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Liedotto non trasporta gas?
di Guido Marenco

 


Mastro Lie si era messo in testa di andare a Qi. A fare cosa non si sa. O per sfuggire a cos'altro nemmeno. Vien però detto, in altra parte del libro, che in gioventù gli era piaciuto viaggiare. Potremmo allora ipotizzare che non si era mosso solo per sgranchirsi le gambe. Fatto sta che, giunto a metà strada, decise di tornare indietro. Incontrò Bohun Wuren che gli chiese conto del ritorno. . Rispose che "aveva cominciato a preoccuparsi". Perché? «Mi sono fermato a mangiare in dieci locande e in ben cinque di queste sono stato servito per primo.»
Potrebbe risultare strano ma, perché proccuparsi? E' solo uno di quei periodi in cui si ha il vento in poppa. Tra un periodo di jella e un altro, ci sta che lo stellone sorrida. Bohun Wuren chiese: "Perché ti sei preoccupato?" Allora Lie spiegò: «Quando la sincerità interiore non ha ancora abbandonato ogni attaccamento, l'aspetto di una persona si carica di una luce che rende visibile tale stato all'esterno; ciò influenza i cuori degli altri uomini facendo sì che trattino tale persona meglio dei propri anziani genitori: e in una situazione del genere non ci si può che trovare a disagio. Quelli che servono zuppa e carne in una locanda lo fanno solo per guadagnare qualcosa di più; il loro profitto è minimo, bassa la loro condizione; eppure si sono comportati con me nel modo che ho descritto. Figurarsi quello che potrebbe fare il signore di un esercito di diecimila carri che avesse esaurito le proprie energie nel governare e avesse affaticato il proprio intelletto nel condurre gli affari di stato: pensa se decidesse di affidarmi qualche incarico, pensa se si aspettasse che io ottenessi grandi risultati. Ecco cosa mi ha fatto preoccupare.»

Ora, finalmente, si sa cosa avesse ancora in fondo all'animo Mastro Lie, andando a Qi. Cercava di spegnere la luce particolare che ancora brilla quando si coltiva una qualsiasi ambizione. Involontariamente, si dava ancora delle arie.

La storia di Mastro Lie ebbe un epilogo. La sua casa si affollò di discepoli che venivano da lontano, dalle regioni oltre Qi. Era destino?
Che differenza c'è tra servire un potente con diecimila carri e qualche fighetto con diecimila ambizioni? Si dovrebbe dire che c'è una sola ambizione degna di essere coltivata ma, nel momento stesso in cui viene nominata, rischia di diventare un'ambizione peggiore delle altre. C'è sempre qualcosa di sospetto nel vedere uno stuolo di discepoli che attorniano un "Maestro", dal quale vorrebbero imparare la "perfezione" e la "santità". Sospetto è il maestro ma, sospetti sono soprattutto gli allievi. Secondo Bohun Wuren, quando si comincia ad attirare gli altri, si perde il proprio essere originario. In definitiva, sarebbe meglio rendersi invisibili! E' tesi estrema. Non è il caso di discuterla sul piano dottrinale. Si finirebbe in quella morsa del "contendere" che astrae dalla dinamica della vita solo qualche brandello di fenomenologia.
Si può solo osservare che, in pratica, l'invisibilità totale è impossibile. Se è destino che accada, accadrà che un giorno qualcuno vada a cercare qualcun altro, ritenendolo "maestro" totalmente disinteressato.
Al giorno d'oggi, in un momento in cui la visibilità è questione di vita o di morte, di successo e insuccesso, i giovani non devono confondere due cose assai diverse. Se facessi il panettiere, sarebbe insensato nascondere il mio negozio.e la mia abilità. Se facessi il letterato, sarebbe insensato non partecipare a concorsi letterari e se fossi un ingegnere, perché mai non dovrei mostrare di cosa sono capace? E finché rimango uno storico ed un antropologo, perché mai dovrei nascondere i miei scritti?

Bisogna rassegnarsi a diventare ridicoli maestri di stolti che aspirano alla "santità" prima ancora di aver imparato un mestiere e a guadagnarsi da vivere? Probabilmente, c'è un solo modo per comprendere ed accettare una simile destino. Vivere da "perfetto"per un paio di giorni, di settimane, di mesi, di anni. L'individuo si svuota. Cessa di nutrire ambizioni e spandere gas attorno a sé. Smette di usare belle parole edificanti, procede nel suo cammino. Dopo essersi realmente svuotato, potrebbe trovare l'umiltà di imparare anche da un "perfezionista" come Confucio. Questi, una volta, non ebbe difficoltà ad ammettere che c'erano quattro allievi che gli erano superiori in qualche virtù e capacità. Yen Hui lo superava in benevolenza. Quell'altro nell'argomentazione, quell'altro ancora nel far musica, e l'ultimo non me lo ricordo a memoria perché la mia memoria non è perfetta. Comunque sia, il "perfezionista" Confucio era pienamente consapevole delle sue imperfezioni e delle sue incapacità. Non le nascondeva, come si è visto, nemmeno davanti ai bambini.

Si è già avanti nel lavoro se si riconosce spontaneamente la propria inferiorità nel fare e nel comportarsi, rispetto a chiunque altro. In questa dimensione la "spontaneità" intesa come "sincerità" spinta all'ennesima potenza sarebbe una virtù da esaltare. Ma, è proprio da stolti "esaltare" in sé, ed è ancora più stolto esaltare la sincerità. A volte è necessario mentire. Per non offendere. O, come nel caso di Dongguo e Beigonzi, a fini terapeutici.

(continua)

gm - gennaio 2012