C
era tutta lì riunita per la gran festa del compleanno di Marta. Ognuno aveva
aderito all'invito, ognuno aveva un ricordo, un sentimento da esternare ai
compagni di 12 anni prima. Sentimenti sopiti, coperti dalle coltri del tempo,
addormentati negli impegni delle scelte, nelle abitudini del giorno, ma vivi
in tutti loro.
La sala organizzata era piena di umanità raccolta, di sorrisi e complimenti
sussurrati, straripava della curiosità di ritrovarsi e riscoprirsi.
Francesco aveva ancora i riccioli di allora e Marco i suoi nei. Luca
sorrideva mentre guardava negli occhi ed Alberto scherzava sempre, come
allora.
Daniela restava la più bella e semplice, ma Nina era diventata procace,
Silvana ancor più vivace, Giulia ponderata, Isabella elegantissima, Gianna
guardinga, Angelo supervisor, Paolo compiacente.
Ma tutti erano lì per lei, la Marta festeggiata, e per loro, per se stessi.
I festoni galleggiavano nell'aria, al di sopra di una
lunga tavola colorata e imbandita. Avevano trovato i dischi originali di
quella loro adolescenza.
Piccoli gruppi, in rapido rimescolio, si formavano a raccontare, ad
ascoltare, a dire e a dare. Gruppi ruotanti, fluidi in movimento, molecole
attratte.
Erano belli. Marta era bella, con i suoi capelli morbidi, quasi eterei. La
luce del viso, il guizzo degli occhi, l'odore della pelle richiamavano
maschile. Le api al miele.
Pino le passava i compiti sotto il banco, quando lei era in difficoltà.
Adalberto le andava incontro, quando la vedeva arrivare, Maurizio le
nascondeva nella borsa bigliettini con frasi d'amore, rubate dai film. Bravi
ragazzi. Non erano cambiati nelle voci, riconoscibili tra mille, nelle
sfumature dei toni, nell'intercalare delle espressioni.
Pertinenti, precisi, accondiscendenti, altruisti.
Le ragazze non erano gelose, non erano chiacchierone. Avevano occhi sinceri e
sguardi di generosa complicità.
In tutti la solidarietà costituiva un fondamento ed una certezza mai
discussa, mai dubitata.
Benedetti ragazzi, appena invecchiati: quel tanto, quel giusto che aggiunge
saggezza agli anni, che consolida l'esperienza, rendendola storia e vita,
ricordo.
Adalberto prese Marta per mano, tenendola stretta a sé. A lungo la guardò,
conservò il sorriso di chi ha sempre amato, relegando in esso il ruolo di un
commento inespresso, un sentimento svelato in quel momento.
< Tu sei sempre stata in ognuno di noi, sei sempre stata in me. >
Le parole sussurrate si diffusero nell'aria, divennero vibrazione e suono,
divennero atmosfera. La luce soffusa ovattava ogni cosa, le ombre erano
morbide e fluttuanti, gli occhi scintillanti, umettati di lacrime velate.
Era una notte di quelle attese.
Adalberto la baciò su una guancia, poi sull'altra, le sfiorò le labbra
socchiuse, le palpebre. L'abbracciò forte, stringendola al petto, a sentirne
la consistenza, il respiro, ventre su ventre. Avvertirono l'esigenza, un
forte desiderio di bloccare il momento, di fermare anche il pensiero, il
battito d'ali, l'aria. Sentirono di dover amare il corpo e l'anima.
Marta, immobile, attenta a non perdere il contatto, si accorse che le amiche
le sbottonavano la camicia, sfilandola sul dorso. Fu grata di questa
cortesia.
I corpi caddero sul divano, guidati dai loro compagni di studio, di gioco, di
vita. La gonna, stropicciata ed arrotolata, scopriva le gambe. Patrizia le
sfilò le scarpe. Adalberto, anch'egli già denudato, la cercò. I respiri si
mescolavano, si moltiplicavano.
Gli amici, intorno, ballavano. La musica era continua. Era festa, era gioia.
Tra i dischi, fu il turno della vecchia canzone di Marta, quella legata a
ricordi carissimi, ai primi baci sentiti, alle prime pulsazioni del cuore.
Quale colonna sonora per il suo amplesso! Quale partecipe coreografia! Il
corpo fremeva e sobbalzava, il viso era perlato dal sudore, le mani
stringevano, quasi graffiavano, la pelle del compagno. Adalberto raccoglieva
le proprie forze, metteva l'impegno delle occasioni importanti e forse
irripetibili, faceva appello al proprio valore. Inarcò la schiena, diede
spinta e vigore all'azione rituale, aggiunse brio, aggiunse varietà.
Quando il cantautore lanciò l'acuto dell'ultimo refrain, Marta lo superò
con il suo inno. Adalberto, affranto e fiero, felice e sereno, si lasciò
cadere su lei, che ancora sudava. Per lunghi minuti non si mossero,
respirando a fatica.
Ludovica le asciugò la fronte, Giulia le carezzò i capelli. Francesco le
baciava la gamba.
Adalberto, con gesto misurato, lento, si alzò, si ricompose. Le sedette
vicino.
< Grazie Marta - finì col dirle - grazie. E' stato perfino più bello dei
pensieri, più vero dei sogni, più vivo dei desideri. Più di quanto sarà.
>
< Io ringrazio te Adalberto. E' stato più bello di quanto avessi mai
preteso, di quanto ho mai ottenuto. Di quanto avrò. >
Un bacio di amici ritrovati, di amanti incontrati. Un bacio per chiudere una
parentesi.
Francesco, che non si era allontanato, che aveva
partecipato, la guardò con molta dolcezza e quasi intimidito inviò il
proprio messaggio di speranza:
< Ho goduto con te, Marta. Ho amato con Adalberto, ma io non so se saprei
darti tanto, se sarei all'altezza. Temo di deluderti. Ne soffrirei.>
Non esitò lei a trovare le parole, con una voce calda e vellutata:
< Amico carissimo, sempre sincero e generoso, sempre pronto a dare ed
essere, non hai che da provare. Comunque ti sarò grata, per le tue
attenzioni, per il tuo amore, la tua lealtà. Per il tuo pensiero, il cui
valore è già alto.>
Francesco non deluse, non poteva deludere, e così anche Luca diede il meglio
di sé. E Daniele, Giorgio, e ...
Le ragazze intorno facevano coro.
La notte profonda sveltiva il suo passaggio, nel proprio
silenzio.
Un sole tranquillo e lontano, lentamente rinnovava lo spettacolo del giorno,
quasi una promessa, mantenuta. La luce arrivò tra le righe delle veneziane,
filtrò tra le trame delle tende, tra i capelli delle donne, ora un po'
stanche, anche loro.
Qualcuna dormiva, chi su una poltrona, chi per terra, appoggiata ad una
parete o un mobile. Giovanni aprì la finestra, spalancò alla luce e
all'aria.
Marta, ancora sul divano, con la sua incantata nudità, con il corpo umido,
aveva la testa reclinata e gli occhi chiusi. Ogni tanto la sfiorava una
carezza. Sentiva suoni di parole, respiri silenziosi.
Lontano passava un treno, si udivano i fischi nell'alba
estesa, si udiva il suo sferragliare, il correre furtivo nel vuoto delle
campagne. Giovanni intuì che qualcuno, tra i passeggeri, in uno dei
comparti, in una delle carrozze, su qualche poltroncina o su panche di legno,
era intento in una lettura, forse un saggio di narrativa o di un evento
storico o sull'evoluzione nel mondo del sistema economico. Altri sicuramente
leggevano un giornale, altri guardavano dal finestrino un paesaggio simile al
giorno precedente. Ogni tanto, forse, avrebbero controllato la borsa, un
bagaglio particolare o più probabilmente la propria colazione da pendolare.
Ludovica si stava svegliando: la luce la infastidiva.
Giovanni immaginò di essere l'uomo sul treno, quello cupo
nei pensieri suoi, con le sue cose di quotidiana presenza, con il panino
avvolto frettolosamente, con la barba mal rasata, con l'attesa della fabbrica
e dei suoi turni ad orario. Si vide nel mangiare quasi nascosto, chiuso sopra
quelle rotaie con le loro promesse di evasione, non mantenute. Si vedeva,
lungo una giornata che sarebbe trascorsa uguale alle altre, aspettando una
sirena.
Alcune lacrime gli bagnarono il viso. Notò l'inquietudine ed il peso della
propria condizione favorevole.
Si sentì il borbottio di una caffettiera. Lorenza ne
aveva scovata una. L'aroma si diffuse subito, salì nell'aria un po' viziata,
risvegliò l'attenzione sopita e qualcuno accorse incuriosito ed invogliato.
Giovanni, con il braccio, asciugò il viso.
Intanto il sole era già più alto.