

Le finestre sono tutte chiuse. Cammino solo, lungo un lato della strada, fiancheggiando case
che non conosco, con il pensiero all’auto che ho abbandonato, danneggiata. Non può più condurmi, per
questa sera. Filtrano spiragli di luce dalle persiane. Dentro quadrati di muro qualcuno starà chiudendo
gli occhi, dimenticando la giornata di lavoro. Guardo per terra, nei cerchi dei lampioni. Vedo oggetti,
buttati a caso, o persi. Già calpestati. Penso a questo scampolo di tempo, inerte, perso anch’esso.
Così sembra. E guardo sopra, oltre la mia testa, oltre i tetti scuri, osservo le stelle. Mi regalano
un ricordo improvviso e inaspettato, per chissà quale strana associazione! E’un giorno di scuola.
di tanti anni prima. Ero seduto al mio banco, il terzo di una classe vivace. Il maestro parlava, mentre
fuori pioveva e dentro, sui muri intorno, c’erano i nostri disegni appesi. Alberi scheletrici, alberi
in fiore o ricchi di frutti. Alberi lunghi, tozzi, verdi e marroni, con radici brevissime oppure tortuose,
infinite, per tutto il foglio. Le gocce di pioggia scivolavano sui vetri delle finestre. Il maestro
parlava, mentre sognavo un tempo lontano che forse è questo. Osservo un punto nel cielo e vedo il
volto di amici della prima ora, che non conosco più. Occhi che volano via, sorrisi che ruotano, dietro
un goal, uno dei tanti. Guardo oltre, ad occhi chiusi, seduto su questa panchina infreddolita. Non
ho voglia di cercare un telefono, nè di bussare ad una porta. Guardo oltre, quell’infinito che annulla
il tempo e ti spoglia lentamente. L’infinito che tutto ingoia. Toglie l’inutile ed io aspetto che il
suo boomerang torni a restituirmi qualcosa. Forse un nuovo vestito. Guardo l’orizzonte buio e mi sembra
di scorgere una sottile striscia bianca che filtra tra le foglie, fa brillare la rugiada, scalda la brina
dai cofani delle automobili, supera i tetti, sale sulla collina. Indicherà il cammino a qualche gatto,
mentre una, due, tre finestre si apriranno, tra poco. Qualcuno stirerà le braccia. Guardo l’orizzonte,
ancora buio, e già vedo la luce che verrà. Vedo un uomo con il mio abito, ma un sorriso che è il suo.
E’ seduto in un bar ed ha una tazzina in mano, dal vapore caldo. La luce entra dall’ampia vetrata,
invade la stanza, crea strisce luminose. L’uomo beve, sorseggiando senza fretta, mentre rivolge saluti
agli sconosciuti. L’uomo beve e guarda distratto il sole che si sta alzando. Forse ha molte idee
per la testa, e da una di esse dovrà pur iniziare. Mi alzo e vado. La luce del mattino è già in
me.
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