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Il Duomo |
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Storia del duomo La struttura del Duomo di Carrara è quella tradizionale di un edificio sacro costruito in base ai canoni dell’architettura, utilizzati in occidente, fin dalla fine del Medioevo. Esso costituisce un’immagine in senso metaforico, come manifestazione del mondo, ma anche come opera di Dio che Lo trascende, un’immagine “reale” che vede raffigurati nelle pareti, nelle colonne, nelle volte, nelle absidi, nelle navate, nei portali, tanto la terra quanto il cielo, sia gli animali sia le piante, ma in cui soprattutto traspare l’intelligenza creativa dell’uomo, unita alla sua forza fisica, alle qualità morali e alla sua fede. La chiesa di S. Andrea nasce all’inizio dell’XI sec. e i vari fattori che ne determinarono la costruzione sono in stretta relazione con gli eventi storici e politici che hanno caratterizzato le diverse vicende della comunità carrarese. Nel X e XI sec. si assiste ad una crisi di tutta l’area di influenza della città di Luni a causa dell’impaludamento delle zone costiere, che impediva la creazione di insediamenti stabili, e delle continue scorribande saracene, che gravavano enormemente sull’economia locale. E’ questo il motivo principale che ha determinato la scelta del luogo d’ubicazione del Duomo e il nome dello stesso ha origine dalla prima chiesa battesimale della città di Luni che predicava il culto di S. Andrea. La prima notizia certa della sua esistenza risale al 1099, quando il vescovo di Luni ne affidò la costruzione a maestri emiliani, ma nel 1151 ancora incompiuto, passò sotto le dipendenze di San Frediano di Lucca. In breve tempo i suoi possedimenti aumentarono grazie a lasciti, donazioni e agli acquisti operati dai canonici di S. Frediano che aumentarono così il loro potere sulla zona. Nel frattempo il borgo di Carrara, sempre sotto la città di Luni, cresceva e si sviluppava intorno alla sua chiesa. La disposizione della Pieve di S. Andrea e il suo rapporto con gli edifici circostanti è molto importante. Il Duomo, infatti, è orientato da Occidente ad Oriente, verso il sorgere del sole e segue la regola dell’orientazione, seguendo la linea Est-Ovest e Nord-Sud che rappresentano gli antichi “decumano” e “cardo” del “castrum”. Anche se il nostro Duomo presenta evidenti trasformazioni, l’impianto compositivo, sia esterno sia interno, è in stile romanico con l’introduzione di alcuni elementi tipici del gotico. Il più significativo, a riguardo, è senza dubbio nella facciata principale, nel secondo ordine che, con il rosone e le due finestre laterali, apre ampi spazi destinati ad offrire luce all’interno secondo una caratteristica tipica dell’invenzione gotica. La luce non entra in modo diretto, ma piuttosto come penombra con l’intento di offrire al fedele un maggiore raccoglimento nella preghiera e un più intimo dialogo con Dio. In questo modo il rosone, che vuole richiamare il simbolo della ruota, stemma della città, parallelamente al suo valore architettonico-ornamentale perde solennità con una decorazione più sobria della parte inferiore per conferire all’intera facciata un senso di armonica compostezza. Dall’inizio, al suo completamento il Duomo ha attraversando tre fasi costruttive: I fase ( sec. XI ): è di impianto lombardo-parmense, riscontrabile nel portale principale, con capitelli istoriati e, all’interno, nei capitelli delle prime campate; II fase (sec. XII): eseguita da maestri lucchesi, è segnalata dal colonnato, dal fianco non più bicromo, dalle monofore ad arco acuto decorate con motivi fogliacei e col tipico bestiario medievale, dal gusto per le decorazioni classiche e paleocristiane dell'interno; III fase (sec. XIV): opera di maestri pisani, è caratterizzata dalla costruzione dello splendido rosone centrale, del loggiato e dall’uso decorativo con la bicromia a fasce bianche e nere. La cessione della chiesa di Carrara durante la II fase di costruzione non è un episodio eccezionale, ma il risultato della politica di mediazioni e compromessi ai quali si è sottomessa la chiesa a causa delle pressioni di Genova e Lucca. Quest’ultima cercava di guadagnare terreno a nord nei confronti di Pisa proprio restaurando la posizione che la sua curia vescovile aveva occupato in età longobarda nella zona della Lunigiana. Le trasformazioni che una costruzione subisce nel tempo sono una testimonianza del mutamento del gusto artistico e della diversa percezione di bellezza estetica. Tale cambiamento è legato alla trasformazione dell’assetto politico ed economico del paese. Negli statuti del 1235 si legge che i consoli ed il podestà giurano di non utilizzare per altro scopo i fondi destinati alla chiesa e di non sospendere arbitrariamente i lavori. Ciò ci fa comprendere quanto grande fosse il potere della chiesa all’epoca e il fatto che il Duomo fosse utilizzato come sede del Comune e come aula di consiglio, indica che la chiesa stessa aveva un ruolo centrale e vitale per l’organizzazione sociale della comunità. Tale fatto indica, inoltre che la chiesa accentrava ed inglobava gli aspetti laici della vita della città di Carrara. Il Duomo, dopo il suo completamento ha subito numerosi interventi aggiuntivi, sia all’interno, sia all’esterno. I più importanti riguardano la liberazione dell’abside da un edificio che lo aveva inglobato assieme alla statua-fontana del Gigante, il restauro dopo il terremoto del 1920 e dopo l’abbattimento di un fulmine sulla torre campanaria nel 1922. E’ solo nel 1947-48 che fu fatto un restauro globale in grado di conferire all’edificio l’aspetto attuale.
(Liberamente tratto da Carrara e la sua gente di B.Gemignani)
La piazza del Duomo Nel Medioevo non esiste un vero e proprio centro, ma la città si articola in tanti centri, che si sviluppano attorno alle strutture della chiesa, della bottega e del quartiere. Solo nel basso Medioevo vi è l’istituzione della piazza e nell’area della chiesa, oltre all’attività religiosa, si concentrano anche quella politica ed economica. Nel Duomo e nella piazza circostante, infatti, si svolgono le attività collettive più importanti. Un esempio è dato dal Tribunale del Comune del 1289 che aveva sede in questa piazza, rendendone evidente la funzione politico-amministrativa, o dal fatto che lo stesso consiglio comunale si riuniva nel Duomo per sancire e approvare statuti e decreti. Nella piazzetta antistante il Duomo, spicca, in tutta la sua maestosità, la Statua del Gigante o Nettuno di Baccio Bandinelli, uno dei monumenti più noti e conosciuti della città alla quale appartiene come parte integrante di storia di vita, più che come semplice elemento di decoro. Abbozzato e scolpito in uno studio carrarese il Nettuno fu commissionato dalla Repubblica di Genova allo scultore fiorentino Baccio Bandinelli. La grande statua doveva essere in origine un monumento per celebrare il famoso ammiraglio genovese Andrea Doria. Era una libera interpretazione dell'artista per raffigurare il personaggio e le sue gesta, sicuro dominatore del mare, ma ai committenti l'idea non piacque. I contrasti tra i genovesi e l'artista portarono i primi a non ritirare la statua, rimasta incompiuta. L'evidente incompiutezza fu pretesto per rifiutarne il pagamento così, dopo incomprensioni varie fra commissionari ed artista, la statua restò in “deposito permanente” alla città fino a che nel 1563, in pieno rinnovamento urbanistico, Alberico I sfruttò l'opera disconosciuta dal Bandinelli per costruire al centro della piazzetta medievale una fontana interamente marmorea sopra la quale fu posto il Nettuno su due delfini. Di fronte alla fontana sorge il palazzo che ospitava in epoca medievale le autorità comunali (XIII sec.) sebbene in Duomo si svolgesse gran parte della vita pubblica e degli uffici laici, com’era tradizione in tutte le città medievali. Rimaneggiato in epoca cinquecentesca, ospita sulla facciata una piccola nicchia nella quale è scolpita una figuretta a forma di putto che nasconde con le mani il sesso. Sebbene la statuetta rappresenti il simbolo della levatrice, tale raffigurazione è legata ad una tradizione la quale racconta che in questo luogo venivano esposte nude alla pubblica vergogna le mogli adultere.
L’esterno del duomo
- La facciata: Il prolungarsi dei lavori di costruzione si nota anche dall'aspetto esteriore della chiesa. La sua facciata, romanica nella parte inferiore e gotica in quella superiore, ha una base più antica realizzata a conci marmorei bianchi, rettangolari listati orizzontalmente da fasce nere in marmo di Colonnata. La facciata, inoltre, presenta nove archi a tutto sesto poggiati su mensole in stile romanico-pisano. Il portale si apre fra due semipilastri sormontati da capitelli lavorati; sopra l’abaco poggiano due leoni sporgenti che appaiono in atto di stringere fra le zampe una figura umana. L’arcatura che si appoggia è composta da una serie di animali rampanti. La lunetta del portone è decorata con maestria e poggia su un architrave inciso con ricami formanti un intricato labirinto nel quale risalta una testa umana posta in posizione centrale. Verso l’alto l’architrave termina con un originale motivo a fogliame allungato verticalmente e ricurvo verso l’esterno. A sinistra del portale si trovano due formelle quadrate e ben lavorate: su una è inciso uno stemma gentilizio e sull’altra una scritta che ricorda i restauri alla chiesa. Alla destra del portale, invece, si trova una formella con un intarsio centrale in marmo nero, rappresentante una mano con tre dita alzate e due chiuse. La parte inferiore della facciata termina con nove archetti a tutto sesto. Nella parte superiore della facciata, l’elemento più significativo è il rosone centrale che conserva elementi dell’arte bizantina e gotica. Si può pensare che il rosone simboleggi il simbolo di Carrara, la ruota. Esso è costituito da venti raggi, alternati lisci a tortili, che formano intrecci di finissimo traforo, ed è racchiuso in una cornice a “cassettoni” riccamente intagliata. Ai lati del rosone si trova la loggia formata da 12 archi digradanti e sopra il timpano rimasto incompiuto. Dietro gli archi corre uno spazio vuoto che evidenzia sia il rosone che le colonne oltre le quali si aprono quattro monofore, di forme diverse, in parte rovinate. Il lato superiore è sormontato da una linea di sei cassettoni che ripetono i motivi decorativi sottostanti.
- La navata destra: Questo lato, rivolto verso la piazza, presenta una prima parte in marmi alternati bianchi e neri, simile alla facciata. L’intera facciata è elevata sopra ad un pianale al quale si accede salendo due scalini. Qui si apre la porta di San Giovanni: di matrice romanica, con qualche influsso lombardo, essa richiama i motivi che decorano il portale centrale soprattutto nei fini ricami dell’architrave e dell’arco a tutto sesto che delimita la lunetta. Procedendo verso l’abside si nota una bella meridiana scolpita sui conci. Elementi peculiari della parte superiore di questa facciata sono le decorazioni degli archetti attigui alla quarta delle cinque monofore: in essi sono raffigurate la ruota di Carrara e la croce Pisana a simboleggiare la Signoria di Pisa sulla nostra città al tempo in cui gli elementi vennero posti in opera.
- L’abside: L’abside, semicircolare, prorompe oltre la parete di fondale con la sua massa marmorea interrotta da tre monofore gotiche nella parte inferiore e, in quella superiore, da una loggetta formata da delle colonnette a loro volta sorrette da una cornicetta decorata con motivi floreali e con mostri. Il tetto di semicupola dell’abside è ricoperto a piastrelle.
- La navata sinistra: Questo è il fianco meno visibile; la sua parte inferiore è, nella sua struttura, molto simile a quella della facciata che da sulla piazza: è adorna di archetti alcuni a tutto sesto altri a sesto acuto, e ospita quattro monofore gotiche e due porte. Procedendo verso l’abside si trova una porta sopra il cui architrave poggia un’immagine marmorea della Vergine.
- Il campanile: Alto circa 33 metri, a cinque piani, anch’esso costruito interamente in marmo, ripete i caratteri generali della chiesa, pur presentando alcuni elementi di influenza ligure. Anche nella sua struttura sono ravvisabili i segni di due fasi fondamentali di costruzione. I conci più bassi sono irregolari e grezzi, ma da un certo punto in su essi diventano meglio squadrati e disposti. Le finestre che si aprono su ogni piano si ampliano gradualmente e mutano la oro forma procedendo verso l’alto. La cella campanaria, ossia l’ultimo piano, si apre in quattro quadrifore per lato, ed è sovrastata da una piramide ottagonale sulle cui facce cardinali si aprono delle finestrelle con arco retto da colonnette. Una croce marmorea e l’asta del parafulmine svettano in cielo sovrastando l’inero campanile la cui costruzione venne ultimata nel 1282.
- La canonica: Attigua al fianco est del campanile, oggi si presenta nel dignitoso aspetto restituitogli dai restauri del 1954-55. Essa è arricchita da un portale quattrocentesco e da finestre con stipiti e balaustre in marmo e reca, su una lapide murata al fianco dell’ingresso, memoria del suo progettista. Durante i restauri già citati, sulla facciata vennero alla luce preziosi rosoni, nascosti precedentemente sotto l’intonaco, che raffigurano stemmi nobiliari e religiosi.
(Liberamente tratto da Carrara e la sua gente di B.Gemignani)
L’interno del duomo Prima dell’ultima guerra l’interno del Duomo si presentava in modo poco congeniale al suo carattere di austera religiosità: tredici altari, una volta settecentesca messa a ricoprire navata centrale e presbiterio, ed altri elementi secondari avevano, via via, accavallato stili diversi creando un tutto poco armonico. I restauri e la revisione generale iniziati nel 1947, hanno ricomposto quel carattere di antica basilica in cui la spiritualità, più che negli ornamenti, è espressa e rilevata nell’impianto e nella stessa materia di costruzione: quasi a dare l’impressione di una chiesa scavata nel marmo più che costruita col marmo. Ciò, oltretutto, connatura perfettamente questa chiesa ad un ambiente in cui tutto o quasi è nato in ragione del marmo. L'interno della chiesa presenta tre navate divise da colonne con capitelli variamente decorati, appartenenti all'antico edificio o di recupero dalla città di Luni. La chiesa ha pianta rettangolare a tre navate, delle quali quella centrale ha il soffitto a capriate e le laterali presentano volte a crociera, mentre l'abside è semicircolare. La navata destra è formata da otto campate, tutte con volte impostate a crociera. In fondo alla navata, appoggiato alla parete di facciata, è l’Altare dei Santissimi Quattro Coronati: un grande altorilievo dello scultore carrarese P. Lazzerini (XIX secolo) rappresenta cinque figure legate ad un palo ed in atto di accettare il martirio. Questa navata ospita anche l’Altare di San Ceccardo, patrono di Carrara ed offerto alla pubblica devozione ogni 16 giugno. Due colonne, poggianti su basi semplicissime e terminanti con capitelli scolpiti a fogliame, inquadrano lo spazio d’ancona in cui una tela seicentesca rappresenta il Martirio del Patrono di Carrara: il Santo, in abiti vescovili, è al centro, con gli occhi rivolti verso il cielo tenebroso dalle cui nubi traspare la luce della beatitudine; tre figure lo attorniano ed una di queste, alla destra e ben evidenziata dal colore vivo del torso nudo, con una mano regge la testa del Martire e con l’altra brandisce la spada ormai sollevata su tutto. Nel timpano campeggiano due angeli marmorei mentre sotto la mensa, che poggia su quattro colonne, sono custodite le reliquie del Santo, protette da una grata di ferro e nascoste dietro ad un panno rosso su cui è ricamata la scritta: “Hic iacet corpus divi Ceccardi”. Superato l’altare si incontra l’Urna marmorea di San Ceccardo. Questa, a forma di cassa, è murata alla parete e poggia su due putti che fanno da cariatidi ed il cui stile li assegna chiaramente ad un’epoca successiva a quella in cui l’urna stessa fu scolpita(XIV secolo l’urna): è un altro degli ibridi accoppiamenti conseguiti a sistemazione di altari e spostamenti di elementi dalla loro sede originaria. Sotto il coperchio spiovente, scolpito a scaglioni a rilievo, i tre fronti dell’urna sono così composti: il maggiore, quello centrale, è diviso in quattro scomparti a cassettoni. Quello verso l’abside è traforato, al centro, da un rosone lavorato a giorno mentre il lato verso l’ingresso è la superficie uniforme in cui è scolpita, nitidamente, la scritta: “Hic sanctus passus est P. fide xpi sub ano CCCCCC”. Sulla cornice inferiore dell’urna, da muro a muro, si legge: “Hic iace curpu divi Cecardi martiris epi lunensis”. Salito il gradino che immette nel presbiterio ci si trova di fronte alla stupenda Annunciazione, opera di scuola pisana, risalente al XIV secolo: due statue, poste l’una di fronte all’altra, rappresentanti la Vergine e l’Arcangelo Gabriele, che costituiscono il gruppo scultoreo più famoso di tutto il Duomo. Alla sinistra di chi guarda è l’Arcangelo recante in mano un papiro spiegato con la scritta: “Ave ra ia le na” impaginata verticalmente e che, completata delle lettere mancanti, suona chiaramente “Ave Maria gratia plena”. L’Arcangelo posa su base marmorea, di stile barocco, a piedistallo, che reca scolpito un evidente stemma raffigurante una mano impugnante il Pastorale. A destra è la Vergine, lievemente piegata in avanti, con una mano posata leggera sul petto ad indicare lo stupore della rivelazione, l’altra accostata a fianco e reggente un libro. Anche la Vergine, come l’Angelo, posa su base barocca che reca scolpita nel fronte la mitra episcopale e la croce, fra le lettere S.A. Queste due statue sono comunemente chiamate Le Casanelle. Al termine della navata si trova l’Altare del Santissimo Sacramento. Sopra la mensa, semplice, sono tre nicchie divise tra loro da colonne scanalate terminanti con capitelli in stile corinzio. La nicchia centrale, più ampia e sormontata da grande raggiera marmorea irradiatesi dallo Spirito Santo, ospita la Vergine con Bambino. Nella nicchia di sinistra è San Domenico che reca nelle mani un libro ed un giglio; in quella di destra Santa Chiara. Nella navata sinistra, di fianco all’ingresso, appoggiato alla parete di facciata, si trova l’Altare della Santissima Annunziata, eseguito intorno al 1310 da Lapo, figlio del Maestro Giroldo di Lugano. Più avanti possiamo vedere una bella formella scolpita con l’Incoronazione della Vergine, già facente parte del complesso scultoreo che s’incontra pochi metri dopo, appena salito il gradino che immette al presbiterio e che, a sua volta, componeva l’Altare Maggiore. In origine, questo gruppo di statue costituivano una grande pala marmorea in cui figure, nicchie ed ornamenti, al di là del loro puro valore scultoreo, formavano una composizione architettonica molto originale. Secondo le memorie del Notaio carrarese Aurelio Lombardelli, il primo smembramento del complesso avvenne nel XVII secolo. In seguito esso subì altre manipolazioni finché durante i restauri 1947-48 trovò la definitiva collocazione attuale ma non, purtroppo, la sua ricomposizione originaria, giacché alcune delle statue e dei particolari che lo componevano erano stati, ormai, collocati altrove (figure di Apostoli vendute alla chiesa di San Nicola molti secoli addietro, edicola con Vergine e Santi nella Accademia di Belle Arti, la piccola edicola con Incoronazione murata alla parete del Duomo, etc.). Nella sua composizione attuale il gruppo si presenta formato da Cinque Statue poggianti su una predella divisa in quattro scomparti: due sotto le prime corrispondenti statue, due sotto le altre; la Vergine, che sta al centro, poggia su base a semplice congio marmoreo. Gli scomparti della predella sono, a loro volta, separati da riquadri sporgenti sui quali, scolpiti in bassorilievo, appaiono i quattro Dottori della Chiesa. Nel Primo Scomparto è rappresentato il Martirio di San Pietro: nel bordo superiore che delimita il rilievo è inciso il nome dello scultore che compose l’intero complesso: De Guadi Andree Franceschi Florentin Sc. Nel secondo scomparto è rappresentata la Decollazione di San Paolo: campeggia al centro la robusta figura del boia in atto di calare la spada sul capo del Santo, proprio ai suoi piedi con le mani giunte; sullo sfondo case ed archi in efficace prospettiva e figura di carceriere sulla porta della cella. Il blocco unico dei due primi scomparti termina con una figura orante che la tradizione e, con un certo fondamento, anche la storia, vogliono rappresenti Spinetta Campofregoso, Signore di Carrara dal 1440 al 1473, epoca in cui fu scolpita l’opera. La figura orante con la quale si iniziano gli altri due scomparti rappresenta Caterina Malaspina, moglie di Spinetta; di seguito ad essa sono scolpite la Crocifissione di Gesù, con figure di soldati e farisei attornianti la croce, e la Conversione di Saulo (San Paolo) sulla via di Damasco: la figura sfolgorante di Dio appare a un gruppo di soldati che fuggono spaventati, uno di essi, Saulo, è a terra, come vuole la tradizione secondo la quale l’Apostolo delle Genti, al momento dell’apparizione che lo convertì, fu disarcionato dal cavallo. Le cinque grandi statue che poggiano sulla predella si susseguono in quest’ordine: la prima a sinistra raffigura San Pietro che con una mano, alzata all’altezza del petto, impugna le chiavi e con l’altra regge un libro, stretto tra la mano ed il fianco; la seconda statua, emergente da una nicchia che fa corpo con essa, è San Giovanni Battista. La terza immagine, cioè quella centrale, rappresenta la Vergine con Bambino. Alla ricchezza festosa del drappeggio dell’abito, a pieghe e risvolti, alla vivacità del Bambino che poggia coi piedi sul grembo della Madre, in atto di camminare incerto, fa contrappunto il volto pensieroso della Vergine in cui il De Gaudi ha, forse, voluto fissare il triste presentimento della Passione. Attiguo alla Vergine, verso l’abside, è Sant’Andrea con la mano destra a tenere l’asta della Croce appoggiata lungo tutto il fianco e la sinistra a reggere un libro; l’ultima figura è quella di San Marco, che con una mano impugna l’elsa della spada e con l’altra, alzata all’altezza del busto, regge un libro aperto. La navata centrale è molto ampia, ed è divisa da quelle laterali per mezzo di dodici arcate a tutto sesto, sei per parte, correnti fino al presbiterio e poggianti su grandi colonne di forma ed epoca diverse; in corrispondenza dei due grandi pilastri con cui si inizia il presbiterio, un grande arco a tutto sesto, molto alto, corre per tutta la larghezza di navata. Osserviamo poi una serie di colonne: le prime due, che sono semicolonne emergenti dalla parete di facciata, hanno il fusto formato da sette cilindretti sovrapposti e reggono capitelli stupendi; la seconda colonna a destra, con fusto formato da sei cilindri sovrapposti, ha un capitello lavorato a fogliame che si presenta spianato con subbia nel lato verso il portale; la terza colonna a sinistra, con fusto formato da un grande cilindro di base e tre, più piccoli, sovrapposti,ha base ad unghioni, mentre la corrispondente nella navata destra non è cilindrica: è quasi un pilastro formato da più lesene concentriche; al di sopra del pilastro, poggiante sull’abaco, è ben visibile un tratto di costolone formato da bozze alterne in marmo bianco e nero. Procedendo verso l’abside, come abbiamo detto, le colonne si fanno meglio tornite, quasi tutte a fusto monolitico e capitelli stilisticamente nitidi; inoltre, nel capitello montato sull’ultima semicolonna di sinistra addossata alla parete absidale, è scolpita, ben sporgente, la ruota, così come essa viene raffigurata nello stemma di Carrara: è un po’come la firma posta in fondo all’opera compiuta. Al grande pilastro cruciforme di sinistra con cui inizia il presbiterio è addossato il Pulpito cinquecentesco; esso venne ordinato nel 1541 agli scultori Andrea Del Sarto da Miseglia e Maestro Nicodemo da Carrara, e fu ultimato nel 1548: marmoreo in ogni sua parte, ricco di bellissimi intarsi, è composto da pannelli policromi separati fra loro da colonnette scure con capitelli bianchi su cui gira il corrimano; nel pannello centrale è raffigurato il Redentore attorniato dai quattro testi degli Evangeli. Lungo una cornicetta che corre intorno al bordo inferiore dei pannelli è scolpito, ad intarsio, il versetto: “Ite in mundum predicate Evangelium omni creature (sic) ut salventur”. La scaletta ripida che sale al pulpito è scolpita in blocco unico, fu eseguita da Tomaso Sarti e messa in sede nel 1587. All’inizio dello spazio presbiteriale, pendente da un lungo sostegno a catena che parte dal soffitto, è il magnifico Crocifisso, comunemente detto La Divina Provvidenza, del pittore trecentesco lucchese Angelo Puccinelli, attivo fra il 1350 e il 1399. Nel 1737, dopo aver subito danni in seguito alla rottura del sostegno, l’opera fu malamente restaurata e collocata al suo posto dal quale, in seguito, venne rimossa. Nel 1961, quando fu prelevato, per accurati restauri, dalla Soprintendenza ai Monumenti e Galleria di Pisa, essa era collocata quasi al termine della navata destra, appoggiata alla parete. Dopo il restauro ha avuto la sistemazione attuale. L’Altare Maggiore, separato di poco dal fondo absidale, è stato ricomposto in una struttura sobria, quasi scarna, abbastanza adatta al carattere del tempio. All’inizio della navata sinistra si apre la porta che conduce all’Oratorio della Compagnia Grande, graziosa Cappella ricchissima di opere di buon valore scultoreo. Sono presenti, inoltre, altari minori dedicati a Sant’Isidoro Agricola, a San Genesio il Mimico, a Sant’Antonio Abate e alla Vergine del Rosario, tutti con evidenti influssi rinascimentali e barocchi. Non meno interessante è l'Oratorio della Compagnia Grande, al quale si accede attraverso un piccolo cortile posto sulla sinistra del tempio, dove è possibile osservare anche una bellissima formella del '400 a traforo che riproduce un vaso di fiori racchiuso da festoni circolari a frutta. All'interno dell'Oratorio una grande vasca esagonale in marmo d'epoca cinquecentesca reca i fianchi scolpiti con formelle policrome mentre, poco più avanti un sarcofago del quattrocento, sorretto da due angeli porta scolpita a rilievo sulle quattro parti del prospetto una rosa; notevole l'antico schienale del coro, frammento del postergale che ornava il presbiterio del duomo, le pareti tutt'intorno recano testimonianze di sculture di varia data e valore; di fine fattura sono la base di un candelabro scolpita a forma di due teste d'angelo vicine, un altorilievo rappresentante la Madonna col Bambino e ancora pilastrini, steli e cartelle d'epoca rinascimentale. Al centro dell'Oratorio è collocato un fonte battesimale di pregevole fattura cinquecentesca decorato con rari marmi policromi lucidati.
(Liberamente tratto da Carrara e la sua gente di B.Gemignani) Simbolismo del duomo Tipico della struttura del nostro Duomo è la collocazione esterna di una sorta di “narrazione”, o “illustrazione” di fatti, scene, eventi storici e personaggi che hanno un significato religioso-dottrinale ricavabile dall’Antico Testamento. Tutto ciò che si può ricondurre al Nuovo Testamento è collocato all’interno come se, entrando nel Duomo, ci si introducesse direttamente nel Vangelo, inteso come Buona Notizia annunciata direttamente da Cristo. All’esterno vi sono bestiari tipici dell’arte figurativa medievale, ricchi di significati simbolici, con l’intento di istruire e quindi scolpiti con poca attenzione al loro aspetto puramente estetico. La ricerca del bello è un fatto secondario, lo scopo primario è pedagogico e moralizzante in quanto si cerca di far conoscer le storie e gli episodi più importanti della Bibbia, attraverso la loro rappresentazione. Tale intento è perseguito, spesso, con una certa rozzezza delle forme caratterizzate dai contorni duri e taglienti di certe raffigurazioni poste in una sorta di cornice. Una conseguenza di ciò è la deformazione delle proporzioni con cui vengono rappresentati uomini e animali, le loro dimensioni, i loro gesti e movimenti. Ciò tende ad evidenziare e il voler prevalere dell’uomo su ogni altra cosa.
(Liberamente tratto da Una Bibbia di pietra di G. Paoletti)
Il simbolo della città di Carrara Lo stesso rosone del Duomo è divenuto il simbolo della città, secondo due credenze. La prima afferma un riferimento alle ruote sulle quali è stato trasportato il marmo dalle cave delle montagne agli approdi del mare. L’altra interpretazione vuole che la ruota alluda all'antico termine germanico Rode, da cui “la ruota” o “alla ruota”, che anticamente indicava i terreni che si iniziavano a dissodare e successivamente, proprio su di essi si sviluppò la città. Non risultano notizie su quando Carrara fu dichiarata “Città”. Probabilmente essa fu considerata tale sin da quando il territorio della sua comunità fu elevato a marchesato dall'imperatore Massimiliano II, il 23 agosto 1568. Il titolo di marchesato è confermato dalla corona posta sopra lo stemma, concessa con regio decreto in data 10 dicembre 1942 e confermata dal Presidente del Consiglio dei ministri in data 6 febbraio 1969. |
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