L'Europa prima della grande guerra
All'inizio dell XX secolo, alla vigilia della prima guerra mondiale, l'Europa deteneva una serie di importanti primati sugli altri continenti, derivanti da secoli di espansione interna e di conquiste esterne.
Si trattava, inanzitutto, di un ormai consolidato primato demografico: nell'Età moderna (XV-XVIII secolo) era cresciuta con i tassi di incremento più elevati del globo e la sua popolazione rappresentava il 26% di quella del pianeta, con cica 460 milioni di abitanti.
La crescita demografica, resa posibile dallo sviluppo agricolo e dal conseguente miglioramento dei livelli di vita, aveva provocato una rilevante emigrazione europea in tutto il mondo. Si calcola che solo nel corso del XIX secolo dall'Europa raggiunsero gli altri continenti almeno 70 milioni di persone, di 50 a titolo definitivo. Nel 100, secondo una stima, gli abitanti di origine europea residenti nei diversi continenti raggiungevano la rilevante cifra di 560 milioni e rappresentavano quindi più di un terzo dell'Intera popolazione del pianeta.
Il secondo grande primato dell'Europa sul resto del mondo, alla vigilia della prima guerra mondiale, era quello economico. La maggior parte dei beni e dei servizi che si producevano, si scambiavano e si consumavano nel mondo erano prodotti, scambiati e consumati in Europa.
Gran Bretagna, Francia e Germania fonivano da soli il 62% delle esportazioni mondiali di prodotti manufatti. Essi erano anche i principali importatori del mondo di materie prime e di derrate alimentari. Le principali imprese finanziarie e industriali erano europee; le più grandi banche, compagnie di assicurazioni, borse-merci e borse-valori erano insediate nelle città di: Londra, Parigi, Amsterdam, Anversa, Francoforte, che detevano il primato degli investimenti all'estero. Sul piano monetario, infine, la sterlina inglese era ancora la moneta dominante, quella con la quale venivano misurati e pagati gran parte degli scambi commerciali mondiali.
Seppur con qualche incipiente segno di crisi (nel 1905, ad esempio, il Giappone "asiatico" aveva sconfitto per la prima volta la Russia, una potenza almeno in parte "europea"), l'Europa conservava anche il primato politico e militare, caratterizzato da una superiorità scientifica e tecnologica.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, la coscienza della centralità europea nel mondo -centralità non solo economica e politica, ma anche culturale e di "stili di vita"- era largamente diffusa fra il suo popolo. Era anzi così forte e indubitabile da costiruire quasi un "mito", una "grande illusione" che si sarebbe rapidamente dissolta di fronte alla distruzione e alle tragedie della guerra imminente, che nessuno aveva immaginato e previsto.
La situazione post-bellica
La prima guerra mondiale che scoppiò in Europa nel 1914 e si diffuse in breve tempo in tutto il mondo fu, per così dire, l'"inizio della fine" della centralità ed egemonia europea. Nessuno o quasi nessuno se ne accorse subito, ma la guerra era destinate a cambiare la carta politica dell'Europa e tutto l'assetto economico e politico del mondo. In Europa, al termine del conflitto, scomparvero i grandi imperi muitinazionali e si formarono nuovi Stati nazionali. A est, dalla Rivoluzione Comunista del 1917 nacque l'unione Sovietica. Oltre oceano, gli Stati Uniti emersero come la nuova grande potenza mondiale e il Giappone rafforzò la sua presenza in Asia. In molte colonie europee asiatiche e africane erano nati movimenti di liberazione nazionale che reclamavano l'indipendenza dagli Stati europei.
Sul piano demografico, la guerra mondiale rappresentò una vera catastrofe per l'Europa. Essa causò, globalmente, 8 milioni e mezzo di morti e più di 20 milioni di mutilati, invalidi e feriti. I più colpiti furono i giovani, le persone in età riproduttiva e lavorativa: un intera generazione dì maschi -quelli nati negli ultimi decenni del XIX secolo-risultò decimata.
Ma gli effetti del primo confltto mondiale non si esaurirono nella tremenda distruzione di vite umane e nello sconvolgimento dei confini fra gli stati. La guerra era stata la più grande esperienza di massa mai vissuta fin allora e aveva agito come potentissimo acceleratore dei fenomeni sociali, come una incubatrice di trasformazioni e rivolgimenti in tutti i campi della vita associata. Circa 65 milioni di uomini erano stati strappati alle loro occupazioni abituali e coinvlti in un esperienza collettiva senza precedenti. Icombattenti che ritornarono alla vita civile, trovarono di fronte a una realtà molto diversa da quella che avevano lasciato. Nel lavoro dei campi, nelle fabbriche, negli uffici, le donne erano subentrate in gran numero a fratelli e mariti. Il brusco distacco dal molti giovani, l'allargamento dell'area del lavoro femminile, l'assenza prolungata dei capifamiglia chiamati al fronte avevano messo in crisi le strutture tradizionali della famiglia patriarcale e provocato mutamenti profondi nella mentalità e nelle abitudini delle generazioni più giovani.
Il primo problema che si pose con urenza alle classi dirigenti di tutti i paesi fu il reinserimento dei reduci. Chi aveva rischiato la vita sui campi di battaglia tornava a casa con una nuova coscienza dei propri diriti, con la convinzione di aver maturato un credito nei confronti della società. Quelli che al fronte avevano avuto ruoli di comando trovavano spesso dificoltà a riprendere occupazioni o studi per troppo tempo abbandonati e mal si rassegnavano al ritorno a un lavoro subordinato. Le inquietudini dei reduci erano però solo un segno di un più vasto fenomeno di mobilitazione sociale. Risultò bruscamente accentuata la tendenza, già in atto, alla massificazione della politica. Parrtiti e sindacati videro aumentare ovunque il numero dei loro iscritti, i loro apparati organizzativi deivennero più complessi e centralizzati. Di fronte a questa crescita delle organizzazioni di massa persero importanza le forme tadizionali dell'attività politica nei regimi liberali, mentre acquistavano maggior peso le manifestazioni pubbliche basate sulla partecipazione diretta dei cittadini.
Sul piano economico, la guerra ebbe pesanti ripercussioni su tutti i Paesi europei. Fu colpita la produzione agricola, al punto tale da mettere in crisi l'autosufficienza
alimentare; vennero distrutte parti rilevanti dell'apparato industriale e delle infrastrutture civili (sistemi di comunicazione e di trasporto, scuole, ospedali, edifici pubblici). Inoltre, le esigenze belliche avevano spinto tutti gli Stati europei a rivolgere gran pane della produzione industriale a scopi militari; ora si dovevano riconvertire ad usi civili le fabbriche (ad esempio cessare di produrre carri armati per tornare a produrre automobili o treni) e ciò comportava necessariamente tempi lunghi e costi finanziari altissimi.
Durante la guerra, infine, le spese militari erano state elevatissime e gli Stati europei si erano fortemente indebitati per sostenerle. Erano quindi enormemente cresciuti il debito interno (quello contratto da ciascuno Stato con i propri cittadini) e il debito esterno (quello contratto con altri Stati). In Inghilterra, ad esempio, il debito interno crebbe durante la guerra di quasi 10 volte, in Germania di più di 20 volte (da circa 5000 a circa 105.000 milioni di marchi), in Francia e in Italia fu più che triplicato. A seguito di questo grande aumento del debito, si ebbe ovunque un forte aumento dei prezzi, cioè una disastrosa inflazione. Sul piano del debito esterno o estero, l'Europa si ritrovò globalrnente Fortemente debitrice degli Stati Uniti, che avevano prestato grandi somme di denaro per Finanziare lo sforzo bellico dei loro alleati. Proprio da allora, gli Stati Uniti, una potenza extra-europea, divennero la principale nazione creditrice della finanza mondiale. Anche questo enorme debito estero contribuì a determinare l'incremento dei prezzi e l'inflazione in Europa.
Ma la guerra mondiale causò la crisi e la decadenza economica dell'Europa anche per ragioni politiche. I trattati di pace post-bellici provocarono infatti un grande aumento della frammentazione territoriale del continente, proprio in un'epoca, invece, nella quale 'economia avrebbe richiesto maggiore unità e integrazione. Dalla rovina dei grandi imperi plurinazionali (austro-ungarico, tedesco, russo, turco), nacquero ben sette nuovi Stati indipendenti, spesso ostili e in conflitto fra loro. Di conseguenza, le frontiere fra Stato e Stato (con tutto il loro carico di impedimenti e ostacoli alla libera circolazione delle merci e delle persone) aumentarono di circa 8000 chilometri.
La decadenza dell'Europa post-bellica riguardò anche il suo ruolo come modello di civiltà politica e sociale. Fino ad allora, le istituzioni liberali e parlamentari caratteristiche della tradizione europea avevano costituito un modello e un punto di riferimento anche per altri Paesi del mondo. Dopo la guerra, invece, queste istituzioni entrarono in crisi nel cuore stesso dell'Europa. Già nel corso della guerra, con la Rivoluzione Russa del 1917, era nato il regime comunista Sovietico e, negli anni successivi, si formarono il regime fascista e il nazismo tedesco. Il modello liberal-democratico europeo perse la sua forza di attrazione e la sua egemonia culturale:
la centralità dell'Europa era messa in discussione anche da questo punto di vista.
Mentre la centralità europea svaniva, altri Paesi, in altri continenti, emergevano sulla scena mondiale, in particolare gli Stati Uniti d'America. La nuova e incipiente egemonia americana si era già evidenziata durante la stessa guerra. Il primo e più clamoroso fatto emerso nel corso della guerra era che le grandi potenze europee, mentre avevano dato onizio al conflitto, non erano state in grado di finirlo. Perchè esso finisse, e in un certo modo, fu necessario che intervenissero gli Stati Uniti d'America nel 1917. Fu il loro apporto economico, finanziario, infine direttamente militare che consentì agli avversari degli imperi centrali prima di resistere e poi di vincere. Durante la guerra, inoltre, gli Stati Uniti, lontani migliaia di chilometri dai fronti di guerra e inattaccabili sul loro territorio, non ebbero distruzioni nè danni diretti. Anzi, le necessità della guerra stimolarono enormemente la loro produzione agricola e industriale, provocando una grande crescita dell'intero sistema economico. Milioni di tonnellate di merci militari e civili raggiunsero l'Europa dagli Stati Uniti durante e dopo il conflitto. Il valore delle esportazioni divenne sempre più elevato rispetto a quello delle importazioni, coc conseguenti rilevanti eccedenze commerciali e crescenti disponibilità di riserve auree.
Oltre agli Stati Uniti, fu il Giappone il maggior beneficiario extra-europeo della prima guerra mondiale. Questo Paese, che già nel 1905 aveva dimostrato la sua forza sconfiggendo l'Impero russo-zarista, riuscì a quintuplicare la sua produzione industriale fra il 1913 il 1918. Negli anni della guerra, l'Europa non fu più in grado di esportare i suoi prodotti in Paesi come la Cina, l'India e l'Indocina e, di conseguenza, le merci giapponesi penetrarono massicciamente in queste regioni. Il Giappone, inoltre, duratante il conflitto poté esportare armi e munizioni agli altri Paesi belligeranti, in particolare la Russia zarista. I
La potenza nipponica divenne di gran lunga la prima dell'Asia e, anche in questo caso, la presenza europea risultò indebolita. Fra le due guerre mòndiali emerse con evidenza l'impotenza europea a difendere ancora i propri interessi asiatici contro il nuovo espansionismo giappone, con il quale potèrono competere solo gli U.S.A.
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