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   sezione  "IN VIAGGIO"
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LA SOFFITTA
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Pietro Tarasco, acquaforte "In punta d'ago"



Calzoncini corti. Cielo plumbeo. Pesante e grigio.
Calzoni lunghi, di lana grezza, ruvida e polverosa. E poi maglioni, canotte, lenzuola. Asciugamani stinti.
La soffitta, quasi proibita e per questo magica, era il luogo degli incontri. Le scale venivano sempre percorse in un silenzio religioso, in punta di piedi e senza scarpe, tenute in mano. Quasi un rito: al quale credere, nonostante avesse ormai raggiunto i diciotto anni.
La soffitta, il cui accesso era una porticina bassa, di legno sgretolato e quasi sempre semiaperta, aveva un'unica fonte di
luce, quella del lucernaio. La polvere che vi si depositava filtrava la luminosità, donandole un effetto morbido, vellutato e complice.
L'atmosfera ovattata che ne risultava era l'ambiente dei suoi pensieri, di quei momenti di raccoglimento, della liberazione
degli intuiti e delle riflessioni. Era la giusta condizione per l'introspezione, della lettura di sé e dell'osservazione del mondo. Era il luogo per riproiettare le giornate precedenti, per comprendere i suoi contrasti con il padre, se c'erano stati errori ed influenze non controllate, non filtrate dalla sua analisi, dalla sua mente razionale.
Quel giorno si era soffermato sulla vecchia cassapanca. Un telo la proteggeva dalla polvere. Fu sorpreso nel constatare quanta cura era stata posta per conservare il mobile nel miglior stato. Il legno, sicuramente, era stato spalmato di essenze nutrienti. Ricordava, infatti, che la mamma saliva su, almeno una
volta l'anno, con pennelli e barattoli.
Lui non vi aveva badato più di tanto. Quello che i suoi genitori facevano, era un qualcosa da venire, che non rivestiva alcun interesse immediato e, talvolta, gli appariva del tutto incomprensibile.
A
mmirò, non potette impedirselo, la preziosità e la meticolosità di quel lavoro. Ne apprezzò il risultato. Intuì che le attenzioni della madre andavano oltre il semplice dovere di chi "fa sempre le stesse cose".
All'interno, nonostante gli indumenti fossero davvero vecchi (dei nonni ed anche oltre), un sottile odore di lavanda copriva la naftalina, comunque necessaria.
Prima di quel giorno, non aveva mai sollevato il telo. La
curiosità non aveva maturato il desiderio d'indagare. Semplicemente, il più delle volte, sedeva in un angolo e guardava gli oggetti intorno. Tutte quelle cose che, nel tempo, venivano portate su. C'erano pezzi della sua storia di bambino e ragazzo. Ognuno ricordava un episodio, raccontava un momento. Chiudeva gli occhi e, da ognuno di quei momenti, ne scaturivano altri. Tanti frammenti che, via via che prendevano forma, andavano a ricostruire un intero giorno di dieci, quindici anni prima.
Sempre, saliva su per se stesso. Aveva bisogno di un collegamento, di un filo continuo che gli desse il senso
dell'esserci. Qualcosa che gli garantiva l'utilità e il non perdersi.
Quel giorno sentì che doveva aprire la cassapanca. Tolse il telo con cautela per non sollevare la polvere e stette a guardare le incisioni a cesello, gli intagli e i decori dipinti a mano.
Il primo pensiero fu sulla pazienza. Qualcuno, chissà quanto
tempo prima, decenni - almeno un secolo - aveva avuto l'amore, la passione, per dare a delle tavole inespressive un segno che sarebbe rimasto inalterato a lungo. Qualcuno aveva dedicato molte ore del suo tempo a personalizzare qualcosa che altrimenti sarebbe stato privo di un senso di vita. I colori, certamente meno brillanti rispetto all'origine, si conservavano ancora bene e i disegni realizzati mantenevano il loro fascino, arricchito dalla consapevolezza che tante mani ed occhi si erano soffermati su di loro.
Il secondo pensiero fu proprio quello delle presenze. I suoi nonni, i genitori,
forse i bisnonni e qualche zio, avevano avuto delle relazioni con la panca. Impronte invisibili, delle mani e non solo, erano li. Quanti atteggiamenti, quanti stati d'animo, quante decisioni, saranno state prese e vissute vicino a quel piccolo capolavoro? Quante emozioni saranno state assorbite dal legno stagionato? Ovvero, quanta storia vera potrebbe raccontare?
Vedeva la nonna seduta, con la compagnia di un cuscino ricamato, che asciugava le lacrime per una melanconia di passaggio, magari guardando un disegno di un figlio lontano.
Il terzo pensiero fu sul tempo, che forse non esiste. Se
andassimo ancora indietro nel passato, troveremmo la nonna della nonna in un possibile simile atteggiamento. Quali cambiamenti hanno portato la storia, la cultura, la tecnica, la scienza alle nostre emozioni, al bisogno dei sentimenti, alle espressioni degli occhi? Cosa è cambiato nel bisogno d'amore, di dare e ricevere. Cosa è cambiato?
Il quarto pensiero fu la curiosità di guardare dentro.

Calzoni lunghi di lana grezza e ruvida. Sotto, sotto ai maglioni, alle coperte e ai pizzi e merletti, sotto agli oggetti d'epoca, c'era una scatola di metallo, infiocchettata da un nastro, leggermente orlato da un delicato ricamo.
Dentro, un mucchietto di fogli scritti a mano, ben piegati. Lettere.
La carta si presentava ingiallita, l'inchiostro stinto, ma ancora ben leggibile. Ancora era percettibile l'emozione del momento, dopo cinquant'anni. Tale era è la distanza, deducibile dalle date riportate.
La penna era spedita, deciso. Il carattere netto e lineare.

S
embravano lettere non spedite. Scritte nel bisogno di dire, di esprimere. Trattenute per sé. Un monologo, un dialogo interiore e solitario, lucido. Le lettere erano poste in successione, come se tra l'una e l'altra fossero intervenuti fatti, parole confrontate, sentimenti svelati.
Sentì battere il cuore, con un'intensità insolita e sorprendente, quando lesse:

"Da questa soffitta, provo a scrivere quello che sento..."
Si fermò, per acquietare il turbinio interno. Da questa soffitta: la stessa. Lo stesso pavimento da lui calpestato, la stessa porticina, la stessa fonte di luce.
"Da questa soffitta, provo a scrivere quello che sento. Tu sai, o dovresti sapere, cosa io sono, quel che vivo. Ciò che vive in me. Quando mi fermo qui, e non ci sono rumori esterni, non odo voci: mi è più facile ascoltare. Mi cullo quel tanto, quel poco, che basta per capire. Chi è l'uomo? In questo istante potrei correre sulla spiaggia o inforcare la bicicletta, prendendo un sentiero di campagna. E così, su terreni sconnessi, mi
divertirei ad evitare le buche e ad annusare tutte le profumazioni che, da bordo strada, arriverebbero a me. Ma potrei essere al circolo, a raccontare le prodezze di un giovane amante o di un abile cacciatore. E se davvero fossi con una donna? Quante frasi appropriate inventerei, e quante emozioni! E le mani. Le mani che parlano, che vivono, che ricordano. Quante rapide sensazioni, rimescolate mille volte, per uno come me: timido. Qual è l'uomo?
Ognuno di essi è solo un pensiero, ogni azione è soltanto la spinta di un impulso. E l'uomo? Dovremmo forse sommare tutti i pensieri, tutte le azioni? O dovremmo considerare anche i silenzi, i momenti come questo, solitari e riflessivi?"
La lettera continuava su questo tono. Segno di un percorso esistenziale, forse al suo inizio. Il tentativo di uno sviluppo interiore dentro, o fuori, una cultura
psicanalitica ancora sconosciuta ai più. Ma non era questo il punto. Non erano le lettere per i suoi contenuti a stupirlo, ma la loro presenza. Qualcosa aveva palpitato nel suo stesso modo, con tanti anni di distacco. Qualcosa era stato lì, su un pavimento stinto e mal livellato, su tavole cigolanti, con un raggio di luce che taglia la penombra.
Il tentativo di uno sviluppo interiore, cinquant'anni dopo.
Il tentativo ciclico dell'uomo di superare se stesso, di prevaricarsi, di ignorarsi, suo malgrado. Mentre ascolta il pianto interno, mentre nutre la melanconia, mentre approva tutte le desolate considerazioni, gli sembra di conoscersi, di ascoltarsi, di dare spazio alla voce interna. Non è così. E l'altra faccia della vanità, condita di commiserazione autoaccarezzante. E' la morte, l'isolamento. E' il non sviluppo, il ristagno. La chiusura.
Marco si rese conto che quelle lettere erano sue.  Le accarezzò con dolcezza e le ripose, ordinate com'erano, nel loro nascondiglio. Per altri cinquant'anni.

Cercò di fermare i pensieri, ed avvertì un battito d'ali. Sapeva che era un'impressione, un trucco della mente. Ma sentì che era anche qualcos'altro. Erano ali che attraversavano i muri, che andavano oltre il tetto, per posarsi
ovunque, su cose e persone. Era quello il filo conduttore: su cose e persone. Un battito d'ali: le sue.
Uscire dal nascondiglio, distrarsi dal torpore, distaccarsi e sentire: assorbire. Essere, dare. Tornare a casa, fare un "salto" in soffitta per esprimere un sorriso, un cenno di ringraziamento. Scendere ancora, andare.

Andare, fare, vivere. Senza dimenticare mai quel mazzo di lettere, scritte in un altro tempo. Senza dimenticare mai il bisogno di salire, ed ascoltare il silenzio.
Giampietro De Angelis