|
Oggi la maestra è più sorridente di ieri e ha voglia di fare domande. A qualcuno chiede
il mestiere del padre o quello della mamma. Ad altri cosa piace disegnare.
A me chiede cosa farò da grande.
Sapete, io non ci avevo ancora pensato. Manca così tanto tempo! Da grande si possano fare tutti i mestieri
ed anche di più. Si possono scrivere poesie che leggerò nelle scuole. O posso fare un film, oppure l’uomo
che va nello spazio. Si può fare il maestro, quello dei ragazzi più grandi, il professore. Si possono
costruire le automobili, oppure si può fare il pilota di Formula Uno. Capperi, quante cose. E non ho
detto ancora nulla. C’è quello che sorride quando stacca il biglietto al cinema. C’è il cuoco con il
berretto bianco, quasi come il gelataio. Si, forse si può fare il gelataio, non quello che vende,
ma quello che li prepara. Poi c’è il sarto, come Giovanni, dove va la mamma. Il sacerdote, che quando
parla tutti lo ascoltano. Ci sono i mestieri difficili, ma che mi fanno un po’ paura. C’è il giudice,
ad esempio, che lavora con gli avvocati. Il poliziotto, il soldato. Ma anche il postino ha la divisa,
ma non fa paura, sorride e scherza sempre quando mi incontra. Più ci penso e meno lo so, cosa farò da
grande. Anche il giornalaio è bello, perché conosce tanta gente. Tutti vanno lì, si salutano, sono gentili.
Mi piacciono i mestieri dove le persone sono buone, come dal parrucchiere, nei negozi, nei ristoranti,
in vacanza. Si, la vacanza. Lì siamo davvero tutti buoni. Chissà perché è così diverso. Però,
quanto tempo che manca! Per tanti e tanti anni ancora debbo fare l’alunno. Libri e quaderni. La maestra
dice tante cose, non sempre capisco subito tutto. Però è brava. Ci guarda e dai nostri occhi s’accorge
che qualcuno è indietro, non ha capito o non è stato attento. Chissà se è difficile imparare a fare il
maestro. E chissà come si diventa grandi. Tante volte ci penso. So come si cresce. I vestiti diventano
più piccoli, le scarpe sono strette e mio padre è meno lontano. Anche il lampadario si avvicina. Non
capisco come si fa ad essere “grandi”. Ci sono tantissime cose difficili. Le bollette ad esempio, o come
si compra la casa, o dove stanno gli uffici importanti. Le tasse, l’assicurazione, tutte le strade, le
altre città. Un giorno ho chiesto alla mamma: mi dirai tutte le cose che debbo sapere per essere grande?
Lei ha sorriso, ma non subito, prima mi ha guardato. Poi ha risposto: non preoccuparti, crescendo
scoprirai tutte le cose che ci sono da sapere. Però ancora non so che mestiere farò. Forse crescendo
scoprirò anche questo.
A vent’anni ero grande, ma ancora non sapevo cosa avrei fatto. Ma sapevo
che tutto era fattibile, ogni scenario plausibile e concretizzabile. Sapevo che il campo del possibile
era tutto davanti, esplorabile. Sapevo che l’intelligenza mi avrebbe guidato, che si potevano inventare
nuovi percorsi, dei tracciati che avrebbero lasciato un segno. Quel che contava era sviluppare la propria
capacità espressiva, monitorare le potenzialità, arricchire la conoscenza dell’umano. Ogni uomo è chiamato
a lasciare un’impronta, affinché da essa la storia della civiltà possa muovere un altro passo, un’altro
ancora e poi ancora, ad elevare l’essenza più autentica dell’essere uomo. Può esserci una società perfetta?
Si, se si considera il contributo di ciascuno. A tutto questo io credevo. Non era importante altro,
non la vanità, non la ricchezza, non l’apparire. Poi qualcosa era meno chiaro. Si può realizzare senza
apparire? Si può costruire senza avere? Si, no. No e si. Si può tutto e nulla, dipende dal contenuto
più pesante. Ottima cosa la notorietà se è il risultato di opere importanti, di quelle che danno un contributo.
La notorietà, inoltre, è un trampolino per andare ancora oltre, per approfondire con maggiore ascolto,
attenzione e considerazione. Ma quanti esempi negativi offriva la società e la gente che la componeva!
Era tempo di interrompere l’avere fino a stesso, era tempo di finirla con l’egocentrismo, l’indifferenza.
A vent’anni si dicono tante cose. E non sapevo ancora cosa avrei, in concreto, realizzato. Ma tutto
era ancora possibile. Il sipario delle prospettive era lì, il palcoscenico dei debuttanti era pronto.
Guardavo le comparse, i provini altrui. Guardavo e riflettevo. Ma davvero il grande abbraccio era necessario?
O forse meglio una vita solitaria, chiusa nel bisogno tutto personale di sviluppare il pensiero nascente,
dandogli forma con il colore, come su una tela. O scrivere, al lume romantico di una lampada nella notte,
mentre altri dormono. Partire da un solo pensiero o un solo ricordo. E da lì, da quel nulla, da quella
frazione di secondo mentale, da quell’invisibile intuizione, appena scoperta, ancora velata, ancora confusa,
inespressa, tirare fuori il pensiero pieno, ricco, ramificato, inoltrato, avviluppato. Il pensiero! E
da uno di questi momenti che son partiti i Marx, i Socrate, gli Aristotele. O Pascal. E mi chiedevo,
ancora illuso: se tutti lo facessero, quale ricchezza interiore arriverebbe in superficie? Quale dialogo
puro, distillato! E via ogni ipocrisia, via la puerilità, la banalità. Via i valori più sordidi, bilanciati
sul possesso di quello che non passa alla storia, ne lascia un segno tangibile. E ancora mi dicevo: quale
eredità lasciare? Cosa c’è di più importante di un pensiero trasmesso che di uomo in uomo si fortifica,
si accresce, si innalza e si perfeziona. Dove arriverebbe l’umanità se di generazione in generazione
si perderebbe qualcosa di inutile, accrescendo la spiritualità innata, perfezionando la conoscenza profonda
di ogni se? Dove arriverebbe l’umanità? Ancora non sapevo cosa avrei fatto da grande. Il tempo
però passava e non sembrava cattiva cosa. Ogni giorno trascorso aggiungeva comunque un tassello, anche
quando sembrava che nulla di interessante era stato fatto. La danza dei debuttanti, infine, vien
ballata da soli. E’ troppo forte il bisogno di toccare con mano il marmo della cattedrale. Troppo insistente
il richiamo della foresta per il cane che è in noi. Ma la nostra foresta è fatta di automobili più nuove
del vicino, di case più grandi, di mogli più belle, di rapporti sociali più importanti, di riconoscimenti
più pubblici, di successi più effimeri. Ma il successo non è una colpa, anzi può essere una opportunità
immensa. Ma questa è un’altra storia, per un altro popolo. Per un tempo che non c’è. Allora? Che fare
in un mondo dove le parole chiave son sempre altre? Competitività, ad esempio. La più bella invenzione
del ventesimo secolo. Senza di essa sarebbe stato impossibile dare impulso ai consumi autogiustificati.
Non cooperazione, ma competizione. Non attenzione, non consapevolezza, non motivazione ricercata, ma
fretta. La personalità non era più la conoscenza delle proprie caratteristiche, diventava l’omologazione
riconoscibile dal linguaggio pubblicitario. Il bisogno tutto umano di considerazione, affetto, “coccole”
prendeva la scorciatoia della cioccolata, della sigaretta, del potere, diventando a senso unico. Prendere
e mai dare. Qualcosa non funzionava. Gli psicologi, in qualche articolo o libro, spiegavano che
lo sviluppo armonico del bambino, privo cioè di traumi di varia natura ed entità, passava attraverso
esperienze stimolanti e guidate dalla partecipazione attenta del genitore, che, con amorosa sensibilità,
favorisce lo sviluppo dell’autostima, delle potenzialità, della fiducia e del non conflitto con gli altri.
E cosa accade? Si scopre che “educare bene” non produce ricchezza. I genitori non trovano spazio per
il loro equilibrio e sanno riversare solo indisponenza ed incultura. Inevitabile: la loro fatica di vivere
è innaturale e non lascia serenità. I programmi per ragazzi spingono sempre più l’acceleratore su un
astratto Bene e Male. Il Buono ed il Cattivo. Non importa chi vince, non importa neanche considerare
che il fantomatico male è spesso dipinto in modo più accattivante. Il problema è che non si esce dal
concetto della competizione. Il bene esiste come giustiziere del male, quindi va reso guerriero, aggressivo,
pronto a tutto. E’ l’unica immagine mentale che resta. Nel gioco occorre vincere, nello sport l’avversario
è un nemico, dove tutto è risibile. Ma si può vincere anche rispettando. E la competizione vera riguarderebbe
quel crescere individuale, “confrontato” e non combattuto con i nostri simili. Sto divagando. Ed
ancora, a quel tempo, non sapevo cosa avrei fatto da grande. Ma ero grande! Sapevo tutto ormai. Le
vie, le città, gli uffici. I nomi della gente, dei loro mestieri, delle loro funzioni. Conoscevo le auto,
vedevo le mode. Ed ho sognato la California, anch’io. Ho sognato di stare bene, di non avere problemi
economici, di poter fare vacanze, di immortalarle e di mostrarle. Anche per vanità ed un pizzico di gloria.
Da qualche opinionista accreditato ho appreso che occorre essere individualisti, che bisogna farsi regali
gratificanti. Per la solita autostima, per il proprio benessere. Qualcun’altro ha affermato che non è
bene avere sensi di colpa, che occorre il buon umore a tutti i costi. Così è giusto e normale che le
immagini TV di un disastro appaiano astratte ed irreali. Noi dobbiamo pensare alla nostra vita. La nostra!
Come se l’avessimo comprata in piazza, come se la dovessimo rivendere al miglior offerente. Così viviamo,
come la merce che produciamo e consumiamo. Quando un professionista vuol lasciare un’azienda, dice: mi
offro al mercato. Così viviamo. Siamo merce, quindi nulla. Il Fantozzi che è in noi fa finta che non
sia vero nulla. Il giorno che si va in pensione ci si accorge che l’unico potere che abbiamo è quello
di sgridare il gatto. Forse valeva la pena di costruire altro. Già, ma cosa? Ancora c’è qualcuno che
parla di antagonismo, come motore eccezionale della nostra società, che ci fa sopravvivere, ci sprona.
E’ l’antagonismo che produce grandezza, che supera i limiti precedenti, che ci rende longevi, ci da stimoli
nuovi, ci fa vincere la pigrizia. Posso andare a casa? Voglio andare via, chiudermi in una poltrona,
un letto, un sonno. Lasciatemi stare, debbo pensare cosa fare. Sapete cos’è? Comincia ad esserci un po’
meno tempo. Mi accorgo che non sarà più come prima. Gli scenari sono diminuiti, all’improvviso. Non
mi ero reso conto che di giorno in giorno mi allontanavo dalla mia storia possibile, dai miei sogni,
dalla mia intimità. Era stato bello guidare un’auto nuova, arredare una casa, crescere un bambino. Era
stato interessante sorvolare una sconfitta vera con una vittoria di carta, quella dei fatturati, dei
budget, dei target. Ora, sarà forse tardi? Qualcuno afferma che non è mai tardi, che per ogni storia
c’è un’altra parallela che cammina in essa. Soprattutto dichiara che nulla è stato vano, che l’accumulo
di incontri o scontri ovvero esperienze esiste a prescindere. Forse è ancora possibile, forse riuscirò
a dare una risposta alla maestra, forse nel guardarmi allo specchio potrò riconoscermi. Forse sul comodino
del figlio appoggerò un libro che è il mio, appenderò al muro un quadro che è il mio. O forse insegnerò
ad una classe attenta quali sono i principi ispiratori per salvarci tutti con l’unica scialuppa rimasta.
E’ tempo di prepararsi, di lavarsi l’anima fino in fondo, di oliare i neuroni, di guardare negl’occhi
l’indigeno di questo pianeta. Faccio un sogno strano. Una bambina dondola su un’altalena lunghissima.
Ad ogni oscillazione va più in alto. Ride, ride sempre. Da un’altra parte un operaio esce di casa che
è ancora notte. Si chiude nelle sue spalle. Sembrerebbe che ha freddo. Si scalderà. Al tramonto farà
fatica a raccogliere la sua giacca. Demagogia. Sento dire: sono immagini stereotipate, ad uso del politicante
della domenica. Ma lui si è stancato davvero. C’è un altro uomo che al tramonto è davvero stanco. Non
nelle braccia, non nelle gambe o nella schiena. E’ stanco nella testa. E’ stato a lungo sul computer
ad elaborare tabulati. Il piano finanziario dell’azienda dipende dai suoi elaborati. Deve far tutto,
deve far presto, deve far bene. Poi un’altro uomo, è il più stanco di tutti. E’ stanco dentro, è stanco
di vivere. La vita è un’avventura, sente dire, vivila fino in fondo. Lo fa: nello spingere un grilletto
vive l’ultima esperienza, senza il ricordo. Non lo racconterà. Di nuovo la bambina, ride e sorride.
Canta. Mi vede. Vede che la sto osservando con una curiosità paralizzante. Sono bloccato. Sono immobile,
mentre lei vola, intorno e sopra di me. Ma poi rallenta la sua corsa, non ride più. Mi guarda con affetto.
Sento un brivido dentro perché conosco quel viso e conosco quella voce. Non saprei dire chi è, cos’è.
No, amici miei, non lo so. Ma so di conoscere, so che quel viso, quella voce, in qualche modo mi appartengono,
sono in me. E il cuore, il mio vecchio cuore, corre all’impazzata quando lei inizia a parlare. I miei
battiti diventano un tamburo e ho paura che sia finita, che quella è la mia ultima avventura, che il
tempo è giunto, che tutto è compiuto, che il sipario si chiude. Lo scenario è buio e il pubblico è
uscito. L’audizione non ha avuto inizio, eppure è finita. Non sono mai stato grande. “E’ tutto qui
- dice la ragazzina, quasi adulta - non c’è nulla da dover fare. Non ci sono discorsi da preparare. L’unico
progetto è saper dondolare senza chiedersi perché. L’unico scopo è chiudere gl’occhi e sentire ogni particella
d’aria, ogni vibrazione. Sentire il fruscio dolce delle foglie, l’oscillazione dei rami. Lo scopo è sapere
che sono ramo e foglia, che sono il vento e sono la corda. Sono la tua confusione e le lacrime dell’uomo
stanco, ma sono anche la gioia di chi sa dimenticare e perdonare, di chi sa spogliarsi ed essere nulla.
Sono colui che risorge dal dolore e sa tendere la mano. Ma soprattutto sono”. Altro tempo. Grandi
piogge e splendide giornate di sole. Nuove automobili e figli già grandi. La stima dei colleghi e la
consapevolezza che i giochi sono ormai chiusi. Nulla era stato compiuto davvero. Lo specchio era opaco
e la maestra al cimitero. Un altro ciclo stava per concludersi, da lì a poco. Qualcuno si accorse
che un vecchio stava piangendo e forse la cosa appariva sospetta, insolita, incomprensibile. Sentii che
una carezza sottile e morbida sfiorava le mie rughe, che un fazzoletto asciugava gli occhi. “Grazie
nonno” disse un nipotino. Corse via. Ancora una palla da far rotolare ed un castello da innalzare.
Forse erano giorni di malinconia o c’era qualcosa che spingeva alle riflessioni. Dico questo perché
mia figlia, che in tutta la sua vita aveva fatto molto, tranne che avere dieci minuti per una confidenza,
si sedette, una domenica mattina. Sorseggiò il caffè con una lentezza che era già una comunicazione.
“Babbo, noi si è parlato sempre poco. Io vedevo che tu ne avevi voglia, ma non sono stata capace di aspettare.
Ma io ho imparato molto, dai tuoi sguardi, da quella voce mai sopra. Ho imparato dalla tua pazienza e
dalla considerazione che sempre hai avuto per noi. Nel mio lavoro sono una grande mediatrice tra le tensioni
e le complicanze delle persone: l’ho appreso da te. Con i miei figli ho spazio per il gioco, ascolto
il battito del loro cuore e i desideri non detti: anche questo ho imparato da te. Tu hai sempre aspettato
che noi arrivassimo, sfoltendo il sentiero da pietre ed erbacce. Hai preparato il nostro terreno e noi
non abbiamo inciampato. Poi, ancora una cosa. Nel sistemare un mobile ho trovato certi tuoi appunti
di quando avevi la mia età. Li ho letti, sperando che non ti dispiaccia. Quante volte, crescendo, avevo
la sensazione di un mescolio interiore che non si diramava. Mi sembrava che qualcosa doveva prendere
forma, qualcosa che avrebbe dato un senso diverso alle cose, al mio rapporto matrimoniale, a quello con
Dio e con me stessa. Ma questo qualcosa continuava ad avere una massa informe e inestricabile. Ho letto
nel silenzio il tuo bisogno di libertà, l’aspettativa che l’umanità superi lo stagno dove è impantanata
da millenni. Mi mancavano le parole. Ne ho trovate molte. Ma soprattutto ho trovato te, fino in fondo.
Ho trovato me. Grazie, per essere stato un padre”. Respiro fino in fondo ogni particella di ossigeno.
Talvolta chiudo gli occhi e scopro che i rumori hanno suoni bellissimi, hanno una vita propria, Quando
li riapro osservo la gente e la vedo diversa da sempre. Osservo il dondolio delle borse da donna, o come
svolazza la cinta sciolta di un cappotto, o come dondola una chioma fluente. Talvolta azzardo un sorriso,
quasi di complicità, per essere insieme in questo scampolo di tempo, in questa fetta di terra. Stiamo
respirando la stessa aria e vediamo con la stessa luce le stesse cose del paesaggio urbano. Ma il
più delle volte noto uno sguardo di sfida, ovvero di incomprensione. Mi dispiace, ma so che non importa,
non potrà essere diversamente per altri mille anni, forse. Albertino mi aspetta, dobbiamo fare le
“lego”. Nel vedere quando entusiasmo mette nel progetto, come brillano i suoi occhi, non posso fare a
meno di constatare quanti meccanismi -in contemporanea- lavorano in noi. Mentre lui è “fuori”, dentro
accadono processi straordinari. L’impalcatura della struttura interna -interiore- prende forma. L’uomo
che sarà domani è qui davanti a me, stiamo costruendo insieme una torre. E’ grande, allora, la mia responsabilità.
Ma sono altre le considerazioni che più mi stanno a cuore, in questo momento. Lui potrà essere ogni possibilità,
dipenderà dall’intelligenza, dagli stimoli, dalle motivazioni. Ma dipenderà anche dalle circostanze e
dalle coincidenze. Dagli incontri e dagli scontri. Dalla determinazione e consapevolezza. Dalla sua capacità
di dare e avere. Dal suo “sentire” quello che accade. Ma al di sopra di tutto, sarà importante che
ogni cosa venga condita da una grande dose di ottimismo ed ironia, sapendo che nulla, ma nulla, vale
più di un giorno di pace interiore.
|