Sadhana l'urlo del silenzio
di

Marco Tonato

 

 
           
E’domenica, la mattina di una fine settimana di primavera, alle prime luci dell’alba, mi alzo di scatto quando la sveglia elettronica emette quel suo suono metallico e stupido.
Di colpo mi ritrovo ad annaspare tra la stanza in cerca di qualcosa da mettere.
Dopo aver indossato una felpa di cotone un paio di jeans e avermi infilato le ciabatte, esco dalla camera per andare a preparare la colazione.
Nel momento in cui apro la porta della camera, sono investito da una luce così forte da farmi perdere l’orientamento.
Avanzo tenendomi con le mani al muro, come uno che cammina sul cornicione, non riesco a capire se sono i miei occhi che non vedono o se la luce non mi lascia scampo.
Prima di entrare in cucina, mi fermo un attimo al bagno a sciaquarmi il viso, visto che non riesco proprio a svegliarmi.
Ho quella strana faccia che ti viene dopo una serata passata a fare il balordo in discoteca a bere e a fumare.
Lo specchio mi riflette con un’immagine distorta, ho i capelli tutti arruffati tipo cocker, le palpebre degli occhi sono nere a forma di mezza luna rovesciata. Questa mattina non mi riconosco proprio, di solito esco dal letto con un aspetto più dignitoso ma nonostante tutto mi appare tutto molto buffo.
Lavatomi e sciaquatomi abbondantemente, dato l’aspetto che mi ritrovo ad avere, finalmente m’infilo in cucina, preparo la moka per il caffè con lentezza e mentre aspetto d’udire il suono rauco della stessa, entra mio padre, ci salutiamo con il solito freddo e quieto modo.
"Ciao papa’".
Lui.
"Ciao ".
Dopodiché mio padre nella sua solita stressante abitudine mi chiede dove sto andando.
In modo semplice e calmo, ma già irritato dalle sue solite domande, gli rispondo che vado a fare come abitudine, un giro nel bosco con il cane.
Sentito ciò, mio padre, non contento mi chiede se penso di tornare per la Santa Messa.
Irritato ancora di più, dovuto al fatto che sa bene non ci vada mai, gli rispondo con più forza e decisione.
"Papa’ mi hai rotto con questa storia, ogni santa domenica ti devo ripetere le solite cose, ma lo fai apposta? ".
Lui, sgomento del mio modo di ringhiargli addosso s’innervosisce e replica assicurandomi che non vuole mi scaldi tanto.
"Non vedo d’averti ferito con la mia domanda", mi dice.
Lascio perdere per non rovinarmi la giornata, un giorno penso ci sarà anche posto per i nostri malintesi e riuscirò sicuramente a mettere in carreggiata il nostro debole ma pur sempre valido rapporto di padre e figlio.

Uscito di casa, dopo aver consumato la colazione un po’ irretito, sono travolto come da un camion, dal mio cane, che nella sua foga, scaturita da una gioia incontrollabile, mi assale letteralmente in puro stile felino, senza però arrecarmi nessun danno.
Dopo che l’entusiasmo del mio cane si trasforma in una più moderata e allegra dimostrazione d’affetto, preso il guinzaglio e indossati gli scarponi, parto con grand'euforia verso la solita e piacevole destinazione.
Da subito mi accorgo di quanto sia bella la giornata che sta per iniziare, il cielo è sereno con qualche nuvoletta sparsa e rende il tutto un po’ più pittoresco.
I boschi che mi circondano sono già ricolmi di primavera, si sta già aspettando con ammirazione la nuova stagione che trabocca di colori e di profumi primaverili.

Le gambe sono indolenzite e non riesco ad attuare un’andatura adeguata, mi sento in pace con l’esistenza, sono in essa, però il mio corpo fisico, la forma, è di tutt’altra idea.
Nell’incamminarmi verso l’eremo, il posto che normalmente frequento, incontro alcuni visitatori dall’aria e dall’aspetto simpatico, molti di questi, provenienti da paesi lontani, lanciano un alone di stupore allo scorgere di tanta bellezza.
Ora osservando con più attenzione posso vedere con chiarezza l'aprirsi della nuova stagione abbracciare l’estasi della rinascita.
Si nota da subito il candido bianco delle campanelle macchiato qua e là da piccoli e coloratissimi gruppetti di primule.
Il sottobosco oramai scema di colori autunnali, noto che il risveglio è già abbondantemente iniziato, le piante svuotate delle loro foglie dall’incalzare del gelido inverno ora sono ricolme di germogli verdi.
Constatato che l’andatura si è fatta più sciolta e più amichevole, proseguo rimbalzando qua e là sul sentiero oramai familiare, le gambe rullano come impazzite per trovare la migliore aderenza, tutto mi riconduce consapevolmente all’età fanciullesca.
Arrivato all’eremo, mi siedo in un tavolino di pietra che serve ai visitatori per consumare il picnic.
Sono circondato da cosi’ tanta bellezza che non riesco a focalizzare un punto di ristoro, non riesco a tenere a freno la mia mente, tutto passa e torna velocemente, non riesco a focalizzare momento per momento tutto quello che vedo.
Ad un certo punto sento un suono provenire dall’altra parte dell’eremo, mi sembra di capire provenga da una delle tante grotte che si trovano nei paraggi.
Scendo dal tavolino incuriosito e mi dirigo all’indirizzo del suono, non è altro che un battito ritmato di bongo, più mi avvicino e più mi entra nella testa, o nel mio cuore, sono contagiato da tutto ciò dovuto anche dal fatto che normalmente il posto mi mette sempre in soggezione per la sua tranquillità e la sua primordiale misticità.
A pochi passi dalla grotta, da cui fuoriesce il ritmo battuto del bongo, quasi a richiamare l’istinto animale che ora mi trovo ad avere, mi fermo più per paura che per un valido motivo.
Constatato che la paura è solamente una mia proiezione, scorgo dall’imbocco della grotta una figura dalle somiglianze indiane.
I capelli, lunghi e bianchi donano un aspetto mistico e religioso ad un corpo snello e longevo.
Dopo un attimo di timore e di studio, assumo la posizione del loto a pochi passi dal tipo e mi lascio trasportare dalle onde sonore del bongo.
Il silenzio che si frappone tra un battito ed un altro mi trascina giù fino in fondo al mio essere, sento il ritmo avanzare sempre più dentro il mio corpo, nel mio interno più interno, mi arriva in toni cosi forti che mi si sente scoppiare dentro, come se la musicità avesse trovato la sua esplosione nell’istante in cui trova il mio centro.
Ricordo di essere entrato in uno stato estatico per circa mezz’ora, o forse per un attimo, un’eternità, non potevo rendermi conto, era troppo bello, il tempo non aveva confini, spazio, era tutto un’immensa e vasta prateria di gioia e danza, tutto si focalizzava in un punto.
Il tipo, fermatosi all’improvviso, mi riporta catapultandomi d’un tratto alla realtà.
Apro gli occhi di riflesso costatando lo strano ma efficace modo di fare, lui, sicuramente serba lineamenti indiani, non un cenno al mio indirizzo, non una sola mossa o un solo gesto al mio indirizzo, quasi a snobbarmi, a tenermi fuori dei suoi confini.
Dopo averlo osservato con totale ammirazione, mi avvicino ancora un po’ per scorgere in lui qualcosa di familiare, ma la mia cocciutaggine si dimostra del tutto inutile.
Allora ci prova anche il mio fedele cane, scodinzolando si avvicina furtivamente fino quasi a sfiorarlo, ma il tipo impassibile e composto non ci fa caso.
Deluso, dopo circa dieci minuti, effettuo un ultimo tentativo facendo vibrare la mia voce.
"Buongiorno ", gli dico rompendo il silenzio della grotta.
"Come mai da queste parti? ".
Lui, ancora sulle sue m'ignora nuovamente e così, richiamato il cane, parto per tornare a casa.
Mentre proseguo il sentiero che mi riporta giù in paese, mi riecheggia nelle orecchie lo strano ma invitante battito del bongo e di nuovo mi entra come abbagli di luce.
Mi sembra di venire oltrepassato da una rasoiata di calore, quasi a perforarmi senza però sentire alcun dolore, anzi, la vibrazione che scaturisce tale melodia, mi penetra con dolcezza nell’intimo, come se i battiti non fossero altro che i battiti del cuore della persona amata.

Arrivato giù in paese, scosso e rapito da tanta beatitudine, rientro a casa, deposito lo zaino e do da mangiare al cane.
Entro in casa, saluto mio fratello che nel frattempo si è alzato dal letto e vado a farmi una doccia ristoratrice.
Mentre faccio la doccia, ritorna alla memoria quel visto e udito su all’eremo, la voglia di raccontarlo al mio amico Antonio mi fa nascere un’ansia che si tramuta in un sentimento liberatorio.
L’ora di pranzo mi siedo a tavola nel solito posto. Mio padre, a capotavola, sprigiona la sua spiccata autorevolezza in modo visivo, quasi fosse ancora incerto di tanta autorità.
Comincio a mangiare senza far caso alla conversazione che mio padre e mio fratello stanno facendo, l’ignorarli però vedo non li turba per niente, io, raccolto nei miei pensieri, mi assaporo con squisito appetito la pasta.
Passato qualche minuto, mio padre, rivolgendomi la parola all’improvviso, mi chiede curioso della mia risposta, com’è andata la passeggiata nel bosco, se ho incontrato qualcuno o se invece ho trovato qualcosa di speciale da raccontare. Gli rispondo di aver incontrato un tipo strano, ma non uno strano inteso come tale, strano nella sua semplicità, nell’attrazione che scaturiva verso di me.
"Suonava il bongo", gli rispondo subito.
"Vicino all’eremo".
Allora mio padre dice scontroso:  "Ocram lo sai che bisogna stare attenti agli estranei, e che non bisogna avvicinarsi a certi tipi ".
"Papà, certo che lo so, non continuare per favore a stressarmi la vita con le tue solite romanzino, " gli dico.
"Ti capisco, ma non sono nemmeno uno stupido, e poi non ci ho nemmeno parlato, quindi, qual è il problema? ".
E lui.
"Lo dico per il tuo bene e sappi in ogni modo che sono più vecchio di te e la so certo più lunga ".
Non ci sto e rispondo;
"Sei sempre li solito rompiballe che vuole impormi quello che devo e quello che non devo fare, ho vent’anni e so quello che faccio, non sarai certo tu ad insegnarmi come mi devo comportare a quest’età".
A questo punto mio padre comincia ad urlarmi addosso che lo manco di rispetto, che lui a suo padre non avrebbe mai risposto in questo modo, dunque non era un atteggiamento da farsi.
Lo assecondo per non litigare ancora di più, e me ne vado per non continuare in quella stupida scenata.

Trovo un mio coetaneo al bar, che normalmente frequento e chiedo se ha visto il mio amico Antonio, lui guardandomi di traverso mi fa cenno di no con la testa, allora mi dirigo velocemente verso casa sua.
Arrivato a casa d’Antonio, un tipo che si fa spinelli di brutto, suono il campanello.
Dopo un attimo d’esitazione, esce sua madre, gli chiedo se posso parlare con suo figlio, ma lei, accortasi subito della mia reale visita, mi anticipa dicendomi che Antonio è al fiume a pescare e che probabilmente non sarebbe tornato prima di sera.
Salutata sua madre, parto alla ricerca d’Antonio.
Strada facendo, mi passano davanti agli occhi dei flash.
Subito non riesco a decifrare il significato di tali, ma nel volgere la ricerca del mio amico, tutto diventa chiaro, sto pensando a quello strano incontro, quello con il vecchio.
Passata più di mezz’ora, alla ricerca di Antonio con relativo rompimento di, trovo il mio simpatico e adorabile amico intento a fumarsi una beata e sinuosa canna di Maria, per certi santa, e con l’altra canna, quella da pesca, per intenderci, appoggiata alla gamba di una sedia di plastica sfatta.
Al mio arrivo, Antonio, incredulo, mi chiede: "Ocram, che diavolo ci fai tu qui? ".
Ed io.
"Sono venuto a cercarti perché ti devo parlare di una strana cosa che mi è successa stamattina, mentre ero col cane su all’eremo ".
Lui.
"E che cosa ti sarebbe successo di così terribile o entusiasmante, da venire fin qui, in cerca di me, visto che non ci sei mai venuto?".
"Sono appunto venuto qui per poter parlarne con qualcuno e si dal caso che quel qualcuno sia proprio tu ".
Lui, mi guarda perplesso e mi risponde che gli sembro ebete o forse arrabbiato.
Replico affermando che ebete forse non lo sono, ma che arrabbiato lo ero di sicuro, dato che avevo appena finito di litigare, si fa per dire, con mio padre.
Così, comincio a raccontargli che ho trovato un tipo strano su all’eremo e che nonostante abbia tentato l’approccio, non mi ha minimamente degnato di un solo sguardo.
Antonio, dice sorridendo, che cosa me ne poteva fregare, io, invece rispondo che m’interessa assai.
"Non è da tutti i giorni trovare una persona così, non l’avevo mai notato prima", gli dico.
"Anzi, sono sicuro di non averlo mai visto in precedenza, e che la sua figura mi è stata impressa dall’aspetto carismatico e solitario".
Antonio ribatte che a lui del tipo non interessa un gran che, e che se sono venuto al fiume per rompergli con sta storia posso anche andarmene.
Mi giro dall’altra parte per attutire quello che mi sta dicendo Antonio, poi lo scruto negli occhi.
"Antò, ma quanto hai fumato oggi?".
Si mette a ridere come un pazzo privo di cure, si sbilancia dalla sedia cadendo all’indietro, nella caduta si rompe la canna da pesca ed anche la sedia, mi metto anch’io a sganasciare, mentre lui impreca a gran voce tutto quello che gli passa per la testa, tante bestemmie e molte parolacce che addirittura non n’avevo sentite mai prima.
Mi siedo vicino a lui, sull’erba, dato che il posto lo permette, è carino, c’è un prato molto verde punteggiato dai colori dell’arcobaleno, lo scrosciare del fiume sembra una canzone per bambini, come la ninna nanna, il vento mi accarezza leggermente i capelli e si ode il canticchiare degli uccelli che risvegliatosi dall'inverno anche loro contribuiscono al sorgere della nuova stagione.
Guardo Antonio in modo ansioso e noto che ammicca un leggero sorriso da folletto, tipico del fuori di testa, ora, ripresosi, mi chiede spiegazioni più dettagliate a riguardo.
Gli assicuro che appunto sono venuto al fiume per sentire se ne sa qualcosa, ma già mi accorgo dal suo gesto negativo che non ne ha la più pallida idea, quindi lascio perdere e mi metto d’accordo per uscire la sera.
Lo saluto con una pacca amichevole sulla spalla e lo lascio al fiume con un; " A più tardi ".

Torno a casa, e mi accorgo che la giornata oramai è andata, il sole sta scomparendo all’orizzonte, la luce, fiacca, minaccia già l’avvicinarsi dell’oscurità, ma nonostante tutto e tutti sono contento, non so precisamente perché, ma la domenica trascorsa mi è stata utile, mi sento diverso, forse ho notato qualcosa che stuzzica il mio interesse, ho qualcosa cui pensare d’importante, mi pare aver conquistato e conosciuto qualcosa d’identificabile, qualcosa che vale la pena essere conosciuto e approfondito.
Arrivato a casa, subito mi viene incontro il mio carissimo lupo, lo faccio giocare come il solito per un po’ con la pallina di gomma, comprata apposta per non rovinargli i denti, così mi ha sempre detto il veterinario di fiducia, poi entro in casa tutto raggiante per la gioia che ogni volta il mio cane mi trasmette.
In casa, saluto mio padre e mio fratello, mi rallegra notare mio padre già rilassato.
Vado subito a farmi una bella e rilassante doccia, quella doccia che speri di farti quando ne senti quel bisogno assoluto, quando appiccichi tutto e non vedi l’ora di assaporare l’acqua sulla pelle, quando senti che scorre dalla testa ai piedi donandoti la sensazione di una scossa elettrica, come se l’acqua fosse folgorante.
Dopo aver fatto la doccia, mi vesto a puntino per uscire, camicia bianca con jeans e scarpe nere lucide, un po’ fighetto e un po’ sportivo, vado in cucina, mi preparo un’insalata mista e un petto di pollo sulla griglia, ceno, e parlo con mio padre delle cose che mi sono successe al fiume, fortunatamente senza nessun litigio ed esco in preda ad un entusiasmo colmo di frenesia per l’incalzare della serata.
Trovo Antonio, che si sta facendo una superba cannozza di marijuana, gli chiedo dove siamo diretti, lui, mi risponde che intanto finisce di farsi la canna e che poi si vedrà.
Finita l’opera d’arte, Antonio accende la canna e comincia a fumare come volesse mangiarla, fuma in modo nevrotico e frenetico, con bramosia, quasi fosse un gelato al limone che rinfresca il palato in una giornata afosa di prima estate, mi chiede se voglio fare un tiro, io, d’impulso, faccio un paio di tiri abbondanti e subito sento l’effetto che invade la mia testa, come lo scoppio della granata al tocco del suolo.
Ora tutto mi passa davanti in maniera veloce e confusa, vedo Antonio che mi osserva con disinvoltura, d'altronde per lui è normale, ci mettiamo a ridere come due bambini appena compiuta la marachella, poi Antonio mi esclama;
"Ehi Ocram, tutto a posto?, sei già andato mi sembra è? ".
Ed io.
"Ti sbagli di grosso, se ho appena che fatto un tiretto".
Subito dopo mi gira e rigira la testa in modo vorticoso, ho strane sensazioni, sembra di essere in possesso delle mie capacità sensoriali e allo stesso tempo non lo sono, tutto va e viene come un’onda del maremoto, tutto precipitoso e incasinato da non capirne più il senso.
Mi siedo su di un sasso e Antonio mi fa: "Mi avevi assicurato che non sentivi nulla, e adesso devi addirittura sederti, con quella faccia stravolta che ti ritrovi ad avere, a chi la vuoi dar da bere? ".
Lo guardo e faccio segno che si sieda anche lui un attimo, il tempo per ritornare un po’ all’origine.
"Senti Antonio, in queste condizioni possiamo andare solamente a divertirci in qualche locale o in qualche discoteca, tu che ne dici?", gli esclamo scoppiettante.
"Per me fa lo stesso, dove vuoi tu ", risponde a tono Antonio.
"Cosa ne dici se intanto che mi passa un po’ ce n’andiamo in una birreria?".
"Va benissimo", dice Antonio, così ci dirigiamo alla macchina.
Saliti in macchina, accendo il motore della mia golf sgangherata e mi metto in strada, accendo la radio e metto un cd dei Pink Floyd.
Antonio mi da l’ok con il pollice e ci mettiamo a ridere da scemi.
Ad una curva, quasi esco da strada, ma la buona sorte m’impedisce di andare a sbattere su di un muretto.
In macchina cominciano a farsi strada discorsi assurdi, io, in preda a non so quale ragione, comincio dare in escandescenza.
I discorsi che ora mi ritrovo a fare non hanno alcun significato, comincio a dire ad Antonio che potrei diventare un ottimo meccanico di Ferrari, addirittura che potrei essere anche un ottimo pilota.
Antonio mi ride addosso in maniera convulsa e balbettando dalla spasmodica risata ribatte che al massimo posso fare il meccanico si, ma di biciclette. Canticchiando la canzone The Wall, replico che lui non sa niente delle mie qualità meccaniche.
In questo preciso momento posso essere qualsiasi cosa tanto sono fuori, tutto mi sembra facile, le cose mi appaiono così semplici, da non capire come mai ci vuole tanto a farle.
Arriviamo ad un American Pub e c’infiliamo dentro come cani randagi, sembriamo due depravati in cerca di lussureggianti femmine in calore, abbiamo tutti e due gli occhi sparuti all’infuori, camminiamo in modo irregolare e tastoni, la gente affollata nel pub, ci guarda quasi a cacciarci via al primo acuto.
Ci sediamo ad un tavolino appartato e da lontano scorgo una faccia che non mi è nuova.
Passato l’attimo in cui lo sguardo lascia posto al pensiero, una tipa, si avvicina e mi chiede se sono un certo Davide.
Rispondo a malapena che sicuramente ha sbagliato persona, lei, continua nella sua pantomima con un atteggiamento disinvolto e sicuro. Dopo un po’, Antonio esce dal guscio e si mette in luce dicendo;
"Ma tu, sei la gioconda? ".
Si capisce che la domanda è più scema di stupida, ma lei infischiandosene palesemente risponde: "Certo che lo sono, non te n’eri accorto subito?".
"Come no, aspettavo solamente una conferma ", gli replica Antonio perso come non mai.
Guardo Antonio perplesso e penso che è tutto matto, continua a sparlare di cazzate, ma noto che la tipa non è da meno.
A questo punto mi estraneo dai loro discorsi, anche perché le cazzate che continuano a dirsi mi danno la nausea, quindi, rotti gli indugi mi espongo e dico: "Scusa Antò, mi sono rotto le balle con sta conversazione, cosa dici, ordiniamo da bere, oppure pensi di dover passare tutta la sera con sta lagna?".
I due si guardano negli occhi e si mettono a ridere, Antonio mi parla ad un orecchio e si rigira.

Sono in macchina da solo, sto guidando velocemente giù per una stradina e non ricordo più dove va a finire, mi guardo attorno per cercare un punto di riferimento e trovo quasi per caso un incrocio che sembra familiare.
Svolto a destra e proseguo per una strada che porta ad un laghetto, fermo l’auto e la spengo.
Alzo il volume della radio, chiudo gli occhi per un istante, sento girare la testa, tutto quello che volevo fare con Antonio in serata è andato, è sparito con la tipa chissà dove, mi ritrovo da solo ad ascoltare la radio della mia auto in un clima surreale.
Guardo l’orologio e faccio un balzo, sono già le tre di notte, mi sembra di essere rimasto appena un po’, invece sono già passate due ore.
Accendo la macchina e me ne torno a casa.

Il giorno seguente vado a casa di Antonio, è ancora a letto alle undici, sua madre incazzata mi dice che ha già provato a svegliarlo più di una volta, senza risultato.
Insisto che devo assolutamente parlargli, lei, riprova con fare svogliato a richiamarlo fuori dal letto.
Passati un paio di minuti, si presenta a me con tutta la sua spossatezza, fa cenno con la mano di seguirlo in salotto tanto per restare per i fatti nostri.
Si scusa immediatamente per quello che è successo la sera prima, ribatto che non importa, anche se il pensiero non è quello.
"Antonio, voglio parlarti del tipo, ricordi?". "Certamente che ricordo, ma si da il caso che non m’interessi affatto. Ocram, è solamente uno che suona un bongo tanto per farsela passare ".
Ed io.
"Se ti dicessi che non è solamente strano, cioè che ha tutta l’aria d’essere qualcuno d’importante, che ne so, un mistico, uno di quei tipi che la sanno lunga?, cosa ne penseresti? ".
Lui.
"Ti pare il caso di pensare a ste stronzate?, il mistico, uno che la sa lunga, per me è uno che si sbronza e si fuma l’impossibile e poi si fa i cazzi suoi, ecco tutto".
Resto perplesso dalle parole di Antonio, ma dentro di me, s’insinua una strana idea.
Antonio, ora più tranquillo della sera precedente, mi convince a restarne fuori.
"Non è che sia pericoloso", mi dice.
"E’ solo che non ti devi rompere troppo con sta storia tutto qui".
Lo ascolto, ma le parole entrano ed escono simultaneamente, quasi fossi privo di orecchie.
Neanche il tempo di restare tranquilli, che Antonio comincia a rullare un’altra canna, gli dico di metterla via, ma insiste e in un minuto ce la già in mano accesa.
Se in questo preciso istante fosse entrata sua madre, ci avrebbe sgammato di brutto, faccio notare, ma lui, incurante dell’avvertimento ribatte che non ce nessun problema, tanto sua madre è al corrente di tutto.
Faccio un paio di tiri e me ne torno a casa.

La sera mi telefona un’amica, una certa Alessandra, ci mettiamo d’accordo per uscire assieme a mangiare un boccone.
Andiamo in una pizzeria fuori mano, per strada mi racconta entusiasta delle vacanze trascorse ai tropici, vinte per l’occasione dalla continuità nel lavoro. Racconta inoltre di aver conosciuto un tipo e che probabilmente riesce a vederlo ancora.
Perplesso e curioso gli chiedo: "Scusa se ti disturbo un attimo, ma tu non sei assieme a Massimo da ormai tre anni? ".
E lei.
"Ci sono ancora assieme, ma sai siamo in rotta e capisci no? ".
Ed io, impaziente.
" Non ho capito bene, stai con Massimo e te ne porti a letto un altro?, ma sei scema e ti droghi?.
Non ti ci vedo proprio, fino a ieri mi parlavi tanto bene del rapporto con il tuo fidanzato, tu che a spada tratta difendevi i rapporti duraturi nati con spirito amorevole e innata intelligenza".
"Sai Ocram, in certi momenti ti senti diversa, tutto quello pensavi fosse, dopo un attimo non lo è più, trovi una persona e pensi sia l’unico a capirti, che ti sa dare quello che vuoi veramente, almeno questo lo pensi subito, perché poi va a finire che è solamente una tua proiezione, un tuo ricorrente sogno.
Tutto all’inizio sembra combaciare come un mosaico, poi man mano che il tempo passa ti accorgi che la persona che hai davanti torna quello di prima, se stesso, non ha più la vitalità.
L’energia che aleggiava attorno ora è svanita nel nulla, tutto quello che avevi visto e che avevi trovato di buono resta solamente un altro sogno, più angoscioso".
"Alessandra, non riesco ancora a capire come hai fatto a cornificare Massimo, anche tu, come tutti ".
"Una persona ", dico.
"Vive una storia d’amore e cosa fa nella maggior parte dei casi, prima o poi la cornifica.
Dov’è il rispetto, dov’è il sentimento d’amore che li unisce, dove sono le persone con un senso logico di ciò che fanno?, poi sento dire di quelle stronzate, tipo, che il furbo o la furba sono quelli che li fanno, ma secondo te ", gli dico ad Alessandra.
"Ti sembrano più furbi o intelligenti quelli che li mettono?, a me in tutta sincerità, sono proprio loro i perdenti e stupidi.
Come si fa ad essere furbi quando con le tue stesse mani ti torci il collo?, se hai una relazione con un/a tipo/a e lo cornifichi, non ti sembra sia una cosa da bambini?.
Solamente un’inconsapevole può pensare di essere più tosto, più furbo ".
Lei, restata ad ascoltare muta come un pesce esclama;
"Ma tu gli hai mai fatti i corni? ".
"No mai, perché, non ti sembra vero, oppure pensi che non abbia il coraggio d’ammetterlo? ".
Gli rispondo a modo.
E lei.
"A sentire come parli posso anche credere in fiducia, sai però com’è".
" Resta sempre solamente una stronzata ", gli ripeto.
"Se uno è libero può fare ciò che vuole, ma se è fidanzato e per fidanzato intendo che la persona che hai davanti a te e quella che più ti piace, non solamente per il suo aspetto fisico e basta, ma nell’insieme, così come l’hai vista/o la prima volta, da come l’hai conosciuta, da come te ne sei innamorato, da come l’ami, con la A maiuscola, allora non capisco perché si debba rovinare tutto con una semplice storia occasionale, se veramente hai rispetto per te e per la tua amata, devi avere il coraggio di fermarti e di dire basta.
Lo so che può ed è difficile, ma li sta il punto", ribatto convinto.
"Sai quanti ragazzi/e conosco che al ritorno dalle/dai proprie fidanzate/i si uniscono in compagnia e vengono in discoteca o in qualche altro posto a provare di rimorchiare qualche altra/o ragazza/i?, mi domando come fanno ad amare una persona ed andare con un’altra.
O si ama totalmente e quindi non hai bisogno di altro, oppure non l’ami semplicemente", replico.
Alessandra mi guarda perplessa e un po’ sbigottita, neanche si è accorta di aver mangiato tutta la pizza, tanta era l’attenzione.
Rimango lì in disparte con i miei pensieri, mi trovo vuoto e ricolmo d’aria fresca, come se avessi tolto un peso, un macigno, ora sto divinamente meglio.
Ora tutto è semplice e gradevole, muovo le mani con cura.
Ogni movimento è dettato da una grazia sorprendente, perfino quello che mangio è diventato di colpo più saporito, più gustoso, sembra aver cambiato marcia, vado a mille.
Alessandra, ricomposta la sua mente, mi chiede se ho voglia di accompagnarla al cinema. Spontaneamente dico di si, così ci dirigiamo alla cassa, pago, ed usciamo.
Saliti in macchina, ci mettiamo d’accordo per la scelta del film, tutti e due optiamo per un film d’azione, quei film fatti di sparatorie e sangue.
In macchina, le faccio cenno del giorno prima, del vecchio, lei mi ascolta incuriosita e distante, ne parlo vantando di averlo conosciuto su all’eremo.
"Sembra uno che ha vissuto, che ha qualcosa da esprimere", gli dico contento e divertito.
Lei, visto che non le importa molto, mi domanda se può accendere una sigaretta, la vedo nervosa e tesa, le do il consenso, poi, precipitosa, si gira, mi guarda e mi mette una mano sull’inguine.
Gliela tolgo immediatamente.
"Sei matta?, cosa fai, ci provi anche con me?", gli urlo nelle orecchie.
"Pensavo lo volessi pure tu, mi sembrava aver capito che ci stavi".
Ed io.
"Ma secondo te, qual è il motivo che ti ha fatto credere tanto?".
"Pensavo mi avessi invitata a cena anche per questo, che avessi un debole per me", si scusa lei.
Non riesco a credere alle mie orecchie, ma guarda un po’ questa che ti va a inscenare, per giunta dopo tutto quello che le avevo detto sulle coppie e sulle relazioni.
La guardo ridendo e le rinfaccio;
"Dovrei pure far finta di nulla, assecondandoti, e limonarti senza ritegno?".
"Scusa", dice lei.
"Ritiro tutto quello che ho fatto ".
"Scusa un cazzo, non te ne frega un accidente delle relazioni e dei sentimenti, tu guardi con un solo occhio, ci vedi benissimo ma solamente da una parte".
Divento rigido, fermo l’auto a destra e scendo a prendere una boccata d’aria.
Resto cinque minuti sul bordo di un fiumiciattolo, ascolto l’acqua scorrere e zampillare, tutto è calmo li sotto, nulla è fuori posto, le alghe si piegano a destra e a sinistra senza costrizione, semplicemente si lasciano trasportare dalla corrente.
I sassi ben levigati e rotondeggianti sembrano non far caso all’incessante passaggio dell’acqua, sono ritornato calmo e sereno, quel piccolo break mi fa tornare nei binari.
Torno alla macchina, ingrano la marcia e porto a casa Alessandra.
Nel tragitto, si scusa e fa capire che non voleva rovinarmi la serata.
Impassibile, arrivo sotto casa sua, mi espongo dicendole che dopotutto forse ho esagerato, convinto comunque della mia idea, la saluto e riparto.

Per strada tutto ritorna alla memoria, i discorsi sulla coppia, sull’amore, tornano risucchiati e nuovamente il mio essere, la mia anima s’imbatte nell’amore.
Amore, una parola così piccola ma con un significato così grande, impercettibile, infinito, ti da e ti toglie allo stesso modo.
Amare, non vuol forse dire amare incondizionatamente una persona?, non vuol dire semplicemente, apprezzare tutto di una persona, della persona che tu ami?.
Se si ama, perché tutte queste storie?.
Chiudo la riflessione arrivando nel garage di casa e m’infilo dopo un attimo in casa.

Passo la settimana a farfugliare con dei libri rintanato in casa, sto studiando, o così si può dire.
Mi ritrovo la domenica mattina con il cane sul sentiero che porta all’eremo, incontro altra gente con altri cani, il mio si mette in luce per la sua non tolleranza nei confronti dei suoi simili, passo l’ostacolo ed assaporo tutto quello che la natura mi offre senza chiedere nulla in cambio.
Da lontano sento uno strano rumore, tendo l’orecchio per sentir meglio, man mano che mi avvicino lo distinguo sempre più fino ad assaporare con meraviglia l’armonia e il battito già conosciuto in precedenza.
Mi trovo a pochi passi dal vecchio, sta rullando sul bongo in modo frenetico, allo stesso tempo quello che ne esce è di una melodia primordiale, entra nel mio sangue come un ago gigante invisibile, penetra dappertutto, sono inghiottito da tanto stupore.
Mi avvicino curioso e ansimante, non so come fare a fraternizzare, tento qualcosa per incuriosirlo, ma non ci riesco, allora mi siedo a pochi passi da lui e lo scruto.
Ad un certo punto, si ferma e mi guarda diritto negli occhi, sono disarmato come non mai, manda una specie di fluido con gli occhi, non lo si vede, lo si percepisce.
La sensazione allevia l’angoscia, ora il corpo è più tranquillo, il tempo mi è amico, non riesco a pronunciare però nessuna parola, non un gesto, un cenno, lui, apre finalmente bocca e mi chiede il nome.
"Ocram", gli sussurro, poi non dico altro, niente di più.
Il vecchio invece si avvicina e mi tranquillizza dicendomi di non preoccuparmi.
Sono li da mezz’ora e incomincio a farmi un po’ di coraggio, non è che il vecchio non me lo dia, anzi vicino a lui mi sento più forte, privo di paura, è semmai lo stato mentale che è incredulo di tutto ciò, che rinuncia ad uscire da quella strana sensazione.
Apro bocca per la prima volta e quello che esce è chiedere chi è a lui.
Dice di chiamarsi Josuè.
Incuriosito dal nome riesco a formulare una nuova domanda.
"Josuè, è da tanto tempo che frequento questo posto, ma non ti ho mai visto prima, da dove sbuchi?".
E Josuè.
"Sono sempre stato qui, ma tu probabilmente non ci hai mai fatto caso".
Resto sbalordito.
Spiego che sono anni che vengo all’eremo, che lo ho girato in lungo e in largo, ma mai un solo avvistamento, non una se pur piccola vista, di questo ne sono sicuro e convinto, posso mettere le mani sul fuoco.
Il vecchio, prima che finisca di parlare mi ferma a modo e mi dice che non è questione di occhi.
Più incuriosito che mai, domando che cosa intende dire per " Non averlo visto".
Si mette a ridere e dice che faccio già troppe domande.
"Tutto ha il suo tempo, un giorno capirai e allora non ci sarà più nulla da chiedere".
Con questo, lui, mi chiude la bocca, si fa per dire, e rimango sulle mie mentre Josuè assume la posizione del loto e resta in silenzio.
Il suo silenzio si protrae per molto tempo, tanto che non so se ricominciare a parlare oppure per paura di disturbarlo, di lasciarlo in pace nella sua silenziosità. Fatto sta che lo lascio dispiaciuto con un saluto e me ne torno giù in paese.

Al bar del paese trovo il mio amico, Antonio, ed entusiasta gli racconto la novità, ma lui se ne frega, lascio perdere, lo saluto e torno a casa spedito.
Do da mangiare al cane, ci gioco per una decina di minuti, ed entro in casa a farmi un bel panino con la cioccolata, visto che era da un pezzo che non lo mangiavo.
La sera, esco dopo aver cenato e cerco di convincere Antonio ad ascoltare quello che ho da dire, per un attimo.
Fa cenno con la testa di aspettare un momento, si sta facendo una canna,
Poco più tardi, mentre fumiamo, Antonio chiede di quale novità sto parlando.
Raggiante e malinconico gli riporto quello che ho visto su all’eremo, anzi, forse è più giusto dire quello che è successo.
"E’ successa una grande cosa", gli dico.
"L’aver scambiato solamente due parole, ha fatto scatenare in me un’estasi di pace, tanta era la voglia di conoscerlo", replico.
Antonio esclama: "Ascolta Ocram, di tutta la storia cosa pensi di ricavarne?".
"Non voglio ricavarci nulla, sono già fin troppo contento di avergli parlato e di averlo rivisto, non avrei mai immaginato potesse capitare proprio a me’", gli rispondo.
Allora, Antonio, dato che la storia si fa interessante, entra nei particolari e mi chiede quanti anni ha il tipo, dove abita, se so come si chiama e che cosa ci faceva su all’eremo.
Io, incredulo di tale interesse, rispondo: "Antò, so solo che si fa chiamare Josuè, ma non so, né quanti anni abbia, né cosa faccia, so solamente che è un tipo dall’aria strana.
"La prima volta che lo vedi, può incutere un po’ di paura, ma fatta conoscenza, è come averlo tutto attorno, ti penetra perfino all’interno del corpo, lo percepisci dappertutto, nel sangue, nel respiro, addirittura se sei presente spiritualmente, nel tuo battito del cuore, insomma è qualcosa di veramente unico".
Antonio, sbigottito mi dice: "Ma va, Ocram, ora stai esagerando, stai montando un po’ la storia, per incuriosirmi di più, faresti bene a riguardare la tua posizione, di tutta questa storia".
Mi prendo un attimo per riflettere, giusto a riordinare i miei pensieri e lo attacco dicendo ad Antonio che è tutto reale, che non ce nulla di falso e di illusorio, che quello che ha appena sentito è pura e semplice realtà.
Poi, Antonio mi chiede che cosa penso di fare la sera, rispondo che non mi va di fare assolutamente nulla.
Tenta di convincermi ad uscire con due sue amiche, quasi ci riesce, se non per un impegno che mi torna a mente dover fare il mattino seguente, lui, insistente più che mai, arriva a convincermi nonostante le mie continue negazioni, e salgo in macchina con lui.

Siamo davanti alla casa di una delle due ragazze, con la mano mi fa cenno di attendere, mentre lo vedo dileguarsi, per una stradina molto stretta e ripida.
Girando le frequenze della radio, trovo una stazione di musica afro, alzo il volume a manetta e ascolto a tutte orecchie la musica dei vecchi tempi.
Girano come in un film, le scene degli anni passati, tutto è confuso, belle cose si mescolano a cattive, come a formare un unico quadro, come, quando ci si mette a ridere e a piangere nello stesso istante.
"Hai presente la risata strappa lacrime? ", ecco, in quel modo.
Sento aprire la portiera della macchina, mi giro, e vedo una tipa, carina, alta e mora, dagli occhi di colore azzurro che m’invita a scendere e a presentarmi.
Dice di chiamarsi Elena, le stringo la mano calda e mi presento.
Lei, si mette a ridere, dice che ho un nome buffo, la guardo e rido anch’io.
Antonio, avvicinatosi, m’invita tutti e due a dare un taglio al nostro primo approccio.
"Dobbiamo andare", esclama.
Fatti circa una ventina di chilometri, mette la freccia e si ferma vicino ad una casa in strada, scende e scompare.
Guardo Elena dallo specchietto retrovisore, si sta mordendo il labbro inferiore, le chiedo se è preoccupata, ma lei, mi assicura subito dicendomi che non lo è affatto.
"Anzi", risponde in modo gentile.
Devo ridiscendere dall’auto, per presentarmi all’altra amica di Antonio, anche lei è molto graziosa, noto.
Ci presentiamo entrambi con mano forte e decisa e risaliamo in macchina velocemente.
"Be’ ", sbraita Antonio.
"Che si fa ora?, andiamo in disco, o avete qualche altro posto dove andare a sbattere le nostre chiappe?".
Lo guardo e penso a quanti altri modi ci sono per dire ciò, mi espongo e dico che si può andare pure in un pub, le ragazze ci danno l’occhei e ripartiamo.
Ci sediamo ad un tavolino un po’ soffuso all’angolo del pub, c’è poca gente, ma l’atmosfera è giusta. Ordiniamo da bere quattro birre da mezzo.
Elena comincia a parlare, da subito capisco di non essere attento, sono immerso in un altro mondo.
Non ricordo esattamente di aver bevuto, ma mi ritrovo con il bicchiere in mano vuoto, penso mi abbiano fatto uno scherzo, ne ordiniamo altre quattro.
La tipa mora, la Elena, mi da un colpetto sulla spalla e quasi tossisco tanto è forte, però mi serve ad uscire dal sogno.
Comincio a dialogare con la Elena del più e del meno, poi, per coincidenza, arriviamo a parlare tutti e quattro della stessa identica cosa, ci scambiamo le nostre opinioni a proposito.
La Elena, mi accorgo, sembra essere la più intelligente, tutte e due sono studenti universitarie mi dicono, una, la Elena, studia biologia, l’altra, dice di studiare medicina.
Bevute le altre quattro birre, l’alcol comincia a sortire i primi effetti, cominciamo a sparare cazzate a tutta volontà, Antonio crede d’essere un Latin Lover, gli dico ridendo che più che un Latin Lover, sembra uno fattone, un rottame.
Le ragazze si mettono a ridere, e una di loro, la Elena, mi fa l’occhiolino.
Subito non ci faccio caso, ma l’insistere della Elena conferma la sua disponibilità, così sgattaioliamo in macchina tutti e quattro.
Io, dietro con la Elena, comincio a baciarla sul collo, lei mi sbottona la camicia e me la toglie.
Davanti, qualche volta, quando punto l’occhio, vedo Antonio arruffarsi con la Chiara, tanto è scattoso e spavaldo, ogni tanto si odono dei mugolii.
La Elena si toglie la maglietta ed il reggiseno e scopro con stupore che ha due enormi tette, mi si parano davanti al naso con fierezza.
Comincio a baciarle con ardore, mi viene pure il singhiozzo e devo fermarmi per non soffocare.
Passato l’attimo, mi slaccio i pantaloni, lei, mi prende tra le mani il Gigio e ci gioca.
Mi sussurra ad un orecchio che ha voglia di fare l'amore ed acconsento immediatamente tanto sono eccitato, non posso più farne a meno, mi rendo conto, il cervello, oramai in panne, non ragiona più o così sembra sia.
All’improvviso, lei dice che ha il ragazzo, e che le piace da morire farlo con uno sconosciuto.
Mi ritraggo subito, tutte le sensazioni che stavo provando svaniscono immediatamente nel nulla, come risucchiate da un buco nero, pensavo di essere in balia del mio già eccitato sesso, ma ecco che lontanamente, nel mio intimo, nella più profonda e remota anima, tutto è ancora veglio e vigile.
La Elena mi guarda sbigottita, apre bocca ma la fermo subito e mi rivesto.
Davanti sento ancora delle risatine, ma non ci faccio caso, apro la portiera della macchina ed esco a prendere una boccata d’aria.
Di lì a poco, esce anche la Elena a chiedere spiegazioni, non la bado, è troppo forte il disgusto, mi si contorce anche l’intestino, quello che la Elena stava per fare era assolutamente al di fuori del mio più remoto pensiero.
Esce anche Antonio, pure lui a chiedere spiegazioni, gli dico di lasciare perdere.
"Forse un giorno te lo spiegherò", replico.
Ora non so più cosa fare, non capisco se ho voglia di andarmene a piedi, oppure di farmi accompagnare a casa, per fortuna ad Antonio viene voglia di andare così colgo l’occasione e salgo davanti con lui.
Nella corsa verso casa, nessun dialogo, non una sola parola, io, sulle mie, non considero più gli altri, non per mancanza di rispetto, perché sono troppo preso dai pensieri che affollano in testa.
Arrivato a casa di Antonio, dopo aver accompagnato a casa le due ragazze, Antò, chiede spiegazioni insistentemente.
Riferisco, già più tranquillo, che con una ragazza fidanzata non mi va di farlo, per principio, e che non l’avrei mai fatto e che se a lui andava bene così, da parte mia no.
"A questo gioco non ci sto", gli dico.
Antonio mi dice che sono uno stupido, che, vista l’occasione, dovevo farmela e che per i ripensamenti avevo tutto il tempo.
Gli ringhio: "Ascoltami bene, per me tu puoi farti tutte le ragazze che ti pare, ma sai una cosa?, tutte le tue scopate non ne valgono una sola, ho reso l’idea? ".
E lui.
"Ma sei proprio scemo allora, cosa ti costava farti una bella chiavata in santa pace e per giunta poi non avevi neanche la briga di raccontarle chissà quale storia dato che era già fidanzata?, non ti pare? ".
Ancora più nervoso, gli rispondo: "Antonio, vai a cagare sopra ad un prato di ortiche, forse ti faranno sentire un po’ di prurito, visto che con la testa di sentire non ne provi proprio".
Si mette a ridere come un allocco, dice che sono tutto matto, nel frattempo, parlando, tira fuori dalla tasca del giubbotto una canna e l’accende, se la fuma di gusto, poi me la passa, la prendo e la butto dentro alla feritoia di un tombino.
M’inveisce contro che sono un deficiente, gli dico che semmai il deficiente sarà lui, che con quella merda in testa, oramai non funzionava più niente.
"Questa roba ti ha bruciato il cervello, non te ne rendi conto? , fai cose che non hanno senso, ti stai tagliando le vene un po’ alla volta e ci stai anche li a guardare ".
Detto questo, me ne vado sconsolato, non mi è neanche piaciuto fargli la romanzina, però, penso, se lo merita, visto anche il modo stupido che ha di fare con le ragazze.

                                               Continua....  
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