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Aria di festa nel quartiere, in questa mattina di domenica. La piazzetta della chiesa è
viva. Piccoli gruppi di scout stanno preparando i tavoli da addobbare ed i giochi da realizzare, nel
corso del pomeriggio. Ci sarà animazione. Che bella giornata di sole!, appena spinta da una leggera
brezza di inizio estate. Qualche bimbo corre, qualche uomo ricorda episodi, e commenta. Nella chiesa
c'è la funzione; è piena di gente. Io sono in piazza, al lato, seduto su una panchina di legno, nell'ombra
di un bell'albero di platano. Mi piace osservare, ma non solo. Respiro l'ambiente, quella sensazione
di cose buone, distillate, che sanno sempre di passato. Se chiudessi gli occhi sentirei i passerotti
posarsi sulle spalle ed il loro cinguettio farsi strada tra le campane. Ma no. C'è musica rock. Uno scout
ha la radio accesa. Si muove mentre lavora, ogni tanto si ferma ed accenna ad un passo di danza, cantando
all'unisono. Mi piace tutto questo, sembra irreale, un set cinematografico. Sono solo una comparsa. Ed
è un vantaggio, grande: mi permette di assaporare ogni cosa, con calma. La voce dell'omelia giunge
fino a me, fuori. E' idealmente su tutta la piazza, su ognuno, sulle cose. Richiama l'attenzione anche
di un uomo, seduto più in là. Sembra poco curato, un cinquantenne magro, mal vestito, con un bastone
bianco poggiato alla panchina. Guarda avanti, anche lui osserva. Controlla il piattino. Poi raccoglie
le sue cose, si alza e cammina spedito, giocherellando con il suo bastone. Si ferma al centro della piazza
e si guarda intorno. Raggiunge i gradini della chiesa e studia una strategia. Finalmente si decide
e dà avvio alla trasformazione: muove i primi passi da zoppo incerto, via via più bravo, più riconoscibile.
Si avvicina ad un trio, fa il segno della croce e porge il piattino. La donna del gruppo apre il borsellino.
L'uomo ringrazia e passa al secondo obiettivo. Presso il furgone, attrezzato alla vendita di panini e
varie, ottiene un cartoccio di qualcosa, che va a consumare sui gradini. Quando la messa finisce,
l'uomo è già pronto. Appoggiato ad una colonna, recita la sua parte. Con fare stanco, tra la gente che
travolge se stessa, chiede ed il suo piattino si appesantisce. Tutto si disperde. La piazzetta torna
alla sua calma, ai suoi preparativi, ai bimbi che giocano, ai nonni che li osservano. L'uomo, ormai del
tutto guarito negli arti, va lesto altrove. Più tardi, alla prossima funzione, probabilmente tornerà.
Perché racconto tutto questo? Ho avuto simpatia per quel tale, ma antipatia per gli aspetti di post-modernismo
di altri. Altri, del popolo della domenica, che esibiscono il peggio di sé. Ecco un esempio. La persona,
ben vestita, raggiunge la sua auto posteggiata in pieno sole, aprendone le portiere da lontano, con il
suo bravo comando a distanza. Vi entra senza togliere la giacca, né apre i finestrini. Perbacco: si capirà
pure che è climatizzata! L'immancabile telefonino, cordone ombelicale,
fa il resto. Il cerchio è
chiuso, il nuovo pretoriano è pronto per il terzo millennio. Sono due delle infinite facce della stessa
medaglia, quella della cultura del marketing, sono state mostrate. E' buona notte al tuo Pasquale. E
tu Nicole? Ultimamente comunichiamo meno, non ci si vede più e ti sento distante. La Nicole dei
grandi slanci, delle intuizioni improvvise, delle passioni e delle invenzioni, si è forse persa? O è
stanca, anche di me, delle mie contraddizioni e provocazioni? Forse no. Il ricordo va ad alcuni paesini
di collina, dove insieme prendevamo un gelato o una bibita fredda, nelle caldissime estati della tua
terra. In quei bar da nuovo Messico, disadorni e poveri, vicino ad alberi di fico, con qualche piccolo
tavolo sotto tettoie di vite. Si guardava l'orizzonte, Nicole, di collina in collina, sempre più lontano,
immaginando che oltre l'ultima ci fosse qualcosa di magico, un nuovo personaggio, un pazzo, un genio.
Ricordi ora? Il tempo passava con noi lì, tra pensionati che giocavano a carte. Ci guardavano senza capire,
ma noi sorridevamo. L'orizzonte era davvero lontano, benevolmente lontano, ampio e ricco. Ricco
come un serbatoio, ricco come una scatola nelle mani di un bambino. E bambini ce n’erano tra le viti,
nei campi. E bimbi ce ne sono. Con tanta fantasia in più.
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