non potevo muovermi, e il rumore dall'alto era nulla paragonato ai palpiti del mio cuore.
Mi addossai a una pietra e mi tenni la faccia tra le mani fino a quando la paura se ne fu andata. Quando tolsi le mani riuscii a vedere nell'oscurità: era grigio, faceva freddo, era come un mondo sotterraneo. Un posto grigio e solitario. Per la prima volta diedi un'occhiata adeguata alle cose viventi che l'abitavano. I granchi più grossi avevano la stazza di mattoni, silenziosi e crudeli si issavano sulla cima di quelle grandi pietre, muovendo voluttuosamente le antenne minacciose, quasi fossero braccia di ballerine di hula, con quei piccoli occhi maligni e ripugnanti. Erano un sacco più numerosi quelli piccoli, grandi all'incirca come la mia mano, che brulicavano attorno alle piccole pozze nere alla base delle rocce, arrancando l'uno sull'altro, spingendosi a vicenda in quello sciabordio nerastro, in lotta per conquistarsi una posizione sulle pietre. Si divertivano.
C'era un nido di granchi ancora più piccoli al miei piedi, ciascuno grande come un dollaro, tutto un attorcigliamento di zampe mischiate assieme. Uno mi si aggrappò al risvolto dei pantaloni. Lo tirai via e lo tenni con le dita mentre si dibatteva disperatamente cercando di morsicarmi. Ma lo tenevo, e non aveva scampo. Tirai indietro il braccio e lo sbattei contro una pietra. Scricchiolò, morto fracassato; per un attimo rimase attaccato alla pietra, poi scivolo giù, stillando sangue e acqua. Raccolsi quel guscio rotto e assaggiai il fluido giallastro che ne usciva, salato come acqua di mare, e non mi piacque. Lo scagliai lontano, nell'acqua profonda. Galleggiò fino a quando uno sperlano non gli venne vicino esaminandolo e prendendo poi a morsicarlo voracemente fino a trascinarlo fuori dal mio campo visivo. Le mie mani insanguinate e attaccaticce puzzavano di mare. Di colpo sentii crescere in me una frenesia: dovevo uccidere questi granchi, tutti quanti.
I piccoli non mi interessavano, erano i grossi che volevo uccidere e uccidere. I grossi di quella compagnia erano forti e feroci e avevano mascelle possenti. Erano avversari degni del grande Bandini, Arturo il conquistatore. Mi guardai intorno ma non potei trovare un palo o un bastone. Sull'argine di cemento c'era un mucchio di sassi. Mi rimboccai le maniche e cominciai a scagliarli verso il granchio più corpulento che avessi visto, uno che stava dormendo su una pietra a venti passi da me. I sassi gli atterravano tutt'intorno, a non più d'un pollice, volavano schegge e scintille, ma lui neanche apriva gli occhi per vedere che cosa stesse succedendo. Mi ci vollero circa venti tiri prima di centrarlo. Fu un trionfo. Il sasso gli sfondò la schiena col rumore di un cracker che si spezza. Lo trapassò inchiodandolo alla pietra. Poi cadde in acqua: bolle verdastre e schiumose lo inghiottirono. Lo guardai scomparire e agitai il pugno in segno di minaccioso congedo mentre calava verso il fondo. Addio, addio! Di certo ci rivedremo in un altro mondo; non mi dimenticherai, Granchio. Per sempre, per sempre mi ricorderai come il tuo conquistatore!
Ucciderli coi sassi era troppo dura. I sassi erano cosi affilati da tagliarmi le dita nel raccoglierli. Mi lavai il sangue e il fango dalle mani e mi avviai nuovamente. Mi arrampicai sul ponte e mi misi a camminare per la strada verso un negozio di forniture navali che stava tre isolati più avanti e dove si vendevano armi e munizioni.
Dissi a quella faccia bianca di un commesso che volevo comprare un fucile ad aria compressa. Me ne mostrò uno molto potente e io cacciai i soldi e lo comprai senza batter ciglio. Il resto dei dieci dollari lo spesi in munizioni: pallini. Ero ansioso di tornare sul campo di battaglia, perciò dissi al faccia bianca di non impacchettarmi le munizioni ma di darmele così com'erano. Lui dovette pensare che era strano e mi lanciò un'occhiata mentre prendevo quei cilindretti dal bancone e uscivo dal negozio il più svelto possibile, ma senza correre. Fuori presi a correre e fu allora che ebbi la sensazione che qualcuno stesse osservandomi e mi guardai attorno, e ovviamente il faccia bianca stava sulla porta, mi stava scrutando nell'aria calda del pomeriggio. Rallentai l'andatura, la trasformai in una camminata rapida, ma svoltato l'angolo ripresi a correre.
Sparai al granchi per tutto quel pomeriggio, fino a che la spalla su cui appoggiavo il fucile cominciò a dolermi e cominciarono a bruciarmi gli occhi per il troppo prendere la mira. Ero Bandini il Dittatore, l'Uomo d'Acciaio di Grancovia. E questo non era altro che un nuovo Bagno di Sangue per il bene della Patria. Ci avevano provato a depormi, quei granchi dannati: avevano avuto l'ardire di cercare di fomentare una rivoluzione, e io mi stavo vendicando. Ma pensa! C'era di che infuriarsi. Questi granchi maledetti da Dio avevano addirittura messo in dubbio il potere di Bandini il Superuomo! Che cosa gli era preso, che erano diventati così presuntuosi? Beh, avrebbero avuto una lezione indimenticabile. E questo sarebbe stato il loro ultimo tentativo di rivoluzione, perdio. Digrignai i denti. Ma pensa: una nazione di granchi in rivolta. Che ardire! Dio, ero fuori di me.
Caricai e ricaricai finché la spalla mi fece male e mi venne una vescica sul dito del grilletto. Ne uccisi più di cinquecento e ne ferii il doppio. Animosi, venivano all'attacco folli di rabbia e di paura mentre i morti e i feriti uscivano dai ranghi. Era un assedio. Mi si accalcavano intorno. Altri ne venivano fuori dal mare, altri ancora da dietro le rocce, muovendo in gran numero sul pianoro di sassi verso la morte, troneggiante su un'alta roccia fuori dalla loro portata.
Radunai un po' di feriti in una pozza, convocai un consulto militare, e poi decisi di affidarli alla corte marziale. Uno alla volta, li trascinai fuori dalla pozza, il sistemai davanti alla canna del futile e premetti il grilletto. Ci fu un granchio dai colori brillanti e pieno di vita, che mi fece l'impressione di una donna: di sicuro era una principessa fra quei rinnegati, una granchia ardimentosa seriamente piagata, con una gamba in meno e un braccio penosamente penzoloni. Mi spezzò il cuore. Ebbi una nuova consultazione e decisi che, a causa della pressante urgenza della situazione, non ci sarebbe stata alcuna discriminazione fra i sessi. Anche la principessa doveva morire. Era spiacevole, ma si doveva fare.
Col cuore triste diedi l'annuncio, e là, in mezzo ai morti e ai morenti, innalzai una preghiera a Dio, chiedendogli di perdonarmi per questo, per il più bestiale dei crimini di un superuomo: l'esecuzione di una donna. Eppure, dopotutto, il dovere era il dovere, il vecchio ordine andava preservato, la rivoluzione andava schiacciata, il regime doveva continuare, e i rinnegati dovevano perire. Per qualche tempo parlai in privato con la principessa, estendendo a lei le scuse formali del governo Bandini e, attenendomi al suo ultimo desiderio - voleva che le permettessi di ascoltare La Paloma - gliela fischiettai con gran sentimento, tanto che, verso la fine, mi venivano le lacrime. Puntai il fucile contro il suo bel viso e premetti il grilletto. Morì all'istante, gloriosamente, in una fiammeggiante miscela di guscio e di sangue giallastro.
Per rispetto e ammirazione, feci sistemare una pietra sul luogo dove era caduta, incantevole eroina di una delle più indimenticabili rivoluzioni del mondo, perita nelle sanguinarie giornate di giugno del governo Bandini. Era stata scritta la storia, quel giorno. Feci il segno della croce su quella pietra, la baciai riverente, persino con un filo di passione, e restai a capo chino in quella momentanea pausa dell'attacco. Ironia di quel momento! Ebbi come un'illuminazione, e realizzai che quella donna io l'avevo amata. Eppure... animo, Bandini! L'attacco riprendeva. Poco dopo, colpii un'altra donna. Non era altrettanto seriamente ferita, più che altro era lo choc. Fatta prigioniera, mi si offrì anima e corpo. Mi scongiurò di risparmiarle lo vita. Risi, diabolico. Era una creatura squisita, rossiccia e rosata, e soltanto una conclusione che già mi appariva scontata fece si che aderissi alla sua toccante offerta. Là, sotto il ponte, nell'oscurità, la devastai mentre mi supplicava di avere pietà. Ancora ridendo la portai fuori e la feci a pezzi, scusandomi per la mia brutalità.
Quella carneficina finalmente si fermò allorché mi venne il mal di testa per avere troppo sforzato gli occhi. Prima di andarmene diedi un'ultima occhiata in giro. Quella scogliera in miniatura era tutta macchiata di sangue. Era un trionfo, una vittoria molto grande per me. Mi addentrai fra i caduti e parlai loro con accenti consolatori perché, per quanto fossero stati miei nemici, ero un uomo di nobile cuore e li rispettavo e ammiravo in virtù della resistenza valorosa che avevano opposto alle mie legioni. - La morte è arrivata per voi - dissi. - Addio, cari nemici. Foste coraggiosi nel combattere e ancor più coraggiosi nel morire, e il Fuhrer Bandini non lo ha dimenticato. Apertamente egli tesse il vostro encomio, pur nella morte -. Ad altri dissi: - Addio, codardi. Sputo su voi, disgustato. La vostra codardia ripugna al Fuhrer. Odiosa gli è la codardia quanto gli è odioso un morbo. Non vi perdonerà. Possano le maree mondare la terra dal crimine della vostra codardia, canaglie -.
Mi riarrampicai verso la strada proprio mentre incominciavano a farsi sentire le sirene delle sei, e mi avviai verso casa. In uno spiazzo più avanti c'erano dei ragazzi che giocavano a palla, e diedi loro fucile e munizioni in cambio di un coltello da tasca che uno di loro dichiarò valere almeno tre dollari, ma non mi faceva fesso, perché sapevo che quel coltello non costava più di cinquanta centesimi. Tuttavia volevo sbarazzarmi del fucile, così conclusi l'affare. I ragazzi pensarono che fossi un fesso, e glielo lasciai pensare.

***


Mattina, è ora di alzarsi, e allora alzati, Arturo, va' a cercarti un lavoro. Va' là fuori a cercare ciò che non troverai mai. Sei un ladro, un killer di granchi, un donnaiolo da stanzino dei vestiti. Tu non lo troverai mai, un lavoro.
Ogni mattina mi alzavo con questo stato d'animo. Ora devo trovarmi un lavoro, mannaggia l' inferno. Facevo colazione, mi mettevo un libro sottobraccio e le matite in tasca e mi avviavo. Giù per le scale, in strada, a volte c'era freddo a volte caldo, a volte c'era nebbia a volte era sereno. Non aveva mai molta importanza, con un libro sottobraccio, andare in cerca d'un lavoro.
Che lavoro, Arturo? Oh oh! Un lavoro per te? Ma ti sei guardato, ragazzo? Un killer di granchi. Un ladro. Che guarda le donne nude nello stanzino dei vestiti. E tu ti aspetti di trovare un lavoro! Che ridere! Eccolo qua, l'idiota col suo grosso libro. Dove diavolo stai andando, Arturo? Perché fai questa strada e non quell'altra? Perché a est e non invece a ovest? Rispondimi, ladro! Chi vuoi che te lo dia un lavoro, porco che sei, chi? Ma c'è un parco dall'altra parte delta città, Arturo. Si chiama Banning Park. E’ pieno di magnifici eucalipti e di prati verdi. Un gran posto per leggere! Vacci, Arturo. Leggi Nietzsche. Leggi Schopenhauer. Stattene in compagnia dei potenti. Un lavoro? Puah? Vatti a sedere sotto un eucalipto a leggere un libro cercando un lavoro.
Eppure qualche volta lo cercavo, un lavoro.

***

Sveglio o addormentato, che importava? La odiavo, la fabbrica, e puzzavo sempre come una sporta piena di pesce.
Non mi lasciava mai, quel tanfo di cavallo morto sul ciglio della strada. Mi inseguiva per via. Entrava con me nei palazzi. Quando la sera m'infilavo nel letto, eccolo ancora lì, come una coperta che tutto mi avvolgeva. Nei miei sogni, poi, c'era pesce, pesce e ancora pesce, sgombri che guizzavano qui e là dentro una pozza nera, e io legato a una trave che veniva calata in quella pozza. Il tanfo era nel mio cibo e nei miei abiti, me lo sentivo perfino sullo spazzolino da denti. A Mona e a mia madre capitava uguale. Alla fine era diventato così nauseabondo che quel venerdì mangiammo carne per cena. Mia madre non sopportava l'idea del pesce, anche se era peccato non mangiare pesce.
Fin da ragazzo mi era ripugnato anche il sapone. Non avrei mai creduto che mi sarei abituato a quella roba viscida e untuosa e al suo odore molliccio da effeminati. Adesso però lo usavo contro il tanfo di pesce. Facevo più bagni che mai. Un sabato feci due bagni, uno dopo il lavoro, e un altro prima di andare a letto. Ogni sera rimanevo nella vasca a leggere libri finché l'acqua diventava fredda e sembrava risciacquatura. Strofinavo il sapone sulla pelle finché non luccicava come una mela. Ma non aveva senso: era una pura perdita di tempo. L’unica maniera per sbarazzarsi di quell'odore era: piantare la fabbrica. Quando uscivo dalla vasca puzzavo sempre di due odori mischiati: sapone e pesce morto.
Tutti capivano chi ero e che cosa facevo quando mi sentivano arrivare. Essere uno scrittore non bastava a consolarmi. Sull'autobus ero riconosciuto all'istante, a teatro lo stesso. E’ uno di quei ragazzi del conservificio. Dio buono, sentite che odore?

 

 

 

il prossimo libro è Full of life

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