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Mio nipote, bimbetto rapido nello sgattaiolare, furbetto come tutti i
coetanei, mi rivolge talvolta - forse troppo spesso - domande senza
apparente risposta che parrebbero prive di senso. Ma si sa: i bambini
vanno ovunque con la fantasia e chiedono qualunque cosa, senza porsi
limiti, privi di pudore.
Amo leggere in un angolo della stanza, dove un cono di luce
s'indirizza sulle pagine e tutt'intorno è penombra. Mi piace, di tanto
in tanto, abbassar la luce, chiudere gli occhi e rimuginare su una frase
appena scorsa, su una sua parola, su una virgola che è proprio lì, ad
imprimere un significato altrimenti diverso. E' questo il bello della
letteratura: si confronta nella sfumatura, si legge tra le righe, si
respira nella mente. Diventa il mondo reale, nell'irrealtà del
quotidiano: si vive sottilmente.
Fu così che in uno di quei momenti, in un torpore pomeridiano, dove tra
le mani c'era l'Omero della gioventù, nella lontana scuola del
quindicenne, che mi tornò in mente una domanda di Filippo: "ma
perché Ulisse è tornato dopo vent'anni?"
Vagheggiai un po' anch'io, come le barche del mito omerico. Qualcosa mi
sfuggiva. La domanda, dapprima ignorata, mi si ripresentata puntualmente,
al punto da non poterla più trascurare. Fu così che, un po' per gioco,
un po' per amore del dialogo interno, pensai che potevano esserci altre
finali, altre vicissitudini, altre peripezie. Ma non tutte, probabilmente
nessuna, sarebbero state degne del poema.
Annotai le poche righe che seguono, forse ermetiche, farneticanti, ma
tant'è: le scrissi, e basta. Buttate in un cassetto, fino ad oggi che, a
rileggerle, scopro qualcosa che mi appartiene e che non posso spiegare
oltre. Riguardano un intimo inviolato, riguardano riflessioni successive.
Hanno a che fare con le ore che trascorrono, con le persone che incontro,
con i gesti che mi appartengono. Con i silenzi.
Vi prego di leggere, possibilmente senza commentare.
Non
tutte le barche
di Ulisse hanno raggiunto la gloria. Non tutte le sue mete sono state narrate.
Quelle che hanno avuto la fortuna di conoscere la pagina,
semplicemente sono: tra le tante, o le poche. Un po' a caso, o per scelta,
per volontà. Ma anche
per invenzione, per fantasia. Che dire delle storie sconosciute? Ce
ne sono? Di quelle perse in una bufera di
passaggio? Di quelle arenate nell'isola vuota, di quelle un po' così, con poco colore d'avventura. E
che dire di quelle, magari significative, con vittorie e sconfitte parallele,
ma rimaste ignorate? Altre storie.
Immagino un Ulisse dal inverosimile viaggio breve, che ritrova un cane giovane ed una moglie senza tele tessute
e disfatte. Senza proci, senza miti. Senza futuro epico. Senza fama infinita.
Storia comune. Immagino un Ulisse che
cede al tormento, alla disperazione, che si perde nel labirinto della depressione, che non torna, se
non troppo vecchio, senza piedistallo e senza attese: trova un mondo che non è più
il suo. C'è l'Ulisse
in una grotta, che vive come può, dopo il naufragio e con l'equipaggio disperso. Non avrà narratori. Egli
non tornerà mai più. Scaverà con le mani giacigli e ripostigli. Caccerà con
armi rudimentali la poca cacciagione,
si ciberà di erbe. Osserverà i tramonti su orizzonti che non conosce, dove non vedrà mai un veliero di
passaggio. Non incontrerà un altro uomo, dimenticherà le forme di una donna. Dimenticherà il proprio
destino, le origini, il nome. Nei giorni apparentemente uguali,
imparerà a distinguere la diversa luminosità
del cielo, riconoscerà da dove soffia il vento. Osserverà il fruscio dei rami e quello
dei cespugli, al passaggio di un animale: un nuovo fratello. Occhi grandi, come le orecchie, zampe brevi,
pelo fulvo e scuro. Come può essere un cane, come un nuovo essere umano, un amico. Un pensiero alla vita, alla
solitudine. Alla gioia.
La gioia di correre insieme alla spiaggia e ritrovarsi, dopo un altro gioco, nel
bosco sulla collina.
Conoscerà un nuovo concetto di amore. Non più per qualcosa, o per qualcuno. Semplicemente per se stesso. Per se
stessa.
La luce arriva, quando vuole.
Filtra fra tutto, fende il fogliame più folto. Non scrive sulla carta,
non incide nastri. Lascia messaggi sulla ciotola del pranzo, sulla corteccia dell'albero, sulla pioggia
che scioglie l'afa. L'Ulisse ritrovato si specchia nell'acqua e sa che il suo passato e il suo futuro
non hanno consistenza. Non possono averne. Non più. Dimentica l'uomo, dimentica se stesso. Osserva
l'amico animale ed imita il suo gioco sotto la pioggia, il suo dondolare sull'erba. Egli non potrà guidare
popoli, non deciderà leggi, non stabilirà regole.
Non avrà eserciti, non donerà, non ruberà, non potrà
fare nulla, se non rallegrarsi dei colori, delle forme, dei mutamenti delle stagioni. E' dentro la vita.
Di tanto in tanto, si siede davanti al mare, sul tronco prescelto. Guarda il cielo.
Formula pensieri
senza parole.
Sa che la luce è proprio lì:
dove finiscono le parole, dove non si odono più i suoni, dove
terminano tutte le cose.
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