SUL BUFFONE ERISTICO

Politiche di politicanti e di predicatori di morale

 

 

 

Il buffone eristico è il parolaio, colui che “battaglia” tramite parole contro tutto e tutti pur di ottenere ragione. A questo tipo di persona non interessa se un discorso possa essere vero o falso, né le caratterizzazioni concettuali in esso impiegate, perché il suo unico fine è quello di confutare il prossimo creduto avversario, o cliente da persuadere, mediante retorica, alla propria ragione (ecco perché i sofisti della scuola eristica si vantavano di poter confutare qualsiasi cosa reputata vera o reputata falsa). Egli è pertanto esperto nei giochi di parole, che usa col fine di confutare il proprio avversario dialettico senza, tuttavia, minimamente interessarsi alla validità oggettiva delle proprie affermazioni o sul significato delle parole che vengono impiegate. A costui non interessa la conoscenza delle cose, né la logica di realtà ma solo la vittoria dialettica sugli altri. Non a caso questo uso della ragione è stato detto "distruttivo": «[…] nell’impianto stesso della discussione greca c’è un intento distruttivo, e un esame delle testimonianze sul fenomeno ci convince che tale intento è stato realizzato dalla dialettica. Si è detto prima che nella discussione la tesi del rispondente viene di regola confutata dall’interrogante: in tal caso sembrerebbe comunque aversi un risultato costruttivo, in quanto la demolizione della tesi coincide con la dimostrazione della proposizione che la contraddice. Ma per il perfetto dialettico [l’erista] è indifferente la tesi assunta dal rispondente: costui può scegliere nella risposta iniziale l’uno oppure l’altro corno della contraddizione, e in entrambi i casi la confutazione seguirà inesorabilmente. In altre parole se il rispondente assume una tesi, tale tesi sarà demolita dall’interrogante, e se sceglierà la tesi antitetica, anche questa verrà egualmente demolita dall’interrogante» (Giorgio Colli, "La nascita della filosofia", Milano, 1975, p. 86).


La conoscenza socratica era invece un momento di dialogo costruttivo nel quale gli interlocutori rinunciavano (o, perlomeno, mettevano tra parentesi) ai propri pregiudizi per ricercare insieme la verità.


Per il parolaio la disputa dialettica è invece solo un gioco o una specie di battaglia in cui è necessario avere la meglio a prescindere da ciò che si sostiene. In senso filosofico gli eristi, cioè i parolai, assolutizzano la dottrina dei "doppi discorsi" di Protagora. Mentre Protagora utilizzava tale dottrina per dimostrare la relatività di certi valori culturali ed etici, gli eristi usano la disputa solo per dimostrare in toto che l'interlocutore ha torto. In tal modo dimostrano solo che a parole (coi famosi "giri di parole") il contrario di qualsiasi cosa, cioè tutto e il contrario di tutto.


Proprio a causa dell'eristica, l'antica e nobile arte retorica del discorso, ha assunto connotazioni negative, in quanto strumento di seduzione e di persuasione capace di adottare "abbellimenti" del linguaggio puramente formali nel discorso. Platone invece sviluppò la contrapposizione tra eristica e dialettica a vantaggio di quest'ultima come tecnica per il raggiungimento della conoscenza vera (quella delle idee).


I parolai sono in fondo dei venditori di parole vuote, degli insegnanti a vuoto motivati da scopo di lucro, che giocano coi concetti: «Questi sono, in realtà, insegnamenti per giuoco: ed ecco perché io dico che Eutidemo e Dionisodoro si divertono con te; e divertimenti li dico, perché, sia pur imparando simili sottigliezze, molte, o tutte, non per questo si saprebbe affatto meglio in che consistono le cose, ma solo si sarebbe in grado di divertirsi con la gente, giocando sui diversi significati dei nomi, dando alla gente lo sgambetto e atterrandola, con chi, scartando via lo sgabello di sotto a chi sta per mettersi a sedere, si diverte e ride a vederlo cadere» (Platone, "Eutidemo", 278b).


Gli eristi sono presentati da Platone come arroganti e sicuri di sé, probabilmente a causa delle loro capacità di poter confutare ogni avversario. E proprio perché è abbastanza facile che deridano il proprio avversario appena confutato, li chiamo buffoni eristici.


Ma non sono solo buffoni. Nella realtà del tempo attuale queste persone sono dei veri e propri delinquenti mafiosi, in quanto politici inferiori. Già per Platone infatti costoro non potevano essere veri insegnanti o veri sapienti, dato che si tratta di persone che credono di poter dire di tutto il contrario. In fin dei conti, sostiene Platone, che costoro sono tanto «filosofi» (fra virgolette) quanto «politici», e proprio per questo motivo sono inferiori sia agli uni che agli altri: sono filosofi in quanto trattano di questioni filosofiche, ma sono anche inferiori ai veri pensatori perché non ricercano la virtù o la verità ma si limitano a controbattere ciò che afferma l’avversario dialettico. E sono politici in quanto cercano di persuadere più persone possibili dei propri ragionamenti, ma sono anche inferiori ad essi perché a loro non interessa il bene della città e dei propri cittadini.


Per quanto possa essere negativo il giudizio sugli eristi, va sottolineato che per lo stesso Platone queste persone hanno anche una funzione positiva, dato che coi loro discorsi doppi fanno spostare l’attenzione sull’ambiguità che le parole assumono a seconda dei contesti e dell’uso che se ne fa e quindi sulla necessità di stabilire dei significati chiari e distinti: «In primo luogo […] bisogna imparare la correttezza dei nomi; appunto questo ti mostrano i due forestieri [Eutidemo e Dionisodoro]».
Ovviamente quest’ultimo compito non è per nulla adempiuto dall’eristica dato che l'eristica è completamente disinteressata nei confronti della vera conoscenza che consiste, secondo Socrate, nel raggiungimento della «definizione comune» della cosa discussa. Tale raggiungimento è nella scienza spirituale a carattere antroposofico quella dell'universalità del pensare...