
|
|
La macchia sul muro sembrava allungarsi, seguiva il cammino del sole, modificando il proprio
tracciato. Lungo la giornata vestiva e denudava gli avvallamenti del vecchio intonaco e le sue scrostature.
Dettagli in movimento, su una parete altrimenti uguale. Dettagli ripetuti, nei giorni a seguire. Solo
la luce e le ombre mutavano, davano il senso del cambiamento, in un intorno costante. Quel vecchio
muro, lungo il percorso di un giorno, con la sua fessura, mai diventata finestra, difficilmente poteva
significare qualcosa di nuovo o diverso. Francesca era abituata alle visioni quotidiane, da quel buco.
Da dentro un granaio, di fronte alla parete incompiuta, la ragazza aveva imparato a spiare ogni brusio
del tempo. Quel tempo che sarebbe restato fermo. Francesca osservava l'osservabile, con ostinazione,
con assuefatta curiosità, con assurdo interesse. E a memoria conosceva i tratti degli alberi, della riva
dello stagno, di ogni cosa fosse nella fattoria di suo zio adottivo. A memoria conosceva i sospiri del
vento e la polvere dei selciati. Conosceva la quiete di altri momenti, quando le persone dormivano
negli afosi pomeriggi di agosto e tutto sembrava sospeso a mezz'aria, evaporato dal sole. Tutto, ma non
le ruote della sua carrozzina. Dal granaio seguiva la lucertola, sentiva i passi dai pesanti scarponi
dello zio. Dal granaio studiava il gonfiarsi delle nubi, il mutare dei loro toni grigi, vedeva il raggrumarsi
della polvere all'arrivo delle prime gocce. Francesca aveva lunghi capelli, raccolti con fiocchi colorati.
Lei stessa li acconciava ogni mattina, senza aiuto, prima di uscire dalla stanza da letto. Le piacevano
e spesso portava le ciocche vicino alle labbra, sfiorandoli, sentendone l'odore. Soffiava dolcemente
per vederli ondulare e talvolta le sfuggiva un sorriso compiaciuto, racchiuso tra le mura della stanza.
Non nel granaio, però: non avrebbe sorriso, né avrebbe prestato attenzione al proprio aspetto. Ogni
mattina, se non pioveva, Giulio, suo cugino, l'accompagnava. L'aiutava a superare le difficoltà, quei
due gradini necessari per varcare la soglia della casa e scendere giù verso il granaio, dove sarebbe
rimasta anche per ore. Talvolta il ragazzo restava un po' a tenerle compagnia. Non a lungo: non c'erano
racconti da dare. Giulio conosceva ben poco, oltre la fattoria. Conosceva la chiesa del paesino, con
la piazzetta dove, puntuale, avveniva la fiera, nella prima domenica di ogni mese. I colori di quel giorno,
le voci dai suoni diversi, gli oggetti nuovi e i conoscenti ritrovati, attesi, erano gli argomenti del
loro parlarsi. Giulio raccontava dei vestiti addosso alle ragazze, del loro camminare, delle risate,
di quello che compravano. Francesca chiedeva dei volti, voleva la descrizione dei visi degli uomini,
di come gesticolavano, se usavano i cappelli, se avevano bei portamenti. Giulio raccontava di come si
divertivano, organizzando partite a carte, gare di forza. Raccontava che parlavano forte, di quello che
avevano visto o udito in un'altra fiera, in un'altro paese. Parlavano dei raccolti, della semina, degli
allevamenti e dei mercati. Parlavano di donne, di come, ma negli altri paesi, in altri luoghi frequentati,
fossero "diverse". Francesca non era mai andata in piazza, né
la famiglia dello zio la spingeva a
farlo. Lo zio, uomo davvero semplice, rude e buono, solitario e di pochissime parole, non era neanche
convinto fosse utile che la giovane stesse così spesso nel suo granaio. Non capiva la ragione, ma non
chiedeva, non dialogava. Gli sembrava il capriccio di una sfortunata. Non la contrastava, ritraendosi
da quello che non comprendeva, impacciato ed impotente. Nel "suo" granaio, nel rifugio, Francesca
si sentiva a proprio agio, protetta. Seguiva con le dita delle mani i solchi dei mattoni, indugiava sulle
imperfezioni, si soffermava a lungo a sentirne la presenza, le asperità, l'essenzialità. Senza staccare
la mano ripensava ai ricordi del cugino e i mattoni divenivano scenario aperto. Vedeva la "piazza" come
luogo di vita, dove le donne più belle, sane, potevano mostrare capigliature dall'acconciatura elaborata
e quei vestiti fotografati in quelle due o tre riviste che erano rimaste in casa, in un Natale di parenti
in visita. Vedeva uomini alti, abbronzati, con cappelli a larghe falde e dal linguaggio sciolto, rapido,
con voci nitide, così come la radio, quando era possibile riceverla, mandava in onda. Volti puliti, profumati,
asciutti. Volti sinceri. Quando le rane diventavano mute, quando anche il gracidare era un desiderio,
Francesca guardava gli angoli della strada polverosa, così vuota, a cercare un'ombra in arrivo, un segno
di presenza: una traccia, un inizio, una sensazione, che non venivano. Era convinta che comunque,
nel tempo a venire, qualcosa sarebbe successo, che qualcuno sarebbe arrivato. Non si riferiva ad un postino,
al veterinario, ad una vicina in bisogno di aiuto, intendeva "qualcuno" che fosse un cambiamento, un
motivo nuovo, una trasformazione. Forse suo padre, che non aveva conosciuto, forse sua madre, che tuttavia
non ricordava più, forse i fratelli, se mai erano nati ed in vita. Chiunque poteva rappresentare un padre,
chiunque un fratello: nudi nei sentimenti, spogliati dalle emozioni, non avrebbe fatto differenza un
volto da un'altro. Gli zii non parlavano mai dei suoi genitori,
né dei motivi che avevano portato
a quell'adozione di fatto. Sull'incidente avevano raccontato delle storie, diventate irreali. Francesca
era davvero piccola quando cadde. Non ricordava, non sapeva dove era successo. Non sapeva per colpa di
chi o di cosa. Per gli zii, per il cugino, lei era ancora una bambina, da vent'anni. Francesca non
ricordava uno stato diverso da quello attuale. Aveva visto un corpo crescere, senza comprenderlo. Un
corpo a parte, inesplorato, indescrivibile: come poter dire se era bello? Come sapere se era amabile?
Giulio spingeva la carrozzina, a volte inoltrandosi per i campi, fin dove le ruote lo consentivano. Rina,
sua zia, taciturna come il marito, l'aiutava a lavarsi e, talvolta, a vestirsi. Accadeva nei giorni di
festa, in occasione di ricorrenze, o se prevedevano ospiti, sempre molto rari. A vent'anni Francesca
aveva quel granaio ed un desiderio strano: essere la prima a vedere chi fosse in arrivo alla fattoria.
Dalla feritoia spiava attentamente la strada. Un giorno, guardando l'orizzonte, guardando il più lontano
che potesse, lo avrebbe visto. Un uomo sconosciuto, ma dai tratti noti. Ne avrebbe seguito i movimenti,
studiato le apparenze, controllato i passi. Avrebbe atteso che fosse abbastanza vicino, per capire, per
leggere quei tratti, per sapere. Avrebbe interrogato l'espressione, il battito delle
ciglia, gli angoli
della bocca. Basandosi sull'intercedere, avrebbe deciso. Talvolta chiudeva gli occhi ed allora le
sue gambe andavano. Andavano sempre oltre, sui luoghi mai visti, tra la gente che non esiste, tra le
cose che non ci sono. Prima di riaprirli, un attimo prima, cercava con la mano sotto dei vecchi teli,
apparentemente buttati a caso. Il metallo freddo, rotondo e liscio era al suo posto. Il vecchio fucile
da caccia, che suo zio credeva perduto, manteneva il nascondiglio, segreto a tutti, insospettabile.
Francesca non guardava mai le sue gambe, la sua carrozzina. Le ombre sul muro, i giochi della luce, il
gracidare nello stagno, la pioggia tra i rami, il sole sulle foglie, lo svolgersi del giorno, erano gli
elementi di un mondo sotto silenzio ed impenetrabile. Erano le pagine di un libro che solo lei avrebbe
scritto ed anche letto. Erano i suoi occhi chiusi, erano il volo impossibile. Erano anche i suoi ricordi
ed il suo domani, la certezza di qualcosa e la speranza del divenire. Erano la vita possibile. Anche
quella mattina, come sempre, fu condotta nel granaio da Giulio che, dopo averla salutata, andò nei campi.
Contrariamente al solito, suo zio, non aveva prelevato gli utensili necessari al proprio lavoro. Era
fuori, visibile dalla feritoia. Con altri stava segando un grosso albero malato, ormai secco. Fece un
gran polverone cadendo. Vennero tagliati i rami e sezionato il fusto. La parte
più grande del tronco venne
legata al gioco dei buoi e tirata via. Sarebbe stata un'ottima scorta di legna per il camino. L'operazione
portò via parecchio tempo. La visuale risultò più ampia e luminosa. L'orizzonte era meglio osservabile,
la strada risultava tutta scoperta. Per quanto Francesca fosse affezionata anche a quella pianta, fu
comunque lieta di poter meglio controllare i dintorni. Strano caso quel giorno. Erano da poco terminati
i lavori di pulizia, di tutti i rametti disseminati, che un ronzio lontano si faceva più evidente, diventava
rumore. Un rumore poco abituale, di motore, di automobile. Un po' di polvere all'orizzonte, nuvoletta
avvolgente. Il vento, tiepido di Maggio, le portava il rombo distintamente nel suo rifugio. L'auto
si avvicinò, si fece distinguibile, nel suo colore chiaro, nella sua forma elegante. Nel tratto rettilineo
della strada rallentò, fino a fermarsi vicino allo stagno. Un uomo scese, con movimenti lenti. Si guardò
intorno incerto e, dopo aver richiuso la portiera, prese a camminare in direzione della casa. Si fermò
ancora, come sorpreso di non trovare l'albero. Tant'è che più volte fece il gesto di portare la mano al
mento e poi si piegò sulle gambe, per accarezzare la sezione tagliata, odorosa di polvere di legno. L'uomo
era distinto, ben vestito. Aveva movimenti calmi, misurati. I suoi capelli erano brizzolati, la barba
ben rasata. I suoi occhi si indirizzarono anche al granaio, senza vedere,
né immaginare, né ipotizzare
la presenza di Francesca. L'arrivato non aveva fretta. Si sedette sullo spezzone di tronco, come in attesa,
lanciando qualche sasso nello stagno. La ragazza non distolse mai lo sguardo su di lui. Provava a leggere
la fisionomia, per capire se c'era, se poteva esserci, un ruolo nei suoi confronti. Francesca rivedeva
la scena tante volte fantasticata. Uno sconosciuto avrebbe incrociato i suoi occhi. Lei avrebbe capito
da qualche elemento che si trattava di "lui" ed avrebbe tirato il grilletto, lui sarebbe rotolato nella
polvere. Ma l'uomo aveva occhi dolci, stringeva nel palmo di una mano un rametto raccolto. L'uomo amava
quel posto, lo stava ricordando, lo stava rivivendo. La sua faccia si velava di tristezza ed al contempo
si scaldava al tatto del presente, alla memoria che apriva le porte ad un mare infinito di episodi, di
cose e sentimenti. Francesca si chiedeva se fosse arrivato senza preavviso. Ma forse era atteso e per
lui, pensando di rendere la fattoria più bella, avevavo segato l'albero brutto, rinsecchito. No,
no non avrebbe preso l'arma. Si accorse dell'assurdità delle sue fantasie. Qualcosa di nuovo si stava
movendo, qualcosa che non conosceva. Non sapeva, fino a pochi momenti prima, che la sua vita potesse
essere letta, ascoltata e compresa. Giulio gridava verso il proprio genitore. La sua voce, a fatica,
era entrata nei pensieri della ragazza. A fatica Francesca abbandonò il filo della sua meditazione.
Ma quella frase di Giulio l'avrebbe ricordata per sempre. < Babbo, babbo vieni. Lo zio è arrivato.
Lo "zio" è arrivato >.
|
|
|
|
|

|