

Da un diario privato...
Ho ancora le gambe accavallate, seduta su una panca di legno.
E’ già da un po’ che sono qui. Ho messo via il giornale. La borsa è a terra, vuota. Non mi occorre altro.
Mi sento tranquilla adesso, quasi arroccata, in un certo senso protetta. Solo io lo so che al momento,
sotto l’impermeabile, non ho nulla. Il contatto con la sua fodera è sfuggente ed intrigante. Sembra una
mano fredda che passa e si sposta, poi torna, come a volermi eccitare. Non ci riesce: guardo lontano.
Oggi c'è un gran bel sole, dopo giorni di una pioggiarellina primaverile che ha innaffiato i prati
di questo giardino largo e profondo. Sono grandi i suoi alberi, dai fusti prorompenti, secolari e massicci.
E' grande il suo laghetto, con i suoi cigni bianchi. Sono belli i bambini che seguono
un aquilone, o
che provano a rincorrere una pallina da tennis che fugge via. Sono belli i fidanzati sull'erba, storditi
dal sole e dai baci. E' bella la ragazzina che ha appoggiato la bicicletta ad un castagno, proprio vicino
al lago, e lei, seduta sul verde, legge il romanzo che l’appassiona. Con esso respira, vive, ragiona.
Con esso sogna. Di tanto in tanto vedo che solleva il capo, allunga lo sguardo davanti ed intorno
a sé, sembra pensare qualcosa, poi affonda di nuovo l'attenzione alle parole stampate, a quei percorsi
delineati, eppure liberi, tappe obbligate, che pur lasciano spazio ad un gioco di fantasia, ad una libertà
di fede, ad una meditazione che sorvola le pagine, vola sul mondo che ci attraversa e si posa su un nostro
gesto, su un ricordo, un viso, un colore, un amore. Su di una vita. E' bello questo sole che scalda
il viso, che da' spessore, che calma le tensioni, che rilassa. Mi sento pronta. E’ da tanto che
ci penso. E più rifuggo l’idea, più cresce il bisogno di affogare la ragione. Più cerco scuse, più
diventa forte la spinta ad un abbandono che affonda le radici in un profondo che mi spaventa. Dopo
essermi guardata intorno cambio assetto, affiancando le cosce, appaiandole l'una contro l'altra. I lembi
dell'impermeabile scivolano giù, ai lati, lasciando le gambe completamente nude, indifendibili. Ed avverto
che è così che ora voglio sentirmi, indifendibile, con il cuore che batte. Mi sento sacrificata. Mi sento
persa. Torna quel senso di rigidità che mi paralizza, non riesco a muovermi, sono confusa. Non
sono solo le gambe ad essere visibili, so bene che tra gli spazi liberi dei bottoni,
s'intravedono i
seni, la pancia, i movimenti della respirazione. Chi passerà, guarderà, inevitabilmente. E’ un’assurdità,
gratuita e folle. Quel che è peggio è che ne ho la piena consapevolezza: la percezione della caduta,
di un sogno irreale, di un sentimento mai nato. Sono nuda, idealmente, realmente, lo sono mentalmente,
lo sono moralmente. La pelle è lì, staccata da me. Separata dalla mia infanzia, da tutte le storie, dal
futuro. I bimbi tirano sassi nel laghetto, qualcuno corre, le mamme leggono i loro giornali, con scarsa
propensione all'argomento: gli occhi vigilano, di tanto in tanto, sulla sicurezza della prole. Ma non
saranno loro a vedermi. Respiro gradualmente, con attenzione, con profondità. Ritrovo la calma. Tolgo
anche gli occhiali scuri. Ora non ho più sipario, ma chiudo gli occhi. Assorbo il sole e non voglio vedere.
Non voglio sapere se qualcuno mi osserverà, se stenderà un ovvio ed inutile giudizio. Voglio illudermi
che l'indifferenza sia coerente, che sia davvero globale, come lo è verso l'ubriaco che dorme, trenta
metri più in là, nell'ombra del platano, nel silenzio dei suoi ricordi, se ne ha, nel chiasso sordo di
chi gioca. Ho osservato il barbone, ho studiato i suoi spostamenti, da un cespuglio all'altro, dal
sole all'ombra. Ha rari sguardi per l'ambiente. L'ho visto incerto quando stava per passargli nei pressi
un signore, in voglia di passeggiata pomeridiana. E' stato fermo, con atteggiamento da punta, pronto
a chiedere, forse una sigaretta, o monete. Poi, a pochi passi dall'altro, si è messo di nuovo giù, rannicchiato,
brontolando qualche verso vocale indefinito, quasi un rantolo. Sembra che dorme, ora. Sembra morto. E'
lì, e vi rimarrà fin quando vorrà. ... Anche questa giornata passerà.
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