BUON COMPLEANNO LIV
di

Roberto De Nart

 

   
  
Il mio nick-name è Debert, e da un anno chatto con una adorabile amica dal nick Liv. Di lei potrei oramai distinguerne gli scritti anche senza leggerne il mittente, per come sono strutturati, per lo stile, l’ironia e per quel divino sarcasmo di cui sono talvolta intrisi. A volte provo, e riesco anche ad indovinarne le risposte, le reazioni ed i toni, a seconda degli stati d’animo, delle emozioni e degli argomenti del momento. Non sopporta, ad esempio, per nessuna ragione al mondo che io possa, anche involontariamente, dubitare della sua fiducia, e qualora una sola parola scritta in fretta le faccia percepire un tono di diffidenza o di distacco, non esita a scaricarmi addosso una montagna di cordiali ed urbani insulti. Ha ragione lei, intendiamoci, non si può intrattenere una relazione corretta e duratura se non è fondata sul rispetto e la fiducia reciproca. Certi valori insomma, non si toccano. Una volta mi capitò di offendere la sua suscettibilità rinfacciandole di aver ripreso un mio vecchio scritto, peraltro di nessuna importanza. Ricordo che le scrissi stupito: ma perché mai hai conservato e ripreso quel pezzo? Per un attimo mi parve accecata dall’ira: avevo osato in qualche modo dubitare di lei, della sua correttezza, insinuando, sia pur marginalmente, che quelle parole fossero state conservate per chissà quali scopi. E più cercavo di farle notare quanto insolita fosse quella strana archiviazione di uno scritto di nessuna importanza, per poi farlo rivivere, più precipitava la situazione. Alla fine dovetti subire il suo silenzio di ritorsione per circa un mese. A mente fredda capii che non era il caso di perdere una formidabile interlocutrice, peraltro difficile da incontrare nell’affollatissimo web e decisi di fare il primo passo per riavvicinarla. La presi da molto lontano, argomentando sul tema dell’amicizia, con una serie di deduzioni che mi portarono ad affermare che tra i due sessi poteva esistere una vera amicizia soltanto se i contatti rimanevano rigorosamente circoscritti al virtuale. Altrimenti, come dei burattini mossi da un burattinaio invisibile che sta dentro di noi e che la scienza ha identificato nel Dna, l’amicizia sarebbe inevitabilmente progredita, oppure regredita, ma non avrebbe potuto rimanere tale, com’è nell’accezione comune. Questa idealizzazione dell’amicizia in formato asettico e virtuale, evidentemente le piacque, e ripristinammo il dialogo. Quando però percepii una sua ulteriore disponibilità, precisai all’improvviso che con queste grandi amiche, era mia abitudine fare la doccia insieme. Grazie a questa battuta, i nostri contatti ripresero con frequenza per lo più giornaliera, alimentando, come avviene nella maggior parte dei casi, la curiosità reciproca di materializzare, di vedere e quindi di incontrare il misterioso interlocutore. Come da rituale, la invitai ad un appuntamento, elencando nel contempo le controindicazioni, illustrandole cioè che nemmeno noi avremmo certo fatto eccezione a quelle mille altre storie parallele che quotidianamente e fortuitamente si incrociano e crescono in chat. Le dissi insomma, avvertendola, che probabilmente sarebbe stato meglio lasciare il nostro sogno magico lì, chiuso in un cassetto virtuale, dove è giusto rimanga custodito, al riparo da qualsiasi deterioramento della realtà quotidiana. Ricordo di aver perfino citato, forse un po’ a sproposito, il colonnello tedesco Dollmann: "Non si deve mai ritornare dove si è stati felici". Per impedire alla realtà di impossessarsi del sogno, con il rischio che lo faccia svanire. Tutte queste considerazioni, servivano in realtà da alibi per neutralizzare un suo eventuale rifiuto, cosicché, se avesse accettato ne sarei uscito felice e vincente, se avesse rifiutato, avrei comunque constatato uno squisito feeling tra di noi, delle affinità elettive ed avrei comunque riproposto più avanti l’atteso e oramai inevitabile incontro. Non ci fu bisogno di contorte strategie, perché Liv accettò di buon grado d’incontrarmi, fu lei stessa anzi, a fissare il luogo e la data, dicendomi che, due mesi dopo, il suo lavoro, l’avrebbe portata ad un centinaio di chilometri dalla mia città, e sarebbe stata un’occasione magnifica per guardarci finalmente negli occhi. Nel frattempo, la mia fantasia cominciò a lavorare vorticosamente e iniziai una sorta di ricerca e di corsa contro il tempo: dopo oltre un anno di metodiche frequentazioni on-line mi chiedevo: ma chi è Liv? Ecco allora che cominciai a cercare tutte le tracce possibili, parlandone anche ad un amico esperto in informatica, famoso per esser riuscito a violare i sistemi di sicurezza e le protezioni, insinuandosi negli archivi segreti della Cia, almeno così si raccontava, alimentando una formidabile leggenda in città. La curiosità e lo stupore aumentarono enormemente quando, dopo qualche giorno, l’amico mi telefonò per dirmi: Liv non è di Milano, come ti aveva detto, ma ti scrive da un centro di ricerche in Svizzera! Mi dissi che molto probabilmente, era la sua professione a costringerla a mantenere segreta la sua identità. Ma allora perché mai offendersi al punto di interrompere il dialogo invocando i principi di fiducia e stima reciproca? Ora era lei a violare l’etica della correttezza! Che fare? Uscire allo scoperto dicendole chiaramente che il giochetto era stato scoperto? Oppure continuare la finzione? Una serie di considerazioni di opportunità e di forte curiosità mi fecero scegliere la seconda alternativa, cominciai allora a ricostruire tutto ciò che Liv mi aveva raccontato di lei, vagliando ogni frase, in cerca di eventuali contraddizioni. Ma da solo non potevo farcela, quindi non mi rimaneva che ritornare dal mio amico, il mago dei computer, per riuscire a sbrogliare questa affascinante matassa. Non aveva dubbi, il paese d’origine dei messaggi era la Svizzera. Di più. Per rintracciarla aveva dovuto forzare alcune protezioni simili a quelle in uso negli archivi militari. Mi disse: Vai all’appuntamento e cerca di saperne di più, innanzitutto se sia una ricercatrice che vuole vendere qualche scoperta scientifica e se ti ha contattato per questo. Mi stavo chiedendo perché mai una ricercatrice, ammesso che lo fosse davvero, perdesse il suo tempo intrattenendo uno sconosciuto per un anno in chat. C’erano mille strade più agevoli se era solo un corriere che stava cercando! Nei giorni che seguirono, prima dell’appuntamento, cercai di carpire qualche informazione utile che poi il mio amico avrebbe utilizzato ed elaborato per le sue ricerche. Liv, il nick-name che aveva scelto, ad esempio, non poteva che essere il diminutivo o l’anagramma del suo nome: Liviana, Ilva, o qualcosa del genere, ma non avevo ancora nulla in mano che mi facesse progredire nella costruzione del mosaico. Il mio amico, tra l’altro, stramalediceva il giorno in cui si era offerto di aiutarmi perché gli telefonavo a tutte le ore per riferirgli ipotetiche piste da seguire che, di volta in volta, mi venivano in mente. La città scelta per l’incontro fu Bologna, in una osteria caratteristica del centro. Lei mi disse che mi avrebbe riconosciuto con facilità, avrei dovuto aspettarla, in uno dei tavoli sulla sinistra di fronte al banco del bar. Il giorno dopo ero lì, in attesa della misteriosa Liv, appoggiato al banco a chiacchierare col barista, visto che dei tavoli sulla sinistra non c’era traccia. Ironia della sorte, nelle mie considerazioni che precedettero l’improbabile incontro, avevo ipotizzato l’eventualità che uno dei due, per qualche motivo, disertasse l’appuntamento. Non fui quindi molto stupito nel non vederla arrivare quel giorno e, mentre chiacchieravo del più e del meno, appresi una cosa molto curiosa dal barista: era da un paio d’anni che il locale era stato ristrutturato ed i tavoli una volta alla sinistra del banco bar ora non c’erano più. Quando chiamai il mio amico al telefono per raccontargli che era andata buca, mi disse: probabilmente Liv era lì, a pochi metri da te e voleva solo accertarsi che tu non mancassi all’appuntamento. I due giorni successivi la chat tacque ed io cominciai a pensare che questa volta, la finzione era finita, le prove generali erano fallite per qualche motivo a me sconosciuto. Oppure era stata solo un’esercitazione di una scienziata sulle potenzialità della rete nel convincimento delle persone, su come e quanto insomma si potesse condizionare il comportamento pur rimanendo protetti ed anonimi a distanza. Non fu così. I giorni che seguirono Liv si rifece viva, scusandosi del contrattempo, provocato da un imprevisto nel suo lavoro, che le aveva impedito di avvisarmi. Mi disse, tra l’altro, che era dovuta andare all’estero per un progetto di espansione aziendale che la vedeva come probabile candidata a dirigere la nuova filiale. Rimasi un po’ perplesso, ma decisi di stare ancora al gioco per vedere a cosa e dove mi avrebbe condotto. Quella stessa sera il mio amico mi telefonò per dirmi di non muovermi di casa, perché aveva importanti notizie da darmi. Poco dopo era lì e, scandendo lentamente le parole, disse: La sola possibile Liv che ho trovato negli archivi, era una ricercatrice che lavorava in un centro svizzero, ma è morta alcuni anni fa! Eccola, disse allungandomi una lunga lista di nomi su una stampa in modulo continuo di alcuni metri ed indicandomi quello evidenziato: Lia Van Rieel nata il 18.11.1965 e deceduta il 3.10.1999. Ci sarà qualcuno che usa il suo nome, gli dissi. E’ la prima cosa che ho pensato, rispose, poi però ho dato un’occhiata alle ricerche avviate in questo centro ed ho scoperto che si occupano di esperimenti di interazione tra uomo e macchina, o meglio la possibilità di trasferire tutte le informazioni e le conoscenze di una persona in un disco fisso, in un computer e consentirgli così di continuare studi e ricerche anche dopo la morte, infaticabilmente. Quando se ne andò, ripensai immediatamente al particolare dei tavoli, nell’osteria dell’appuntamento: evidentemente lei c’era stata prima del rinnovo del locale. Il giorno seguente era il diciotto novembre: inviai a Liv i migliori auguri di buon compleanno. Mi rispose: "Grazie tesoro, sei stato l’unico a ricordarti di me, del mio compleanno".

 

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