

Paolo Grimaldi "Il muro del tempo" tecnica mista su tavola (particolare)
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Lungo un intero giorno, egli aveva faticato con grande impegno ed una volontà incrollabile.
Lungo strade, su e giù per le scale, un continuo andirivieni nel wagon dell’auto, a trasportare pacchi,
scatole, oggetti, volumi di ogni dimensione, peso, ingombro. Intorno, il paesaggio sembrava seguire
un’altra logica, in un’insolita atmosfera. Oltre le case, oltre quei tetti di terracotta, i muri
di gesso e le porte di cartapesta, l’orizzonte era inghiottito da un mondo assente, quanto impenetrabile.
Figure apparentemente umane, grandi come palazzi, eteree, lievi come ombre, camminavano in quel
luogo. Alcune ingigantivano, si estendevano sulla volta celeste. Celeste? Era altro, come se il mondo
di Alvino fosse sotto una cupola trasparente, oltre la quale c’era vita, ben più grande, inglobante.
L’uomo ricordò allora qualche brandello d’infanzia. Sua zia gli regalò, preso in una fiera, uno strano
gioco. Dentro una semisfera, un piccolo gruppo di case aspettava la sua neve, quella che una mano provvidenziale
avrebbe fatto cadere, rovesciando per un istante quel paesaggio intimo e sereno, inamovibile eppur sempre
diverso. A cinque anni Alvino era il dio del tempo. Passava una carezza su quella calotta di vetro,
mentre i tetti diventavano bianchi, così come le foglie sempre verdi dell’unico alberello del borghetto
contenuto. Appoggiava il gioco sul tavolo, si sedeva di fronte, guardando il silenzio di quella discesa.
Ora la calotta era vuota, trasparente. Alvino osservava attraverso. Vedeva il mobile, leggermente distorto,
che stava dietro. Linee curve di una realtà vagamente incerta, non più reale. Lungo il giorno, con
i pacchi in mano, l’uomo aveva la sensazione di essere nel gioco e che qualcuno, tra quelle ombre, oltre
l’orizzonte confuso, estese all’inverosimile, stesse ad osservarlo, seguendone i movimenti sempre più
stanchi. Lungo le vie, suonava i campanelli, appoggiando le scatole a terra, su maioliche opacizzate.
Aspettava. Aspettava i rintocchi del campanile. Si fermava un istante, a sentire il fiato più grosso,
la schiena cigolante, le braccia dolenti, il sudore presente. Avvertiva il bisogno di una sosta, di
una distrazione, una pausa non permessa. Ma tornava a sollevar pacchi ed ogni volta di più notava un
tonfo nella testa, un distacco imprecisato, come se i pensieri restassero ancora là, mentre lui era già
andato via. Un altro campanello e non ricordava più la strada fatta per arrivarvi. Un respiro profondo,
uno scrollo alla polvere, un’altro alle sue sensazioni ed ancora a piegar la schiena, in attesa di un
tramonto. Il sole muoveva le sue ombre. I muri cambiavano faccia, da luminosi a freddi, spenti, lontani.
Il rosso si estese, tanto improvviso, quanto sorprendente. Ma che ora era? Quanto aveva lavorato? E quando
sarebbe tornato a casa? I suoi desideri andavano ben oltre quel tempo. Quale valore poteva avere la
stanchezza davanti al sogno di un camino acceso? Davanti alla forza della crescita di un figlio, del
traguardo di un successo, del sorriso della sua donna, qualsiasi supplemento di fatica era superabile.
Infine tornò a casa. Sua moglie lo baciò preoccupata. Alvino buttò su un dondolo
la giacca sporca e senza fare rumore si accostò alla stanza del loro bambino. Sentiva il respiro ritmato
e ovattato. Immaginava il corpicino raggomitolato, la testa nascosta da un braccio. Vide che la
coperta era da riaccostare. La sistemò ed avvertì una profonda tristezza. Sentì una pena che non aveva
ancora conosciuto e che non capiva. Raccolse un peluche dal pavimento, lo tenne un po’ con sé, come
a volerlo scaldare, coccolare. Poi lo appoggiò sul letto, vicino al piccolo. Socchiuse la porta ed andò
nella sua camera.
Guardò in alto e chiuse gli occhi. Vide un bambino, mentre era a pesca
lungo la riva del fiume. Non interessavano i pesci. Pescava senza l'esca, senza prendere nulla. Semplicemente,
guardava tutti gli infiniti ondulamenti dell'acqua in movimento. Tempo addietro, la sua maestra gli
aveva detto una strana cosa, che tutto ritorna, che tutto è vecchio, eppure nuovo. L'acqua ad esempio:
non un corpo, ma molecole, che oggi formano parte di quel fiume, poi vapore nelle nuvole, poi pioggia,
poi mare, poi ancora nuvole, acqua nei pozzi, acqua della doccia, dei giochi. In noi, quando beviamo,
quando sudiamo. Poi ancora nel fiume, prima o poi. Qualcosa che unisce tutto e tutti e, ed è la cosa
davvero speciale, in tutti i tempi. Le molecole dell'acqua di Giulio Cesare, sono ora in qualche mare,
o nuvola, o in una bottiglia da bere, o nel mio corpo. Il bambino, seduto sull'erba, con la canna
in mano, seguiva con gli occhi un rivolo che, partito da un punto, si infrangeva su un masso nel fiume
e da lì, spezzettato, ricompattato, miscelato, si perdeva nella massa, scivolando nell'infinito e nell'eterno.
Andando ad incontrare qualche altro bambino, o uomo, in altre rive, in qualche altro tempo.
Riaprì
gli occhi. Tornò nella stanza del figlio. Seduto su un angolo del letto, nella scarsa luce che
filtrava dalla cucina, Alvino raccontò il suo giorno a chi aveva il sonno profondo ed il battito sereno,
a chi non poteva ascoltarlo. Eppure parlava, inframmezzando desideri e ricordi, speranze e sogni. Non
sapeva fermarsi. Non poteva. I dialoghi non fatti venivano messi in movimento, tutti in una notte. Come
molecole d'acqua: sarebbero tornati, da soli. Infine fu vinto dal sonno, si lasciò andare vicino al
corpo caldo del bambino.
Alle 8.15 si svegliarono insieme, alla luce di una giornata assolata.
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