Sadhana l'urlo del silenzio
di

Marco Tonato

 

 (Segue Seconda parte)

Fra Vincenzo, il più anziano, fa cenno con un semplice gesto di chiedere la grazia e di rendere tale pranzo, la semplice comunione di pace e amore per tutti i presenti e per tutti coloro che ne traevano beneficio.
Tutto questo restando in piedi davanti al proprio posto, con mani congiunte e con il capo chino.
Anch’io mi ritrovo a far ciò per non essere diverso, per non suscitare scalpore, in fin dei conti sono un ospite e dato tale devo adeguarmi alla prassi.
In me, nasce ancora una volta la sensazione di non verità.
Il semplice fatto di sottostare a delle regole quotidiane, fa sorgere dubbi ancora più grandi.
Come può essere religiosa una persona che sottostà a delle regole che possono in questo momento non essere gradite dallo stesso?.
Qual è la religiosità in tutta questa prassi?, dato che in questo momento mi sarei seduto e avrei semplicemente ringraziato il tutto, mangiando e assaporando tutte le varie cibarie, senza essere ripetitivo nelle preghiere di ringraziamento scritte e trascritte da tanto tempo.
Dov’è la sincerità della verità in tutta questa falsa preghiera?.

Mentre sto mangiando, ascolto senza entrare nelle discussioni.
Il loro modo di comunicare è sempre seguito da un permesso superiore, sembrano militari che per parlare debbano avere il permesso.
Non è un permesso dichiarato, parlato, è un permesso più fine, lo si legge nei modi di entrare nei discorsi.
Forse loro non ne sono consapevoli, ma io che mi trovo lì a pranzare al di fuori delle loro regole, mi salta davanti come il riflesso di uno specchio.
Non riesco a capire come mai anche all’interno di un posto religioso ci debba essere questa sorta di umiltà sottomissiva.
Loro, che per primi predicano l’amore nella totalità, che lodano l’uguaglianza, che non hanno principi di superiorità e di supremazia.
Come possono essere tutto ciò e assecondare il loro comportamento all’interno del proprio santuario?.
Io, che nel mio semplice e pacato modo di comportarmi e di esistere metto tutti gli esseri umani sullo stesso piano, tratto tutti allo stesso modo, quel modo che nasce dall’amore verso il tutto, verso tutte le cose esistenti, ora mi trovo ad essere testimone di una condizione tutt’altro che religiosa.
Non riesco a mettere a fuoco il loro modo di intendere tale religiosità.
Tutto questo nasce forse da un modo sbagliato di percepire la preghiera, la vera preghiera?.
In quel preciso istante i miei ricordi mi riportano ad un aneddoto che è stampato nella memoria.
Ho letto da qualche parte che la preghiera non è la lettura che di solito è ripetuta, bensì, la preghiera, la vera preghiera, nasce dal momento.
Non è una cosa scritta e riletta.
Non sono le solite frasi fatte, ma trova la sua veridicità nel modo in cui è espressa.
Non c’è nell’atto del pregare alcun segno di ripetizione, tutto nasce seconda del bisogno, dall’amore verso tutto.
La preghiera è anche un modo di comunicare a se stessi, di riflettere.
Quest’aneddoto dice inoltre che non è necessario pregare al Signore nel modo in cui insegna la religione, nel modo formale, come fosse una lettura giornaliera, ma trova la vera forza nel momento in cui tale preghiera è presente per tutto l’arco della giornata.
La preghiera nasce dal ringraziamento a Dio per tutto quello che ci dona, non nasce dal desiderio, quello non è preghiera.
Se tu desideri che Dio faccia per te quello che ti sembra più giusto, quella non è preghiera, è essere irreligiosi, perché sei ancora pieno di desideri e i desideri ti allontanano dal tuo centro, da te.
Quando ti accorgi che quello che sei e che hai ti è donato, il semplice, grazie, all’esistenza, è preghiera.
Ecco, questa è la vera preghiera, quella che anche l’intimo mi trasmette, quella che riempie di luce.

Fra Vincenzo m’invita a brindare in nome della pace e dell’amore.
Alzo il calice di vetro divertito.
Il brindisi sfocia in una risata generale.
Anche i frati novelli si lasciano trasportare dall’euforia, da una logica conseguenza.
Il mio amico Alberto, ripresosi dai discorsi precedenti, è lanciato da una liberatoria gioia, si divincola tra le tavole in cerca di qualcosa o qualcun che condivida.
Vederlo allegro e contento nel suo mondo, m’intenerisce.
Sono dispiaciuto solo per averlo rattristato fuori in cortile, ma dura pochi attimi.
Fra Vincenzo frena la riflessione e mi chiede di restare anche per cena.
"E’ difficile negare la richiesta, ma non posso".
Gli dico con rammarico che l’invito è alettante ma che per ragioni non mie devo rientrare per cena.
Fra Vincenzo allora con fare scherzoso e bonario mi esorta a tornare prima possibile.
La visita se pur breve, ha aperto in lui una simpatia sincera, onesta, il tutto mi rende felice.
Nonostante le riflessioni e convinzioni sul loro modo di proseguire il cammino della vita, trovo in loro qualcosa che si avvicina sì alla verità assoluta, ma c’è qualcosa che non chiarisce definitivamente il dubbio.
Bevuto il caffè circondato da fra Alberto, da fra Vincenzo e da alcuni frati novelli, usciamo dalla mensa in preda ad un bisogno d’aria fresca.
La giornata frizzante e calda, si prostra ai nostri occhi nella sua totale bellezza.
In lontananza s’intravedono gruppetti di case sparse ma meticolosamente appostate.
I campi, coltivati a mais, rendono l’atmosfera un giardino.
Un giardino che non ha confini.
Come sarebbe stato bello se tutto fosse così, privo di barriere, libero nella sua infinita bellezza.
Noto fra Alberto tornare cupo e pensante.
E’ strana la sua espressione, mi chiedo se quello che sta facendo è veramente la sua via.
Ci sediamo ancora per pochi minuti sull’erba verde appena tagliata, il profumo conferma, la veridicità della falciatura.
Io, di nuovo in preda a chiarimenti colgo di sorpresa con una domanda fra Vincenzo.
Lui, con una risata smorzata dalla mancanza d’aria nei polmoni, risponde senza tanti sotterfugi.
La risposta però è priva di energia.
Forse anche tra loro la verità, quella che fa male, è difficile da affrontare.
Il mio amico resta stupito dalla faccia di fra Vincenzo, lo nota.
E’ da tempo che tale domanda m’incuriosisce ed ora che ho l’opportunità per evocarla non ho il minimo dubbio a formularla.
Sapere da un diretto interessato la risposta non fa che rallegrarmi e sincerarmi, anche questa è una cosa che mi porto appresso fin da bambino.
Il semplice fatto di costatare di persona e con le mie orecchie ciò che voglio sapere è una verità sacrosanta.
Qualche volta mi chiedo come la gente possa ascoltare certe discussioni per sentito dire, quando l’unica verità è data solamente dalla realtà del momento.
Come può una persona estranea raccontare per propria esperienza ciò che non le è accaduto?. Sembra logico pensare che il riportare l’esperienza di qualcun altro non fosse altro che parole campate in aria, prive di significato.
Fra Vincenzo, rivolgendomi la parola un po’ più ridimensionato, commenta che sono un tipo strano.
Quante volte ho sentito dire tale parola, oramai non mi ferisce più, è diventata un’amica, fa parte del modo di essere.
Incuriosito dall’osservazione gli rispondo che non mi è nuova, che tutte le persone che mi conoscono non usano altro vocabolo.
E’ tanto che lo sento dire.
Per rincuorarmi aggiunge che sono si un tipo strano, ma uno strano buono.
Gli replico con voce serena che non è chiaro il sistema di classificare.
Mi ritengo una persona normale, sicuramente con qualche difetto, ma non per questo strano, diverso. Non capisco qual è il criterio della parola strano. Sono consapevole che il mio modo di fare non è equiparabile a nessun altro, ma sono anche convinto che ognuno di noi ha le sue doti e le sue strane manie, non per questo si può dire ad una persona d’essere strana.
Allora chiedo a fra Vincenzo se ci sono persone buone e normali, cattive e normali, o se ci sono persone buone e strane e persone cattive e strane. Non sembra essere il metro di misura per identificare il sentimento delle persone.
L’esperienza dà che l’importante è avere a che fare con persone dall’animo buono, non racchiudo nel buono anche lo strano, non esiste, è stupido.
Se nell’azione di tutti i giorni c’è l’amore a guidare le persone, non si può dare per strano ciò che esteriormente è percepito, ma nella mancanza dell’amore stesso si può dichiarare senza paura che le persone tali, non sono altro che cattive e prive di significato.

Detto questo, con una sensazione di luce all’interno, noto fra Vincenzo che con i suoi settant’anni di vita, trequarti dei quali passati all’interno dell’eremo, mi sta scrutando come una tigre scruta la preda, con quel fare istintivo e fugace, con quella strana sensazione da felino.
Rido nel vedere il vecchio farsi ancora dei problemi. Rincresce avergli aperto chissà quale altro cruccio. Le domande sono solamente tante curiosità ma evidentemente suscitano ancora molte perplessità, si vede.
Dov’è la serenità tanto acclamata dalle persone religiose, dalle persone votate all’amore e alla comprensione?.

Saluto il mio amico fra Alberto con una stretta di mano forte e calorosa.
Un attimo prima di partire gli prometto di tornare, e gli prometto anche di tornare con una sorpresa.
Lui, divertito, strabuzza gli occhi e guarda a destra e a sinistra per vedere la reazione di fra Vincenzo e dei confratelli.
Lo lascio salutando con la mano fra Vincenzo.
Giù, per il sentiero, rimbalza nelle orecchie la campanella che richiama per dovere tutti i religiosi alla santa messa, io, libero da tale dovere, ringrazio tutto con semplicità e senza dovere.
Osservo le cose e gli animali che mi circondano, liberi nelle loro funzioni.
Le farfalle colorate di giallo e blu, volano a zigzag guidate dall’amore, dalla totale libertà.
L’erba alta nei fossati, gioisce del suo splendido e forte arbusto dell’acqua che scorre portentosa verso valle, anch’essa inseguita da un’arietta tiepida di fine estate.
Gli insetti rincorsi dalle rondini intente a cibarsi di tutto quello che l’esistenza offre, fanno pensare a quante altre opportunità sono in possesso, il solo pensarlo mette i brividi.
Noi, gli unici animali dotati di cervello consapevole, ancora a soffrire dei nostri desideri, inconsapevoli della grandiosità e della generosità che l’esistenza ci dona senza chiedere alcunché, ancora dubbiosi e infelici di tanta beatificazione e di tanta prosperità.
Il solo respirare mi fa sentire più vivo e partecipe di tanta creazione.

Arrivo a casa e trovo mio fratello intento a preparare la cena.
Che bello vedere anche le mie posate, il mio piatto riposto con cura e amore sopra la tovaglia.
Noto con felicità la pentola riempita di pasta per due.
Costato che dall’animo di mio fratello Beppe, la bontà e il cuore sono di casa, che sensazione unica e coinvolgente tanta sensibilità.
E come sarebbe invece stato brutto tornare e trovare mio fratello chiuso nel suo appetito, ingordo della sua sola pastasciutta, egoista al punto di non ricordare nemmeno di avere anche un fratello.

Saluto mio fratello simpaticamente, battendogli una mano sulla spalla e mi divincolo in camera.
Cambiatomi degli abiti che mostrano i segni di una giornata passata all’aperto, torno in cucina e notato che la pasta è già fumante nel piatto, mi siedo a tavola con appetito.
Beppe, intento a mangiare e a gustare la pasta condita a ragù, chiede d’istinto dove sono andato tutto il giorno.
Allegramente, gli spiego che ho passato una giornata in visita ad un amico, in un santuario.
Strabuzza gli occhi e balbettando chiede se per caso sto avviandomi al voto religioso.
Incredulo ma compiaciuto, guardo Beppe, che nel frattempo sta per vomitare nel piatto tutto quello che ha mangiato dalle risate e rispondo.
"Non credo.
Come ti è saltata in mente una domanda così pessima e stupida?", dico curioso della risposta.
"Pare logico, dato che ultimamente t’interessi tanto a tutto quello che riguarda la religione e la spiritualità".
"Altro che", dico sorridente.
"Era ora che ti si accorgessi, stupiva sempre più vedere che non lo capivi".
"Non è vero", risponde lui con fare intimidatorio.
"E’ solo che non riuscivo a mettere a fuoco le tue iniziative, ma a parte tutto, non mi sosterrai che hai voglia di penetrare all’interno del sistema ecclesiastico", borbotta carico d’apprensione.
"Ti sembro il tipo di frate moderno?, un frate eretico e peraltro scorbutico", esclamo divertito.
"Guarda che se sono andato a trovare il mio amico fra Alberto, è solamente per vedere con i miei occhi quello che succede all’interno di un santuario, vedere qual è l’atmosfera che si respira".
Mio fratello, più rilassato e calmo, m’invita piacevolmente a spiegare cosa mi fa avere tutta questa voglia di scoprire, d’interesse.
Senza tanti preamboli, gli elenco i parametri che risultano incomprensibili e ingiustificabili per accettare tale sacrificio.
Ascolta pazientemente e attentamente.
Ora anche lui è preso dalle mie valide teorie.
Si nota dallo stare proteso in avanti con tutto il busto, poggia il petto sulla tavola con la testa presa tra le mani, attento e concentrato.
Ogni tanto qualche domanda d’accertamento.
Le sue più che domande sono curiosità sulla validità dei miei interrogativi.
Chiarito tutti i dubbi sulla ricerca di verità, Beppe mi esorta a continuare il cammino, ora anche lui è contento e convinto del modo di sperimentare.
Godo pienamente nella fiducia ripostami.
E’ la prima persona che riconosce il mio modo di essere, fino ad ora avevo incontrato solamente persone che ascoltavano e annuivano senza però darmi la sensazione di verità.
Nelle disparate esperienze non avevo trovato nient’altro che persone dalle orecchie perforate, pare che ogni qualvolta entrassi in certi argomenti, quelli che stavano a sentire non fossero altro che marionette.
I loro modi di percepire erano talmente gelidi, che un iceberg a confronto era caldo.
Giuseppe, non rendendosi conto dell’emozione che scaturisce in me dall’attenzione, percepisce finalmente la vera natura e la vera autenticità del mio comportamento.
Un’altra persona ha capito ciò, ora risveglia la memoria, è Josuè.
Già, anche lui è l’artefice di tanta gioia, benché torni alla memoria solamente per sporadiche manciate di secondi, mi esalta, rende ogni volta più splendido e sereno l’essere.
A proposito non risulta aver fatto cenno a mio fratello, ora che ha capito posso sicuramente parlarne senza essere frainteso.
Il solo pensiero torna come un boomerang carico di comprensione.
"Fa piacere averti con me", dico a Beppe.
"Posso contare sulla tua buona fede e lealtà. Mancava uno che capisse veramente le mie intenzioni, che guardasse al di là delle cose superficiali, cominciavo a sentirmi un po’ solo".
Lusingato da tanta esplicita bonarietà, mio fratello, mi sottopone ad una semplice ma accurata radiografia spirituale, si capisce oramai che l’interessamento è alquanto proteso a svilupparsi nel tempo.
L’anima coperta da un dolce calore sembra splendere ancor di più, il sapere Beppe interessato non fa che alimentare la fiamma del cuore.

La serata si stava avviando ad un semplice e sereno clima pacifico, quando, ad un tratto, lo squillare del telefono taglia di netto i nostri intimi discorsi.
Mio fratello, alzatosi per primo, risponde e stupito mi passa la cornetta.
"C’è fra Alberto", dice.
"Pronto, chi parla?".
Azzardo come se non lo sapessi.
"Sono fra Alberto ", risponde.
"Come stai?", chiede.
Ed io nel modo più spontaneo possibile, faccio eco che va tutto bene.
Ma che cosa è successo mi chiedo, per ricevere la telefonata se sono appena tornato dal santuario?. "Senti Ocram, ma che casino hai combinato oggi con fra Vincenzo?".
Ed io.
"Ma quale casino, di che cosa stai parlando?", ribatto.
E lui.
"La domanda che hai fatto a fra Vincenzo non ti sembra sia stata fuori luogo e impertinente?", dice con voce imbarazzata.
"Ho solo chiesto se è vero che all’interno del monastero c’è dell’omosessualità, cioè se è vero che ci sono frati gay, tutto qui".
E lui.
"E ti sembra una cosa normale da chiedere?.
Guarda che hai fatto un casino.
Fra Vincenzo continua a addossarmi la colpa della tua visita, io, che non sapevo neppure che venivi, cosa devo fare adesso?, mi ammonisce in tono minaccioso.
Gli altri frati non mi guardano più allo stesso modo, ho la stessa fama di un Giuda", continua.
Divertito da tanta preoccupazione, dico a fra Alberto.
"Cerca di calmare un po’ le acque".
E lui.
"Certo, ci proverò, ma sembra tutto troppo strano". "Stai pure tranquillo", replico con la voce che tradisce un po’ un’aria divertita.
"Ci vediamo domenica, a presto".
E metto giù il telefono con una risatina che nasce e muore simultaneamente.
Mio fratello, seduto a guardare la tv, resta stupito quando gli abbozzo un riassunto di quello che è successo, anche lui sorridente, assicura che sono tutto matto.
"Ma perché vai a fare 'sti casini?".
"Ma che casini", replico.
"Sono loro che se la sono presa, ho fatto solamente una domanda come tante altre, non ti pare?".
E lui.
"Sicuramente hai fatto solo una domanda, ma l’hai fatta a casa loro.
Perlomeno dovevi farla fuori del santuario, non so, al tuo amico caso mai, sembrava più corretto, o no?".
Resto immobile nelle conclusioni, come ha fatto a prendersela così tanto fra Vincenzo?.
Allora è vero che all’interno dei monasteri c’è questa strana ma veritiera realtà.
Da tutto questo casino, quello che risulta essere semplice è il fatto che nessuno ne parla.
Le cose apertamente discusse nelle varie trasmissioni televisive, danno falsati i modi e i metodi di vita degli stessi.
Dov’è tutto questo parlare amichevole e sereno tanto dichiarato dalla tv e dai giornali?.
Se loro sono al sicuro, reali, se non si sentono colpevoli del modo di vita, perché tutto sto baccano inutile?.
So di essere un po’ avventato nelle domande.
Ma qual è, mi chiedo, la domanda più pertinente da fare se non quella di chiedere agli stessi il motivo di tanta falsità?.
Risulta invece che la verità assoluta non sia altro se non qualcosa di oscuro, al massimo qualcosa di sporadico.
La falsità può nascere solamente dalla paura, dalla paura di non essere come gli altri.
Se sei reale, se sei tu stesso, nessuno ti può toccare, nessuna circostanza ti può rendere schiavo della tua stessa natura.

E’ domenica mattina, sono in cammino verso il santuario tanto parlato.
Arrivo alla porta e busso con disinvoltura.
Perché preoccuparsene se sono nel giusto.
Mi apre fra Celestino, un confratello appena arrivato, mi guarda.
Non conoscendomi chiede in modo amichevole cosa voglio, gli rispondo che sono venuto a parlare con fra Vincenzo, il saggio e anziano della confraternita.
Dice di aspettare e resto alla porta.
Arriva dopo pochi secondi il mio amico fra Alberto, come mi vede, da cupo e pensieroso diventa tutto un tratto allegro e spensierato, la visita gli da conforto, si vede.
Ci salutiamo come sempre e mi fa accomodare in un saletta adiacente alla sala mensa.
All’interno della stessa, noto che è decorata con quadri dal valore inestimabile.
La tavola centrale, accompagnata da splendide sedie di legno lavorato a mano, ne risalta la bellezza. Anche i tappeti, provenienti da chissà quale posto, fanno da spalla all’autenticità della sala, almeno così sembra.
La figura di fra Vincenzo compare davanti ai miei occhi in tutta la sua forza ed espressività.
Ci sediamo tutti e tre nel divano di pelle.
"Come va", dico a fra Vincenzo semplicemente. "Come vuoi che vada", risponde categoricamente lui.
"Hai messo un po’ di pepe nelle nostre teste", replica seccato.
Diverte sentire un anziano saggio prendersela tanto. Sono come il gatto che rincorre il topo, la mia corsa però è dettata solamente da una curiosità personale. Lo incalzo e gli dico; "Fra Vincenzo, come mai tanta rabbia nei miei confronti?, che cosa c’è che non va della mia domanda?", lo stuzzico incuriosito più che mai.
E lui.
"Ocram caro, tu non puoi venire qui a fare certe domande.
Sono bestemmie.
Hai insultato non solo me, ma anche i confratelli e questo non è giusto", mi risponde con occhi pieni di tensione.
"A voi da fastidio che uno insinui che all’interno del vostro santuario ci siano, come dire, delle persone che hanno gusti sessuali identici, cioè, che ci siano gay giusto?.
Ma allora, mi chiedo, se non ci sono, qual è il problema?.
Mio padre ha sempre insegnato che se sono nel giusto, se non faccio niente che possa essere contro la natura o contro altro essere vitale, non c’è nessun problema, posso tranquillamente girare per la strada a testa alta.
Non capisco il vostro comportamento, tutto qui", non manco di precisare.
E lui.
"Il punto è che tu non tieni conto dei vari problemi che ci sono all’interno della nostra casa.
Noi viviamo in un mondo che è completamente diverso dal tuo, e quindi non ci può essere confronto. Poi, non è assolutamente vero che da noi ci sono gay, non sono mai esistiti e non ci saranno mai", mi risponde ancora più esplicitamente fra Vincenzo.

Il mio amico fra Alberto lo vedo di nuovo triste e cupo, lo lascio nella sua tristezza e continuo a parlare con fra Vincenzo.
Arrivo al punto di chiedere come mai girassero così tante voci al riguardo.
Replica che sono trovate della gente che è al di fuori dei luoghi religiosi.
"Per infangare la chiesa ", dice più espressamente.
Ed io replico.
"Lo sai che tu vai contro la natura stessa?.
Tu sei votato da spirito benevolo verso gli altri giusto?, ma non ti rendi conto che trascuri il tuo stesso essere.
Come puoi essere religioso se sei il primo a non farti del bene?.
Se ci fosse Gesù Cristo ora qui, ti direbbe sicuramente di lasciare andare tutte le tue stupide idee e le idee che ti hanno inculcato i tuoi superiori. A me non interessa che voi siate o non siate gay, se lo siete è solo un problema vostro, ed è vostro anche il problema di non sapere chi siete, perché non lo sapete.
Se lo sapeste non condurreste una vita privandovi della forza che ha il vostro corpo per natura".
Detto questo, fra Vincenzo è trascinato dalla semplice verità, in un vortice di paura, ma dura poco.
Vedo che l’orgoglio s’impossessa ancora una volta del corpo e replica indignato.
"Ocram, sei fuori del seminato.
Come fai a dire che noi non siamo religiosi se abbiamo dedicato la nostra vita al voto di castità e di umiltà per farlo?.
Da dove nasce la tua domanda se noi siamo gli unici, compresi preti e suore, a donare la nostra vita per amore al Signore?".
Ed io.
"Sei sicuro di donare al signore quello che secondo te e la vostra chiesa vuole?.
Mi pare logico invece affermare che voi non siate altro che fissi nelle vostre idee.
E’ il vostro credo che non mi dà la sensazione di verità.
Credete talmente tanto in quello che vi hanno insegnato che non avete nessun dubbio.
E’ il dubbio che ti fa ricercare la verità assoluta.
Se uno crede, crede e basta, non vede le cose con altro occhio se non con quello stesso che crede.
Il credo è la malattia di tutte le chiese, non sapete dire altro", dico ansioso di tappargli la bocca.
Quello appena detto, esce dalla mia bocca dettata da una forza interiore.
L’anima mi guida a parlare in questo modo, le parole che scivolano via, sono trasportate da un fluido magnetico.
Viene da pensare che quello che sta accadendo, non è altro che un’apparizione di Josuè.
E’ lui che mi trascina in questa valle oscura fiorita di peschi e ciliegi, lo sento crescere all’infinito, la sua potenza devasta il mio corpo con una luce accecante che risveglia la consapevolezza.
Tutto esce con semplicità e naturalezza, pari al respiro, tutto è in sintonia con l’esistenza.
"Perché c’è l’hai tanto con noi?", dice fra Vincenzo preoccupato.
"Ma non c’è lo con voi, è che sono alla ricerca di una verità, la verità assoluta, e parto dalla prima logica cosa che deve essere in sintonia con la realtà. La religione.
Se tutto quello che dite è vero, non vedo perché prendersela tanto.
C’è qualcosa che non quadra, giusto?", replico con un lieve sorriso.
E lui.
"Non ho mai sentito niente di più stupido.
Come fai a sostenere che non siamo religiosi e reali, quando, come già detto prima, siamo gli unici ad esserlo.
La nostra vita si snoda in varie direzioni, quella fondamentale per la nostra chiesa è l’amore, e la religione è l’amore ".
Resto un attimo a pensare.
E’ sfuggevole la sensazione di verità, questo è quello che dà fastidio.
Sentire parlare una persona votata alla religione in questo modo è bello, ma quello che non convince è che in pratica tutto è falsato, tante belle parole e poi picche.
E’ da una vita che sento parlare bene tutti quelli che hanno il potere di farlo, lo fanno, ma nessuno non è mai stato di parola.
Se Gesù predicava la povertà, l’umiltà e l’amore, come mai la chiesa è così tanto ricca?, mi chiedo sempre più insistentemente.
Non dovrebbe essere la prima a donare tutto quello che ha?.
Non diceva forse Gesù;
"Donate ai poveri tutto quello che avete ed entrerete nel regno di Dio?".
Ma allora, perché la chiesa non lo fa?.
Sono già entrati loro nel regno di Dio, o hanno la stessa paura che hanno tutti, quella di lasciare tutto?.
"Bevi qualcosa", mi chiede fra Alberto impaurito della conversazione.
"No grazie, devo tornare presto, ho delle cosette da mettere a posto", gli rispondo.
Noto fra Vincenzo pensieroso e preoccupato. "Medita, medita", dico scherzando.
"Vedrai che un giorno, forse, ti entrerà tutto chiaramente in testa, nella tua anima.
Ti accorgerai che sei solamente fissato nel ruolo che tanto difendi.
Un giorno, se arrivi alla consapevolezza, ti renderai conto di quanto stupido sia essere identificati con la propria persona.
Tu non sei solamente un frate, sei principalmente un essere, una persona, quindi siamo uguali.
Io e te non abbiamo nulla che non sia identico.
I pensieri, le manie, le paure, sono tutte uguali, cambia solamente il gioco, tu stai giocando in un modo, io no, tutto qui, ma siamo due persone umane identiche.
Se parti con il presupposto che due esseri umani hanno le stesse identiche caratteristiche sia fisiche sia mentali, devi anche renderti conto che le cose di cui ha bisogno il mio corpo, le ha anche il tuo.
Se respiro, respiri anche tu, se mangio, mangi anche tu, se ho bisogno di dormire, l’hai anche tu, quindi dov’è la differenza tanto acclamata?.
La sola differenza resta che tu, voi, siete rinchiusi in un santuario a pregare e a consumarvi nelle vostre stupide manie, non c’è niente di religioso in ciò che fate.
Come può essere una preghiera diretta all’esistenza, una frase letta e riletta da tanti anni ?", gli dico. Anche le suore predicano l’amore, come dite voi, ma anche loro continuano ad essere ottuse nel credo. Credono che la fustigazione, una sorta d’autolesionismo che secondo le stesse dovrebbe assolvere le anime peccatrici davanti a Dio, non sia altro che un modo per arrivare a conseguire la realizzazione.
E’ altro che un farsi del male.
Solo chi è masochista può farsi del male.
Dov’è l’amore tanto espresso e dichiarato se poi sono le prime a non adottarlo?.
Quelli che voi chiamate Santi martiri, non sono altro che pazzi schizofrenici.
Il loro credo gli ha portati a fare cose disumane.
Professare una vita di sopportazione e sacrifici e diventare Santi per questo, è solo andare contro l’amore proprio, come fate a volere del bene, se non amate nemmeno il vostro corpo, la vostra anima?", finisco di dire.
"Anche le tue sono belle parole", dice fra Vincenzo.
"Ma cosa fai oltre a parlare?, parli anche tu come noi perché hai la lingua", mi ammonisce minaccioso.
Ed io.
"Certo che parlo solamente, posso farlo.
Non mi sono assunto nessuna responsabilità al riguardo.
Non ho da fare niente che non faccio già, sei tu che hai scelto una via impegnativa, ma vedo che non è percorsa nel modo migliore.
Siete tutti voi che avete scelto di aiutare la gente religiosamente.
E’ vostra la scelta ed è vostro anche il compito, io, mi limito a scoprire se quello che dite è anche portato a termine, per una mia curiosità".
Resto zitto per pochi minuti.
Fra Vincenzo, vedo, è cotto.
Non è stato sconfitto con le parole, è sconfitto al di dentro.
E’ come la coca cola sgasata, manca di brio, di entusiasmo.
Mi alzo in piedi con disinvoltura e saluto fra Vincenzo, il mio amico, fra Alberto coglie l’attimo per chiedermi della sorpresa, quella promessa la settimana prima.
"E’ questa", gli rispondo divertito.
"Me lo immaginavo che ne usciva un casino, non ti sembra una buona sorpresa questa?".
"Certo che sì, speravo però fosse qualcosa di diverso, non so, che volessi entrare a far parte della confraternita".
Rispondo ridendo "Sei proprio spiritoso, a proposito, pensa a quello che stai facendo, l’esistenza ti aspetta".
Prima di andare, gli suggerisco a fra Vincenzo di meditare.
"Meditare?", brontola lui.
"Certo, meditare", gli rispondo, mentre sto per andare.
"Che novità è questa", esclama allibito fra Vincenzo.
Mi fermo ad ascoltarlo ancora un attimo, così, per divertimento.
"Lo facciamo tutti i santi giorni", continua.
Ed io, proseguo.
"Si lo fate, lo so.
Si dal caso però che la vostra meditazione non sia altro che un’altra tecnica mentale", ribatto precisando.
Lo vedo più cupo del solito.
"Vorresti sostenermi che anche la meditazione è una cosa sbagliata?", non manca di ribattere fra Vincenzo.
"Non ho detto questo.
Ho solo precisato che la vostra meditazione, è sbagliata".
La fronte corrucciata di fra Vincenzo mi indica la sua perplessità.
Poi lui, riesplode lamentandosi.
"E da quando sono entrato a far parte della confraternita che faccio meditazione.
L’ho studiata e provata in lungo e in largo e sono sicuro di aver conseguito il metodo più giusto", ribatte.
Ora tu mi vieni a ricordare che devo meditare.
Medita tu invece.
Mi sa che ne hai più bisogno di me", insiste ora più arrogante che mai.
Resto ad ascoltarlo divertito ancora di più.
E proprio sereno e tranquillo, si nota.
Messo vicino ad un neon, lo stesso si accenderebbe dalla elettricità che ora scaturisce.
"Per voi la meditazione è un metodo da acquisire", replico sicuro.
"Ma la vera meditazione non è un metodo, non ha bisogno di nessun metodo.
La meditazione, accade.
La meditazione è", rincaro allegramente.
"Ho sentito tante persone parlare di meditazione.
Tutte hanno una loro tecnica.
C’è chi usa il metodo del pensiero, chi quello del focalizzare un qualcosa, chi quello di lasciar andare le cose brutte per sostituirle con parole dolci ed esatte, o quello di visualizzare d’essere in un posto pacifico e beato.
Sono altro che tecniche, servono a poco.
Ti fanno stare meglio, questo è vero, ma è solo un surrogato della vera meditazione.
Fra Vincenzo, non sta più nella pelle.
La sua voce, ora, è carica d’ira.
"Non ti permetto di sostenere che la mia meditazione e quella che ci hanno tramandato i nostri avi, è sbagliata.
Noi la conserviamo e la attuiamo ancora con meraviglia.
Ci dà serenità e beatitudine", esclama allibito delle mie parole.
"Vedi", ribatto amorevolmente.
"Non sei così beato e sereno come dici".
La sua arroganza lo conferma.
"Prova a stare seduto o steso sul letto senza forzare i tuoi pensieri.
Lascia che il tuo corpo e la tua mente agiscano da soli.
Senti e vedi all’interno di te quello che succede stando semplicemente immobile, tranquillo.
Non cercare di pensare a cose belle o a posti paradisiaci.
Così, come fai tu e i tuoi confratelli, vi state solamente allontanando dalla vera meditazione.
La vera meditazione accade come il respirare.
Cosa fai per respirare?.
Niente.
Respiri semplicemente.
Come fai a camminare?.
Cammini semplicemente.
Non stai li a provare e a riprovare.
Questo lo fai solamente quando sei bambino, anche se non ti accorgi.
Quando hai imparato, cammini e basta.
Non pensi a come mettere il piede destro e quello sinistro.
Prova per una volta.
Ma stai attento bene alla mente.
E’ lei che ti svia, è lei che ti dice di non continuare, di non proseguire.
Se stai bene attento, noterai che dopo un po’ la mente vuole rimpossessarsi della sua funzione.
Vuole ritornare a comandarti, ad ordinarti.
E’ lei che, senza consapevolezza, ti fa fare le cose che fai normalmente.
Tutto quello che fai inconsapevolmente è opera della mente.
Sei il suo schiavo.
Se la meditazione arriverà, ed arriva, sarai trasformato", dico per finire.
Me ne vado guardandolo di striscio, quasi scoppio a ridere a vedere la faccia sbalordita e confusa di fra Vincenzo.
Sono da un paio di mesi immerso nella natura, voglio vivere a stretto contatto con lei, assaporarne tutte le forme e profumi, colori e vitalità.
Voglio vivere da eremita.
Mi cibo d’uva selvatica, di fragole, di mirtilli e more.
Tutto quello che trovo e che mi dona la natura, mi basta.
Ho preso questa decisione dopo avere costatato che la vita che trascorro giù in paese è priva di significato.
L’aver parlato tanto, ha esaurito tutte le risorse.
Ora, l’anima, vuole serenità e pace, non posso che accondiscendere.
Che bello scoprire le varie forme di vita, e da queste che accolgo le intuizioni.
Il semplice stare a guardare mi dà delle risposte mai esaudite prima d’ora.
Ho esperienza diretta che la vita è in costante movimento e mutamento.
Sto attento a non disturbare la creativa vitalità di tutti gli insetti che ne sono coinvolti.
Si risveglia nel mio intimo un amore incontenibile, mai provato.
Dio, l’esistenza, è questo.
Tutto e tutti, facciamo parte di un unico sistema.
Mi colpisce questa sintesi, è reale e veritiera, dà una sensazione di totale, universale.
Dormo in un sacco a pelo.
Di sera, prima di coricarmi, sto ad ascoltare i rumori che la natura produce.
Questo stare fermo e in silenzio, crea in me una sensazione fantastica, magnetica.
Il corpo sembra dissolversi e nel suo dissolversi compare una consapevolezza rispolverata.
Sì, è proprio questa la sensazione, è come uno specchio lasciato in disparte per anni.
Ora che lo rivedo e lo spolvero, ritorna a splendere e a riflettere tutto con chiarezza.
I pensieri formulano domande che evaporano come l’acqua a novanta gradi.
Non c’è domanda alla consapevolezza.
Tutto è chiaro e cristallino, è trasparente come il sorgere del sole che la natura ha le sue regole non scritte, ma dettate dall’esistenza stessa.
Quello che ora assale la memoria, è il discorso tenuto al santuario, quello che ha dato tanto fastidio a fra Vincenzo, relativo alla presunta presenza di gay.
Ricordo ancora vivamente di averne parlato a lungo una sera con Antonio.
Anche lui era convinto che fossero esseri umani uguali a noi in tutto e per tutto, ma non era stato abbastanza chiaro da convincermi.
Ora la natura, la verità, diffonde delle informazioni che non sono altro che l’assoluto, quello che è.
Vedo che i fiori per fiorire, hanno bisogno del polline, che gli animali, per riprodursi, hanno bisogno di accoppiarsi con uno di sesso opposto.
Il sole accarezza il fiore di loto, come l’ago di pino, riscalda il campo di mais, come il campo incolto.
Il sole dà la luce al bisonte, come alla formica, dà luce all’oscurità, come l’oscurità toglie la luce.
Il sole dà vita alla rosa, pari al semplice filo d’erba, dà la vita al ratto, pari alla colomba, dà vita al seme, pari all’albero.
La luce crea l’ombra, l’ombra che tanto brami al caldo estivo, come il sole riscalda una giornata invernale.
Il vento che tanto dà fastidio nelle fredde giornate invernali, tanto fa contenti i marinai che gonfiano le loro vele assopite.
Il vento che fa scompigliare i capelli e ti fa arrabbiare, è lo stesso che rende felice una mandria di cavalli che sventolano la loro criniera con allegra libertà.
Il vento che esplode la sua rabbia nella tempesta, è figlio di quello che ti fa udire il canto della foresta, è quello che porta il polline e che ti fa meravigliare lo sbocciare della primavera.
L’acqua, tanto fa tremare la persona che annega, quanto fa cantare di gioia il contadino che irriga i campi, quanto fa paura e terrore alle persone alluvionate, pari alla gioia dei vacanzieri al mare.
Dà la vita al germoglio indifeso, quanto al pianeta intero.
Disseta la gola dopo una corsa, quanto lava via il sangue del bambino appena ucciso.
E’ potente nella sua foga, quanto dolce quando ti accarezza al lavarsi.
Scende in profondità, quanto in altezza.
La terra ci dà i frutti, tanto quanto ce li toglie.
Si piantano i semi, come si seppelliscono i morti, dà la sensazione di compattezza, tanto quanto l’intensità di una frana.
Crea montagne come voragini, è spessa come nella fragilità di un granello di sabbia.
Noto che l’acqua scorre sempre verso il fondo valle, e so per certo che il giro che fa, non è mai lo stesso, tutto è in movimento.
E’ un ciclo vitale quello che compie.
Parte dalle vette, arriva in pianura e si disperde in mare, poi le nuvole riportano la stessa ad alte quote e ricomincia il nuovo ciclo.
Tutto è in relazione alla vita, alla crescita.
Antonio, una volta, mi disse che in ogni modo i gay sono esseri umani e dato tale non possono non essere equiparati a tutti gli altri.
Gli avevo risposto.
"Sì, sono uguali fisicamente, ma mentalmente sono malati da una inconsapevolezza.
Il loro essere omosessuali, non è altro che un gioco creato dal loro cervello e loro s’identificano con il gioco stesso.
Anche i travestiti allora sono normali.
Anche i viados, sono normali.
Certo che lo sono, fisicamente.
La natura ha donato loro delle caratteristiche, anche se non proprio uguali, in ogni caso fanno sempre parte dell’esistenza.
Con questo non vuol dire, essere normali".
Dicendo questo, Antonio era andato a raccogliere un semplice esempio in natura.
Voleva farmi credere che siamo come gli animali.
"Siamo animali".
Gli avevo assicurato.
"Solamente abbiamo un cervello per ragionare e una consapevolezza che è al di là del pensare.
Arriva dall’intimo ed è intrinseca alla nostra natura, alla nostra persona".
Quello che lui voleva farmi capire, era che tra animali esiste però l’omosessualità.
"E’ vero".
Gli avevo ribattuto.
"Quello che dici è verissimo, ma resta pur sempre il fatto che l’uomo si distingue per avere il cervello.
L’uomo sa di essere tale e sa anche che deve morire, prima o poi.
E’ l’unico animale che sa per certo che deve morire, gli altri non lo sanno.
"Se l’esistenza ci ha donato il cervello, perché non usarlo?.
Qui nasce il malinteso, credono che quello che pensano sia tutto reale e veritiero.
Non è assolutamente vero.
E’ il cervello che si è impossessato del loro spirito, della loro essenza.
Noi comuni mortali, siamo nati puri, senza nessun pensiero rivolto alla perversione, quello arriva dopo, dopo aver vissuto in ambienti sbagliati, dopo aver vissuto il rapporto con il proprio corpo in maniera errata.
Non è parte della nostra esistenza, è una nevrosi, una malattia che si sono creati loro".
"A questo punto".
Dicevo ad Antonio.
"Anche chi lo fa con gli animali è normale, è una sua scelta.
Il cane che si lascia fare non sa.
Ho visto anch’io, con i miei occhi, cani in effusioni amorose, pur essendo entrambi maschi, ma non per questo si può dire che l’uomo è come un animale.
E’ chiamato appunto, uomo, perché ha un’intelligenza ed un cervello che lo eleva dal resto.
Capisco che l’omosessuale c’è sempre stato, ma se guardi la storia dell’uomo, ti rendi conto che da quando esistiamo, fanno lo stesso sbaglio.
Tutti quelli che pretendono di essere "normali", in realtà vogliono solo far credere di esserlo.
Non lo sono.
Non ho mai visto un branco di elefanti fare orge, non ho mai visto un leone farlo con un cucciolo, e anche se fosse, sono sempre e comunque animali.
E’ la mente che dà la perversione alle persone che si lasciano trasportare da questo stupido gioco. L’amore, quello vero, è dettato da un’armonia, da una comunione spirituale reciproca che sfocia nel più assoluto incontro.
L’uomo e la donna si fondono in un tutt’uno solo la consapevolezza è la cosa reale e veritiera dell’atto, questa è religiosità.
Ricordo perfettamente che Antonio non riusciva ad entrare nei parametri da me elencati.
Mi stupivo che uno come lui, seppur un tipo sempre cannato e fuori di testa, non riuscisse a capire che comunque la normalità, era ed è dettata dalla natura stessa.

Poi, all’improvviso, dal nulla.
"Josuè", esclamo urlando.
"Mi hai fatto prendere una paura".
"Ah sì, pensavo l’avessi già trascesa", dice ridendo a crepapelle.
"Già trascesa?", gli rispondo.
"Sei ancora fermo al primo gradino. Tutto quello che ti ho detto, non ti ha fatto fare un balzo qualitativo?", dice ancora con spasmi di risata.
"Devo trascenderla?, pensavo fosse solo una cosa da sapere", dico spaventato.
E lui.
"Tutto è da trascendere, tutto quello che nasce dalla tua mente, quello che trovi pensante all’interno è da trascendere.
Quando trascendi sai per certo che non è.
Tu non sei paura, è solo una tua proiezione, tutti ne hanno, tutti sono in qualche modo cattivi e in qualche altro buoni.
Guarda i tuoi pensieri, si snodano in mille direzioni diverse.
Ora pensi all’amore, subito dopo sei odioso, pensi di voler del bene a te stesso e subito dopo non te ne vuoi, sei in amore con la fidanzata e subito dopo la maltratti.
Tutto è da trascendere, quando trascendi sei religioso, non sei più ciò che la tua mente vuole farti credere, quello è un gioco, il gioco più stupido e pericoloso che ci sia.
Ma ancora non lo sai, ed è per questo che ti dico tutto questo, voglio solamente aiutarti a percepire il vero significato.
Se lo comprendi sarai per sempre allietato da una consapevolezza che è al di là della mente, sei trasceso, in perenne meditazione".

Quello sentito apre una finestra umana alla comprensione.
Josuè, comparso all’improvviso, mette nelle mie vene un caldo e saporito nettare di essenza.
Il suo modo di presentarsi non fa che aumentare la mia già acquisita potenziale spiritualità.
"Senti Josuè, vorrei sapere come fai a presentarti dinanzi a me quando cavolo vuoi, non riesco a capire il tuo modo di agire, borbotto carico d’apprensione.
Josuè.
"Sei tu che mi chiami, non lo hai ancora capito?.
Io non sono, oppure sono, dipende da come lo guardi.
Non hai ancora capito che sono intrinseco a te, ne faccio parte.
Quando entri in meditazione, quando lasci da parte la tua mente, compaio.
Io sono te.
Apri la luce della tua consapevolezza, ed io esco, come il genio della lampada di Aladino, solo che non sono estraneo al tuo essere, ne faccio parte, viviamo perennemente ed eternamente assieme".
"Cosa stai a dire?", dico in preda ad una curiosità mai conosciuta.
"Vorresti dirmi che ti fai vedere quando sono in silenzio con il mio corpo?, quando la mia mente è ferma?".
Lui.
"Certo, è proprio così.
Sei tu che scateni la consapevolezza, io, sono ciò, la tua consapevolezza.
La tua perenne ricerca interiore ha fatto sì che succeda.
Sei solo stato tanto testardo da non rinunciarci e ci sei riuscito.
D’ora in poi non sarai più quello di prima, capirai cose che prima non riuscivi a comprendere pur essendo intelligente.
Vedi Ocram, la mente non fa parte della consapevolezza, la mente serve a far posto alla cultura, alle parole, la tua mente, quello che immagazzini nel cervello non è altro che un ammasso di parole.
Come un computer, solo che il tuo computer funziona per conto suo, e tu, voi, non ne siete al corrente.
Ti ho sentito dire a qualcuno delle cose molto belle, questo è bello, è un aiuto, ma sono comunque solo parole, al di là delle parole, esiste il vero significato di tutto.
E’ il silenzio che scatena la vera gioia.
Il silenzio che nasce dalla mancanza di confusione nella tua mente.
Quello che sentivi da piccolo nel bosco, quello che tu chiamavi, "L’urlo del silenzio", non è altro che l’assoluto, è l’essenza del tuo essere.
Quando trovi questa silenziosità dentro, sei arrivato a casa.
Ora non ne sei ancora in possesso, ci vorrà ancora del tempo, ma ricorda che la strada è già fatta, il solo comprenderlo ti dà il buon uscita per il cammino. Non troverai più alcun ostacolo alla realizzazione, basterà seguire il sentiero.
Nessun problema potrà fermarti o deviarti perché tu sai che il problema non esiste è qualcosa che ha a che fare con la mente, non con te, tu sei oltre.
Hai trasceso il tutto".

"Ti racconto la storia delle due lucertole", dice scherzoso ma allo stesso tempo convinto.
"Va bene, ti ascolto", gli rispondo curioso.
"Una volta c’erano due lucertole, una buona e una cattiva.
Quella cattiva era quella che faceva sempre i dispetti.
Disprezzava e insultava ogni qualvolta c’era occasione.
Quella buona invece restava sempre impassibile e cercava di accontentare in tutto e per tutto, anche, a volte, passando per stupida.
Divenute grandi era stato loro ordinato di andare tutti i giorni a prendere dell’acqua per tutto il villaggio.
Un giorno, quella cattiva, trovò una scorciatoia, però questa era irta di pericoli.
La buona, visto la pericolosità, le disse che era troppo ardua, ma la cattiva, ignorando l’accortezza, non l’ascoltò e continuò a percorrerla.
Dopo un po’ di tempo la lucertola cattiva si ruppe una gamba e quella buona, sentite le lamentele, si accorse a vedere cosa le era successo.
Nel vederla, dato che si era rotta una gamba, la portò al villaggio coricandosela in spalla.
Mentre la lucertola cattiva aspettava la guarigione, quella buona continuò a lavorare facendo del suo meglio.
Passati alcuni giorni, la lucertola cattiva ricominciò a lavorare.
Un pomeriggio, la lucertola buona, consigliò per il bene dell’amica di tornare al vecchio sentiero.
La cattiva arrabbiatasi per il consiglio datogli da quella buona, la insultò e la ridicolizzò.
Poi non contenta la riempì anche di sonate botte.
La sera, le lucertole anziane, riunitesi in consiglio, chiesero a quella buona cosa le era successo, lei, per non confessare l’accaduto, rispose che era caduta lungo il sentiero.
Quella cattiva, che era presente al dialogo, rise e disse che l’aveva vista ruzzolare a terra e che era andata a soccorrerla.
La buona non aprì bocca, poi, chiese alla cattiva come mai aveva detto quella bugia.
Rispose che con le lucertole stupide e ignoranti non parlava.
Ogni Santa domenica, le due lucertole si recavano come rito alla Santa Messa.
Tutte e due professavano d’essere l’una più religiosa dell’altra.
La lucertola prete, predicava che l’essere buoni e umili era una virtù che non conosceva limiti.
La buona, finita la Santa Messa, si vantava d’essere quella più religiosa.
La cattiva, nonostante la fama, si beava d’essere la più furba e così di ottenere più fama e denaro.
Dopo alcuni giorni, la lucertola cattiva, considerando che percorreva molta meno strada, si vantava di portare molta più acqua al villaggio e quindi d’essere la più ammirata.
La buona, ricordandogli che la scorciatoia non era altro che impervia, le disse che non era questione di tempo, ma di previdenza.
Una sera, la cattiva, mentre tornava al villaggio con l’ultimo catino d’acqua, fu travolta da una frana e morì.
Quella buona e umile, continuò a percorrere la strada più lunga e meno impervia".

"Quale pensi sia il significato della storia", dice Josuè con un pizzico di severità.
Ed io.
"La storiella, può mettere in condizione di dare per scontato che la lucertola buona sia quella più religiosa e veritiera, ma quello che balza di primo acchito, è che tutte e due hanno mancato il raggiungimento alla realizzazione.
L’essere o non essere, non comporta necessariamente d’essere più religioso di altri, è solo un surrogato.
La chiesa ha creato questo stratagemma.
L’unico vero modo d’essere religiosi è quello di cercare all’interno di noi stessi il vero paradiso", gli rispondo convinto e fiducioso.
"E’ vero", assicura Josuè.
"Il vero significato della vita è il raggiungimento della realizzazione.
Se guardi bene, c’è tanta gente che fa del bene e altrettanta che non lo fa.
Sono assolutamente identici, mancano tutti la realizzazione".

E’ vero, osservando bene tutto il percorso fatto nella mia vita, trovo che la mancanza di comprensione e la non capacità di capire il meccanismo, era la mia e la vostra paura, la mia e la vostra ansia, tutto è in relazione.
Ho capito che l’amore, la consapevolezza e la comprensione, non sono altro che un’unica cosa. Uno stato meditativo che porta la fiamma al centro, che nutre la fragranza della consapevolezza.

Visto che ho acquisito la consapevolezza, o più precisamente, che la consapevolezza è entrata dentro di me, me ne ritorno giù in paese.
Neanche restare per pochi giorni da solo a meditare, dà la sensazione di unica realtà, anche quella sembra una fuga dal mondo.
Così decido di sana pianta di tornare a vivere in paese.
Da subito mi accorgo di quanto sia rumorosa la strada che conduce a casa, i camion, carichi fino all’inverosimile, spruzzano nuvole di smog ad ogni partenza.
Le macchine accatastate in fila indiana sono come formiche in preda ad un attacco di fobia, sono impazzite.
C’è chi suona ripetutamente il clacson senza rendersi conto del baccano che fa, chi parte a razzo per far vedere che ha la macchina più potente, più grossa.
Tutto si riduce ad una competizione.
Io, travolto da un’energia straripante, sono contento di sentirmi al di fuori del gioco, non ci trovo nulla di speciale.
Più che speciale, è una mancanza di sentimento, di responsabilità.
Gli unici ad essere sempre contenti e liberi, sono i cani randagi che trovo per strada.
Anche i gatti, sembrano non fare caso al casino che l’uomo inscena tutti i giorni.
Il loro modo di vita è semplice, libero.
Forse la preoccupazione più grande per loro è di trovare qualcosa da mangiare, ma anche questo non traspare dagli occhi.

Arrivo a casa.
Mi viene incontro abbaiando il cane, Maciste.
E’ contento di rivedermi, lo fa capire, anche un morto se ne sarebbe accorto.
Entro in casa, saluto mio fratello e vado a dormire.

Questo è quello che successe ad Ocram.
L’arrivare ad essere, era stato solo un processo, un processo voluto, voluto soprattutto dall’esistenza.
Il seme di tale è una cosa che hanno tutti, aveva capito.
Stava alle persone amplificarlo, annaffiarlo e diffonderlo fino a farlo nascere ed esplodere in tutta la sua vera forza.
La sua ricerca interiore lo ha portato a capire che le persone sono come i fiori, la loro bellezza sta nell’esprimere tutta la forza, la fragranza, sta nel raggiungimento della fioritura, dall’aprirsi all’esistenza.
Tutti abbiamo un seme, un germoglio pronto a svilupparsi, ma se restiamo tali non arriveremo mai ad espandere le nostre qualità.
Solamente chi non ha paura di esprimere il suo vero potenziale n’esce fiorito, e solo chi è fiorito si distingue per unicità, per fragranza.
Dopo aver conseguito tanto, ad Ocram, gli si sono aperti spazi e avvenimenti straordinari, tutta la sua vita ne ha tratto vantaggio, tutte le persone che lo circondano ne traggono vantaggio.
Anche la sua amica Alessandra, dopo svariate disavventure e continui sbagli, aveva capito finalmente il vero significato della vita.
Restando accanto ad Ocram, ha saputo riversare tutto il suo amore senza falsi pregiudizi e ipocrisie.
Anche lei era caduta nella trappola dell’ego.
Si era convertita alla religione, nel mondo monacale, ma non era stato altro che l’opposto di quel fatto in precedenza, non era consapevole del meccanismo che la mente portava a fare.
Solo restando a fianco e in sintonia ad Ocram, aveva capito che il riversarsi all’opposto non era altro che un gioco creato dalla mente.
Le persone vere, quelle religiose, non fuggono, sono reali in tutte le situazioni.
Alessandra aveva capito che il rifiuto del mondo mondano, a sostegno di quello monacale, non era altro che una nuova scappatoia.
Credeva che il rinchiudersi a pregare e a professare una vita così detta, "Religiosa", fosse la cosa più giusta da fare per tornare ad essere in sintonia con l’anima.
Si sbagliava, e da questo sbaglio ha tratto vantaggio.
Ora anche lei poteva ringraziare l’esistenza per il processo che aveva dovuto compiere per arrivare a tanto, a scoprire il vero significato.
Quello che succede ad ognuno di noi, non è altro che un processo che l’esistenza regala per comprendere e se solo stiamo più attenti, forse ci accorgiamo.
Il paradiso è qui, basta cambiare il modo di guardare, di sentire, di vedere, di annusare e di tastare.

E’ domenica, la mattina di una fine settimana di primavera, alle prime luci dell’alba, mi alzo di scatto quando la sveglia elettronica emette quel suo suono metallico e stupido.
Era un sogno.
Di colpo mi ritrovo ad annaspare tra la stanza in cerca di qualcosa da mettere.
Dopo aver indossato una felpa di cotone, un paio di jeans e avermi infilato le ciabatte, esco dalla camera per andare a preparare la colazione.
Nel momento in cui apro la porta della camera, sono investito da una luce così forte da farmi perdere l’orientamento.
Avanzo tenendomi con le mani al muro, come uno che cammina sul cornicione, non riesco a capire se sono i miei occhi che non vedono, o se la luce non mi lascia scampo.
Prima di entrare in cucina, mi fermo un attimo al bagno a sciaquarmi il viso, visto che non riesco proprio a svegliarmi.
Ho quella strana faccia che ti viene dopo una serata passata a fare il balordo in discoteca a bere e a fumare.
Lo specchio mi riflette con un’immagine distorta, ho i capelli tutti arruffati tipo cocker, le palpebre degli occhi sono nere a forma di mezza luna rovesciata.
Questa mattina non mi riconosco proprio, di solito esco dal letto con un aspetto più dignitoso, ma nonostante tutto mi appare tutto molto buffo.
Lavatomi e sciacquatomi abbondantemente, dato l’aspetto che mi ritrovo ad avere, finalmente m’infilo in cucina, preparo la moka per il caffè con lentezza e mentre aspetto d’udire il suono rauco della stessa, entra mio fratello, ci salutiamo ma resto perplesso.
La foto di mio padre e quella d’Antonio, sono incorniciate e poste sopra la credenza.

 

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Marco Tonato


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