La fretta toglie lo spazio.
I pensieri
corrono su campi dal raccolto rapido, dove si semina velocemente e dove la pausa è un accumulo di altri
pensieri. Il tempo è scandito dal ritmo della mano, le cui dita muovono gli scomparti messi in
memoria: archivio disponibile che non può tradire.
E forse arriva il giorno in cui un auto si guasta e si ferma ai bordi di
una campagna, vasta e vera. Ondulata e multicolore.
Il telefonino diventa un mattoncino di bell'estetica che guardi e butti sul
sedile: il segnale è troppo debole. Ti guardi intorno e muovi alcuni passi
fuori carreggiata. Calpesti cespugli disadorni e sassi messi a caso. Ti sembra di vedere
un film. L'auto è a lato della strada, la portiera ancora socchiusa. Il cofano, aperto, proietta una lunga
ombra, irreale e sintomatica: la storia di qualcun altro. Il sole di giugno da colore a spighe che non avresti guardato, se non nell'attimo di distrazione,
tra un pensiero e l'altro. Brevi luoghi della mente. Brevi, brevissimi
istanti che sarebbero rimasti nel sommerso, senza affiorare del tutto alla
superficie della consapevolezza. La terra si sgretola tra le dita, diventa polvere. Basta un soffio,
e vola via. Non sporca neanche. Strana cosa: eri convinto che terra significasse sporco, una qualche misteriosa
fatica, una condizione dell'uomo. Un ritardo della mente. Quasi l'involuzione.
Un niente. Slacci la camicia
e butti la cravatta sul sedile.
La quercia ha radici che fuoriescono. Sono robuste, sembrano panche in
attesa di un abbandono. Qualcuno passerà. Non siamo in capo al mondo.
Qualcuno ti noterà: mi noterà. Intanto,
seduto, guardo la collina offuscata dall'afa. Qualche grillo fa un po' di baccano. Una fila di
formiche, vicinissima, va e viene dal formicaio. Sento cinguettare e
davvero non so cos'è, non mi par vero. E' una compagnia
inaspettata. Non vedo il volatile. Lo sento soltanto, nell'aria d'intorno.
Tornano alla memoria un'infinità di frammenti. Gli zii contadini.
Quelli del trattore e del cane in libertà. Gli zii del salame buono e
qualche pecora al pascolo. Gli zii del silenzio e dell'allegria, dal viso bronzeo e le rughe vistose,
con le giacche lacere e le mucche da accudire. Gli zii che mi chiamavano con un nomignolo che
avevo dimenticato. E quand'era sera, il vino rosso, nel suo bel fiasco
impagliato, troneggiava sulla tavola, tra molte fette di pane ed olio
d'oliva.
Forse è da questi ricordi che è nato l'amore per il pane. Forse, chissà
quante altre cose!
Gli zii senza l'automobile. Gli zii che non c'erano più. C'è un profumo nell'aria che non
riesco a definire, sento che sgombra l'ansia, colma la tensione, rallenta il battito. L'attesa si fa esperienza.
Diventa presenza. Essenza.
Chiudo gli occhi. Ed ascolto. Impercettibili movimenti d'aria, leggerissimi
flussi di non so cosa, mentre in lontananza ci sono suoni più simili al
silenzio. Poi una voce. Non so da dove viene, perché mi sembra un sogno strano, dove
sono assente
ed è come se mi osservassi da lontano, come se fossi io l'uccello e
l'aria, dentro le sue cellule e le loro particelle. La voce chiama ancora ed una
mano si appoggia sulla spalla. Un volto,
scuro di sole e con un cappello di paglia, mi è davanti. Saluta. La
sua mano regge una robusta corda. Quella che
trainerà la mia auto, all'officina più vicina.
Il sogno è finito. Posso ancora raggiungere la riunione di lavoro.
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