|
Lungo gli argini del
fiume la Marta bambina si accostava e guardava. Il sassolino creava la sua
scia nell'acqua e, subito, i cerchi concentrici si espandevano. Un guizzo
veloce ed il pesce cambiava traiettoria.
Un guizzo ed i suoi occhi erano già sulla collina, dove un cane, correndo ed
annusando, aveva perso per gioco la sua preda. Dove una nuvola infastidiva l'assolarsi
della quercia, grande, dagli infiniti rami: il tronco, nella sua forma
scavata, le sembrava una casa. Era il suo nascondiglio, un rifugio sicuro ed
un po' misterioso.
Rapido, ad ali spiegate, un uccello roteava su tutti e tutto. E poi via,
altrove, sopra altri prati, altri agglomerati, altre fantasie.
"Intanto il sole era già più alto" ed il treno di Giovanni aveva
percorso molta strada. Lui era scomparso, dai telefoni degli amici, dalle
serate al mare, dalle cene e dagli incontri. Era scomparso anche dagli amori,
dietro scelte non ripetibili, non più discutibili.
Quante cose, lungo la strada, lungo i tratti di una costruzione, si erano
perse? Quante cose erano scomparse dal proprio orizzonte? Abbozzi del
possibile, così venivano ricordate le persone, così i loro mosaici,
conosciuti a metà.
Quanti volti erano stati incrociati! Quante vite ballavano con la nostra,
nella stessa luce, negli stessi minuti scanditi dal silenzio e dalle storie?
Marta si chiedeva, allora, se dentro di loro, dentro quei corpi grandi come
il suo, con le stesse gambe per correre, le stesse bocche per ridere, c'erano
i suoi pensieri, i suoi stessi battiti, quello stesso modo di osservare il
brusio delle foglie e di leggere i movimenti di quella lucertolina che stava
salendo lungo un albero. Si chiedeva se tutti erano parte di sé. Ma loro,
poi, sceglievano altri vestiti ed altri fidanzati, altre sere da trascorrere,
altre amiche per raccontare. Altri sorrisi, altri misteri. Altre rincorse. E
c'era sempre qualcuna che preferiva una discesa, che preferiva tacere,
nascondere, allontanarsi.
Lungo il tempo gli argini si erano sgretolati, via via che l'esperienza si
ingigantiva, diventando presenza, scavalcando i sogni. Diventava carattere,
diventava difesa: corazza robusta, imperscrutabile.
La Marta bambina si accostava e guardando i cerchi concentrici vedeva aprirsi
un mondo di fiaba. Il suo volto si trasformava nell'acqua: la fata del fiume
era tornata. E se poi chiudeva gli occhi, beh! tutto doveva ancora
cominciare.
Strano il kava, ora, così diverso dal chewing-gum, diverso da tutto, come
quel fitto viale di palme, all'esterno del villaggio turistico.
Non correvano automobili.
Strano il kava, presenza quasi impalpabile alla quale ci si abitua, diventa
parte dei propri momenti, dei pensieri. Compagno dei passi.
In un'altra parte del mondo c'era un ufficio con la seggiola che aveva scelto
e voluto, c'era un cassetto chiuso a chiave che solo lei avrebbe potuto
aprire. C'era un direttore che amava fraternamente, ed era ricambiata. Quanti
anni, fra carte e telefoni! Tra cene sociali e programmi di sviluppo. Quanti
anni a giocare a monopoli con la realtà. Quanto tempo, Marta, e quanta gente
che la cercava!
Quando si laureò, in un Ateneo prestigioso e nei modi previsti, si sentiva
pronta a tutto. Erano tempi in cui l'impegno richiesto non era un peso. Tempi
dove gli obiettivi preposti erano un giocattolo nelle sue mani.
Una vita sul filo della concentrazione, mai dubitata, vissuta con entusiasmo
e dinamismo. Un appagamento pieno, trascinante. Contagioso ed inesauribile.
Pioveva, in uno dei tanti giorni più grigi dell'autunno. Il tergicristallo
non riusciva a sgombrare tutta l'acqua dal parabrezza. Piano, piano,
lentamente in coda, dietro tante lucine rosse, attraversava la città,
raggiungeva la casa. Si bagnava Marta, uscendo dalla portiera, si bagnava la
sua cartella piena di lavoro da revisionare. Via, sopra un tavolo, tutte le
cose, le chiavi, la borsa, il foulard. Via, per terra, il suo impermeabile,
le scarpe. Via, via i pensieri, la stanchezza. La solitudine.
Vetri sporchi, con tante goccioline colanti, muri bianchi. Il ticchettio
della pioggia battente risuonava furiosamente, portava via anche la luce.
Vetri bianchi e mura colanti. Oh! no. No.
Silenzio. Buio. Piano piano, lentamente, in coda ai suoi pensieri, Marta si
accasciava per terra. Si stringeva a sé, guardava la finestra. Non capiva.
Gli squarci nel cielo rischiaravano la stanza, gli oggetti, i suoi pantaloni.
Ma com'era grande, ora, quest'altro
cielo!
|