IL BUCO
di

Lorenzo De Marco

 

  
 
Henry si sorprese a fissare il pavimento.

  Si era appena svegliato. Sdraiato sul divano a pancia in giù e con la testa fuori dal bordo aveva la schiena indolenzita e i muscoli del collo atrofizzati. Cambiò posizione con un gemito. Si sentiva più stanco di quando si era appisolato. Faceva un caldo terribile ed era tutto sudato.
  In quel momento la sua mente era completamente vuota. Non stava pensando assolutamente a niente.

  Henry aveva trentotto anni e tutto sommato, niente di più da chiedere alla vita che già non avesse. Era single, quindi niente catene. Il suo discreto lavoro gli permetteva di condurre una esistenza agiata. Aveva una bella casa, una bella macchina e una agenda sufficientemente piena di numeri di telefono appartenenti soprattutto all’altro sesso, per cui poteva ritenersi uno di quegli uomini più unici che rari a non porsi preoccupazioni di sorta.

  Reduce da una monotona mattinata in ufficio aveva pranzato con pollo surgelato e patate al microonde innaffiati da una lattina di birra ghiacciata. Si era poi concesso una generosa fetta di torta di mele, avanzo della cena del giorno prima e dopo aver sistemato come d’abitudine piatti e posate nel lavastoviglie insieme all’altro pentolame ancora da lavare, aveva deciso che c’era abbastanza tempo per un pisolino. Per cui era rientrato nel soggiorno e si era sdraiato sul lungo divano di velluto.

  La pennichella doveva essere durata circa un’ora. Quando si svegliò in quella strana posizione, fu portato a fissare il pavimento, con la mente e la vista ancora annebbiate dal sonno. Ancora stordito, cercò di mettere a fuoco lo sguardo. Un piccolo foro attirò la sua attenzione. Il suo sguardo semiaddormentato lo fissò svogliatamente. Proprio al centro di un mattone c’era un minuscolo, insignificante buco dalle dimensioni di una capocchia di spillo.
  Continuando a fissarlo gli parve ad un certo punto di vedere il foro ingrandirsi. Da esso all’improvviso sbucò una piccola formica che rapidamente sparì sotto lo stipite di un mobile. Henry seguì con gli occhi il piccolo insetto finché lo perse di vista.

  Quando ritornò a fissare il buco lo vide circondato da diverse formiche mentre altre continuavano ad uscire dalla minuscola apertura. All’inizio erano decine. Prima che se ne rendesse conto divennero centinaia.
  Henry inizialmente non se preoccupò, incuriosito dallo spettacolo che quelle minuscole creature offrivano. Le file di piccoli animaletti si disponevano e si articolavano come plotoni di soldati. Appena formatisi, i "plotoni" si allontanavano seguendo la direzione della prima formica e sparendo sotto un mobile.
  Provò un acuto senso di inquietudine quando si accorse che intanto altre centinaia di formiche uscivano senza sosta dal foro, nel frattempo diventato più largo. Gli venne in mente di alzarsi e andare in cucina a procurarsi l’insetticida ma era ancora intontito dal sonno e si trattenne. E poi voleva divertirsi ad osservare un altro po’ quelle file ordinate prima di portarvi il caos e la morte. Osservando la complessità delle manovre, pensò che probabilmente andavano a combattere contro un altro formicaio.

  Però c’era da stupirsi. Henry aveva già visto altri formicai in campagna ma mai aveva visto tante formiche e mai così ordinate e organizzate. Sembrava fossero state istruite a obbedire prontamente e alla perfezione agli ordini dei loro capi come se fossero preparati da tempo, come se fossero creature intelligenti.

  Perse la cognizione del tempo. Con lo sguardo ipnotizzato da quel foro, restò immobile a osservare le minuscole creature nelle loro complicate manovre. Intanto ne erano uscite e scomparse svariate migliaia e non riusciva a capire dove diavolo fossero andate a finire.
  A un certo punto il pavimento fu nuovamente e completamente sgombro. Fece per alzarsi, quando un momento dopo vide il buco allargarsi. Ora aveva le dimensioni di un pollice. Immediatamente frotte di scarafaggi sgambettarono fuori formando file e plotoni, avanguardie e retroguardie come avevano già fatto le formiche. A quel punto Henry decise di alzarsi, distruggere quelle ripugnanti creature e tappare il buco, ma non poté farlo: si accorse di essere paralizzato in quella posizione. Cercò di tendere i muscoli nello sforzo di liberarsi ma fu inutile. Sembrava che gli ordini del cervello si fermassero a metà strada. Grosse gocce di sudore lo coprirono. Volle gridare ma non poté aprire la bocca e le corde vocali non emisero che un suono basso e impercettibile. Con sgomento si rese conto che niente altro gli rimaneva da fare che guardare, guardare il buco e ciò che ne usciva.

  Finalmente anche gli scarafaggi scomparvero nell’ombra, cacciandosi chissà dove.

  Il buco ingrandì ancora e Henry rabbrividì per il ribrezzo: viscidi e schifosi vermi strisciarono fuori. Erano di ogni dimensione e la casa si riempì di quell’orribile rumore come di melma rimescolata. Li vide intrecciarsi, ammonticchiarsi a migliaia, li vide pulsare e secernere sostanze gelatinose e vischiose. E quel rumore ripugnante, quel pulsare….

  Vomitò con le labbra serrate, non potendole aprire. Il liquido giallastro gli bagnò il mento spruzzando il velluto del divano e macchiando il pavimento, ormai completamente ricoperto di vermi. Il colmo del disgusto lo raggiunse quando li vide arrotolarsi freneticamente e banchettare con il frutto dei suoi conati. Fu sul punto di svenire e lo sperò vivamente ma per sua sfortuna non accadde.

  Non era possibile, no, maledizione. Doveva fare qualcosa. Ma cosa? Tentò di chiudere gli occhi, di non vedere ma le palpebre non si chiusero.

  Anche i vermi sparirono. E vennero i topi.
  Topi piccolissimi e topi dalle dimensioni di un gatto e tutti lo guardavano con degli occhietti crudeli, neri come la notte, profondi come il male e intelligenti. Mentre sgusciavano rapidamente fuori dal buco, ormai diventato largo una decina di centimetri lo fissavano, in silenzio e sembrava che ridessero di lui, della sua impotenza e del terrore che gli leggevano negli occhi allucinati.

  Paura, Paura, PAURA!

  Non gli badavano minimamente, uscivano dal buco maledetto e sparivano attraverso la porta e intanto il foro continuava ad allargarsi e vennero fuori altri topi che non sembravano più topi, tanto erano grossi e dai musi strani e orribili, con lunghi denti simili ad aghi.

  La branda si spostava col pavimento mentre il foro si allargava. Aveva raggiunto il diametro di circa mezzo metro e continuava ad allargarsi, dannazione, si allargava.

  E gli animali continuavano ad uscire fuori gli uni sugli altri con le piccole zampe che cercavano appigli.

  Paura, Paura, PAURA!

  Perché stava succedendo una cosa che lui considerava assurda. Paura perché lui era l’unico spettatore. Paura perché era impotente, incapace di fare qualcosa, qualsiasi cosa.
  Che fosse diventato pazzo? Così, improvvisamente? Lo fosse davvero, cosi da poter sperare, convincersi che quello che stava vivendo non era reale….

  Ecco, si, lui era pazzo e in quel momento era preda delle sue allucinazioni. Perciò doveva calmarsi e guardare e pensare, aspettando che quelle allucinazioni terminassero. Pensare però era la cosa più orribile, sebbene l’unica cosa che potesse fare. Pensare e guardare, guardare e pensare.

  "Dio, fammi perdere i sensi" Pregò mentalmente al colmo della disperazione – "O almeno fa che non possa guardare".

  E i topi uscirono tutti e vennero altri animali che Henry non aveva mai visto prima. Animali strani, con tentacoli e con grandi occhi, zampe artigliate e code prensili e sempre di più grandi dimensioni.

  Il buco si era allargato tanto da occupare tutto il centro del suo appartamento, completamente distrutto dai mostri che uscivano dal foro e si lanciavano all’aperto come se eseguissero una azione disposta in precedenza. Ma sicuro. Seguivano un piano, un diabolico piano dettato da una mente superiore.

  Henry si sforzò di pensare ad altro e di non farsi trascinare definitivamente dalla pazzia mentre era costretto a guardare.
  Cosa aveva spinto quelle creature ad uscire dalle viscere della terra, fuori dalle loro tane? Una rivolta, un piano di conquista? Conquistare il mondo di superficie. Loro, o qualche altro dietro di loro?
  Trasalì quando enormi, giganteschi rettili simili ad animali preistorici sbucarono fuori nel suo appartamento, o in quello che rimaneva della sua abitazione.
  Uno di essi girò la poderosa testa verso di lui, e i loro sguardi si incontrarono. In quel momento, osservando gli occhi della bestia Henry all’improvviso capì e raggelò. Ma fu troppo tardi, perché il buco si allargò ancora e il divano scivolò nella voragine.

  Henry cadde a una velocità folle in quel pozzo che portava giù, giù fino al centro della terra.

  Si svegliò in un bagno di sudore levandosi a sedere sul divano e si accorse che stava gridando. Gli ci volle parecchio tempo per rendersi conto che aveva sognato.

  Il sole del pomeriggio estivo illuminava la camera. Guardò l’ora e si ricordò del lavoro. Era in ritardo di una buona mezz’ora.
  Ancora scosso, si abbottonò il colletto della camicia con le mani tremanti e sistemò la cravatta. Corse in bagno e si sciacquò la faccia con gli occhi ancora gonfi per il sonno, indossò la giacca e uscì per strada.

  Avviandosi con l’auto verso il suo ufficio si ritrovò a pensare al sogno.
  Ricordava ancora quei due grandi occhi spaventati che lo avevano fissato con tanta intensità e alla loro espressione inquietante. 
  Pensò a quello che aveva sentito dire sul fatto che gli animali hanno una specie di sesto senso che li avvisa quando è imminente una catastrofe. Nel sogno, quegli animali stavano salendo in superficie in cerca di scampo a un terribile, tremendo pericolo.
  Provò a dare un senso allegorico anche alla sua caduta nella voragine: forse poteva significare l’imminente distruzione della civiltà e la totale estinzione della razza umana.
  Sorrise tra sé. Per fortuna era stato un sogno. Solo un orribile sogno.

  Mentre Henry, imbottigliato nel traffico continuava a pensare al sogno, a casa sua, ai piedi del divano, un piccolo, quasi invisibile forellino delle dimensioni di una capocchia di spillo comparve dal nulla proprio al centro di un mattone. Una piccola formica uscì sparendo sotto un mobile.

 

 

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