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STORIA DI ROMA



LA REPUBBLICA

La guerra giugurtina
(111 - 105 a.C.)



Corruzione politica diffusa e rilassamento dell'esercito - Giugurta -
Roma dichiara guerra
- Cecilio Metello in Africa - Ascesa di Caio Mario -
La fine della guerra



Corruzione politica diffusa e rilassamento dell'esercito

Dopo la morte di Caio Gracco, il senato e l'oligarchia aristocratica presero in mano le sorti dello stato (l'opposizione non riuscì a risollevarsi per almeno una decina d'anni).
Il potere degli oligarchi non si fondava più sulle mere capacità politiche e amministrative, ma soprattutto e prevalentemente sulla corruzione, il nepotismo e l'esercizio incontrollato del potere di casta. Il potere indipendente dei cavalieri fu "ammorbidito" e piegato con la corruzione, senato e magistratura ormai "lavoravano" in coppia perseguendo gli stessi interessi.

Gli effetti della corruzione politica ebbero ripercussioni anche sull'esercito. Roma doveva ormai gestire un ampio territorio all'estero, e il piccolo esercito romano, fondato sull'arruolamento per censo e sulla ferma temporanea di contadini ormai ridotti allo stremo, era sempre meno numeroso e sempre meno efficiente. Spesso si assisteva a defezioni e diserzioni dei soldati, che si abbandonavano sempre più alle violenze e al saccheggio, mentre tra le file dell'esercito albergavano stabilmente mercanti, servi e prostitute. Era il segno di una indisciplina e di un rilassamento generale che ben presto avrebbe intaccato sul campo l'immagine vincente delle guarnigioni.


Giugurta

I problemi dell'esercito si resero evidenti quando si trattò di contrastare uno dei pretendenti al trono della Numidia, Giugurta. Nel 118 a.C. morì Micipsa, figlio di Massinissa, che lasciò in eredità il regno ai figli Aderbale, Iempsale e al nipote Giugurta. Il problema consisteva nel fatto che Micipsa non aveva previsto una divisione del territorio e inevitabilmente cominciarono le dipsute tra i tre beneficiari.

Il più agguerrito e dotato dei tre era Giugurta. Quando Marco Porcio Catone divise arbitrariamente il territorio con il pretesto di pacificare la situazione ma con l'intenzione di creare ulteriori dissensi tra gli eredi, Giugurta protestò e si ribellò. Fu il mandante dell'uccisione, di Iempsale, nel 117 a.C. Aderbale invase allora il territorio di Giugurta ma venne sconfitto, quindi si rifugiò a Roma dove chiese aiuto.

Giugurta mandò un'ambasciata carica di doni per le alte cariche dello stato romano, e conseguenza di ciò fu la decisione, da parte di una commmissione senatoriale guidata da Opimio, di dividere il territorio numida in due parti e perdonare l'aggressore: la parte occidentale, che includeva la capitale Cirta, andò ad Aderbale, la parte orientale a Giugurta.

Ma nemmeno questa divisione lo accontentò. Nel 113 a.C. invase il regno di Aderbale e assediò Cirta. La capitale della Numidia era abitata da molti mercanti italici, quando Aderbale chiese aiuto a Roma, questa mandò sul posto due commissioni. Giugurta ancora una volta ricorse alla tecnica della corruzione e così riusci a fare reimbarcare i delegati romani senza che questi avessero fatto nulla.
A questo punto, su insistenza dei mercanti italici che ormai erano allo stremo, Aderbale consegnò la città a Gugurta a condizione di risparmiare la popolazione. Giugurta non tenne fede al patto e uccise ogni abitante armato (tra i quali molti italici), mentre Aderbale venne crocifisso.


Roma dichiara guerra

Giugurta aveva oltrepassato il limite. Roma decise di dichiarargli guerra (111 a.C.).
Ma pur battendo Giugurta sul campo, il console L. Calpurnio Bestia, dopo essere stato corrotto per una cifra esigua dallo sconfitto, concesse la pace e permise a Giugurta di mantenere il regno.

A Roma i circoli democratici, opposto agli ottimati (il ceto aristocratico senatoriale, da optimus, ottimo), protestò vivacemente e cercò di rialzare la testa dopo anni di scarsa incisività. Un tribuno, Caio Memmio, sostenuto dagli equites, riuscì a trascinare Giugurta davanti a un tribunale romano... ma questi nel frattempo aveva corrotto l'altro tribuno, che pose il veto sull'interrogatorio.

Non contento di essere impunito in casa dei vincitori, Giugurta fece in tempo ad organizzare l'uccisione di Massiva, un altro nipote di Massinissa pretendente al trono che viveva a Roma, poi fuggì.

A Roma si gridava giustamente allo scandalo. Ogni limite era stato oltrepassato. Le operazioni in Africa ripresero, ma l'esercito allo sbando e privo di disciplina ottenne una sconfitta dietro l'altra, tanto che nel 109 a.C. Il generale Aulo Postumio dovette subire l'onta di concedere la pace su promessa di evaquare il territorio Numida per 10 anni, mentre già le tribù africane, rinfrancate dalle vittorie di Giugurta, cominciavano a rialzare la testa.


Cecilio Metello in Africa

Roma decise di mettere fine alla farsa, una volta per tutte. Fu inviato in Africa il capace e onorato console Quinto Cecilio Metello, uno dei pochi oligarchi a distinguersi per la sua onestà. Il senato aveva già annullato la pace conclusa da Aulio Postumio, e intendeva eliminare definitivamente la minaccia giugurtina.

Giunto in Africa, Metello ridiede disciplina alle truppe ed ebbe la meglio su Giugurta in una battaglia sul fiume Mutule (109 a.C.), riuscendo a scacciarlo dal suo regno. Questi non ebbe altra scelta che chiedere la pace, ma Metello questa volta non la concedette, imponendogli la resa incondizionata. A questo punto cominciò la guerriglia, che si prolungò per tutto il 108, come, in via straordinaria, anche il mandato di Metello.


Ascesa di Caio Mario

Nel frattempo a Roma i popolari accusavano l'ottimate Metello di prolungare la guerra con Giugurta intenzionalmente. Saputo che il senato intendeva prorogare i poteri di Metello ancora per il 107, per contrastarlo i popolari e gli equites proposero come secondo console Caio Mario.

Caio Mario proveniva dagli ambienti popolari: si era distinto, da semplice soldato, nell'assedio di Numanzia tanto da meritarsi la segnalazione di Scipione Emiliano. Nel 119 a.C. era diventato tribuno, nel 115 fu pretore e poi luogotenente in Spagna citeriore. La sua popolarità aumentava tra i democratici e anche tra il popolo, era davvero un valente soldato e la sua ambizione era quella di scalare le cariche dello stato grazie alle sue qualità militari. Infine, Metello lo aveva portato con sé come luogotenente in Africa, e, dopo esserci distinto nella battaglia del fiume Mutule, era praticamente diventato il suo vice.

Durante la campagna elettorale, Caio Mario attaccò Metello ed ottenne non solo la maggioranza dei voti, ma anche un mandato speciale per proseguire la guerra africana al suo posto. I senatori lasciarono che organizzasse da sé il reclutamento, con la speranza che tutto si spegnesse per l'impossibilità di trovare soldati a sufficienza, ma Mario riuscì ad ottenere l'arruolamento volontario di gente anche al di sotto della soglia minima di censo (fatto unico ai tempi), e così potè partire per l'Africa.


La fine della guerra

A Metello toccò l'onta di vedere il suo ex luogotenente soffiargli il comando delle operazioni. Mario cercò da subito di stanare Giugurta, se si fosse impossessato del nemico anche la guerriglia sarebbe cessata.

Accadde che il re della Mauritania, Bocco, accortosi che i romani stavano per prendere il controllo della situazione, decidesse di proporre uno scambio. Se i romani gli avessero inviato Lucio Cornelio Silla, ai tempi questore nell'esercito di Mario, avrebbe fatto in modo di consegnarli il genero Giugurta (questi ne aveva sposato la figlia).

Bocco era ancora indeciso se consegnare Giugurta a Silla o viceversa, ma alla fine la spuntò l'abilità politica ed oratoria di quest'ultimo. Silla convise Bocco a convocare il ribelle numida facendogli credere che fosse lui a dover essere consegnato a Giugurta.

Quando Giugurta si presentò disarmato, secondo gli accordi, i soldati di Bocco ebbero gioco facile nel consegnarlo a Silla, che lo fece prigioniero nel campo romano. Questo episodio segnò la fine della guerra giugurtina (105 a.C.).

Giugurta fu poi portato a Roma dove morì strangolato nel carcere Mamertino mentre Mario celebrava il trionfo (anche se per lenire l'onta della sostituzione, venne assegnato il titolo di Numidico a Metello). La Numidia orientale venne data a Gauda, altro discendente di Massinissa poco pericoloso e piuttosto incapace, la metà orientale venne consegnata a Bocco come premio per il suo aiuto.

 

 

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