Quando si parla di fascismo italiano è opportuno nominare il famoso storico Renzo De Felice, considerato il maggior studioso e interprete di tale fenomeno.
De Felice insisteva soprattutto sul legame diretto esistente fra l'ascesa del fascismo e la crisi politico-sociale del dopoguerra, nonchè sul ruolo fondamentale svolto in questo processo dai ceti medi; e sottolineava anche come l'avvento al potere del fascismo non ebbe carattere di inevitabilità e fu, almeno in parte, il risultato dell'abilità manovriera di Mussolini e degli errori dei suoi avversari.
La prima guerra mondiale determinò trasformazioni e crisi decisive in tutta l'Europa, che assunsero dimensioni e significati diversi a seconda dei paesi, ma che ebbero somiglianze e caratteri comuni e che investirono tutti i campi: quello economico come quello etico, quello sociale come quello politico.
Le origini del fascismo sono connesse con le trasformazioni e le crisi che si verificarono nell'Italia post-bellica.
Per comprendere la natura del fascismo e il motivo della sua affermazione è quindi necessario cercare di stabilire i vari aspettti della crisi italiana del dopoguerra e soprattutto in che misura essi influirono nel determinare quella situazione grazie alla quale in meno di quattro anni il fascismo pervenne al potere.
L'Italia uscì dalla guerra come una delle quattro potenze vincitrici, ma al contempo in preda a una gravissima crisi economica e alla frustrazione per gli irrisori vantaggi ottenuti al tavolo delle trattative di pace. Gli insuccessi della diplomazia italiana diedero pertanto fiato a una nuova ondata di nazionalismo, che costruì il mito della "vittoria mutilata", lamentando la mancata ricompensa ai sacrifici fatti in guerra dagli italiani. I nazionalisti tornarono ad accusare di debolezza e inettitudine i governi liberali (Orlando si dovette infatti dimettere, cedendo il posto a Saverio Nitti) e a chiedere uno stato forte, capace di imporsi sulle agitazioni popolari e di farsi rispettare dalle grandi potenze, e trovarono ampio ascolto tra la piccola borghesia e gli ex ufficiali, che stavano vivendo con grandi frustrazioni la vita civile.
Fu in questo clima che maturò il colpo di forza su Fiume di Gabriele D'Annunzio, il quale potè contare sulla complicità dei comandi militari e sull'esasperazione nazionalistica dell'esercito, mentre il governo liberale dava prova di grande debolezza dimostrandosi incapace di controllare la gravissima ribellione dell'esercito. In questo clima trovarono così spazio i fasci di combattimento fondati da Mussolini, il cui programma confuso e velleitario avanzava però due istanze fondamentali: la difesa della sacralità della guerra patriottica e la lotta contro la classe dirigente liberale in nome di radicali mutamenti sociali e politici.
L'intenso e prolungato sforzo bellico aveva intanto prodotto gravi conseguenze sull'ancor fragile sistema economico italiano: il deficit del bilancio statale era salito dai 214 milioni del 1913 ai 23.345 del 1919, i prezzi si erano quadruplicati, mentre l'interruzione della produzione bellica generava una vasta disoccupazione che colpiva soprattutto i soldati e gli ufficiali smobilitati dal fronte. La crisi economica ebbe pertanto profondi riflessi sulle classi e sui conflitti sociali: nel proletariato industriale il quale, forte della sua rinnovata organizzazione sindacale, scatenò un'ondata di scioperi per la giornata lavorativa di otto ore e gli aumenti salariali; tra i contadini i quali, avendo sopportatoil peso più gravoso della guerra, rivendicavano la distribuzione delle terre; tra la piccola borghesia, che aveva fornito i quadri intermedi dell'esercito durante la guerra e che si sentiva declassata dall'inflazione e dalla disoccupazione.
Per contro, la grande borghesia industriale e finanziaria aveva accumulato ingenti profitti nel corso della guerra, accentuato la concentrazione industriale, aumentato la sua influenza sullo stato e la sua vocazione autoritaria e dirigista.
La tumultuosa crescita delle rivendicazioni sociali determinò un grande ampliamento delle organizzazioni politiche e sindacali, che diede improvvisamente una dimensione di massa alla vita politica italiana.
I socialisti, in primo luogo, videro aumentare gli iscritti al partito e al sindacato (che passò dai 249.000 iscritti del 1918 a più di 2 milioni nel 1920) e diedero vita a un'intesa agitazione rivoluzionaria, richimandosi all'esempio della rivoluzione sovietica.
I cattolici, che il Vaticano liberò definitivamente dal "non expedit" del 1874, si organizzarono nel Partito popolare italiano(Ppi) di Don Luigi Sturzo, con un programma di impostazione democratica e, pur ispirandosi alla dottrina cattolica, si dichiarava laico e aconfessionale. In realtà il Ppi era strettamente legato alle strutture organizzative del mondo cattolico e in esso confluirono sia gli eredi della democrazia cristiana e delle leghe bianche, sia gli esponenti delle correnti clerico-moderate, preoccuoati di porre un argine alla minaccia socialista.
L'affermazione di socialisti e popolari mise in crisi il sistema di potere liberale. nelle elezioni del 1919 i liberali persero per la prima volta la maggioranza assoluta in Parlamento.
Giolitti -liberale- tornò al potere nel 1920 con un programma volto a riaffermare la sovranità dello stato, sia nei conflitti sociali interni che in politica estera. Il vecchio statista riuscì infatti a gestire con moderazione l'occupazione delle fabbriche che nel settembre 1920 sembrò preludere a uno scontro rivoluzionario, e a risolvere la "questione fiumana" concludendo il trattato di Rapallo con la Jugoslavia (l'Italia rinuncia alla Dalmazia e conserva Istria e la citta di Zara) e obbligando D'Annunzio a sgomberare Fiume.
Il parlamento si dimostrò però ingovernabile e le tensioni politico-sociali che animavano il paese non cessavano. Giolitti allora, per far fronte ai nuovi partiti di massa, indisse le elezioni anticipate (15 maggio 1921) alleandosi con i fascisti e formando i blocchi nazionali. I socialisti scesero a 123 seggi, 15 ne guadagnarono i comunisti e 108 i popolari. I liberali riguadagnarono la maggioranza assoluta con 275 seggi, di cui 35 fascisti e 10 nazionalisti. Giolitti, di fronte alle riserve de popolari e dei gruppi liberali, rassegnò le dimissioni. Gli succedette Bonomi, che formò un governo di coalizione che durerà fino al febbraio 1922.
Intanto, tra le file della piccola borghesia minacciata dall'inflazione, tra gli agrari e gli industriali minacciati nei profitti, tra i liberali e i cattolici si diffondeva la paura della rivoluzione bolscevica, alimentata da un contesto internazionale minaccioso e dall'agitazione rivoluzionaria dei socialisti, che durante l'occupazione delle fabbriche aveva raggiunto il suo culmine.
Così buona parte della borghesia cominciò a guardare con simpatia, o almeno come "male minore", al dilagare nel paese dello squadrismo fascista, che dal novembre del 1920 aveva cominciato ad assaltare le sedi socialiste e le camere del lavoro, a intimidire, bastonare, uccidere i militanti di sinista (un migliaio di morti tra il 1920 e il 1921) e gli stessi militanti cattolici legati alle organizzazioni dei lavoratori.
Sul piano politico, in definitiva, la sintesi delle crisi, aggiungendosi e operando da moltiplicatore di quella già da tempo latente che si usava riassumere nella scissione tra "paese reale" e "paese legale", assunse dimensioni via via più drammatiche e che si possono riassumere attorno a tre poli: