Sinistra Giovanile di Rovigo Opinioni Campagne
Sinistra Giovanile di Rovigo News Links
Opinioni Contatti

Archivio

  • 10 Febbraio 2003: Ordine del giorno presentato alla Direzione Provinciale DS sul tema del conflitto preventivo contro l'Iraq.

  • Febbraio 2002: Michela Bacchiega è la nuova Coordinatrice Provinciale della Sinistra Giovanile di Rovigo: il suo intervento al Congresso di Federazione.

  • Gannaio 2002: Diego Crivellari è il nuovo Coordinatore Regionale della Sinistra Giovanile del Veneto: il suo intervento al Congresso Regionale.

  • 24 dicembre 2001: Comunicato stampa sulla scuola, di Diego Crivellari.

  • Novembre 2001: Il documento presentato dalla Sinistra Giovanile al Congresso Provinciale dei Democratici di Sinistra di Rovigo.

  • Ottobre 2001: La tragedia dell'11 settembre e la guerra in Afghanistan. Un intervento di Alessio Andreotti.

  • 26 marzo 2001: Un intervento di Cinzia Pizzardo sul valore della memoria storica.

  • 18 febbraio 2001: Il Manifesto del sito della Sinistra giovanile di Rovigo.


Ordine del giorno presentato alla Direzione Provinciale DS sul tema del conflitto preventivo contro l'Iraq

Lo spettro di una guerra aleggia ancora una volta all'ombra dello scenario Mondiale, dettato dal perseguimento di una causa giusta, come la lotta al terrorismo, ma che sta per conoscere un fine smisuratamente unilaterale, oltremodo viziato da interessi di bottega petrolifera, il tutto tramutato in un conflitto preventivo che rischia di innescare ancor più un'escalation di terrore.
In questi giorni le proposte dei leader internazionali, i piani politici diplomatici, il parere del Consiglio di Sicurezza, quest'ultimo con maggioranza schiacciante contro il conflitto, le prove scarne di Colin Powell, il lavoro degli ispettori ONU, tutto sembra sciogliersi come neve al sole riducendosi quasi come palliativi, agli occhi del mondo, per giustificare e avvicinarsi sempre più alla guerra.
Un sentimento che sembra sempre più trasparire dai discorsi del Presidente americano Bush, che pensando di essere di fronte ad un videogioco dichiara al Mondo e a Saddam game over, il gioco è finito, peccato che trattasi di un estremo gioco, che non si riduce esclusivamente come contesa tra interventisti e pacifisti, ma bensì diviene un attacco per la soppressione di un paese che minaccia il mondo con le proprie armi nucleari, non concretamente accertate.

Il vecchio continente Europa ha saputo in questi giorni dividersi profondamente su tale tema, trovando come capo fila il duo franco tedesco Chirac - Schroeder, da subito contrari all'intervento armato in Iraq.
Una divisione alla quale ha contribuito anche il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, che ha lasciato attoniti tutti gli italiani, perchè il nostro paese è veramente maggioritario per la pace, con la firma di quel documento degli otto Paesi europei, che appare come un atto di servilismo verso gli USA e non dettato dalla volontà di ricercare tangibilmente la risoluzione di un conflitto attraverso la diplomazia.
A sottendere la frattura politica si è potuto assistere alla cassazione senza appello della proposta franco-tedesca, invio dei caschi blu, finalizzata alla completa smilitarizzazione, tramutando l'Iraq in una sorta di protettorato dell'ONU. Ci si sofferma come non sia nemmeno valutata tale ipotesi ed ecco arrivare il diktat europeo sull'utilizzo della Turchia come paese strategico per l'attacco militare. La Sinistra Giovanile si vuole porre in questo contesto come pacifisti, questo non perchè perdurati da un'assenza mentale, come qualcuno vuole far credere, ma si crede che la guerra così come concepita, non possa trovare altra contrapposizione se non la pace. La ricerca di una mediazione diplomatica persistente diviene l'ideale sostituta di una guerra preventiva, a questa devono perdurare l'ispezioni ONU, affinch%egrave; non avvenga un accertamento di prove che permettano successivamente una smilitarizzazione del territorio iracheno, attraverso l'operato dell'ONU.
L'arroganza intentata dagli USA, sembra divenire ideale per parafrase un non c'è più niente da fare…, ma la volontà del Mondo è quella che questa guerra non abbia inizio, una guerra che non può giungere solo per la propiziazione di un Paese, in quanto non esistono prove concrete che testimonino una violazione della risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza, come è stato sancito dal Parlamento Europeo. La pace sottesa dalla diplomazia rappresenta il filone conduttore con il quale la Sinistra Giovanile intende impegnarsi, per esprime il proprio dissenso ad un guerra che non può essere ineluttabile, ma che deve trovare una risoluzione che prende sempre più forma nella parola pace.
Un appello che raccoglie un crescente consenso Mondiale al cospetto del persistente dissenso di pochi verso il conflitto armato, una strada che la politica italiana ed Internazionale deve intraprendere se non vuole divenire colpevole di questa guerra, perchè in questo caso le prove verrebbero a galla, in quanto la pistola fumante, stavolta, sarebbe concretamente sotto gli occhi del Mondo.

Rovigo, 10.02.03

La Sinistra Giovanile di Rovigo

Per maggiori approfondimenti, leggi il Documento sulla situazione internazionale presentato dalla Direzione Nazionale della Sinistra Giovanile il 25 febbraio 2003.


L'intervento di Michela Bacchiega al Congresso Provinciale della Sinistra Giovanile Polesana.
Rovigo, Febbraio 2002.

Innanzitutto, porto il mio saluto a tutti i giovani intervenuti a questo congresso, in quanto dimostrano che non è vero che tutte le nuove generazioni non si interessano di politica e la subiscono, ma cercano attivamente di capire come vanno le cose e di migliorare, nel loro piccolo, la società che li circonda.
Siamo continuamente sommersi di notizie, spesso faziose e false, a ritmo vertiginoso dovuto anche dalla caoticità dei fatti del mondo.
Milosevic in questi giorni è sotto processo per i crimini commessi o commissionati nel suo paese, da un tribunale internazionale.
Il Dalai Lama incita all'opposizione contro la globalizzazione dei potenti. In Sudafrica 12mila neri espropriati dai colonialisti durante gli anni bui dell'apartheid hanno riavuto indietro la terra che era stata loro espropriata.
Sempre in Sudafrica le multinazionali farmaceutiche sono state costrette a accettare che le loro medicine vengano copiate e rivendute a basso prezzo.
In quasi tutti i paesi del mondo ci sono ex presidenti di qualche cosa sotto processo per corruzione. Le banche del microcredito hanno prestato denaro a più di 20 milioni di donne che hanno aperto piccole attività e sono uscite dalla miseria più nera.
Milioni di risparmiatori in tutto il mondo chiedono alle banche garanzie sull'uso che viene fatto dei soldi depositati sui conti correnti. Il risparmio etico in Usa rappresenta il 10% del mercato finanziario.
Il Credito Italiano ha chiuso conti per più di mille miliardi intestati a aziende che vendono armi.
Bush, dopo che è iniziato lo sciopero degli acquisti contro la Exxon (Esso in Italia) ha fatto marcia indietro sull'ambiente.
Negli ultimi mesi in Italia sono nate 800 banche del tempo e centinaia di gruppi di acquisto. Le botteghe del commercio equo e solidale col terzo mondo sono ormai più di 300.
Centinaia di cittadini, in tutto il mondo, hanno ottenuto rimborsi senza precedenti per danni subiti a causa di errori giudiziari, angherie sul lavoro, errori medici, prodotti tossici.
In molti paesi fondamentalisti islamici le donne hanno ottenuto cariche pubbliche. Un evento impensabile fino a poco tempo fa.
50 mila afgani hanno infranto la legge che vieta di rumoreggiare in pubblico. Durante una partita di calcio teletrasmessa in tutto il mondo, nonostante le armi puntate dei talibani hanno osato applaudire, fischiare e gridare. I talibani non hanno avuto il coraggio di sparare.
"L'esercito non verrà schierato a Genova contro i manifestanti.", diceva Berlusconi il 1 luglio dell'anno scorso.

Poi cos'è successo:
La televisione ha mostrato i ragazzi di Genova feriti per terra con gli agenti che si accanivano su di loro a calci e manganellate. E questo senza che la voce degli speaker televisivi si levasse a commentare, i manifestanti a mani alzate venivano asfissiati coi gas e poi bastonati. Hanno gasato persino un gruppo di frati e suore che pregavano e poi hanno bastonato anche loro. Non parliamo poi della selvaggia incursione nella scuola Diaz, dove più di 60 ragazzi sono stati massacrati di botte mentre per lo più stavano ancora dentro i sacchi a pelo o erano seduti per terra con le mani in alto, ma questi sono i responsabili di lanci di pietre, raccontava la polizia.
E perchè distruggere tutti i computer e le stampanti? Lanciavano pietre anche loro?
E perchè portarsi via i nastri video delle riprese dei cortei con testimonianze dei relativi pestaggi?
E fa impressione chi diceva: "I poliziotti sono stati attaccati, dovevano difendersi". Benissimo, ma dovevano difendersi da chi li attaccava o attaccare a loro volta chi manifestava pacificamente?
Più volte alcuni agenti isolati e circondati da Black Block e violenti sono stati salvati dall'intervento di gruppi di manifestanti pacifisti che hanno fatto muro per proteggerli. E più volte gruppi di agenti sono arrivati a scontrarsi con loro colleghi per impedire che continuassero i pestaggi isterici sui dimostranti arrestati. Di questi episodi si è parlato pochissimo, ma questo non diminuisce la loro importanza. Segnalano l'esistenza di una cultura della pace che nega nei fatti, nel fuoco dello scontro, di accettare che non vengano rispettati i fondamenti della morale e della pietà. Ma sconcerta un po' che ancora alcuni settori del movimento anti-globalizzazione non abbiano capito il danno che fanno lasciando liberi alcuni portavoce di scaldare l'atmosfera con proclami da cavalieri della Tavola Rotonda

L'11 settembre.
Quello che è successo indurrebbe al panico, al silenzio, alla disperazione. Il mondo è stato colpito da un ennesimo crudele massacro. Ma è necessario, anche se doloroso, parlare. Cercare di capire. La prima osservazione che ci viene alla mente è l'assurdo che esplode fuori dal televisore. Davanti a questo dramma il mondo si è arrestato attonito. Ma non tutti. Le borse del mondo non si sono fermate neppure un secondo, hanno continuato a far soldi, a cercare utili selvaggi. Anzi hanno intensificato il ritmo. La gente ancora urlava appesa ai grattaceli in fiamme, prima che crollassero, e già i grandi broker gridavano nei loro cellulari: "Compra petrolio! Vendi tutto! Compra petrolio!" e mentre i titoli azionari perdevano il 10% in pochi minuti il petrolio saliva di 10 dollari al barile e i furbi facevano utili di miliardi di dollari.
"Gli Stati Uniti devono rispondere immediatamente a questa aggressione!" Urlava un cretino della strada e le sue parole sono state rilanciate da migliaia di telegiornali in tutto il pianeta.
Anche l'Italia è entrata in guerra. Lei, signor Berlusconi, ha talmente insistito e ha strepitato per poter mandare in guerra i soldati italiani: "Perchè D'Alema sì e io no?"che alla fine hanno accettato che invadessimo l'Afghanistan anche noi. Sono stati gentili. E finalmente il nostro paese è assunto a nazione di dignità altissima, degna di figurare insieme a Francia, Germania e Inghilterra. Tanto che il nostro presidente del Consiglio è stato invitato a cena insieme ai grandi da Bush in persona. Il nostro cavalier Berlusconi purtroppo non ha potuto sedersi a tavola. Faceva il cameriere.
Strano paese il nostro, dove la sinistra ha in gran parte sostenuto la guerra in Afghanistan, raccomandando però il senso della misura e il rispetto dei civili e poi se n'è stata zitta davanti ai più che previsti massacri. E come potrebbe essere diverso in un paese dove il libro della Fallaci, una sbrodolata a dir poco razzista, vende 700 mila copie in tre settimane?
Che dire dei linciaggi e delle fucilazioni di massa di prigionieri? Che dire delle gabbie di rete metallica coperte da un telo di plastica dove sono rinchiusi i catturati di Al Queda? Gli viene negato lo stato di prigionieri di guerra e il diritto alla difesa. BUSH non intende affatto considerare prigionieri di guerra i talebani, ma applicare a loro il trattamento che si applica ai prigionieri di guerra, cioè la convenzione di Ginevra. Questo può farlo appellandosi a un articolo della Convenzione che definisce prigionieri di guerra coloro che indossano regolare uniforme. Secondo lui i Talebani erano troppo straccioni per poter essere ora trattati bene. Non essendo prigionieri di guerra, nel loro trattamento, non cambia perciò nulla. Non verranno rilasciati alla fine della guerra anche se non accusati di nulla e non possono avvalersi del diritto di non subire pressioni durante gli interrogatori. Insomma, la loro condizione resta identica a quella dei prigionieri considerati di al Quaeda." Il bilancio dell'operazione "Libertà duratura" è impressionante, un solo caduto americano in battaglia, alcune decine di morti Usa per incidenti e fuoco amico, quattromila morti afgani, dei quali almeno tremila civili. E dei mille Talebani e militanti di Al Queda deceduti molti sono stati uccisi dopo che si erano arresi: linciaggi, fucilazioni di massa e la storia, ancora misteriosa, del massacro nel carcere di Kandahar. Non si sa quanti siano i morti tra i soldati dell'Alleanza del Nord, i giornali non ne parlano, non contano. Nè qualcuno è in grado di dire quanti siano i civili afgani morti per gli effetti collaterali della guerra, per mesi milioni di disperati si sono trascinati tra Pakistan e Afghanistan, senza cibo, senza riparo, senza medicine e spesso con pochi vestiti addosso. Si dice siano morti in centinaia di migliaia. Non contavano niente da vivi, figuriamoci da morti. Fa più notizia Bush che si strozza con un salatino, sviene, casca per terra, si fa uno zigomo viola e si acciacca il naso.
Si arriva a questo punto a una domanda: "Ma allora cosa si poteva fare?" Il movimento pacifista alcune iniziative urgenti in effetti le ha proposte. Prima di tutte l'abolizione di ogni segreto bancario e dei paradisi fiscali che garantiscono ai terroristi finanziamenti occulti e la possibilità di ottenere enormi cifre di denaro utilizzando il terrore per drogare le quotazioni azionarie e speculare in borsa. Agire sul segreto bancario avrebbe permesso anche di colpire realmente il traffico di oppio afgano che garantisce ai Talebani enormi mezzi economici grazie al riciclaggio dei narcodollari. Si sarebbe ottenuto un risultato certamente concreto mentre con i bombardamenti non si risolve niente e, anzi, si rischia di innescare reazioni a catena imprevedibili e pericolosissime. Non dimentichiamo che l'Onu ha avvertito che 7 milioni di profughi rischiano di morire di fame e malattie nei prossimi mesi. Ma non possiamo certo dire che l'abolizione del segreto bancario stroncherebbe il terrorismo in 30 giorni. Ma di certo produrrebbe un colpo di gran lunga più efficace dei bombardamenti intelligenti di questa guerra che si ha la sfacciataggine grottesca di chiamare "umanitaria" perchè insieme alle bombe si lanciano pacchi di cibo e medicinali. Ancora molti sono convinti che la fame del mondo non sia colpa delle furbizie commerciali globalizzate che strangolano le economie locali. Molti credono veramente che quei popoli soffrano dell'indigenza e della miseria per ragioni che niente hanno a che vedere con il colonialismo, lo sfruttamento delle loro ingenti ricchezze minerarie e lo strozzinamento bancario che si pratica sui prestiti bancari. Essi, da sempre, fin dalle loro origini, sono miserabili.. Miserabile la loro cultura, la loro conoscenza, la loro civiltà.

A quando risalirebbe l'inizio della superiorità occidentale?
Al 1800, con lo schiavismo e il colonialismo?
Al 1900, con le guerre mondiali (è ormai dimostrato che Hitler non fosse di origine musulmana). E neppure Harry Truman era di razza orientale, nonostante abbia sganciato le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki). Oppure si tratta di una superiorità post bellica... con l'apartheid in Usa fino agli anni sessanta, la guerra del Vietnam, i proiettili all'uranio degli anni novanta? Le polemiche feroci impostate sulla classifica dei valori di civiltà tra le varie culture e religioni, ci hanno fatto scoprire il permanere di un punto di vista che credevamo estinto.
Chi parla di culture superiori dovrebbe poi sapere che usa parole che fertilizzeranno la malapianta del razzismo. E questo dovrebbe far riflettere i media sulle loro grandissime responsabilità. Oggi, in Italia mezzo milione di persone non vengono più salutate quando entrano in un bar. Sono lavoratori immigrati di fede musulmana, la gente li vede come se fossero tutti agenti del terrore. Uno di loro ha detto che dal 12 settembre i colleghi di lavoro lo trattano come fosse spazzatura...Che dire... Si dovrebbero realizzare tante iniziative per incrementare un minimo di buon senso. Forse bisognerebbe iniziare dai nostri coetanei, insegnando a scuola la storia di quando noi eravamo una popolazione di semiselvaggi e gli arabi raffinatissimi uomini di scienza.
Ma cosa possiamo pretendere in un paese il cui capo del governo Silvio Berlusconi che decine di fotografi di tutto il mondo hanno immortalato mentre in una foto di gruppo fa l'italico gesto di scongiura, che è stato proposto come nuovo saluto.

Ci si aspettava da lei, cavaliere, quello spirito di rude efficienza, un presidente operaio che prende per il bavero lo spreco e i balzelli che incatenano gli imprenditori. Dopo anni di lassismo di sinistra si attendeva la scossa. Grandi retate di magnaccia, le prostitute ordinatamente chiuse nei bordelli a vendere prestazioni tassate.
Durezza contro i truffatori, pugno di ferro contro chi ostacola il commercio non pagando le fatture e firmando assegni scoperti.
Una gestione del traffico all'americana con multe spaventose se si superano i 100 all'ora e uno sfoltimento della burocrazia. E anche tariffe americane dei servizi essenziali: dimezzare il costo di poste, internet, telefoni...
Lotta senza quartiere alla malavita organizzata, ma del resto perchè perdere tempo se non si può vincere.
E le misure antiterrorismo, cancellazione del segreto bancario, trasparenza degli assetti societari.
Un rigoroso attacco alla privacy che renda impossibile navigare in forma anonima su internet stroncando siti pedofili, hacker cattivi e invii di posta non desiderata. Leggi veloci ma severe su appalti e opere pubbliche.
Un atteggiamento virile con gli stranieri...

E invece cosa abbiamo avuto:
da quei famosi 100 giorni niente, ma da quelli dopo sono nati fior fiore di provvedimenti, atti a minare le fondamenta della nostra Repubblica:
- L'emanazione di una legge sulle rogatorie, che rende difficoltoso lo scambio di informazioni tra giudici per facilitare il corso della giustizia, imponendo a tutti i paesi dell'UE, un adeguamento anche formale alle nostre norme di procedura penale, aprendo la porta a possibili errori, a conseguenze piuttosto serie, visto che l'art. 12 della Legge prescrive che "se lo Stato estero dà esecuzione alla rogatoria con modalità diversa da quella indicata dall'autorità giudiziaria . . . gli atti compiuti dall'autorità straniera sono inutilizzabili". In questi giorni abbiamo assistito alla presa di posizione, nei confronti di questa Legge, da parte della Svizzera che ha bloccato l'accordo con l'Italia. Tale accordo avrebbe significato l'accettare indirettamente le condizioni della nuova legge italiana e sottomettersi alle nuove esigenze formali meno favorevoli all'assistenza internazionale. è un duro schiaffo alla maggioranza e al Presidente Berlusconi che non si dimostra sorpreso, anzi per lui sembrava scontato che ciò accadesse, e tramite il suo avvocato-deputato Ghedini, mette in dubbio la legittimità della decisione del governo svizzero, insinuando una possibile ripicca nei confronti del governo italiano a seguito del provvedimento sullo "scudo fiscale" del ministro dell'economia Tremonti, che garantisce poche tasse e nessuna sanzione finanziaria a chi riporta in Italia i capitali dall'estero, conservati nella maggior parte dei casi guarda caso proprio in Svizzera.
- la mancata rattifica degli accordi europei per il mandato di arresto di persone ricercate per reati gravi in tutti i paesi dell'Unione Europea. Nella lista dei crimini lo stupro, l'inquinamento e lo scempio ambientale, il crimine organizzato, reati di frode amministrativa, truffa e corruzione. Berlusconi è imputato in svariati processi e già alcuni reati, dei quali era accusato, oggi non sono più reati ma (forse) motivo d'orgoglio. In una tale situazione è evidente che, ai più maliziosi, può nascere il sospetto che anche il gran rifiuto del governo italiano sia motivato dall'esigenza di proteggere alcuni elementi di spicco della compagine berlusconiana imputati in processi in corso in altri paesi europei, anche se secondo il centrodestra, tale accordo, viene tacciato di essere una minaccia per la libertà dei cittadini che, possono venire arrestati per qualsiasi motivo da un giudice qualora una mattina si alzasse con l'idea di volere la testa di qualcuno.
- la depenalizzazione del falso in bilancio che, a colpi di maggioranza, affossa le piccole imprese e salva le grandi aziende da miriadi procedimenti a loro carico, diventando anche motivo di orgoglio da parte di chi per anni ha truffato e si trova ora prosciolto.
- la proposta di legge"Bossi-Fini" che ha come intento di blindare l'Italia dagli extracomunitari, non certo di regolarizzare l'afflusso di immigrati, anche con l'idea di mandare l'esercito a controllare le coste e sparare contro questi poveri disgraziati, i quali, spinti da una voglia di vita facile, come la vedono attraverso le nostre televisioni falsate, affrontano viaggi a condizioni disumane su scafi difficili da fermare, così che il centrodestra è capace di accusare neanche tanto velatamente i governi di quelle nazioni di esserne i complici.
-la scuola, quello che era un diritto diventa una possibilità riservata a pochi e anni di lotta per dare a tutti il diritto di studiare vengono cancellati con un colpo di spugna da un ministro che intende fare della scuola un'azienda a degli studenti operai, in linea con le scelte dei suoi compari. Ma la scuola deve fornire anche le risorse su cui si baserà la nostra società futura, non solo intellettuali, ma anche operai è quello che obietta il ministro, ma per fare questo si deve scegliere a 13 anni? Per questo togliere la possibilità di avere un percorso formativo unico obbligatorio sia per chi vuole continuare e fare l'università, che per chi vuole fermarsi ed entrare nel mondo professionale?

Si invoca spesso ai giovani del nord-est, quelli stereotipati tutta macchina, telefonino, discoteca che abbandonano presto le aule grigie della scuola per entrare presto nel mondo del lavoro.
Si risolveranno così le cose, forse, ma in realtà quale forma si userà: un apprendistato dove non ci sarà retribuzione, ne contratti di lavoro, ne tutela sindacale, perchè chi l'intraprenderà sarà comunque uno studente. Scuole-aziende, studenti-operai, ma allora chi garantirà i diritti degli studenti se anche il baluardo dell'articolo 18 scomparirà?
- l'attacco allo statuto dei lavoratori che questo governo sta portando avanti caparbiamente, ostinatamente, in barba a tutti, fregandosene di tutte le parti sociali; abbiamo il dovere e l'obbligo di lottare anche noi come sinistra giovanile perchè siamo noi quelli che rischiano e che ci rimetteranno di più nella tanto sbandierata flessibilità invocata dagli industriali, che si trasformerà in un turn-over lavorativo, scarsa professionalità, nessuna sicurezza per il futuro.

È per questo che tanta gente si sta mobilitando, tutti i settori sono stati toccati: scuola, lavoro, sanità, immigrazione, ecc, e ogni giorno ci sono manifestazioni, convegni, incontri, ed è tale la loro mole che, se ne stanno occupando anche i mass media, gli stessi che continuano a fare propaganda elettorale e che dalla mattina alla sera ci propinano sempre le stesse facce, come per esempio io ho beccato Maroni alle 6.30 di domenica mattina e vi giuro che è un gran brutto risveglio e ti rovina la giornata.
E dobbiamo continuare così, fare sentire la nostra voce su queste e altre tematiche, a livello nazionale e locale.

Il Polesine, terra tanto bella quanto bistrattata, snobbata non solo da chi dovrebbe investire in attività, ma anche da chi ci abita; quanti sono costretti ad andarsene in altre città perchè non riescono ad uscire da quel circolo vizioso in cui entriamo già da piccoli: a Rovigo non c'è niente, non siamo competitivi, siamo poco considerati.
Io non sono d'accordo, non la penso così, come ho detto più volte, sono una sostenitrice del Polesine, come spero anche voi e ritengo che è ora di finirla con questo vittimismo, basta piangersi addosso, dobbiamo dimostrare che la maggior risorsa del Polesine siamo noi, che dalla nostra voglia di fare, dalla nostra collaborazione, dal nostro confronto può emergere quella nuova classe dirigente che non guarda più a quello che le viene concesso da altri, ma a quello che può dare agli altri.
Le occasioni non mancano: anche riguardo il parco del delta, che dobbiamo sostenere in quanto possibilità di sfruttare il nostro territorio, assecondando quelle attività che tramite il rispetto della natura e la valorizzazione del sito, soprattutto grazie al turismo, crea comunque una fonte di nuovi impieghi soprattutto in quelle categorie a più alto rischio di disoccupazione: ragazzi e donne. Incentivazione dello sviluppo ecosostenibile, delle risorse naturali, potenziamento del settore turistico, sono temi che attraverso una serie di manifestazioni possono finalmente valorizzare il nostro territorio, che ultimamente invece si vede minacciato da un terminal gasiero, che gioca la carta occupazione per non venire intralciato.

È importante farci sentire, farci vedere tra la gente, entrare nel mondo delle sezioni, poco frequentate dai ragazzi, ma che vanno rinnovate e riorganizzate. Mi è capitato in questi giorni di partecipare ad una riunione in cui è emerso anche questo problema: i giovani che lavorano nelle attività di partito, spesso non sono iscritti al partito. Il problema è grande, ognuno ha le proprie colpe, la dirigenza che ha snobbato i giovani come tutte le altre persone, spesso salendo in cattedra, non mettendosi in discussione; la rigida struttura e spesso la gestione personalistica delle sezioni che ha portato al progressivo allontanarsi di chi, cercando di proporre un'idea propositiva è stato via via allontanato, anche perchè non partecipava alle Feste dell'Unità e i giovani che spesso per non schierarsi apertamente nei confronti dei coetanei, hanno preferito adeguarsi a quel connubio che vuole il giovane qualunquista.
Nonostante ciò, la Sinistra Giovanile ha fatto tanto in questi anni, ha rinsaldato i rapporti con le altre strutture politiche giovanili, ha coinvolto, senza pretendere di fare nessuna morale, tutti i ragazzi che invece di fregarsene, chiedevano il perchè delle cose, ha continuato a cercare di entrare sempre più nel territorio, sia in zone dove è già presente e attiva (Basso Polesine), che in zone dove manca e dove l'impegno è più grande (Alto Polesine). Parte del mio impegno sarà sicuramente volto a questo, anche in vista delle prossime elezioni amministrative nei 4 comuni di Lusia, Trecenta, Fratta e Giacciano con Barucchella. In questi ultimi 4 anni ho lavorato a Badia e sono rimasta favorevolmente sorpresa di come, in quella zona, ci sia un potenziale giovane elettorato a cui rivolgersi, ma che fino ad adesso è stato lasciato a se stesso.
La sfida è grande, ma sono convinta che il nostro impegno, la collaborazione con le altre componenti dell'Ulivo e con chi è individualmente coinvolto in queste elezioni possono servire per rilanciare quello spirito di gruppo che ultimamente si era un po' affievolito, soprattutto a seguito della batosta del 13 maggio.
La sinistra giovanile deve lavorare con queste sezioni, anche perchè il continuo invecchiamento a cui sono sottoposte le porta a non recepire subito quelle tematiche che in questi tempi abbiamo portato avanti e stiamo portando avanti:
-la raccolta delle firme per i buoni scuola,
-il rapporto con i forum sociale polesano a cui dobbiamo partecipare, senza perdere però la nostra identità, la nostra autonomia,
-la collaborazione con le altre strutture politiche giovanili,
-l'ascolto degli studenti, dei lavoratori,
-l'impegno di sensibilizzazione del problema "Parco del Delta", e impianti pericolosi e dannosi vicino alle coste Bassopolesane
-l'impegno sociale e civile che ci ha portato ad essere presenti anche nella giornata della memoria, quando temporaneamente nella pescheria nuova a Rovigo si svolgeva il convegno "combatterono per l'Italia" promosso chiaramente da AN, che dimostrava di ignorare gli elementari criteri di civiltà, opportunità, rispetto della storia e della memoria.

Non ultima la battaglia di Attac, che si propone, con l'introduzione della Tobin Tax, di fare qualcosa di concreto per i problema del sud del mondo.
La nostra spontaneità, voglia di fare, la nostra passione che ci fa portare avanti i progetti in cui crediamo, può dimostrare che meritiamo fiducia, che si deve investire su di noi per portarci più consapevoli a quel ricambio generazionale che inevitabilmente ci deve essere. Dobbiamo esserci anche noi quindi il 2 marzo alla manifestazione nazionale dell'ulivo organizzata a Roma, per dimostrare il nostro sostegno alla coalizione pur mantenendo la nostra autonomia.

Concludo con un testo a mio parere molto significativo, è la storia di 4 persone chiamate: Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno.
"C'era un lavoro importante da fare, e ognuno era sicuro che qualcuno lo avrebbe fatto.
Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma nessuno lo fece.
Qualcuno si arrabbiò perchè era un lavoro di ognuno.
Ognuno pensò che ciascuno poteva farlo, ma nessuno capì che ognuno non l'avrebbe fatto.
Finì che ognuno incolpò qualcuno perchè nessuno fece ciò che ciascuno avrebbe potuto fare.

Michela Bacchiega


L'intervento di Diego Crivellari al Congresso Regionale della Sinistra Giovanile del Veneto.
Padova, Gennaio 2002.

Introduzione

Care compagne e compagni, amiche e amici
arriviamo a questo appuntamento congressuale in un momento carico di incognite non solo per la sinistra, non solo per l'Italia e per l'Europa, ma per il mondo intero. Ritrovarci qui insieme in questa giornata deve voler significare qualcosa di più di un semplice adempimento, deve testimoniare una effettiva assunzione di responsabilità rispetto alla delicata situazione attuale da parte nostra, come donne e uomini della sinistra. La Sinistra giovanile e il partito dei DS escono da una estenuante fase congressuale, che ha avuto almeno il merito di obbligarci al confronto ed ha permesso al partito di ritrovare dopo sei mesi una riconoscibile guida politica. Adesso, è stato detto da più parti, è arrivato finalmente il momento di fare l'opposizione, di rilanciare l'azione dei DS e dell'Ulivo. È sopra ogni altra cosa lo scenario del nostro Paese a imporcelo: se qualcuno aveva dei dubbi sulla politica di Berlusconi, questi primi concitati mesi di governo della Cdl avranno, credo, contribuito senz'altro a fugarli in maniera definitiva. Uno dopo l'altro: attacco alla cooperazione, rottura con i sindacati, controrivoluzione nella scuola, aperta diffidenza per l'integrazione europea, demagogia irresponsabile sull'immigrazione, scandalo delle rogatorie, conflitto d'interessi, ministri che parlano della necessità di "convivere" con il potere mafioso, costante delegittimazione della magistratura e chi più ne ha più ne metta.
Il tutto condito dalla posizione personale di un leader come Berlusconi, in preda a deliri di onnipotenza, ora anche ministro degli esteri ad interim, in perenne fibrillazione anti-magistrati come dimostrano le ultime vergognose vicende del processo Sme.
Fare opposizione, farla in maniera intelligente, costruttiva, ponendo le basi per una rapida alternanza di potere, di cui l'Italia avrà sicuramente bisogno al momento delle prossime elezioni, significa però anche costruire un partito capace di esprimere un'azione e un'immagine realmente rinnovate, costruire una Sinistra giovanile nuova, come è stato detto al congresso. Nuova soprattutto nell'incontrare aspirazioni, bisogni, speranze di generazioni di giovani; nell'aprirsi senza timori ai movimenti in atto nella società; nell'ambizione di non rinchiudersi nelle singole federazioni ma di coltivare una prospettiva a largo raggio.

La difficile sfida di un mondo multipolare


Il 2001 si era aperto con una dura e difficile campagna elettorale: all'indomani del 13 maggio nessuno di noi poteva tuttavia immaginare che l'anno in corso ci avrebbe riservato almeno due grandi shock di diversa portata e ben più grave natura: i fatti di Genova, in occasione del vertice del G8, con il riproporsi nel nostro paese della violenza di piazza, seguiti poi dall'attentato alle Twin Towers dell'11 settembre, un momento tragico che ha segnato e segnerà sicuramente uno spartiacque sullo scacchiere politico mondiale. Se l'appuntamento di Genova, nonostante gli scontri terribili che portarono alla morte di Carlo Giuliani, nonostante i Black Bloc, le ambiguità di Casarini e l'inaudita repressione poliziesca, è riuscito tra mille ostacoli a rimettere in moto energie preziose e importanti, a riportare sulla scena la voglia di un'intera generazione di tornare protagonista e riavvicinarsi alla lotta politica come strumento di cambiamento, dopo New York tutto è sembrato essere improvvisamente travolto dall'emergenza terrorismo e, come già altre volte nella storia, dalla cupa realtà di una guerra planetaria.
Oggi, alla luce del recente conflitto in Afghanistan, che tante lacerazioni ha prodotto pure a sinistra, ma anche alla luce della situazione in Medioriente, della grave tensione creatasi tra India e Pakistan, dei tanti, troppi focolai di guerra che persistono, dobbiamo essere una volta di più consapevoli del fatto che senza la politica non si esce da questa crisi internazionale. Le armi non bastano, come non basta un unico gendarme a garanzia di un ordine mondiale sempre più instabile e precario nella misura in cui esso appare basato sullo strapotere economico di paesi o di aree privilegiate del pianeta. L'unico realistico deterrente per il ventunesimo secolo sarà allora una politica di giustizia e di estensione dei diritti, che implica una rapida ridefinizione del ruolo e dell'azione dell'Europa, nonchè delle massime potenze, Stati Uniti in primis, e degli organismi internazionali.
E proprio l'Europa che noi immaginiamo deve essere un forte soggetto sovranazionale, capace di essere protagonista del mondo che cambia. L'UE ha la possibilità di farsi portatrice di un'idea di sviluppo sostenibile, esportando insieme alle merci e ai capitali, i saperi, i linguaggi e le culture dei diritti. Dopo la creazione dell'ONU, nel 1945, un centinaio di atroci conflitti è scoppiato nel mondo, causando almeno venti milioni di vittime. L'ONU, figlia della seconda guerra mondiale, è rimasta nel tempo ostaggio di una politica delle grandi potenze, bloccata da ben 279 veti nel Consiglio di sicurezza: in futuro non potrà più essere così. Le drammatiche vicende della ex-Jugoslavia hanno dimostrato come neppure il Vecchio continente, dopo le speranze suscitate dalle rivoluzioni democratiche del 1989, potesse considerarsi ormai immune dal rischio di nuove esplosioni belliche. Oggi, nell'ambito di una globalizzazione intesa come complessa miscela di mutamenti radicali, non limitati alla sfera economica, ma estesi piuttosto ai vari aspetti della vita umana, assistiamo alla progressiva formazione di una società globale.
Accanto ad una globalizzazione finanziaria, culturale o religiosa, ne esiste pure una di stampo criminale e terrorista. Nuovi conflitti e nuove vorticose trasformazioni hanno messo in crisi la capacità regolativa degli stati-nazione. I paesaggi sociali, etnici, culturali, politici ed economici si fanno sempre più confusi e sovrapposti, le linee di confine spezzettate e irregolari. Da un lato viviamo il serio rischio di una ribellione delle èlite, cioè di una sempre crescente estraniazione di quei gruppi ristretti che controllano il flusso internazionale del denaro e dell'informazione, e gli stessi strumenti della produzione culturale, rispetto ai meccanismi tradizionali di controllo democratico. Dall'altro sperimentiamo l'emergere di una realtà composita fatta di cittadini, partiti, associazioni, movimenti, le "orde di ficcanaso" descritte da Noam Chomsky, che non si rassegnano a questo stato di cose: una realtà impegnata in molti casi a delineare metodi e finalità di un'azione politica transnazionale. Il movimento di Porto Alegre ne è l'esempio. Scrive il sociologo inglese Anthony Giddens, guru del New Labour di Blair: "La globalizzazione (...) è ben più di un semplice sfondo alle politiche contemporanee: considerata nel suo insieme (...) sta trasformando le istituzioni della società in cui viviamo." Come risultato immediato: l'embrione di una società civile senza più frontiere. Come sfida e come obiettivo primario per le forze progressiste: agire localmente, tenendo presente una prospettiva di carattere universale, allargando con tutti i mezzi a disposizione la nostra visione delle cose. Anche in questa ottica va considerata la nostra adesione ai Social Forum, che all'indomani di Genova sono sorti in tutta Italia e nelle principali città del Veneto. Affermiamo la ferma, risoluta, convinta volontà di non transigere rispetto a quei princìpi di pacifismo e nonviolenza che dovranno essere i cardini e gli ideali ispiratori dei Forum nonchè di ogni loro singola iniziativa, isolando ogni velleitarismo, ogni massimalismo, ogni tentazione di cedimento verso la violenza e cercando, nel contempo, la valorizzazione delle peculiarità di tutte le diverse cellule chiamate a costituire questa rete: ciò che va sostenuto nei fatti è una critica positiva e propositiva dell'attuale modello di mondializzazione, l'unica critica attuale e l'unica veramente possibile, senza che questo comporti un'irrazionale volontà di fermare la ruota della storia, di ricadere in una sorta di luddismo post-moderno, in una negazione nichilistica capace infine di annullare pure quegli effetti non necessariamente negativi che la globalizzazione porta con sè.
Dal no-global al new global. In un passo del Capitale sta scritto: "Lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica della produzione è tuttavia l'unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione." Ciò ci fa capire, en passant, che talvolta fa bene, è salutare, non basare tutta la propria analisi della realtà politica e sociale sulla lettura di Naomi Klein. Evitiamo noi per primi di ricalcare schemi del passato, evitiamo di ricorrere a vecchi armamentari ideologici e volgiamo con forza l'attenzione al mondo in cui viviamo. Per la Sinistra giovanile sarà importante ricercare il dialogo all'interno di questo "movimento dei movimenti", facendo valere la propria autonomia rispetto ad ogni sua componente. Noi non siamo e non saremo la destra del movimento, nè l'estrema sinistra del partito.

Per indirizzare davvero i fenomeni epocali, fin qui descritti, a favore delle persone appare allora indispensabile agire con idee e strumenti nuovi. La politica non può abdicare di fronte alle trasformazioni globali, pena il prevalere di un fondamentalismo di mercato su scala mondiale. Qualcuno parla di "capitalismo a volto scoperto". Gli avvenimenti dell'anno appena passato hanno però ulteriormente scosso, hanno scosso dalle fondamenta, la pretesa di un unico ordine basato sul dogma neo-liberista, su di un paradigma economico-politico onnicomprensivo, applicabile in modo indiscriminato nel Primo come nel Quarto mondo, e la pesantissima situazione dell'Argentina rappresenta ai nostri occhi soltanto l'ultimo disastroso esempio di tutto ciò.
Per noi il profitto non è, e non potrà mai essere, l'essenza della democrazia. Il mercato è uno strumento, non un fine. Di fronte a uno scenario inedito, così ricco di stimoli e gravido di sviluppi imprevedibili, le forze politiche della sinistra, dagli eredi del movimento operaio agli ambientalisti, debbono porsi come priorità la costruzione di un appropriato governo della società globale. La scommessa di un nuovo internazionalismo passa per la capacità di articolare, come abbiamo ricordato, livello locale e globale, aiutando ogni singolo paese a determinare la propria funzione nel quadro delle relazioni tra stati e, nello stesso tempo, a riempire quel vuoto politico che in questi anni si è avvertito fortemente nei processi decisionali mondiali.
In questa ottica, la sinistra deve ritornare con coraggio a collocare la sua "anima" al di fuori della categoria dello stato-nazione: per dare vigore alle integrazioni regionali, per estendere l'idea stessa di partecipazione politica, potendo fungere da veicolo di continua comunicazione e scambio tra le differenti culture. La sinistra è destinata a pensarsi e strutturarsi come quell'attore globale in grado di legittimare una dimensione politica e democratica sovranazionale, una democrazia cosmopolita fondata su un nuovo concetto di cittadinanza, oltre le definizioni statali. Al fianco di una riforma degli organismi sovranazionali, ONU in testa, chiamati finalmente ad interagire con i singoli paesi nella difesa dei diritti e delle libertà degli individui, l'arcipelago della sinistra, se vuole incidere, deve attrezzarsi per dare una chiara fisionomia all'idea dei partiti cosmopoliti.
Primo passo da compiere per muoversi in tale direzione: trasformare l'Internazionale socialista e il Partito del socialismo europeo in movimenti nazionali-globali, in termini di programma e di partecipazione, al fine di affrontare problematiche che ormai sono locali soltanto in apparenza. Un nuovo internazionalismo come antidoto alla fine della politica, come laboratorio di un rinnovato modello di democrazia partecipativa, adattato alle esigenze del terzo millennio. Francesco Morace, sociologo e docente al Politecnico di Milano, scrive nel suo ultimo libro come "al di là delle due dimensioni dello spazio e del tempo che caratterizzano la nostra vita 'biologica', sia una terza dimensione - quella dell'immaginario e dell'immaginazione - che plasmerà l'umanità del futuro. Umanità che non nasce mai 'automaticamentÈ da realtà oggettive, ma da un progetto comune i cui confini non sono mai davvero circoscrivibili, riconoscibili, quantificabili e tanto meno coerenti con la storia delle comunità che vi si identifica." Non tenendo sufficientemente in conto questa dimensione di più ampio respiro, la sinistra rischia di non riuscire a ridefinire la sua identità e declinare così i suoi valori nel palcoscenico del nuovo secolo.
E in verità possiamo dire che l'identità non sta nel nostro passato ma davanti a noi. Ogni atteggiamento di chiusura sarebbe in aperta contraddizione con la nostra storia.

Una battaglia di democrazia per la scuola pubblica

Nei prossimi mesi sarà necessario rafforzare la nostra presenza tra gli studenti. Un buon viatico è rappresentato dalla mobilitazione per la raccolta di firme a favore del referendum abrogativo sui "buoni scuola", promosso da Rifondazione, e che ci vede impegnati insieme ad altre organizzazioni. Ciò può costituire, oltre ad una prima, chiara risposta politica rispetto a quanto attuato dalla Regione, un momento più ampio di sensibilizzazione per l'intera opinione pubblica veneta. Le regioni guidate dal Polo sono state negli ultimi anni laboratori capaci di elaborare su scala ridotta, in diversi campi, e l'istruzione è senz'altro uno di questi, quanto il governo di Berlusconi ha intenzione, pur tra opportunismi e contraddizioni, di allargare a tutto il Paese, con effetti negativi moltiplicati in misura proporzionale. Si sono conclusi gli "stati generali" della scuola, così pomposamente battezzati dallo stesso ministro Letizia Moratti, ma non ci siamo certo lasciati alle spalle, purtroppo, le pesanti incognite legate al futuro della scuola in Italia e ai progetti messi in campo dall'attuale governo di centrodestra.
Molto ci sarebbe da dire su questa maniera retorica e propagandistica di concepire la propria azione di governo: a Roma abbiamo assistito ad un monologo mascherato da dialogo aperto e costruttivo con le varie componenti del mondo della scuola. Come siano andate le cose è in realtà sotto gli occhi di tutti. Fortunatamente studenti e insegnanti non hanno rinunciato a far sentire la loro voce e la contromanifestazione dei 70.000, che ha unito diverse sigle e soggetti, dalla Sinistra giovanile fino ai centri sociali, lo ha ampiamente ribadito. Tuttavia gli aspetti più preoccupanti di questa delicata partita sul futuro della scuola pubblica, al di là della discutibile parata filogovernativa di dicembre, riguardano la sostanza della proposta lanciata dal pedagogo Bertagna. L'insistenza della Moratti su una presunta virtuosa competizione tra pubblico e privato, in un settore chiave per il nostro paese, è da interpretarsi chiaramente come la volontà effettiva di ridimensionare il ruolo ed il peso della scuola pubblica, di promuovere una sua integrale "aziendalizzazione", che finisce di fatto con lo snaturare l'autonomia scolastica così come poteva essere stata concepita dai precedenti governi di centrosinistra. Gli sponsor saranno incoraggiati a intervenire nel finanziamento delle scuole superiori, ma meglio ancora se investiranno nella creazione di scuole private. In poche parole: un vero salto all'indietro o, tutt'al più, un salto nel buio. La priorità immediata era cancellare la riforma dei cicli, demolire ciecamente quanto fatto in precedenza.
Questa è l'impostazione di fondo della proposta dell'esecutivo.
La reintroduzione dell'avviamento professionale costituisce il primo grave segnale: si obbligheranno ragazze e ragazzi di quattordici anni a decidere del proprio futuro prematuramente, con ogni probabilità senza una prova di appello, facendo pesare oltremodo censo e condizioni socio-economiche su questa scelta tra un immediato sbocco formativo e i "licei della cultura". In base a questa netta biforcazione di percorsi, i professionali si divideranno tra ore passate negli istituti e stage nelle aziende che faranno richiesta di apprendisti. In aggiunta, la modifica degli organi collegiali sembra andare nella direzione di un ulteriore restringimento degli spazi di rappresentanza studentesca. Potremo avere all'interno delle scuole dei veri e propri "consigli di amministrazione". La ventilata riduzione delle medie superiori da cinque a quattro anni per ora è accantonata, ma la nuova proposta di riforma dell'esame di maturità, ancora una volta a vantaggio delle private, completa un quadro di sicuro non esaltante.
È singolare invece la vaghezza di un ministro proveniente dalla "trincea del lavoro", sulla fondamentale questione delle risorse e dei finanziamenti da destinare alla scuola pubblica per i prossimi anni. Dobbiamo legare indissolubilmente il problema ad una crescita più o meno rilevante, più o meno prevedibile, del prodotto interno lordo? Vedremo se una risposta in merito arriverà. Si sono chiamate nel frattempo le regioni ad essere le nuove protagoniste di questa riforma. Se prendiamo a tale proposito l'esempio della Giunta regionale del Veneto sappiamo purtroppo fin troppo bene cosa ci attenderà nei mesi a venire: la politica del "buono", con cui si finanzia l'iscrizione alle scuole private di una esigua minoranza di studenti mentre, al contrario, si tagliano le borse di studio e i servizi per tutti gli altri; un'enfasi sull'identità regionale che sfocia nel folklore invece di rappresentare una seria occasione di ricerca e confronto; più in generale, sul fronte delle politiche culturali, la Regione non è andata oltre uno stanziamento dello 0,085% del suo bilancio per l'intero anno 2001, cioè meno di un decimo di quanto indicato dal Parlamento europeo come soglia minima di spesa per la cultura. Istruzione e diritto allo studio, all'interno di una coerente concezione neo-liberista, dobbiamo ricordarcelo, diventano merci come altre.
Che dire allora della recente iniziativa dell'on. Garagnani, bolognese, di Forza Italia, la cui immaginazione è capace di partorire una linea telefonica per denunciare quei docenti colpevoli, ahiloro, di criticare l'operato di Berlusconi e del suo governo? Esistono, come vedete, fatti dai quali è semplice desumere i contorni di un clima generale, di una strategia complessiva, di una cultura politica che a parole si vuole portatrice di un intransigente liberalismo e poi nella realtà quotidiana dimostra in varie occasioni scarsa dimestichezza con l'ABC della democrazia e con i princìpi del dettato costituzionale. Sembra allora indispensabile non disperdere le energie del movimento che, unitariamente, è sceso in piazza per protestare contro una simile filosofia. È con questo movimento che il governo dovrà ricercare il dialogo, se davvero si desidera coinvolgere la "società civile", come si è ripetuto, nei processi di cambiamento in atto. La nostra sfida è riassumibile nelle parole sempre attuali dello studioso Alessandro Galante Garrone: "... se così stanno le cose, se lo Stato è debole, se l'efficienza della scuola pubblica lascia non poco a desiderare, il primo dovere di tutti i cittadini è di concorrere a rendere quello più forte, questa più efficiente; non certo di affidarsi alle più disparate attività surrogatorie, e di lasciare andare in malora lo Stato e la scuola pubblica."

Costruire il futuro: la centralità della memoria storica

Alla nostra rinnovata presenza nel mondo della scuola devono necessariamente collegarsi il recupero e la piena valorizzazione della memoria storica, una tappa da intendersi per noi non tanto, e non semplicemente, come testimonianza, bensì come attiva riappropriazione di tutto un patrimonio sempre vivo e attuale di idee, di figure, di valori, che ci appartengono e continuano a rappresentare la prima fonte di ispirazione della nostra azione politica quotidiana. Il riferimento è innanzitutto all'antifascismo, alla Resistenza, a quello straordinario momento di lotta popolare per la conquista della democrazia, in grado di unire migliaia e migliaia di italiani dopo gli anni cupi della dittatura: la nascita di circoli giovanili dell'ANPI, in tutta la regione, è per la Sinistra giovanile un successo da consolidare. Si è costruita infatti nei mesi scorsi una rete fondamentale per lo sviluppo di iniziative volte a veicolare questa storia e questi valori presso l'intera cittadinanza, con particolare attenzione ai più giovani.
Così, il prossimo 27 gennaio, nell'occasione della giornata della memoria, saremo chiamati a ribadire questa scelta. Dobbiamo però essere consapevoli del bisogno di allargare ulteriormente la nostra concezione della memoria storica, al fine di preservare e di stimolare la riflessione su altre pagine importanti, anche se spesso dolorose, della storia nazionale.
La vicenda del Petrolchimico di Marghera è una di queste pagine dolorose, e il lavoro svolto nelle ultime settimane dai compagni della Sinistra giovanile di Venezia va sicuramente in questo senso. Dopo tre anni il maxiprocesso per le morti al Petrolchimico si è concluso con l'assoluzione dei ventotto imputati, dirigenti di Montedison, Enimont ed Enichem, per i quali il pm Casson aveva chiesto 185 anni di reclusione, dall'accusa di omicidio colposo, disastro, avvelenamento colposo, lesioni personali: si tratta a nostro avviso di una sentenza sconcertante, che sembra realmente cozzare contro i più elementari princìpi di giustizia ed offendere il ricordo dei 157 operai di Marghera vittime del cloruro di vinile monomero. Per questo siamo e saremo a chiedere che vengano intraprese tutte le strade possibili affinchè con questa incredibile assoluzione non si arresti la ricerca della verità.
La questione della memoria storica, della sua trasmissione indispensabile, per una generazione come la nostra, che ha avuto ancora il privilegio di un contatto diretto con diversi protagonisti della lotta antifascista, si dimostra, inoltre, intimamente connessa con l'educazione alla tolleranza, all'integrazione, all'interculturalità.
Sappiamo che nel recente passato il Veneto è stato purtroppo ricettacolo di una diffusa subcultura, sospettosa di qualsiasi forma di diversità, se non, più o meno apertamente, razzista. Non è soltanto la presenza di gruppi dichiaratamente neo-fascisti come Forza Nuova che preoccupa, e deve preoccupare (vedi l'ultima adunata di Carmignano di Brenta...), ma anche l'inesorabile spostamento di un partito con responsabilità di governo come la Lega Nord verso posizioni sempre più estremistiche. Ne è un esempio lampante il tentativo di creare un "asse di ordine" con Alleanza Nazionale su temi come l'immigrazione. In questa cornice, proprio una forza come AN, la quale tra l'altro pare per lo più accontentarsi di posti di sottogoverno, fatica meno ad accreditarsi come elemento di moderazione, con i suoi maldestri assessori antispritz e la sua stantia retorica anticomunista. Per il ministro Umberto Bossi, nel disperato tentativo di strappare il suo partito ad un ruolo poco più che residuale, abbandonato il feticcio della secessione, l'Europa può benissimo diventare Forcolandia (!); il Belgio il paese dei pedofili; l'ingresso nell'euro una scelta antipopolare, calata dall'alto, frutto magari dei tecnocrati di Bruxelles; il suo collega di governo Ruggiero un portatore di interessi stranieri: in Italia? In Padania? Nelle Valli bergamasche? Non si sa.
Intanto il ministro degli Esteri è stato costretto a dimettersi.
Certamente le intollerabili affermazioni di Silvio Berlusconi sulla superiorità della civiltà occidentale, condite da tutta una serie di pesanti cadute di stile e di comportamenti che minano la credibilità internazionale dell'Italia, hanno finito per rappresentare un buon viatico per la parte meno presentabile della sua compagine di governo. A me piace ricordare invece le parole dedicate all'Islàm da uno scrittore vicentino, Guido Piovene, penna raffinata ma non certo sospettabile di simpatie sinistrorse: "...a Venezia tutto ci parla di quello che l'Oriente ci ha dato in tempi più antichi; noi veneti senza di esso saremmo uomini di diverso carattere e di diversa fantasia." A tale proposito, vale la pena di ricordare come in questi anni, grazie soprattutto al lavoro dei compagni della Sinistra giovanile padovana, la nostra organizzazione abbia saputo proiettarsi in questa dimensione più ampia, come testimoniato dalle relazioni e dagli scambi mantenuti con i giovani della Spd bavarese (Jusos) e con la Gioventù socialdemocratica serba (Sdo).
Rinnoviamo inoltre, nell'ambito di quella che è una vera e propria battaglia di civiltà, il nostro convinto sostegno al movimento omosessuale e al Cods, sicuri di trovare una piena unità di intenti, sul terreno dei diritti civili e della libertà di orientamento sessuale, e individuando una scadenza importante per la Sinistra giovanile nel prossimo "Gay Pride" nazionale.

Il ruolo della Sinistra giovanile tra partito e società

Prima di concludere, sembra opportuno allora ritornare sulla questione della nostra autonomia nel partito e dal partito: una autonomia che, se correttamente interpretata, potrà permetterci fin d'ora di gettare un ponte verso quel variegato universo giovanile magari genericamente "di sinistra" ma ancora privo di un preciso riferimento partitico o di una precisa collocazione.
Rilanciare l'attività della Sinistra giovanile sarà in effetti tutt'uno con il rilancio dell'attività del partito e con la creazione di una sua nuova, più positiva immagine all'esterno. Essenziale guardare ad accordi con compagini politiche a noi affini, come possono essere FGCI e FGS. In questa visione di una autonomia articolata e non necessariamente conflittuale, rintracciamo la possibilità di una nostra rinnovata presenza nella società civile come giovani di sinistra, una presenza capace di coniugarsi con una maggiore rappresentanza all'interno del partito, con una nostra cittadinanza nei Democratici di Sinistra priva di ambiguità e residue zone d'ombra. La segreteria regionale dovrà essere la prima interprete di tali esigenze, il motore di questo modo di fare politica. Tutto ciò nella consapevolezza che l'autonomia, come ricordato a Chiusi da Massimo D'Alema, va innanzitutto guadagnata attraverso la nostra azione concreta e giornaliera, che si svolge sul territorio.
Una ridefinizione del nostro ruolo si scontra, per di più, con la necessità di pensare a cosa può essere oggi, in una regione come il Veneto, la Sinistra giovanile. In questo ultimo decennio, lo sappiamo bene, il Nordest è assurto come mai in precedenza alle cronache nazionali. Se realtà da tempo forti economicamente quali Vicenza e Treviso esportano insieme come la Grecia o il Portogallo, perfino aree come quelle di Belluno e Rovigo, considerate "tangenti allo sviluppo", hanno conosciuto trasformazioni quasi impensabili. Eppure, a differenza di qualche stagione fa, la "locomotiva Nordest", non può più fare affidamento su una crescita economica potenzialmente illimitata. Si tratterà di vedere se questo momento di trapasso, segnato dall'ingresso nell'Euro, coinciderà con l'inizio di una crisi, o comunque di un ridimensionamento del peso della nostra regione, oppure fornirà finalmente l'occasione per poter ripensare metodi e finalità di questo modello di sviluppo, per guardarsi allo specchio e affrontare senza ulteriori reticenze le contraddizioni che attraversano il sistema, puntando non ad una semplice modernizzazione dell'economia nel suo complesso, bensì a una non più rinviabile armonizzazione di questo modo di produzione con le esigenze e le energie più vitali della società veneta. È su un terreno del genere che individuiamo la possibilità di un confronto aperto e di una immediata convergenza di obiettivi con tanti giovani lavoratori, siano essi operai non specializzati o addetti della "new economy". Risulta evidente l'importanza di correggere alcuni punti deboli che, dopo avere contribuito paradossalmente alle fortune delle nostre realtà (come ad esempio - specie nella fascia pedemontana - la bassa scolarizzazione e l'abbandono scolastico), rischiano di fronte alle sfide attuali di rivelarsi altrettanti macigni sulla strada verso un più equilibrato assetto economico e sociale. Un'idea di sviluppo ecologicamente sostenibile deve essere parte integrante di un nuovo modello di sviluppo. Il caso di Marghera, citato in precedenza, è soltanto uno dei tanti esempi di come nel tempo un'economia che ignori la questione ambientale sia destinata a produrre disastri. Eppure, a tutt'oggi, viviamo in una regione dove si fa il parco del Delta del Po e si mantiene nel mezzo una delle maggiori centrali termoelettriche in Italia così com'è; dove qualcuno, per citare un altro caso, ha pensato di poter tornare a estrarre il metano in Adriatico, a pochi km dalla costa, minacciando così Venezia, Chioggia, il Polesine.
Come vedete non ci mancheranno le cose da fare. La proposta Bossi-Fini sull'immigrazione imporrà da subito una nostra iniziativa politica forte, che contrasti questa primitiva visione del nostro governo. Inoltre, un'altra sicura mobilitazione dovrà essere quella sulla questione palestinese, che, in un periodo così drammatico, non può non vedere la sinistra in prima fila nella richiesta di una pace equa. Una pace nella giustizia, in grado di fermare, da subito, le azioni dei kamikaze come le rappresaglie ordinate da Sharon.

Ho concluso, ma prima un saluto speciale per Helene Zago, chiamata a proseguire il suo prezioso lavoro presso l'esecutivo nazionale. Continueremo a fare politica insieme. E sono certo che continueremo tutti quanti a fare politica insieme: il mio auspicio è di riuscire a farlo con ironia, intelligenza, ma anche con la giusta dose di incoscienza.

Diego Crivellari


La scuola illiberale della Casa delle Libertà

L'onorevole Garagnani di Forza Italia ha proposto l'istituzione di una linea telefonica a cui si possono denunciare quegli insegnanti colpevoli di criticare l'operato del governo Berlusconi.
Questa incredibile iniziativa, per fortuna respinta dal consiglio comunale di Bologna, città dell'onorevole Garagnani, cade in un momento particolare della vita politica del Paese ed è un tassello che si aggiunge al disegno del ministro Moratti di ridimensionare il ruolo della scuola pubblica in Italia.

Questa proposta è un tentativo di restringere spazi di discussione, libertà e pluralismo, ottenuti in anni di lotte dentro e fuori la scuola.
È sconcertante che simili proposte liberticide vengano da esponenti di un partito, Forza Italia, che, almeno a parole, non smette di proporsi quale alfiere del liberalismo.
Alla luce di questi fatti invitiamo studenti, insegnanti, personale della scuola a mantenere alta l'attenzione, a darsi da fare per contrastare la controriforma di Letizia Moratti, cominciando dalla raccolta di firme per il
referendum abrogativo dei buoni scuola.
In particolar modo invitiamo gli studenti a dare un segnale di partecipazione, votando alle elezioni studentesche e promuovendo nelle scuole assemblee finalizzate a discutere queste situazioni.

Diego Crivellari, 15 dicembre 2001.

Leggi il volantino distribuito dalla Sinistra Giovanile.


Il documento presentato dalla Sinistra Giovanile al Congresso Provinciale dei Democratici di Sinistra di Rovigo.
Rovigo, 3 - 4 novembre 2001.

Introduzione

Il congresso dei Democratici di sinistra cade in un momento alquanto delicato per l'Italia e per il mondo intero: la situazione internazionale odierna costringe tutti noi, uomini e donne di sinistra, ad una ulteriore assunzione di responsabilità, a non transigere nell'affermazione dei nostri tradizionali valori di libertà, eguaglianza, solidarietà tra gli individui e tra i popoli.
La Sinistra Giovanile, in quanto organizzazione dei giovani diessini ma anche come soggetto dotato di una sua originale autonomia politica e organizzativa, intende portare il proprio contributo ideale affinchè‚ pure nel Polesine la sinistra democratica, quella sinistra che in questa terra ha scritto tante pagine gloriose, continui sulla strada di un progressivo rinnovamento politico, culturale e anche generazionale, capace di porre fine all'interminabile transizione verso la socialdemocrazia avviata dopo l'Ottantanove, nella piena consapevolezza di dover accettare fino in fondo le sfide della modernità e della globalizzazione, e mirare in tal modo a governare questi processi epocali, senza subirli, senza rifugiarsi nei recinti dell'ideologia ma trovando piuttosto nuove risposte per nuovi bisogni, imparando a coniugare modernità e diritti nel nuovo secolo, a contaminare i nostri valori intramontabili con nuove forme e nuove esperienze di militanza attiva e lotta politica nel partito e nella società.

Quale economia

Nella prospettiva economicistica che in questi anni ha determinato lo svolgersi dei meccanismi politici, sociali e, naturalmente, economici, si prospettava uno sviluppo progressivo della società, promuovendo ciò attraverso la produzione e il consumo incessanti.
Come detto, la prospettiva del libero mercato, auto-governato e auto-generativo, ha portato ad una crescente relativizzazione del bene (cioè l'uomo), in favore del profitto economico. Ultimo atto per destabilizzare il destino dell'uomo è il tentativo di annullare qualsiasi garanzia sul campo lavorativo portando ad un aumento di manodopera "libera" sul mercato - licenziamenti -, nei momenti di recessione economica, e di conseguenza al minimo il costo del lavoro, grazie alla competizione dei lavoratori stessi, perchè a differenza dei capitalisti (cioè coloro che mirano all'espansione del capitale) a volte gli uomini non lavorano per il denaro, ma per la dignità che da esso discende.

Oggi si riparte dal "grado zero" di New York, sembra strano, ma la fine del capitalismo-imperialismo globalizzato ha termine nella patria d'origine. Ora si riaprono i discorsi di un'economia più etica, e questo non comporta contraddizioni, poichè, volendo disturbare i classici, l'uomo ha come fine la perfetta realizzazione di se stesso, quindi nell'utilità e nel bene.
Questo significa, in prospettiva, una possibilità anche per quelle aree che sono sempre state estromesse dalla "crescita", sfruttate due volte: una volta per le loro qualità naturali, l'altra per le caratteristiche culturali. Il Polesine è una di queste, nonostante dimostri di possedere caratteristiche qualitative superiori alla media veneta (ad esempio la scolarizzazione), rimane confinata all'interno di uno stereotipo di sottosviluppo politico, economico e culturale. Il destino dei giovani che vivono in Polesine è segnato da due alternative assai poco lusinghiere: da un lato emigrare, anche solo temporaneamente, per studiare e/o trovare un lavoro per il quale si ritiene di essere preparati, dall'altro adeguarsi a ciò che gruppi imprenditoriali esterni propongono alla nostra manodopera.

Proprio perchè intendiamo perseguire gli insegnamenti di Aristotele, non è più una forma conflittuale e dualistica, tra l'utile o il bene, ma l'utile che persegue il bene ed il bene che guida l'utile, in senso stretto, si tratta di porre le basi per uno sviluppo economico che non prescinde da quello etico, quindi non fare cose solo perchè sono le più convenienti economicamente, ma perchè giuste, non nocive in senso "fisico" nè per l'uomo nè per il suo ambiente.

Scuola e formazione

Per quanto riguarda la scuola, la Sinistra Giovanile di Rovigo sta conducendo una lunga campagna contro la legge regionale sui "buoni scuola", approvata dalla maggioranza al governo della Regione, formata da Centrodestra e Lega Nord, unitamente al gruppo "Insieme per il Veneto". Con questa legge la Regione eroga consistenti finanziamenti che andranno quasi completamente a ricoprire le spese di iscrizione degli studenti delle scuole private.
Tutto ciò costituisce a nostro avviso una palese discriminazione nei confronti di coloro che sono iscritti alla scuola pubblica: questa legge non offre infatti la possibilità ai nuclei familiari in difficoltà di ricevere aiuti ed incentivi per operare la scelta che più ritengono opportuna, ma al contrario si limita a garantire gli interessi delle scuole private. Invece di finanziare chi già avrebbe i mezzi per mandare i propri figli alla scuola privata, il presidente della Regione Galan dovrebbe cominciare a preoccuparsi di quelle famiglie che faticano a pagare tasse scolastiche e libri di testo per i loro figli che frequentano il servizio pubblico.
Troviamo inoltre sconcertante e paradossale che la giunta regionale indichi come fenomeni preoccupanti l'abbandono scolastico, il basso numero di lauree e la scarsa alfabetizzazione, evidentemente tra chi non dispone di alti redditi, per poi limitare (e destinare al fondo "buoni scuola") i fondi dell'Ente Regionale per il Diritto allo Studio, ente che già in condizioni "normali" riesce a soddisfare soltanto la metà degli studenti aventi diritto alle borse di studio. Ci chiediamo allora se non sia più giusto utilizzare questi finanziamenti per fornire un servizio agli studenti realmente disagiati, per contribuire alla modernizzazione di strutture e strumenti didattici, per costruire alloggi per studenti universitari.

L'approccio alla questione del finanziamento alle strutture pubbliche e private è comunque il punto di partenza per una prospettiva più ampia sul mondo della scuola.
Innanzitutto, la Sinistra Giovanile di Rovigo non può non deprecare il fatto che le importanti riforme messe in cantiere dai governi di Centrosinistra siano semplicemente sospese, per non dire affossate, dall'attuale esecutivo di Centrodestra. Invece di proseguire sulla strada dell'estensione dell'obbligo scolastico, della razionalizzazione dei cicli, dell'autonomia scolastica dei singoli istituti, dell'adeguamento dei programmi alle nuove esigenze del mondo del lavoro, si preferisce bloccare ogni processo innovativo, per rimandare a data da definirsi la modifica e l'applicazione della tanto attesa riforma della scuola di base, e programmare, invece, un'ulteriore modifica dell'Esame di Stato.
È a nostro avviso intollerabile che le spinte innovative nei campi della scuola, della cultura e della formazione non siano accompagnate da una profonda riforma delle strutture scolastiche nazionali, e temiamo che gli studenti di oggi, formati in un panorama profondamente innovativo mal governato, possano ritrovarsi, domani, abbandonati in un mercato del lavoro che richiede una formazione sempre più personalizzata, specializzata, e distribuita nell'arco della carriera dell'individuo.


La tragedia dell'11 settembre e la guerra in Afghanistan

L'11 settembre 2001 gli Stati Uniti d'America hanno subito un'aggressione terroristica senza precedenti nella storia recente. Secondo le ultime stime, quasi settemila civili innocenti sono rimasti vittime di una follia omicida mai vista prima, sia per crudeltà, sia per capacità organizzativa, sia per la perversa precisione dell'attacco. Settemila persone che, per lavoro o per divertimento, si trovavano nel World Trade Center di New York, nel Pentagono a Washington, oppure sui quattro aerei di linea dirottati dai terroristi, e scagliati come bombe contro gli obiettivi prescelti.
Tutto il mondo, attonito di fronte alle terribili immagini trasmesse da tutte le reti televisive, e che fino ad una settimana prima si credevano possibili solo nei film d'azione e di fantapolitica, si è stretto attorno al popolo e alle istituzioni degli Stati Uniti, manifestando cordoglio e solidarietà. Di fronte ad una tale ferocia irrazionale ed incondizionata («Non esiste al mondo una causa che possa giustificare tutto questo», ha dichiarato il premio Nobel per la Pace Mikhail Gorbaciov), anche la Sinistra Giovanile di Rovigo vuole esprimere sgomento per la tragedia che ha colpito tanti innocenti negli Stati Uniti, e cordoglio per le numerose vittime.

Dopo i drammatici attentati, il presidente George W. Bush ha assicurato al suo popolo che i responsabili della strage sarebbero stati individuati e puniti e molti paesi alleati ed amici degli Stati Uniti hanno offerto la loro collaborazione, poichè un'azione terroristica di tale portata può giustamente considerarsi un'offesa alla dignità e alla civiltà dell'intera umanità, e non di un paese solo.
Tuttavia, la reazione degli Stati Uniti, appoggiati dalla Comunità Internazionale, si sta risolvendo in azioni belliche dirette non solo contro i gruppi terroristici islamici ritenuti responsabili degli attentati dell'11 settembre, ma anche contro gli stati che li ospitano, e, di riflesso, la popolazione civile. Nei giorni scorsi, il popolo dell'Afghanistan, il paese che ospita Osama Bin Laden, il ricco sceicco indicato come il principale mandante della strage, ha subito inerme le conseguenze dei bombardamenti anglo-americani.

La Sinistra Giovanile di Rovigo crede che la Comunità Internazionale e gli organismi sovranazionali come l'ONU e l'UE dovrebbero intervenire affinchè, nonostante lo svolgimento di azioni militari mirate all'individuazione dei centri terroristici, si continui a seguire la strada della diplomazia, approffittando della disponibilità alla mediazione di paesi islamici come il Pakistan, favorendo il dialogo con le frange islamiche non estremiste, attribuendo fiducia a chi professa l'etica originaria dell'Islam, fondata sulla pace e la fratellanza di tutti i popoli, e non certo sulla furia della Jihad.
È necessario evitare l'estensione del conflitto ad altri paesi come l'Irak o la Siria, e intensificare gli sforzi per arrivare ad una soluzione duratura dell'ancora irrisolta - e sempre più drammatica - questione palestinese. Il legittimo desiderio di giustizia non deve trasformarsi in irrazionale sete di vendetta, la necessaria ricerca dei colpevoli non deve risolversi in una dura ritorsione che rischia di innescare quella spirale di violenza e quella guerra tra civiltà in cui speravano gli attentatori stessi e chi li ha coordinati, ma in un'occasione per mettere fine alle contraddizioni che da troppi decenni insanguinano il Medio Oriente.

L'11 settembre 2001 verrà ricordato in futuro per l'inammissibile sacrificio di 7000 vite umane innocenti. Compito di ogni persona civile è fare in modo che a questo terribile spreco di vite non facciano seguito altre vittime incolpevoli.

Alessio Andreotti


Il valore della memoria storica

Il 27 gennaio è stato il "Giorno della Memoria" istituito in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici nei campi nazisti. Realizzato in questa data perchè nello stesso giorno del 1945 furono abbattuti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. I romani recitavano così "Historia magistra vitae" con l'intento di rilevare l'importanza di ogni avvenimento passato da utilizzare come una sorta di vademecum per non incappare sempre negli stessi errori. Questa frase chiama al ruolo fondamentale della memoria, che non deve essere un semplice "ricordo del passato", ma rappresentare un campanello d'allarme nei momenti di confusione storica. Alle volte è facile che la memoria si offuschi, così quei tragici eventi sembrano lontani, ma così lontani quasi non fossero mai accaduti. È indispensabile avere il coraggio di riflettere sul passato, che tanto remoto non è, per non avere paura di quello che bisogna ricordare.

Bisogna ricordare che, Bruno, un ragazzo classe 1922, aderì sedicenne al Partito Comunista che allora operava in condizioni di clandestinit`. Sovvenzionò la propaganda politica con 50 £ al mese che guadagnava grazie al lavoro di panettiere. Reduce da poco dalla campagna di Russia, nel maggio del 1943, i tedeschi, grazie ad una spia, vennero a sapere che lui diffondeva "l'Unità", fu arrestato e condotto al carcere "Casa di Pena" a Padova. La sua prigionia durò 70 giorni, la condivise con De Polzer, furono giorni duri, interminabili soprattutto quando gli ufficiali tedeschi decidevano a sorte chi uccidere per vendicare le rappresaglie dei partigiani contro il regime. Ne uscì vivo, ma dal carcere fu deportato in Germania in un campo di lavoro a Mannheim. Gli fu assegnato un numero il 916, non gli fu stampato nella pelle perché nonostante tutto proveniva da un paese cattolico. Lì vi restò fino alla fine del 1944, fu impiegato nell'industria chimica ed elettrica tedesca in lavori durissimi e altamente pericolosi. Per un anno e mezzo non potè lavarsi, dormì per terra al freddo nei capannoni ormai distrutti dai bombardamenti degli alleati, si dissetò con acqua piovana e mangiò patate crude e un durissimo pane di segale. Le cose non andarono meglio quando fu trasferito nella "terra di nessuno" a scavare trincee, fra la linea Maginot e la Siegfried; dopo un bombardamento capì che il fronte alleato doveva essere vicino, per questo nel marzo del 1945 decise, assieme a molti altri, di fuggire. Tanti morirono, lui fu gravemente ferito ad una gamba, stremato corse fino ad arrivare al fronte alleato. Fu soccorso da un ufficiale americano e trasferito nell'ospedale di campo dove trascorse la sua degenza. Tornò a Rovigo l'8 agosto 1945 dove per i tre mesi successivi al suo ritorno soffrì di insonnia, il letto era troppo soffice per lui che era abituato a dormire per terra.

Questa è la storia di un nonno, il mio, una storia come tante, di sofferenza, coraggio e amore verso un ideale. Lui assieme a tante altre persone rappresentano la nostra memoria e ci insegnano che per quanto gli eventi accaduti ci possano sembrare tragici e incomprensibili devono essere utili per costruire un futuro più sicuro sgombro dall'ombra delle discriminazioni e delle diversità. Purtroppo, vista la storia recente, pare che molti non abbiano fatto tesoro del passato e che diabolicamente continuino a perseverare, basti pensare al Kosovo, al Ruanda, alla Bosnia e a tutte quelle dittature che hanno sconvolto molte nazioni "moderne" in questi ultimi cinquant'anni. Dov'è la nostra memoria? Dov'è ora che assistiamo attoniti, quasi inebetiti al fenomeno austriaco dove buona parte della popolazione ha appoggiato le idee del liberal-nazionalista Haider?

La memoria è come una pianta che dobbiamo imparare a coltivare utilizzando gli strumenti giusti per farla crescere forte, rigogliosa e per far si che metta radici così profonde tali da restare indenni nel lungo corso della storia. È un compito che spetta a tutti e anche noi nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa: c'è un'associazione, l'A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) che rischia di scomparire a causa del mancato ricambio generazionale, questa è parte della nostra memoria e non possiamo permetterci che vada perduta.

Per informazioni rivolgersi all'A.N.P.I. al Palazzo della Gran Guardia, tel. 0425 29545, o alla Sinistra Giovanile di Rovigo, Galleria Balotta 6, tel. 0425 21466-7, email sgrovigo@libero.it

Cinzia Pizzardo


Manifesto

Compito di una formazione politica è, in primo luogo, comunicare. Le discussioni, le decisioni, gli impegni assunti, le scommesse vinte, hanno ben poca importanza se incapaci di uscire dalle sedi del dibattito politico interno ad un partito. Per aspirare ad intervenire attivamente nella vita sociale e comunitaria, nell'amministrazione della vita pubblica, nel fermento della vita culturale di un territorio, per incidere insomma sulla realtà, chi fa politica deve essere in grado di comunicare ciò che ha fatto, ciò che ha intenzione di fare, ciò che farà.

La Sinistra Giovanile Polesana ha da sempre dimostrato questo impegno e questa volontà di discussione e confronto di idee tramite volantini, incontri pubblici, comunicati stampa, giornalini più o meno ufficiali.

Ma mai come oggi uno spazio virtuale può essere importante e decisivo per incidere sul mondo reale. Per questo motivo, la Sinistra Giovanile di Rovigo ha inaugurato questo sito web, interamente costruito e gestito da volontari della SG. Questa casa digitale conterrà gli interventi di chiunque - iscritti, dirigenti, simpatizzanti - voglia fornire un contributo allo sviluppo di un dibattito su temi riguardanti la vita politica, sociale e culturale dei giovani polesani.

Quindi, cercheremo di esprimere il nostro punto di vista sul mondo, e la nostra volontà di cambiare ciò che ci sembra sbagliato, proponendo interventi diretti, nella sezione opinioni; raccogliendo le notizie - soprattutto locali - che ci sembrano più significative, nella sezione news; illustrando le nostre iniziative a livello locale e nazionale, nella sezione campagne; offrendo strumenti di contatto e feedback nelle sezioni contatti e links.

Da oggi, questa sarà la nostra casa sul web.
Speriamo che sia comoda e accogliente anche per voi.

Alessio Andreotti
Webmaster

Diego Crivellari
Il Coordinatore Provinciale


Questo sito supporta lo standard ufficiale per i CSS del W3C

Il contenuto di queste pagine web (amatoriali e aperiodiche) viene coordinato da:
Sinistra Giovanile di Rovigo, Galleria Balotta 6, 45100 Rovigo; Telefono 0425.21466

© Sinistra Giovanile Rovigo, 2001
WebMaster: Alessio Andreotti
Ultimo aggiornamento: 19 agosto 2003

Made with EditPad