Nereo Villa

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 Il Minimo Vitale

in Rudolf Steiner

 

Pretendere che un albero possa stare in piedi senza la terra è insensato come pretendere che l’idea dell’organismo sociale triarticolato di Rudolf Steiner possa sorreggersi senza i suoi fondamenti scientifico-spirituali a carattere antroposofico. Questi fondamenti non sono percepibili mediante libertà di pensiero o di opinione, o mediante mere teorizzazioni astratte, intellettualismi, analiticità, giri di parole, ecc. Steiner infatti non si occupò di (e mai si batté per la cosiddetta) “libertà di pensiero”, che non reputava minimamente evolutiva, considerando ridicole e grottesche queste “libertà”, anche se in riferimento al “pensiero” dei cosiddetti “creativi”: «Le obiezioni sollevate dagli artisti che credono di trovarsi sulle vette artistiche del loro tempo, considerando le cose nella prospettiva dell’evoluzione dell’umanità si rivelano grottesche […] un tale che vuol essere un artista indipendente disse che l’architetto non deve farsi sottomettere dal cliente, ma deve creare da libero artista, secondo la sua volontà. Un bel principio questo poiché, nel caso che il cliente commissioni un fabbricato a magazzino, non sarebbe più molto contento se l’“artista indipendente” gli costruisse una chiesa. Ebbene, di queste battute ce ne sono molte. Invece si è condizionati dal tema funzionale e dal materiale. Il termine “artista indipendente” non ha quindi alcun significato. Vorrei infatti sapere che cosa farebbe l’“artista indipendente” se avesse l’intenzione di realizzare un’opera plastica sulla base della libera creatività artistica, modellando la creta per creare una Venere, e invece della Venere ne uscisse una pecora! Sarebbe per questo un artista indipendente? La parola “arte indipendente” avrebbe il pur minimo senso se un Raffaello ricevesse l’incarico di dipingere la “Madonna Sistina” e ne uscisse una mucca? Raffaello sarebbe stato un artista indipendente, certo, ma non avrebbe dipinto la “Madonna Sistina”! Quindi come per certe cose si ha bisogno solo di un linguaggio, anche qui è necessario un linguaggio unitario. Questi discorsi non hanno infatti nulla a che fare con le reali condizioni necessarie per l’evoluzione dell’umanità; importante è invece che si possieda il senso di una realtà; è che si abbia rapporto con il fare, l’agire, il lavorare» (R. Steiner, “E l’edificio divenne uomo. Verso un nuovo stile architettonico”, 2ª conf., Berlino 5/2/1913, Ed. Antroposofica, Milano 1999).

 

Steiner si occupò invece della liberazione del pensare, che non c’entra nulla con la “libertà di pensiero”. La liberazione del pensare conduce al pensare libero dai sensi, che ognuno può conquistarsi mediante soprasensibile percezione. E quest’ultima non c’entra nulla con l’erudizione o la cultura accademica. Ciò vale anche per la triarticolazione.

 

Lucio Russo, studioso dellOpera Omnia di Steiner, caratterizza come segue la differenza fra “libertà d’opinione” e percezione sovrasensibile: «Vedete, Steiner non parla di “libertà di pensiero”, ma di “liberazione del pensiero”: non c’invita, cioè, a essere dei “liberi pensatori”, ma dei “pensatori liberi” (dai sensi). Rivendicare la “libertà di pensiero” (di opinione) è sacrosanto, ma insufficiente. È come se un detenuto rivendicasse la libertà di muoversi a suo piacimento all’interno del carcere. Immaginiamo che un mago c’incolli al binocolo con cui stiamo guardando qualcosa: non riusciremo più a staccare gli occhi dal binocolo; allo stesso modo non riusciamo nella vita ordinaria a staccare il pensiero dai sensi e dal cervello (se non dormendo). Non si tratta però di scollarsi dal binocolo (dall’intelletto) per gettarlo alle ortiche, ma per conquistarsi la libertà di servirsene o non servirsene. Nei “Dialoghi sulla libertà”, ho raccontato un fatto capitatomi molti anni fa. Stavo a letto, sul punto di spegnere la luce per dormire, quando mia moglie mi disse: “Che fai, dormi con gli occhiali?”; “Sì, perché voglio vedere bene i sogni” risposi scherzando. Mi tolsi poi gli occhiali, spensi la luce, ma, invece di addormentarmi, cominciai a riflettere: “Come mai, in effetti la miopia e l’astigmatismo non m’impediscono di vedere bene i sogni?”. Dopo averci pensato, conclusi: “Li vedo bene, perché non li vedo con gli occhi”. Feci così la piccola grande scoperta che il vedere è altro dagli occhi (che non sono cioè gli occhi a vedere, ma siamo noi a vedere attraverso gli occhi), e che possiamo perciò utilizzarli o non utilizzarli (come nel caso appunto dei sogni). Come dunque il vedere è altro dagli occhi che lo veicolano, così il pensare è altro dal cervello che lo riflette. Per realizzare che il vedere è altro dagli occhi ci basta sognare; per realizzare che il pensare è altro dal cervello, non possiamo invece usufruire di nulla che ci sia dato, come il sogno, dalla natura. Il microscopio o il telescopio ci sono forse dati dalla natura? No, ci sono dati dal lavoro dell’uomo. Ebbene, anche il pensiero immaginativo, ossia il primo livello di pensiero indipendente dal cervello, deve esserci dato dal lavoro dell’uomo su se stesso» (Lucio Russo, “Amor, che ne la mente mi ragiona. Uno studio de La filosofia della libertà di Rudolf Steiner (2013)”, libro autoprodotto dall'autore, pag. 140-141).


Ebbene, Steiner pensò la triarticolazione sociale non come mera teoria, ma con questo tipo di pensiero immaginativo, che apre le porte all’ispirazione ed all’intuizione della realtà. L’errore
che fanno molti sedicenti steineriani è quello di considerarla invece come una teoria. In quanto teoria non conduce però da nessuna parte: senza i necessari fondamenti antroposofici del minimo vitale che Steiner mostrò come una vera e propria legge naturale simile a quella fisica di Boyle-Mariotte (cfr. il video “LEGGE BOYLE-MARIOTTE & MINIMO VITALE”), la triarticolazione è menomata e, in quanto tale, non può essere attuata se non come pretesto per continuare a tassare la gente in nome di un astratto reddito di cittadinanza per schiavi. Chi fatica a comprenderlo è abituato a credere a qualcuno anziché a pensare autonomamente, e ciò avviene perché «gli uomini hanno a poco a poco perso l'abitudine di pensare e pensano solo con i pensieri di chi rappresenta per loro l'autorità» (R. Steiner, "Ritmi nel cosmo e nell'essere umano. L'azione dell'eterico e dell'astrale sull'uomo e sulla terra", 6ª conf., Milano 1993).

L’incapacità di distinguere la concretezza logica (o logica di realtà) dalla logica meramente intellettuale (logica astratta) genera fraintendimenti, incomprensioni, crisi economiche e guerre conseguenti. In base al pre-giudizio secondo cui il solo mondo materiale sarebbe concreto, l’uomo si auto-condiziona ad agire in modo unilaterale ed ideologico. L’auto-condizionamento del pensare gli fa credere che tutto ciò che si astrae concettualmente dal mondo materiale sia astratto, e che pertanto non possa esistere un concetto o una concezione concreta di qualcosa, dato che per lui ogni concepire concetti è sempre astrazione. Non si accorge che questo suo credo gli impedisce la veggenza, data dalla capacità di cogliere la differenza fra una concezione concreta ed una astratta: una concezione concreta è una somma di concetti, cioè un’idea, in base alla quale si sa che da questa si può ricavare una volta una soluzione, mentre un’altra volta una soluzione diversa, e una terza volta un’altra ancora, ecc., e che a seconda delle diverse condizioni esterne si potrà quindi applicare la prima, la seconda o la terza soluzione, ecc.; una concezione astratta è invece un’idea con cui per esempio si da’ per dogmaticamente scontato, o si crede, di essere felici, o di poter rendere felici gli uomini (cfr. R. Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, Milano 1971, 10 ª conf.).

 

Ma una concezione conforme alla realtà non può essere dogmatica, anche se il dogmatismo giura sui suoi dogmi. I dogmi possono farsi valere soltanto in un modo: tiranneggiando la realtà.

 

Se un’idea è veramente conforme alla realtà consiste della realtà stessa, perché vive in essa.

 

La realtà non consiste di sole percezioni sensibili ma anche di percezioni sovrasensibili come, appunto, le idee ed i concetti, che possono essere più o meno pieni di concretezza: «solo grazie a un contenuto concreto posso sapere perché la chiocciola si trovi sopra un gradino di organizzazione più basso del leone» (Rudolf Steiner, “La scienza della libertà” in “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

 

Così come un organismo vivente è mobile e non qualcosa di staticamente chiuso in sé‚ allo stesso modo è vivo un concetto o un’idea conforme alla realtà. Allora l’idea è viva e si sviluppa in varie direzioni come una radice verso il terreno, e/o come il fusto e il fogliame di una pianta verso il cielo.

 

L’osservazione della differenza fra un pensare conforme alla realtà e il dogmatismo è importante e necessaria per la trasformazione delle nostre abitudini negative, che sono innanzitutto abitudini di pensiero. Siamo però ancora molto lontani dal soddisfacimento di questa necessità. Molto più lontani di quanto si sappia. Un esempio della differenza fra astratto e concreto lo abbiamo nei concetti di uomo e di società. Per la scienza ordinaria l’uomo è un’unità. Così la società è intesa come unità, o come Stato unitario. L’anatomista, il fisiologo, considera il cervello, gli organi di senso, i nervi, il fegato, la milza, il cuore, ecc., come organi di un organismo o di un sistema unitario. Le cose però, a guardar bene, non stanno così. Il nostro organismo comporta tre sistemi essenzialmente differenti. L’uomo che si manifesta nel capo, cioè nel sistema neuro-sensoriale, è diverso dall’uomo che si manifesta nel petto, vale a dire nella circolazione e nel respiro, ed ancora diverso dall’uomo che si manifesta nel ricambio, cioè negli arti e nei muscoli. Attività muscolare, attività nervosa, e attività respiratoria, non hanno essenzialmente nulla in comune pur articolandosi fra loro. L’uomo è triarticolato e come tale vive nel mondo. Così è per l’organismo sociale.

Ovviamente, chi è fissato nel pensiero astratto dell’uomo unitario non può scoprire l’ordinamento sociale di cui fa parte come uomo triarticolato.

 

Il filo conduttore è dunque l’articolazione che l’uomo vive nei suoi tre sistemi, riscontrabili simbolicamente nel mondo esterno, dato che l’uomo ha le sue radici in tutti e tre quei mondi, sia dentro di sé che nel mondo esterno.

 

Solo chi considera la propria triarticolazione ha dunque il filo conduttore per osservarne poi le differenziazioni anche nell’organismo sociale di cui fa parte.

 

«L’organismo sociale è formato come quello naturale. E come l’organismo naturale deve provvedere al pensare mediante la testa e non mediante i polmoni, così è necessario che l’organismo sociale sia articolato in sistemi dei quali NESSUNO possa assumere i compiti degli altri e che OGNUNO debba collaborare con gli altri facendo valere la propria autonomia» (R. Steiner, “I punti essenziali della questione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1980, p. 122).

 

«L’uomo è un essere realmente triarticolato secondo il modello della Trinità» (“Esigenze sociali…”, op. cit.).

 

Le prediche pretesche sul dovere di interessarsi agli altri, sono inutili se manca l’interesse reale da uomo a uomo basato sul sentimento di uguaglianza. La sapevano anche gli evangelisti: da uomo a uomo non significa da “santo padre” a uomo, o da “padre”, nel senso di “don”, diminutivo di “dominus”, “eminenza”, “eccellenza”, “signore”, “maestro”, ecc., a uomo! Da uomo a uomo significa: da uomo a uomo. Solo questo può generare comprensione concreta, amore concreto. Resta invece qualcosa di meramente astratto se si dice di amare o di voler amare tutti gli uomini. Vi è pertanto una bella differenza fra l’amore concreto e l’amore astratto.

 

L’amore è come il caldo che la stufa sviluppa riscaldando. Predicare l’amore dal pulpito è come dire a una stufa: poiché tu sei una stufa è tuo dovere riscaldare la stanza. Se però non si accende il fuoco, l’esortazione morale non serve (cfr. ibid.).

 

Un altro esempio della differenza fra astratto e concreto lo abbiamo nel concetto di “sociale”. Tutto il “sociale” che continua a presentarsi ovunque come partitocrazia, “social network”, comunismo, comunitarismo, marxismo, cattocomunismo, ecc., lo chiamo dal 1999 “mentecattocomunismo”, proprio perché è un fenomeno del tutto antisociale fin dalla sua radice fatta di impulsi antisociali. La differenza fra astratto e concreto è infatti già percepibile nella configurazione della formula fondamentale dell’unità di un partito, che sottintende di unirsi contro altre classi o partiti. Solo se si ha uno specifico odio contro gli altri si sentire il vincolo dell’unità! Impulso antisociale dunque.

 

Studiando la psichiatria sociale del presente, l’inglese Alex Comfort ha osservato simili impulsi antisociali in numero talmente elevato da farne un libro intitolato “Potere e delinquenza”, che da oltre mezzo secolo è il best seller in questo campo di indagine.

Ciò nonostante, il riconoscimento di queste cose continua a trovare ancora tanta resistenza nella gente perché non siamo ancora in grado di pensare in modo conforme alla realtà.

 

I problemi di oggi si possono però risolvere solo con un pensare conforme alla realtà.

 

La subconscia lotta per il dominio dell’astratto sul concreto si manifesta però sia nel mondo politico che nella gente che ne elegge le parti a governarla.

 

La necessità storica del presente tende più che mai all’articolazione dei rapporti fra un uomo ed un altro uomo. Tende cioè al fatto che l’uomo in quanto tale, in quanto essere vivente, e non in quanto astrazione, sia il legame fra le TRE parti dell’organismo sociale.

 

Insomma, che una cosa sia astrattamente esatta, o teoricamente esatta, poco importa.

 

Ciò che conta è solo la nostra capacità di emettere giudizi autonomi. Questo è importante per la guarigione dell’umanità odierna per lo più ammalata di rimozione del proprio giudizio critico.

 

Si pensi per esempio a dieci banconote. Se si passa dalla mera astrazione alla realtà e con esse si fa un pagamento, occorre essere consapevoli che con quei soldi che passano da una mano all’altra, passa in realtà da una mano all’altra l’equivalente del lavoro di un certo numero di persone, e che nelle banconote risiede il potere di costringere al lavoro un certo numero di persone. Solo con questa consapevolezza si è nella vita, con tutte le sue ramificazioni ed i suoi impulsi. E solo allora non ci si blocca più nell’astratto, e distratto, pagamento mediante denaro, ma ci si chiede il significato del passaggio da una mano all’altra di dieci banconote che chiamano al lavoro un certo numero di persone provviste di pensiero, sentimento e volontà (cfr. “Esigenze sociali…”, op. cit., 2ª conf.).

 

Occorre insomma imparare ad osservare il lato immateriale di fenomeni come questo relativi ad un comune pagamento. Infatti anche se, mossi dalla nostra bontà, ci sforziamo di essere buoni e regaliamo soldi a qualcuno, non gli facciamo alcun bene se non siamo mossi da un pensare conforme alla realtà e non ci curiamo della seguente osservazione: la semplice circolazione del denaro da una mano all’altra senza che con esso circoli merce, il fatto che il denaro produca apparentemente altro denaro, al di là di ogni merce, in tutto ciò vive la forza dell’astratto che domina il concreto (ibid.).

 

Purtroppo la struttura sociale è ancora e sempre conforme al pensiero statale romano col quale si è attuata e perciò si verifica tutto ciò che ha provocato l’attuale crisi economica nel mondo occidentale.

 

Dove è in gioco l’economicismo può solo prodursi rovina.

 

Ovviamente nell’attuale struttura sociale siamo ripetutamente costretti all’economicismo, e quindi ad agire da schiavi di questo potere, e non dovremmo negarlo facendo il gioco dello struzzo nascondendoci il problema.

 

Bisognerebbe invece guardare negli occhi la verità. Perché quello che ci porta il domani dipende proprio dal fatto che riusciamo a guardare negli occhi la verità.

 

Molto di ciò che si abbatte in modo catastrofico su di noi (suicidi, tassazione estrema, terrorismo di Stato, guerre, Isis, ecc.) proviene dal fatto che si chiudono gli occhi dinanzi alla verità, si costruiscono concetti astratti per ciò che è giusto e per ciò che non lo è, e non se ne vuol sapere di comprendere il reale, il concreto.

 

Le guerre per esempio ebbero sempre una loro giustificazione teologica (cfr. il video “Cosa vogliono le facoltà teologiche”) ed il catechismo della chiesa cattolica regola ancora i conflitti e la pena di morte come eventi pedagogici (Catechismo della chiesa cattolica, articoli 2266, 2267 e 2321). Ecco perché le facoltà di teologia sono funzionali allo statalismo imperialista mascherato di democrazia.

 

Lo studio delle due guerre mondiali non è altro che lo studio del dominio dell’astratto sul concreto, e ciò vale anche per le guerre odierne, per il terrorismo, l’Isis, ecc.

 

Certo, non si può pretendere che al mondo siano tutti conoscitori delle idee economiche di Steiner, ma si può ragionevolmente pretendere che lo siano almeno quelli che si dichiarano tali.

 

Chi conosce l’opera di Steiner sa che egli intendeva introdurre i principi della triarticolazione nell’INTERA vita sociale (vale a dire nella vita culturale, in quella giuridica ed in quella economica) spesse volte ribadendo che «la triarticolazione è campata in aria senza l’antroposofia» (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione dell’organismo sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, p. 205).

 

L’errore dei politici è continuare a credere di aggiustare il mondo dall’alto, creando leggi, collegandole poi alle “leggi del mercato”, a quelle del “mercato del lavoro” e magari, complice il potere ecclesiastico, ai disegni della provvidenza divina, sostituita e secolarizzata poi da quella della mano invisibile dei poteri forti, cioè dei poteri economici forti.

 

In sostanza i politici odierni sono per lo più economisti universitari o persone che si lasciano consigliare da questi ultimi in base all’economia ortodossa imparata all’università. Pertanto non sono in grado di digerire l’universalità della concretezza economica di Steiner.

 

Questo micidiale paradosso della cultura odierna consiste nel fatto che università aborrono l’universalità. Perché l’universalità conduce alla libertà e la libera scelta fa da sempre a cazzotti col potere. Sembra pazzesco ma le cose stanno proprio così. Siamo in mano a “mezze calze”, direbbe Vladimir Sergeevič Solov’ëv, filosofo amato da Rudolf Steiner.

 

Esperti nel farsi passare per esperti di moneta steineriana, gli accademici odierni ne negano i fondamenti sociali dato che, mostrandosi dalla parte di Steiner, lo comprendono come un teorico e spiegano la sua triarticolazione della moneta come mera teoria.

 

Steiner però non è un teorico. Per capirlo bisogna incominciare a superare in sé l’antico e illusorio dualismo fra teoria e prassi. Teoria e prassi non sono mai collocate una da una parte ed una dall’altra, perché sono, nella fisiologia umana, aspetti della triarticolazione esistente fra pensare, sentire, ed agire umani.

 

Quando si va al bancomat per prelevare soldi non si agisce mai nella mera prassi: anche solo nel camminare si esprime un rapporto fra pensare, sentire (o percepire) ed agire: magari davanti allo sportello del bancomat si trovano persone che stanno aspettando il loro turno prima di noi. Aspettare in coda non è un programma da computer che vive nell’uomo come teoria o prassi: la cosiddetta prassi e la cosiddetta teoria di cui si parla dai tempi di Hegel e di Marx sono concetti illusori che non rispondono ai contenuti a cui si riferiscono. La corrispondenza tra pensiero e azione pratica può solo riguardare la traduzione in realtà di contenuti fisici e meccanici. Per un computer vanno bene perché nel computer possono esservi programmazioni e relative azioni meccaniche. Ma non si tratta di azione vera, cioè di volontà vera. Il poter realizzare nella prassi il prelievo di una somma da un qualsiasi conto bancario per versarla a favore di un gruppo di bisognosi è, sì, azione pratica, ma lo è solo in quanto si attua per il contenuto ideale che comporta: l’azione pratica non è il movimento meccanico dell’andare in banca, prendere la somma e portarla ad altri. È invece l’obbedire mediante consequenzialità pratica a una decisione interiore che è immateriale: la volontà è lo scorrere di quella decisione in un'azione, non il suo meccanismo. La volontà non è il meccanismo dell'azione.

Scrive Scaligero: “La nascosta paura dell'uomo è liberare il pensiero dal già pensato, rinunciare ai presupposti, ai dogmi, scoprire l’innato idealismo. Paura bisognosa di sicurezza: contraddizione che Marx sagacemente prevenne con la filosofia della “prassi” riconoscibile come il movimento hegeliano dell’idea, o di tutto l’idealismo da Socrate a Gentile: farsi del vero, prassi, per virtù della “materia”, che muove come “idea”. È sufficiente, nella dottrina di Marx, sostituire la parola “materia” con “idea” e tutto va a posto: non occorre molto acume per accorgersi che la materia, autonoma, vi è ravvisata come idea, mentre si attribuisce all’idea soltanto l’autonomia della prassi, ossia l’autonomia movente dalla materia: però vista come idea” (Massimo Scaligero, “Metafisica del materialismo”, in “Il pensiero come antimateria”, Roma, 1978).

 

L’idea di organismo sociale triarticolato di Steiner non è una teorizzazione della società, ma un’idea organicamente e concretamente percepibile non appena riusciamo a confrontarci col mondo reale, il quale è dato sia da contenuti concreti di percezioni che dai relativi concetti e idee che li esprimono.

 

Le teorie invece, in quanto formulate in base a mera logica formale, sono assurdità. Sembrano non assurde. Sembrano tutte giuste. Poi, mettendole in pratica, risultano tutte sbagliate. Specialmente quelle monetarie e di economia politica.

Questi errori sono causati da ciò che si è portati a credere studiando nelle università, e cioè che tutto il pensare umano sia astratto. Ma è un pregiudizio credere che il pensare sia astratto. Come esistono concetti e pensieri astratti, così esistono concetti e pensieri concreti.

 

A questo punto occorre accorgersi dell’esistenza della concretezza spirituale, o immateriale, che il pensare ci offre. E ciò vale soprattutto per idee concrete come quella della triarticolazione sociale di Steiner.

 

Insomma, delle due l’una: o si percepisce concretamente la triarticolazione (e qui casca l’asino materialista, dato che per percepirla occorre imparare a pensare “circolarmente” secondo una logica di realtà, cioè concretamente) oppure non la si percepisce per nulla.

 

Il ragionamento degli intellettuali che analizzano indifferentemente tutto ed il contrario di tutto, fu dichiarato da Steiner qualcosa di spaventoso e addirittura “puzzolente”: «Ci sono poche cose, che mi siano state dette nel corso del tempo, che io abbia capito meglio di questa paura e di questo timore. Avendone la predisposizione, si può infatti ben comprendere lo spavento che deve provare l’artista quando vede casi in cui la propria opera, o un’opera che egli ama, è analizzata! Un’opera d’arte in balia dell’intelletto! Quali pensieri orrendi per quel tanto di artista che c’è nella nostra anima! È come se ci circondasse un che di simile al puzzo di cadavere, se avendo dinanzi il “Faust” di Goethe ne leggessimo in calce le note analitiche di un erudito, pur anche se appartenesse alla schiera degli esegeti filosofi, piuttosto che a quella degli esegeti filologi!» (“E l’edificio divenne uomo…”, op. cit. 1ª conf., Berlino 12/12/1911).

 

Oggi siamo arrivati al punto in cui il “tuttologo” dubita perfino del risultato incontrovertibile della sottrazione “due meno uno”. Se gli ribatti che, mangiando una mela di due che ne avevi, non puoi che restare con una sola mela, ti dice che “due” ed “uno” sono numeri e dunque convenzioni e che, pertanto, il risultato della sottrazione dipende dalla convenzione adottata. Egli, non distinguendo fra ritmo e misura (vedi il video “Rythmus et Mensura”) crede che tutto sia relativo, anche l’aritmetica, che ha in sé il ritmo come il cuore ha in sé il battito, se è vivo… Oppure càpita (ho sentito anche questa da una professoressa di chimica) che, in base al dato della scienza materialistica che nega l’esistenza dei colori, per la maggior parte degli intellettuali e degli accademici odierni, una rosa non può essere rossa! Ed è davvero così: costoro, vivendo in un mondo grigio, non vivono nella realtà. Non vedono. Sono ciechi volontari. Perché non sanno sperimentare interiormente alcun concetto ed alcuna idea.

Ecco perché la scienza dello spirito esorta a praticare l’esperimento del concetto, che è ben diverso dal credere o meno nel contenuto del concetto.

 

So per certo che Steiner, fondatore della scienza dello spirito, non avrebbe mai voluto avere intorno a sé dei mistici pieni di fede in lui, o in un istituto, o in un partito o in una legge o addirittura in una “Costituzione per la tripartizione”… Ciò esula dallo spirito del tempo moderno. Oggi siamo nell’era della scienza dello spirito, o dell’Aquario, o dell’“io so”, non più in quella dei “Pesci” o dell’”io credo”... O si è in grado di sperimentare i concetti oppure no. O si vedono le cose oppure non le si vedono. L’esperienza del concetto è importante per la scienza dello spirito.

 

Steiner cercò innanzitutto d’introdurre i fondamenti della triarticolazione in tutta la sfera della vita sociale, dunque nell’ambito culturale, in quello giuridico ed in quello economico. Non gli interessava la sola vita giuridica o la sola vita economica o la sola erudizione. Perché la triaricolazione sociale, vale a dire il “sabato per l’uomo”, e quindi una “moneta per l’uomo”, non possono provenire dall’alto con decreti o leggi del giuridismo o dell’economicismo, o da università prive di universalità, ma solo dal basso. Il sabato per l’uomo può funzionare solo se proviene dall’uomo che sente l’uguaglianza giuridica di se stesso con ogni altro uomo. E per Steiner ciò che conta è «cercare il vero progresso dell’umanità non in seno, ma fuori dalle tradizioni di partito» (“I punti essenziali…”, op. cit., p.163). Tutti coloro che procedono invece all’interno di tali tradizioni non possono che essere fuori dalla coerenza coi fondamenti scientifico-spirituali della triarticolazione e, a causa della sua mancanza, non riescono ad avviare alcuna soluzione dei problemi sociali oggi esistenti. Sanno benissimo che il sistema monetario è una truffa in quanto monopolio e politica monetaria, e che perfino la politica economica è una truffa già a partire dal suo concetto spurio, così come è spurio il concetto di “mercato del lavoro” e tutto quanto rientra nella logica di mercato forzosamente impiantato nella logica giuridica (ho mostrato spesse volte questa differenza essenziale di logica) (1). Eppure sono muti come pesci su questi argomenti. Anche coloro che predicano di abbassare le tasse senza dire come e perché. Si comportano esattamente come i sacerdoti che predicano astrattamente l’amore e l’interesse per tutta l’umanità. In questo contesto, la logica di realtà portata da Steiner è ancora qualcosa da venire come lo sbarco di extraterrestri sul nostro pianeta.

 

Per esempio, spiegando il senso della tassazione in rapporto alla massima chiarezza presente nel termine “triarticolazione”, Steiner mostra come le tasse siano un non senso, in quanto doppione. Questo doppione è costituito 1) dalle tasse scaricabili nei prezzi delle merci, e 2) dalle altre tasse, imposte sui redditi: «Dobbiamo mirare dappertutto alla massima chiarezza, e per questo ho cercato anche adesso di dare una chiara immagine della vita associativa. Per acquisire una certa coscienza in merito alle associazioni, questa sera possiamo ancora chiarire diversi problemi, rispondendo a domande. Soprattutto deve entrare a far parte delle nostre conferenze l’intenzione di essere chiari nel cercare di destare comprensione, perché è appunto la poca chiarezza delle nostre condizioni pubbliche e sociali che ha causato l’attuale stato di cose [riferimento alla prima guerra mondiale - ndr]. Voglio darne un esempio. Quando oggi si è interrogati in merito a diversi problemi, la gente pone domande schematizzate; chiede subito: come ci si deve comportare col capitale, o con la distribuzione al minuto, oppure con la proprietà fondiaria? Con riguardo a condizioni sociali sane, la questione della proprietà fondiaria è trattata nei miei “Punti essenziali” anche se in apparenza essa è toccata in modo subordinato [“I punti essenziali…”, op. cit., pag. 87 e 88 - ndr]. Ma tutto quanto oggi risulta nelle discussioni, deriva dal fatto che proprio la questione fondiaria si situa nella nostra vita sociale in maniera incredibilmente confusa. Quando si formò la moderna vita economica che conferì ad ogni cosa l’impronta di merce, per esempio anche al lavoro, nel senso che tutto si poteva comprare, anche il terreno divenne una merce: lo si poteva vendere e comprare. Ma che cos’è propriamente insito in una compravendita del terreno? Volendone afferrare il senso bisogna risalire a situazioni primitive nella quali il signore feudale aveva acquisito un certo terreno con la conquista o in altro modo, e lo aveva poi affidato a coloro che dovevano lavorarlo, per poi rendergli una certa quota in natura oppure in contributi di altro genere; questa è l’origine della rendita fondiaria. Ma a quale scopo costoro riconoscevano tale rendita fondiaria al signore feudale, o alla chiesa, oppure al convento? Che cosa rendeva loro plausibile il conferimento di tali contributi? Nient’altro che, se fossero stati invece dei piccoli proprietari che coltivavano il proprio terreno arando e mietendo, si sarebbe potuto presentare il primo venuto e cacciarli di lì. Dunque, per poter coltivare il terreno occorre che ci sia un’opportuna difesa; ora, i signori feudali avevano di solito un proprio esercito, e lo mantenevano col gettito dei contributi, impiegandolo anche per la difesa della proprietà fondiaria; la rendita fondiaria non era cioè pagata per acquisire il diritto di coltivare, ma per rendere possibile la difesa del terreno stesso. Il diritto di coltivare il terreno derivava da necessità, in quanto il proprietario terriero non poteva coltivare da solo tutto il suo terreno, e non da altri rapporti. Ma il terreno doveva pur essere difeso, e per questo si pagavano i contributi. Per analoghe ragioni si pagavano contributi ai conventi; anch’essi mantenevano eserciti a difesa delle loro proprietà, oppure erano legati per contratto affinché, mediante qualche altro rapporto di potenza, il terreno fosse reso sicuro. Cercando quindi l’origine della rendita fondiaria, la si trova nel contributo per la difesa della proprietà fondiaria. Questo si riferisce ai tempi in cui dominavano condizioni primitive, quando nel rapporto economico erano padroni i signori feudali o i conventi, ed entrambi non obbedivano a nessuno. Queste condizioni cessarono, prima in occidente e più tardi in Europa centrale, perché certi diritti dei singoli (in alcune contrade tedesche furono appunto più tardi a cessare dall’essere diritti singoli) vennero trasmessi ai prìncipi, e non si trattava affatto di un processo economico, ma di un processo politico. Con il trasferimento dei diritti si trasferì pure il dovere della difesa della proprietà fondiaria, e divenne necessario che il principe mantenesse un esercito. Per questo dovette quindi pretendere dei contributi che si trasformarono gradualmente in quello che oggi ci pesa tanto: il sistema di imposizione fiscale. Questo sistema si sovrappose all’altro; ma, fatto curioso, l’altro sistema rimase! Perse però il suo significato originale, poiché il grande proprietario terriero non doveva più provvedere alla difesa del suo terreno, vi pensava il principe o lo Stato. Ma la rendita fondiaria rimase, e nella vita economica moderna trapassò nell’ordinaria circolazione delle merci. Poiché si era perduto il vero rapporto tra rendita fondiaria e proprietà fondiaria, la rendita fondiaria poté divenire oggetto di profitto. È una pura insensatezza che è diventata una realtà: nel processo di circolazione dei valori vi è qualcosa che ha del tutto perduto il suo significato originale, con cui tuttavia si continua ancora oggi a negoziare come se fosse una merce. Dappertutto nella nostra vita economica si possono segnalare cose simili che sono sorte da fatti legittimi; al loro posto è però subentrato qualcos’altro, mentre le cose vecchie sono rimaste; ecco che queste hanno seguito qualche nuovo processo, introducendo così nella vita sociale fatti privi di senso. Se si prende la vita economica quale essa appare, e quando si è professori di economia politica si ha il dovere di pensare il meno possibile [...] si definisce la rendita fondiaria come la si trova definita nei libri, cioè priva di senso quale essa compare oggi nella vita. Si vede dunque quanto vi sia da fare per rendere comprensibile alla gente che non solo abbiamo insensatezze nel nostro modo di pensare, ma dappertutto nella vita economica. Se qualche singolo soffre perché oppresso dalla vita economica, ciò deriva appunto da tali substrati. Ecco perché si deve giungere oggi a una maniera di pensare più FONDATA, più spregiudicata e più comprensiva di quanto la si possa sviluppare sui banchi degli attuali istituti di istruzione. In definitiva, quale forma di pensiero vi si sviluppa oggi? Vi si sviluppa un pensiero che si può forse qualificare come matematico, tuttavia lo si svolge in modo che resta al di fuori da ogni realtà. Si sviluppa il pensiero appreso dalla sperimentazione, oppure dalla sistematica, il pensiero che diventa alla fine una mera formalità, come quello di Poincaré, di Mach e di altri: lo chiamano “compendiare la realtà esterna”. In breve non si sviluppa in generale alcun pensiero! E appunto perché non si sviluppa alcun pensiero, non si combina niente in economia politica» (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione sociale”, op. cit., pp. 135-8).

 

E ancora: «Sapere cosa debba sostituire le istituzioni del passato, oggi non basta; occorre lavorare per porre le nuove idee in una direzione tale da portare il più presto possibile allo scioglimento dei vecchi partiti, e da condurre gli uomini a tendere verso nuove mete. Chi difetta di questo coraggio non può contribuire al risanamento della vita sociale; e chi ha la superstizione che tale tendenza sia un’utopia, costruisce su un terreno che sta già sprofondando» (“I punti essenziali…”, op. cit.).

 

Il coraggio che oggi manca è dunque quello di aprire gli occhi. Grande coraggio dunque, vista la cecità volontaria dei più e soprattutto di chi ci governa. Eppure tale coraggio dovrebbe essere solo il continuum di quello dei partigiani nostri padri di fronte al male, istituito dall’usurpatore… Ma di chi siamo figli?

 

Anche se siamo figli di non partigiani siamo sempre figli della terra. La crisi bancaria americana, generata principalmente dalla caduta del mercato immobiliare, ha mostrato ai terrestri che il prezzo della terra rende antisociale l’uso della terra dato che la terra non è una merce. Occorre rendersi conto che il prezzo della terra è un non senso ed un’impossibilità pratica. Non essendo prodotta dai terrestri e non avendo quindi la caratteristica delle merci scambiabili e della compra-vendibilità, la terra non dovrebbe essere considerata una merce! Ne consegue che, non essendo una merce, non può essere venduta ma solo attribuita ai terrestri senza che un prezzo debba essere pagato. L’intima essenza della terra comprende non un concetto di proprietà (diritto di proprietà) ma tutt’al più l’universalità giuridica del suo uso, giustificato dal fatto che la terra può essere solo usata, non consumata come merce, né sostituita. Insomma, il terrestre appartiene alla terra, non la terra al terrestre.

 

Non accettando la logica di realtà di questa fondamentale considerazione, si ottiene purtroppo un sistema legale malato, in cui l’uso della terra non riguarda tutti, ma solo coloro che se ne fanno legalmente ma illegittimamente padroni, nonostante la terra sia base di esistenza per tutti i terrestri.

 

Un sistema legale sano dovrebbe renderne disponibile l’uso periodico a tutti. Se questo non avviene, è solo perché primitive strutture di potere, di signoria o di forzosi sistemi legali di monopolio continuano anacronisticamente a generare l’attuale patologica e patetica distribuzione, mancante del principio di uguaglianza fra uomo e uomo. Il principio di uguaglianza dei terrestri è pertanto un’improrogabile esigenza sociale dei tempi nuovi, contemporaneamente compresa nei FONDAMENTI della triarticolazione sociale.

 

Questi fondamenti sono universali: appartengono ad ogni essere umano capace di pensare in modo sano, e non soltanto secondo il formalismo logico dei teorici, deficiente di realtà. Chi si ostina a pensare le cose solo formalmente non può riconoscere la validità di un fondamento concretamente connesso alla realtà.

 

Formalmente si può senz’altro dire che ogni fondamento è solo una parola o un concetto, o un’idea, e che ogni idea non può che essere teorica. In tal modo si può parlarne solo come di una teoria. Questa teoria può essere valida ma solo come una qualsiasi altra teoria che affermi esattamente il contrario: nel 2003 è stato possibile assegnare due premi Nobel per l’economia, uno a Robert Lucas e l’altro a Clive Granger, con motivazioni totalmente contrapposte; a Lucas il premio fu assegnato perché dimostrò che i mercati non si posso battere; a Granger fu assegnato perché dimostrò che quanto precedentemente affermato da Lucas non era vero.

 

Proprio in base a mere teorie astratte, in economia si può dire tutto e il contrario di tutto; e si può far sembrare ciò talmente plausibile da vincere due Nobel con motivazioni contrapposte! È di Roberto Alazar la citazione che dice: “L’economia è l’unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte, specificatamente nel 1974 Myrdahl ed Hayek ne divisero uno”.

 

Questo modo di pensare, tipico delle facoltà di economia, è diventato una barzelletta (cfr. la pagina http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/nonsoloeconomia/barzellette.htm). Soprattutto in tali facoltà, oggi si impara a pensare in questo modo astrattizzato, in cui tutto è relativizzato dalla credenza che il pensare umano sia individuale, e quindi meramente soggettivo e privo di universalità. Ma anche questo è un pregiudizio (delle università deficienti di universalità). Ed è sfatato da Steiner: «Il nostro pensare non è individuale come la sensazione e il sentimento. È universale. Acquista un’impronta individuale nei singoli uomini, solo perché è in rapporto con le loro sensazioni e con i loro sentimenti individuali» (R. Steiner, “La conoscenza del mondo”, cap. 5° de “La scienza della libertà” in “La filosofia della libertà”). Se non si comprende questo, non si può spiegare schematicamente la triarticolazione steineriana dei soldi come se fosse mera teoria. Occorre imparare a pensare secondo LOGICA DI REALTÀ, soprattutto se si parla di economia! «L’assurdità delle teorie - spiega Steiner - non risulta infatti mai dal confronto con la logica, ma sempre solo dal confronto con la realtà; e la rileva chiunque si sforzi di giudicare in base alla realtà» (“Come si opera…”, op. cit., p. 105).

 

Oggi purtroppo la logica di realtà manca soprattutto ai sedicenti antroposofi! Servendosi della scienza dello spirito, millantano idee che non hanno, e che non sono minimamente riusciti a far proprie (sperimentandole). Così sono poi costretti a parlarne come di teorie astratte, che tuttavia dispongono da esperti nella forma di pensiero appreso all’università in modo da apparire esperti o tecnici! In verità sono esperti e tecnici di teorie che non possono che restare fuori da ogni realtà: con quattro schemi pretendono spiegare la moneta steineriana. Sono però, fino a prova contraria, schemi del tutto incomprensibili.

 

Il mero formalismo logico che vorrebbe essere di “compendio” alla realtà, di fatto non lo è mai. Con l’attuale modo universitario di procedere non è possibile sviluppare alcun pensiero, né alcuna comprensione, mentre è possibilissimo passare per esperti in qualsiasi campo.

 

Questa è in fondo la ragione per cui l’economia politica non ha mai combinato qualcosa di sano per l’organismo sociale, bensì solo cancri sociali, oggi in metastasi.

 

Oggi per dimostrare di essere provetti economisti, o provetti in qualsiasi altro campo, basta complicare in schemi universitari qualsiasi cosa si voglia spiegare pur non avendola compresa neanche da lontano! Se in tali loro complicazioni schematiche e piene di formule vi fosse un minimo di concretezza si evocherebbero contenuti comprensibili a tutti, così com’è comprensibile a tutti, per esempio, che i lati del triangolo equilatero hanno la medesima misura.

 

Non pretendo ovviamente con ciò di abolire formule o teoremi. «Dall’osservazione esterna della vita non si acquisisce un’idea sui fondamenti della triarticolazione, proprio come non si capisce il teorema di Pitagora per quanti triangoli rettangoli si osservino. Una volta che però lo si sia capito, lo si può applicare ad ogni triangolo rettangolo. Lo stesso succede per le leggi FONDAMENTALI. Una volta afferrate nel modo giusto e secondo realtà, sono applicabili ovunque [...]» (Rudolf Steiner, “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, 2ª conferenza).

 

La «base della vera vita dell’organismo sociale» (R. Steiner, “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, 2ª conf.) consiste nel nesso fra economia steineriana e minimo vitale per tutti, dalla nascita alla morte.

 

Questo nesso spaventa i diffidenti nella misura in cui pensano superficialmente le cose: non riuscendo ad osservare la divisione del lavoro come fratellanza, vorrebbero istituire la fratellanza per legge. Questa è la malattia dei politicanti: credere di aggiustare il mondo creando leggi e non accorgendosi che l’unica “legge” funzionante è quella che da sempre recita: “Fatta la legge, trovato l’inganno”.

 

Di fatto, la divisione del lavoro è già fratellanza scientifica, dato che ognuno lavora già per gli altri. Occorre rendersene conto: come farebbe una moltitudine di persone, ciascuna delle quali lavorasse per se stessa, a costruire una nave, o un aereo, o una centrale elettrica? Non ce la farebbe. Perché? Perché perfino per realizzare un semplice panino il panettiere non ce la farebbe mai se dovesse per se stesso prima arare il campo in cui seminare il grano, costruire un mulino per macinarlo, e così via! Oltretutto lavorare per sé significa avere un compenso che di per sé non potrebbe mai bastare a compensare tutti coloro che dovrebbero lavorare a tali realizzazioni.

 

Non serve dunque a nulla imporre per legge l’amicizia, la fraternità e la solidarietà come vorrebbero fare i politicanti attuali (non è una mia esagerazione questa, ma sto esponendo un fatto reale)!

 

L’essenziale consapevolezza del contenuto concettuale di solidarietà comporta una nuova consapevolezza, quella del cosiddetto credito, dato che ci rende coscienti del fatto che, fin dalla sua origine il credito, capace di compensare ogni essere umano, è accresciuto dall’incremento della cooperazione di tutti. Chi se ne accorge, si accorge anche che il benessere non può essere diviso più di quanto non lo sia la divisione del lavoro. Invece il leguleio, o il “dottore della legge”, che per eccesso di diffidenza nell’uomo o di paura del domani, non se ne accorge e pensa solo a farsi i fatti suoi, credendo di poter separare il proprio benessere da quello altrui, riesce solo a caricare gli uomini di pesi insopportabili, che poi disdegna perfino di toccare. È così che l’uomo si procura poi solo carestie e guai (Vangelo di Luca 11,46), dimostrando di non saper fare il proprio interesse. Il suo è infatti un egoismo insano. Mi sembra che occorra un sano egoismo invece, almeno per vedere il sopraddetto nesso esistente fra rendita agraria e minimo vitale. Ecco perché nella «triarticolazione considerata come elemento fondamentale» (ibid.) Steiner non può omettere il nesso fra “rendita agraria” e “minimo vitale” fornito dalla suddivisione di quest’ultima col numero degli abitanti di un determinato territorio: «Se [...] prendiamo la rendita agraria di un determinato territorio e la dividiamo tra il numero di abitanti del territorio in questione, ricaviamo un quoziente che fornisce l’unico possibile minimo vitale. È una precisa legge, come ad esempio lo è la legge di Boyle-Mariotte per la fisica che non può essere diversa [...]. È una legge che sta alla base della vera vita dell’organismo sociale. Su questi argomenti si può riflettere correttamente [...] solo a partire dalla triarticolazione considerata come elemento FONDAMENTALE» (ibid.).

 

Se dunque «solo a partire dalla triarticolazione considerata come elemento FONDAMENTALE» (ibid.) si può correttamente riflettere su questi argomenti, questa considerazione è necessaria per accorgersi che l’idea di moneta è strumentale all’uomo solo se rispecchia i rapporti di uguaglianza nel diritto, di libertà nella ricerca e di fraternità nell’economia proveniente dalla divisione del lavoro in rapporto concreto alla condivisione del conseguente credito, capace di compensare ogni essere umano ed incrementato dalla cooperazione di tutti.

 

La moneta steineriana, trasformata nelle schematizzazioni degli economisti mediante formule può, sì, diventare un teorema, ma solo se è in grado, come ad esempio il teorema di Pitagora, di valere per tutti i triangoli rettangoli, così da essere comprensibile per ogni essere umano. Solo così l’essere umano può ritrovare la fiducia in un credito reale. Oggi invece usiamo una moneta che è un debito imposto in modo forzoso da un diritto di Stato che ne ha monopolizzato il conio, la stampa e la sua creazione elettronica, dal nulla, e senza alcuna garanzia di valore.

 

Non vedo perciò alcuna differenza fra la banda Bassotti consistente nella schiera di neo-proci, che si calano nelle nostre tasche come saccheggiatori sempre nuovi dell’economia, della cultura e del diritto, e la schiera degli accademici o degli economisti o dei “tecnici”, esperti nell’insegnare la moneta steineriana epurata dal fondamento del minimo vitale, e soprattutto nel confondere il diritto di Stato con lo Stato di diritto.

 

Responsabili di questo stato di cose siamo tutti! E lo siamo nella misura in cui aspettiamo Ulisse a liberarci, senza accorgerci che Ulisse è ognuno di noi.

 

È infatti impossibile una spiegazione del denaro triarticolato, circolante in una vita economica risanata, senza parlare della quota che di esso spetterebbe ad ognuno come rendita agraria. Steiner usa proprio il concetto di “quota” per spiegarlo: «quota della superficie del suolo (calcolata sulla media della fertilità e delle possibilità di coltivazione) che corrisponda alla totalità del suolo produttivo» (14ª conferenza de “I capisaldi dell’economia”) ad ogni abitante di un territorio. E mostra con chiarezza l’esigenza di un naturale minimo vitale possibile per la vita di ognuno: «Poniamo per ipotesi che un territorio economico abbia 35 milioni di abitanti (il numero è indifferente; e quel che dico riguardo a un campo economico chiuso vale anche per l’economia mondiale) [...]. Quando si incominciasse a risanare la vita economica, bisognerebbe dare ad ogni singolo individuo una quota della superficie del suolo (calcolata sulla media della fertilità e delle possibilità di coltivazione) che corrisponda alla totalità del suolo produttivo divisa per 35 milioni. [...] Ciò che ho esposto qui [...] corrisponde proprio alla realtà [...] in quanto il processo economico divide effettivamente la superficie del suolo fra un dato numero di individui, i quali poi devono lavorare in modo adeguato tutto quanto spunta dal suolo» (14ª conferenza de “I capisaldi dell’economia”).

 

Perché i sedicenti steineriani rifiutano di prendere consapevolezza di queste parole anziché sgomitare “antroposoficamente” per apparire accademici? Non si sono ancora accorti che la triarticolazione è per tutti e rifiuta di essere per una casta di “accademici” o esperti di monetaggio che ne negano i fondamenti?

 

La rendita agraria che spetta ad ognuno è la vera sintesi risolutiva del problema sociale. È davvero una questione di consapevolezza: «La rendita agraria, che in certo qual modo può essere valutata in base alla produttività che ha un terreno sito in una certa zona, conferisce per così dire una determinata somma per una porzione di territorio nazionale. Il valore del terreno è determinato dalla sua produttività, vale a dire dal tipo e grado di sfruttamento razionale rispetto all’economia generale. Oggi è difficile farsi un’idea chiara del semplice valore agrario, perché nell’economia capitalistica moderna la rendita da capitale o il capitale si sono confusi con la rendita agraria, perché l’autentico valore economico della rendita agraria è diventato un’immagine illusoria a causa del diritto ipotecario, del credito ipotecario, delle obbligazioni e di altro del genere. Di conseguenza tutto è stato trascinato in rappresentazioni assurde e non rispondenti al vero [...]. Immaginiamo però che [il valore della rendita agraria - ndr] equivalga semplicemente al valore economico del fondo e del terreno di una zona (del fondo e del terreno con riferimento alla sua produttività). Esiste un rapporto necessario tra la rendita agraria e quanto ho indicato prima come minimo vitale di un essere umano. Oggi [secondo millennio - ndr] esistono alcuni riformatori e rivoluzionari sociali che sognano di eliminare in assoluto la rendita agraria, che credono di eliminarla nazionalizzando o collettivizzando, come dicono loro, i terreni. Qualcosa non viene però eliminato cambiandole forma. Il fatto che sia tutta una collettività a possedere il terreno o che siano diverse persone non elimina l’esistenza della rendita agraria. La maschera solo, le conferisce solo altre forme. La rendita agraria di cui ho detto esiste sempre [...]. Il soddisfacimento può esistere tra gli esseri umani solo tenendo conto di queste realtà. Se infatti si dirige il pensiero inteso a ordinare, a trasformare la realtà, nella direzione voluta dalla natura dell’organismo sociale, il resto va da sé e non può neppure succedere che uno si creda svantaggiato rispetto all’altro [...]. Solo sotto l’influsso della triarticolazione si possono prendere provvedimenti che sviluppino su un territorio la convivenza umana nel modo più produttivo. La vita si svilupperà infatti nel modo più produttivo solo seguendo le leggi sociali e non agendo contro di esse; si tratta cioè di vivere nel senso dell’organismo sociale» (“La questione sociale: un problema di consapevolezza”, op. cit.).

 

Finché non ci si accorgerà che la triarticolazione sociale non può attuarsi dall’alto in quanto la sua attuazione è una questione di consapevolezza del cittadino, non si uscirà dalla crisi: si continuerà a parlare come fanno i buffoni di corte (cfr. “Sul buffone eristico”). Diceva Platone: “Una delle punizioni che ti spettano per non aver partecipato alla politica è di essere governato da esseri inferiori” (cfr. ibid.)!

 

Certo, bisogna pure incominciare e correggere il tiro. Ciò che conta è incominciare a pensare il sociale in modo sociale e non antisociale o settario. Perché mascherare di sociale il dominio dell’uomo sull’uomo è ancora una volta incrementare la schiavitù ponendosi dalla parte accademica che la governa.

 

«Come i fanciulli hanno diritto all’educazione, così i vecchi, gli invalidi, le vedove, gli infermi, hanno diritto al sostegno nell’ambito dell’organismo sociale, come il contributo occorrente per l’educazione di coloro che sono ancora incapaci di produrre. L’essenziale in tutto questo è che il fissare le entrate spettanti a chi non guadagna da sé non debba dipendere dalla vita economica, ma che, viceversa, la vita economica diventi dipendente da ciò che a tale riguardo risulta dalla coscienza della giustizia. Coloro che lavorano in un organismo economico avranno, in meno di ciò che hanno prodotto col loro lavoro, quel tanto che deve essere devoluto a chi non è in condizione di lavorare. Ma questo “meno” sarà diviso, in egual misura fra tutti i componenti l’organismo sociale, quando saranno messi in opera gli impulsi sociali che abbiamo indicati. Dallo Stato politico, separato dalla vita economica, ciò che è un interesse generale dell’umanità, cioè l’educazione e il mantenimento degli inabili al lavoro, verrà veramente trattato come tale, perché nel campo dell’organizzazione politica tutti gli uomini divenuti maggiorenni devono poter interloquire.

 

Un organismo sociale, che corrisponda al modo di pensare qui esposto, farà affluire nella comunità il sovrappiù di lavoro che un uomo compie in virtù delle sue attitudini individuali, come per la minor produzione dei meno dotati attingerà dalla stessa comunità quanto è giustificato per il loro mantenimento.

 

Il cosiddetto plus-valore non sarà prodotto per il godimento ingiustificato di singoli, ma per l’aumento dei beni, materiali o spirituali, che possono essere forniti all’organismo sociale e per l’assistenza a quanto nasce dal grembo stesso di questo organismo, senza potergli servire in modo immediato.

 

Chi è incline a credere che l’articolazione fra le tre strutture dell’organismo sociale abbia solo un valore ideale, e che questa risulti “da sé” anche nell’organismo statale unitario, o in un’associazione economica comprendente il dominio statale, e basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, dovrebbe rivolgere lo sguardo alla natura speciale delle disposizioni sociali che devono risultare dall’attuazione della detta triarticolazione. Ad esempio, non sarà più l’amministrazione statale a dover riconoscere il denaro come mezzo legale di pagamento, ma questo riconoscimento dovrà fondarsi su misure emanate dai corpi amministrativi dell’organizzazione economica, perché in un sano organismo sociale IL DENARO NON PUÒ ESSERE ALTRO CHE UN ASSEGNO SU MERCI PRODOTTE DA ALTRI, che noi possiamo ritirare dal campo generale della vita economica, dato che a questo campo abbiamo ceduto altra merce prodotta da noi.

 

Con la circolazione del denaro un campo economico diventa unitario. Nel giro della vita economica ciascuno produce per tutti. Entro il campo economico si ha a che fare unicamente con valori di merci; in esso prendono carattere di merci anche le prestazioni che si svolgono nelle organizzazioni spirituali e statali. Ciò che un maestro fa per i suoi scolari, è merce per l’ambito economico. Al maestro le sue attitudini individuali NON sono pagate, così come all’operaio NON è pagata la sua forza di lavoro. All’uno come all’altro può essere pagato solo quanto, partendo da loro, può essere merce o merci nel giro economico. Il modo in cui la libera iniziativa e il diritto possono funzionare affinché si produca merce permane fuori dal giro economico, così come resta fuori dal giro economico l’azione delle forze naturali sul prodotto del frumento in un anno di abbondante o di scarso raccolto. Per il giro economico, sia l’organizzazione spirituale in merito a quanto questa richiede come provento economico, sia anche lo Stato, sono singoli produttori di merce. Tutto quanto questi producono nella loro sfera d’azione non è però merce, ma diventa merce quando tutto ciò è accolto nel giro economico. Essi non svolgono interessi economici nei loro rispettivi campi, ma li svolge l’amministrazione dell’organismo economico col FRUTTO delle loro prestazioni.

 

[…] La questione del denaro non sarà mai risolta in modo soddisfacente da uno Stato per mezzo di leggi; gli Stati attuali la potranno risolvere soltanto se rinunzino da parte loro alla sua risoluzione, e lascino al mero organismo economico le misure necessarie per risolverla» (“I punti essenziali…, op. cit., cap. 3°).

 

Gli intellettuali o gli accademici che trovano troppo difficili queste cose, non cerchino dunque di “semplificarle” con schemi e formulette che nessuno capisce, perché in tal modo potranno solo continuare le loro economie da barzelletta, che hanno portato all’attuale catastrofe…

 

NOTE

 

(1) La logica di mercato e la logica del diritto sono due logiche essenzialmente differenti. Non vanno confuse. In base alla prima, è logico distruggere una merce per renderla scarseggiante, così da poterne elevare il prezzo. In base alla seconda, tale distruzione è illogica perché con la sua esclusione si potrebbe saziare la fame dei meno abbienti. Ho fatto spesso questo esempio: parlando di mafia, scriveva Giovanni Falcone: “È notorio che la Comunità europea concede un indennizzo per la distruzione degli agrumi in eccesso” (G. Falcone, “Cose di Cosa Nostra”, Ed. Rizzoli, Milano), e ancora: “Be’- dice Contorno - tutti sanno all’interno di Cosa Nostra che la mafia è implicata fino al collo nella distruzione di agrumi da cui ricava sensibili profitti” (ibid.).