LUIGI BOTTA PER SAVIGLIANO

CULTURA

LE OLTRE 2000 QUALITÀ DI GRANO DONATE DAL CAPITANO STEVANO AL COMUNE DI SAVIGLIANO

Chi ha una certa età non può non ricordare l'affascinante spettacolo che offriva, nel corridoio dell'ultimo piano del palazzo municipale di corso Roma in Savigliano, l'importante collezione di grano che ampie e rigorose bacheche in legno distribuivano lungo le pareti, suddivisa in sezioni ed intercalata da porte e finestre. Le prime si aprivano su una parte della sede primitiva del Museo civico saviglianese, quella che ospitava il nucleo originale -la donazione Teresa Milanollo-Parmentier che alimentò all'inizio del '900 la prima ricchissima collezione- della raccolta di reperti storici cittadini, e sui locali nei quali antichi armadi di noce conservavano e tramandavano le memorie scritte della città, a partire dai documenti pergamenacei di poco «superiori» all'anno Mille sino ai registri manoscritti che fissavano nero su bianco gli atti amministrativi saviglianesi d'inizio Novecento. Le seconde, invece, si affacciavano con tutta la loro trasgressiva ed invadente luminosità (perché l'edificio era sorto sul finire del secolo precedente per ospitare le Scuole Elementari maschili e quindi doveva risultare, oltre l'apparenza, piuttosto austero) sul corso più importante della città, prima dedicato all'astronomo Schiaparelli, poi all'importante ed antica famiglia dei Del Sole ed infine, in periodo fascista, a Roma, città eterna, alla quale, secondo una tradizione in voga quando ancora la televisione non aveva omogeneizzato la gioventù studentesca e fatalizzato il destino dei pensionati, tutte le strade erano destinate a condurre.

Ebbene, il lungo corridoio -cinquanta e più metri lineari- era interamente occupato (porte e finestre a parte) dalle bacheche che ospitavano questa singolare raccolta. Chiunque in anni pre bellici avesse visitato il Museo civico era costretto a transitarvi dinnanzi, mentre chiunque si fosse trattenuto più di tanto in attesa di essere ricevuto da qualche impiegato comunale non mancava di curiosare tra spighe e chicchi di grano, magari tentando di indovinarne la provenienza e, forse, con pretese tecnico-scientifiche, individuarne la resa alle nostre latitudini. Era diventata un'abitudine più o meno quotidiana. Gli scolaretti Elementari venivano accompagnati ad una visita almeno un paio di volte nel corso del ciclo di studi. La loro curiosità era tanta e sovente trovava conferma ed era stimolata da una tradizione che Savigliano aveva coltivato nel tempo ed ancora coltivava in tutto il suo territorio. Quella di essere una città prevalentemente agricola, con il dna che sapeva di stalla, di formaggio nostrale e di granoturco, e la pelle segnata superficialmente dai ghiribizzi stagionali. Una città data in prestito all'industria in tempi ottocenteschi per un'impresa -la ferrovia Torino-Savigliano, la seconda d'Italia- che suonava a tutti come un bel vanto destinato ad imprimersi anch'esso nei cromosomi indelebili della storia locale. Ma una città ancor fondamentalmente agricola.

Il grano, così come presentato e come riconosciuto da chiunque, apparteneva ad ogni realtà sociale ed economica territoriale: anche perché non esisteva un solo cittadino che non annoverasse tra i parenti di primo o di secondo grado -o comunque tra gli amici- qualcuno degli oltre settemila residenti, su poco meno di ventimila, dediti all'agricoltura. Savigliano era considerato più o meno da sempre un grosso paese di campagna. A tal punto che la sua festa più popolare e più azzeccata, quella che si consumava con gran successo ogni anno proprio a conclusione del periodo della battitura dell'importante cereale e che la si attendeva con ansia da un anno all'altro, portava il nome di «Sagra del grano». Aveva origine fascista ed era legata in qualche modo a Mussolini (che la tradizione racconta aver sfilato in pompa magna in città tra due ali quasi chilometriche di trattrici ed aver poi affrontato una trebbiatura del grano, non si sa bene se a torso nudo o vestito, nel campo di Levaldigi successivamente destinato ad ospitare la pista dell'aereoporto), a Badoglio ed al re Vittorio (intervenuti ufficialmente all'inaugurazione di una delle prime ed importanti feste agostane del grano).

Le bacheche all'ultimo piano del municipio rappresentavano un elemento di grande curiosità per tutti. Non incutevano timore, come la lapide oscura del «Venerabile Gudiris» dell'annesso Museo, caratterizzata dalla croce merovingica grondante sangue perché spezzata dalla violenza del taglio di una spada, e non imponevano tristezza od inquietudine, come i lacrimatoi romani di vetro rinvenuti nel territorio che -i maestri di scuola narravano- erano destinati a contenere lacrime ed olii che accompagnavano i morti nelle loro tombe. Il grano, al primo colpo d'occhio, così estivo, copioso ed allineato, era allegro, cromaticamente vivace, scacciapensieri, e rappresentava il seme della vita. Quella vita che, proprio con la spiga, nel segno della fertilità, della rinascita, del risveglio, dell'abbondanza e della crescita, si vede rappresentata come simbolo solare ed è cara a tutte le culture di ogni tempo. Le bacheche erano lignee coi bordi colorati, caratterizzate da una facciata verticale a riquadri in vetro, contenente un'infinità di frumento. Il corpo principale poggiava su un supporto più o meno orizzontale, anch'esso con copertura in vetro, al cui interno facevano bella mostra di sè mazzi di graminacee dorati. Sottoposto alla struttura espositiva un capientissimo armadio ad ante lignee era esteso su tutta la lunghezza e risultava ricolmo di materiali cui la necessità e lo spazio avevano impedito il giusto risalto.

La pavimentazione in asfalto del corridoio, nera e costantemente sudicia, sottoposta alle variazioni di temperatura, conteneva la memoria «storica» della posizione occupata in origine dalla lunga ed articolata teoria di bacheche. Segnalava gli spostamenti ed indicava, tra fosse e fossette più o meno evidenti, a seconda del peso, della superficie d'impatto e della posizione lasciata sul suolo, le necessità di utilizzo del locale: ogni qualvolta gli inservienti erano chiamati a trasferire, anche soltanto di poco, gli ingobranti mobiloni, la traccia del passaggio di questi ultimi rimaneva indelebile come un segno graffito dall'uomo su una roccia preistorica.

Quante fossero le qualità di graminacee raccolte e catalogate, l'una di fianco all'altra, l'una sovrastante o sottostante l'altra, nessuno lo sapeva. I numeri progressivi indicati sui cartellini di schedatura superavano di un bel po' il duemila. Ma era certo che non tutto il materiale fosse catalogato e non tutto l'esposto rappresentasse la fatica di chi, con pazienza e perseveranza, aveva voluto mettere insieme una siffatta collezione. Ogni contenitore sottovetro ospitava, oltre alla targhetta manoscritta indicante la qualità, la denominazione del grano, il luogo di provenienza, la resa colturale ed altre notizie che sono svanite nella memoria del tempo, un bel mazzetto di rigogliosissime spighe ben disposte e fissate alla parete di fondo, oltre ad una manciata di chicchi presentati con la giusta evidenza nella loro «sezione» più visibile e riconoscibile.

Era stato Vincenzo Stevano, un ufficiale dell'esercito italiano, a dedicare gli anni della propria meritata pensione alla raccolta quasi maniacale di tutto questo materiale. Era frumento coltivato ad ogni latitudine (dall'Africa all'Oceania, dall'Asia alle Americhe e, naturalmente, all'Europa), richiesto non si sa bene a chi, dove e con quale mezzo, ed atteso sicuramente lungo tempo per il suo trasporto a Savigliano. E, proprio in Savigliano, luogo ove il grano era di casa sicuramente ancor prima della venuta di Mussolini, il vecchio ufficiale aveva provveduto alla semina dello stesso nel proprio podere periferico che la tradizione orale voleva presso la Madonna delle Grazie, sulla strada del Maresco, oltre la Consolata. Poca terra, ma intensamente coltivata e lavorata a riquadri, delimitata e segnalata in base alla qualità, quantità e provenienza del frumento. Poi, dopo le gelate invernali ed il solleone di luglio, veniva il momento della maturazione, della trebbiatura, dell'essicazione ed infine della catalogazione del raccolto. Infine, dopo anni ed anni di meticolosa lavorazione, giungeva anche il tempo dell'organizzazione dell'esposizione e della messa a disposizione di tutto il materiale, in capienti bacheche, per gli uomini della sua terra. A loro, infine, il compito, con il trascorrere delle stagioni e con la sufficiente tranquillità, di valutare le opportunità di resa e le possibilità di commercializzazione dei diversi tipi di frumento introdotti nel saviglianese.

Era sempre stato Vincenzo Stevano a donare alla municipalità l'imponente ed unica raccolta, affinché potesse diventare veramente pubblica, conservata ed eventualmente anche arricchita, nel corso degli anni, di quelle specie che -ancor lontani i tempi del transgenico e delle mutazioni programmate- la genialità dell'uomo sarebbe riuscita a realizzare con affascinanti ed impossibili incroci genetici. L'aveva vista collocare all'ultimo piano del municipio e sicuramente si era convinto che i suoi concittadini a venire l'avrebbero curata e proseguita con la stessa passione con la quale egli l'aveva realizzata. Anche perché chiunque, all'epoca, avrebbe giurato e spergiurato che il destino di Savigliano, così fortemente agricolo, sarebbe rimasto all'infinito sempre lo stesso e sempre più il benessere dei suoi concittadini e della città in generale sarebbe dipeso dal lavoro dei campi.

Non avrebbe di certo immaginato, l'ufficiale Vincenzo Stevano, che i dipendenti dell'amministrazione comunale, quattro gatti in tutto, sarebbero via via cresciuti necessitando di nuovi e capienti locali da adibirsi ad uffici. Non avrebbe pensato che le richieste pubbliche si sarebbero moltiplicate coinvolgendo gli amministratori, oltreché nelle questioni anagrafiche, di pubblica istruzione, di polizia e nel seppellimento dei morti (che erano forse le principali occupazioni del «pubblico»), anche nell'urbanistica, nella cultura, nell'economia, nell'assistenza, nell'ecologia, nella sussistenza e in un'infinità di altre pubbliche necessità che col tempo si sarebbero imposte alla quotidianità cittadina. Non avrebbe immaginato che un giorno il Museo, dopo essere stato trasferito al piano sottostante e ridotto in un paio di salette, sarebbe stato allontanato e trasferito nei locali dell'ex convento di San Francesco, che ai suoi tempi erano probabilmente occupati dal corpo locale dei pompieri, per trovare in esso definitiva e dignitosa sistemazione. Non avrebbe pensato, allo stesso modo, che il suo grano, dimenticato anche perché la meccanizzazione agricola aveva tolto un bel po' di fascino e di mistero al vecchio mestiere del contadino, agli inzi degli anni Settanta sarebbe stato portato dapprima in un magazzino comunale, poi consegnato alla memoria, in fedele ed ordinato allineamento, in quel salone della caserma Trossarelli che ai suoi tempi era forse adibito a spaccio militare, quindi trasferito nell'ex convento di San Domenico e collocato al primo piano dello stesso a ridosso di un muro di divisione della storica chiesa, ricoperto da teli per evitare un'inutile danneggiamento ed un'assurda dispersione dei chicchi a causa della colonia di colombi torraioli ivi edificanti, successivamente accatastato, con la prima distruzione di bacheche e dispersione del prezioso prodotto catalogato, in un locale annesso, ed infine ulteriormente trasferito, sempre nell'immobile, con nuovo accatastamento ed ulteriore preoccupante danneggiamento.

Tutto ciò, invece, con matematica e millimetrica precisione, era avvenuto di lì a breve. Incredibilmente senza che alcuno, consapevole di quanto si stava compiendo, avesse potuto o voluto muovere un solo dito. Non avrebbe pensato, l'ufficiale Vincenzo Stevano, che più o meno intorno agli anni Ottanta, quindi poco oltre cinquant'anni dall'effettiva donazione del materiale, tutto il suo lavoro sarebbe stato ignorato e dimenticato dalle autorità municipali. Non lo avrebbe di certo immaginato. Non pensava di passare alla storia come il Linneo o l'Allione agricolo del Novecento, ma sicuramente -a parte la strada che gli venne dedicata- credeva che il frutto del suo immenso catalogare avrebbe avuto storia un po' più lunga.

luigi botta

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CHI ERA IL CAPITANO STEVANO, AUTORE DELLA RACCOLTA DI GRANO

COME SI REALIZZÒ PARTE DELLA SINGOLARE RACCOLTA DI CEREALI

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LA MOZIONE CONSILIARE CHE RICHIEDE UN PRONTO INTERVENTO DI RESTAURO

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