Sorride
di

Ilaria Lopez

 


Sorride, lei. Le labbra sottili chiuse morbidamente, adagiate l’una sull’altra; un sopracciglio lievemente sollevato; un brillio malizioso negli occhi, lo stesso che per un attimo fa tornare giovane suo padre, perché gli sembra di trovarsi di fronte a uno specchio.
“Allora, cos’è?” incalza lui.
Tanto lo sa che non glielo dirà mai.
“Tanto lo sai già che non te lo dirò mai”, mantiene il suo sorrisetto, lei, sorniona.
“Umpf”. Suo padre la guarda, dissimulando sotto la sua consueta aria burbera una punta di orgoglio. L’indice e il pollice che abbracciano delicatamente la sua arma bianca. Il sottile cucchiaino d’argento dal manico sottile, che termina in una delicata e piccola margherita. Ancora una volta, come un chirurgo alle prime armi con il bisturi, affonda la punta della posata in quel…quel…? E se fosse un “quella”? Cos’è? Si dannerebbe per saperlo.
“Allora?”. La voce di lei gli arriva lontana, sempre più lontana. Il cucchiaino va giù asciutto e torna carico di meraviglie, come appena uscito dal pozzo di San Patrizio. L’argento si immerge in quel mare di dolcezza, in quella spuma di Venere; poi incontra il sottile strato di biscotto al burro. Battibeccano un po’, c’è anche da capirli, sono due mondi opposti. Ma poi capiscono di essere anche complementari e allora il biscotto cede, permette alla testa del cucchiaino di lambire le sue coste morbide e deliziosamente resistenti.
Continuando a sorridere con una punta di alterigia e un pizzico di vanità, il tutto spolverato da una generosa dose d’ansia q.b., lei lo guarda. Guarda suo padre. Guarda quell’omone di mezza età, con i baffi a manubrio – frutto del lavoro del suo fedele piegabaffi notturno, motivo di eterni litigi con sua madre – e quei sottili occhialetti a mezza luna; guarda quell’imponente pozzo di scienza, che le conferisce sempre un certo timore reverenziale, trattenendo una risata. Porta il labbro inferiore su quello superiore, conficcandoci i denti convulsamente, nel tentativo di trattenere le risate che sono sul punto di esplodere.
Non ha ancora finito di far sciogliere in bocca i due bocconi che gli ha portato il cucchiaino poco prima, che lui già attacca nuovamente quella delizia misteriosa e incomprensibile. Come con una donna conosciuta da poco, ha cominciato con timidezza, delicatezza e pudore. Poi, lui e la sua amante sono talmente entrati l’uno dentro l’altra che, dimenticata tutta la consueta mansuetudine iniziale, lui è diventato passionale, ingordo e sfacciato. La prende da tutte le parti, quella delizia. Ogni tanto gli balugina nella mente un tiepido raggio di idea che, forse, non è modo di comportarsi alla sua età: le dita, fino ai palmi delle mani, sono impiastrate di quella crema leggera come l’aria e, allo stesso tempo, corposa come il miele, i baffi sono pieni di briciole di quel biscotto magico e i suoi occhialini da decano impassibile sono schizzati di ogni minimo indizio che lo riconduca a quel prodigio di pasticceria. Ma quel pallido fantasma di biasimo non fa in tempo a palesarsi che già è svanito, arso dalle fiamme che lo invadono ad ogni nuovo boccone. Nonostante quella…cosa sia qualcosa di freddo, almeno questo l’ha capito.
Ha perso il senso del tempo. Ci prova a chiamarlo, suo padre, ma lui fa finta di non sentire. Solo per farle un dispetto, sarebbe pronta a scommetterci.
“Tanto lo so che non mi rispondi perché ti senti punto sul vivo. E vuoi farmi un dispetto. È inutile che fai il ragazzino. Devi arrenderti all’evidenza e dirmelo, devi dirmelo che sono brava! E smettila di giocare alla scimmietta sorda!”. Al decimo tentativo fallito di richiamare l’attenzione di lui su di sé, lei ci rinuncia. E comincia a instillarsi nella sua mente il tarlo del dubbio che forse, dopotutto, lui non stia facendo il finto sordo.
Anche lui ha perso il senso del tempo. Sua figlia si è momentaneamente trasferita in un’altra galassia, parla un’altra lingua e, anzi, non è più neanche sua figlia, non l’ha mai vista prima. All’ennesimo carico di zuccheri sottratti a quella preziosa Sfinge culinaria, tutte le sue ultime difese vengono meno. E a quella parte selvaggia di se stesso, che credeva di non aver mai posseduto o di aver perso dietro di sé nel corso degli anni, se ne sostituisce un’altra, più mansueta, più innocente. Ma vera, spontanea e viva, come mai egli stesso è stato nel corso della sua intera esistenza: il cucchiaino, traboccante, gli arriva alle labbra e si ricorda di Dalida, quando nel ’71 cantava all’Olympia e lui aveva vent’anni o poco più e la seguiva dal televisore di casa sua e mangiava i quadrucci in brodo che gli faceva sempre sua madre; in quel dolce mistero che sta assaporando c’è del limone, una spruzzata, appena appena una spruzzata, il sapore della sua giovinezza, di quei baci dati di nascosto, al buio della notte, sotto le fronde degli alberi della sua terra. Sbriciola il biscotto comprimendolo fra lingua e palato, il tutto innaffiato da ondate di crema – di quella crema che gli fa girare la testa in quel modo pazzo e scatenato – e ricorda l’odore della sua compagna di banco del liceo, quella rossa, come si chiamava?, non se lo ricorda come si chiamava, ma ricorda il suo odore, qualcosa di forte ma buono, raro e ricercato, qualcosa come…come lo zenzero, che, lo sente, c’è da qualche parte anche là dentro.
“Va bene! Mi arrendo! Hai vinto tu! Sei brava, tremendamente brava. Sei peggio di una dannata strega con il suo maledetto intruglio. Cosa ci hai messo dentro, qualche stupida spezia orientale? Con tutti gli aromi che abbiamo noi, qui, nel Mediterraneo…” borbotta lui, slacciandosi la benda che gli ha coperto gli occhi per tutto il tempo. É divorato dalla curiosità di vedere quella Cleopatra dei dolci. Ma niente da fare, sua figlia ha portato via quel poco che è rimasto della creazione pasticcera non appena suo padre ha accennato a sciogliere il nodo della benda. Lei sorride, vincitrice e un po’ sprezzante. Mai ha sentito suo padre, uno dei più grandi chef d’Italia degli ultimi vent’anni, fare una critica del genere. Lui che si è sempre limitato a un distratto “sì, certo, certo…” o a un insoddisfacente “si può fare di meglio”, con tutti i suoi allievi e i piatti che gli vengono proposti per le varie guide enogastronomiche. Tutti. Nessuno escluso. Nessuno l’ha mai eguagliato, né tantomeno battuto. Sarebbe un sacrilegio, la fine di un’era per l’arte culinaria del Bel Paese. E la fine dell'era augustea di suo padre.
“D’accordo, sì, te la pubblicherò nel mio prossimo libro. Contenta?” bofonchia lui, guardando la figlia imbronciato, come un bambino che abbia appena perso tutte le sue biglie in una partita. Ancora scossa da quell’adrenalina meravigliosa della recente vittoria ma, in fondo, grata, bacia suo padre sulla guancia rubiconda.
“Si può sapere almeno che ci hai messo dentro? Adesso, subito! Non posso aspettare! Com’era fatta questa accidenti di torta, di crostata, di pasticcino, di-di-di…cosa diavolo era??”
Lei, ripreso il suo tono sornione, condito da quel sorriso da Sfinge, risponde: “Qui sait?”, come ogni vero artista dei fornelli. Leggermente raddolcito, orgoglioso, dopotutto, della sua creatura, lui le sorride. Ed estrae dalla tasca dei pantaloni il cucchiaino d’oro, primo premio vinto nella prima gara culinaria che ha decretato il suo debutto in quella vasca di squali che era la critica gastronomica. Preziosissimo cimelio, non è mai neanche stato lucidato dalla moglie, ma soltanto rimirato dall’alto del suo scaffale, puntigliosamente protetto dalla sua teca. Sotto lo sguardo attonito di sua figlia, lui le porge quel magico scettro, testimone passato da un corridore fuoriclasse ma stanco a delle gambe giovani ma capaci. Sorride. Per un attimo i suoi baffi severi guizzano, prima di rivolgersi nuovamente a lei:
“Che la forza sia con te”.

22 Maggio 2010

 

 

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Ilaria Lopez

Studentessa universitaria, conduttrice di un programma radiofonico, scrive articoli per  diverse riviste, Autrice di diversi racconti e poesie.
www.ilawiththefreaks.wordpress.com/
jan_89@hotmail.it

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