Capitolo 5 - Il primo dopoguerra 

 

5.1 -  IL RITORNO DI "MANNU" DAL PERU' 
 
Intorno al 1920, "Mannu" ritornò a Genova dal Perù, dopo 7 anni di esilio dalla famiglia, cessando l'attività marinara.
Dalla sua carta d’identità N°89738, rilasciata il 16 giugno 1928 dal Podestà del Comune di Genova (Regno d’Italia), risulta: “Statura: 1.58 m, corporatura regolare, capelli bianchi, occhi grigi, segni salienti: - -,, 
Da pensionato, cercò di importare in quella che era diventata ormai una grande famiglia patriarcale (inglobante anche le famiglie dei figli Angelo ed Emanuele "Manuelitto"), orari ed usanze di bordo. Si alzava alle 5 del mattino, svegliava tutti dopo aver preparato le colazioni e si cambiava d’abito più volte al giorno, a seconda dell’occasione.     
 
La sua casa era aperta a parenti ed amici (questa tradizione fu continuata dai figli Angelo ed Emanuele). 
     Nei momenti di "nostalgia" portava il nipote Francesco (figlio di Emanuele) in visita alle navi attraccate nel porto di Genova. 
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Tornato ricco dal Perù, “Mannu”, era indeciso se comprarsi un intero palazzo in Via Caffaro (nel centro storico genovese) o se spendere i soldi in altro modo. Tra i “mugugni” degli altri figli, investì i guadagni nella ditta del figlio “Manuelitto”. 
 
Gli incartamenti della ditta fornitici dagli zii Angelo e Lucia e dalla cugina Chiara Santagata, raccontano questa “travagliata” storia: 
La Società “Pellerano & Santagata”, con sede in Genova-Sottoripa, fu fondata nel 1922, con lo scopo di importare farine estere. Dopo un intenso lavoro, i due soci riuscirono ad ottenere la rappresentanza per il Regno d’Italia di un mulino ungherese di Budapest e, soprattutto, del più importante mulino del mondo (così è da loro definito). Quest’ultimo, il Washburn Crosby Company, Inc., con sede nella 117 Liberty Street di New York, forniva loro la pregiata “Gold Medal Flour” canadese. 
Questi prodotti esteri erano praticamente sconosciuti da noi, per cui i soci lavorarono duramente anche per crearsi un mercato interno. Ci riuscirono, nonostante le loro limitate disponibilità finanziarie. 
Quest’ultimo fatto fu però la causa del loro declino: 
Nel 1924, per aumentare il capitale, trovarono un nuovo socio (Rossi?). Questi, amico di famiglia dei Santagata, fu allontanato per incapacità l’anno seguente, con perdita per la società. 
Nel 1927 un decreto regio, revocato dopo poco perché inutile, limitò l’importazione di farina. 
Nel 1929 iniziarono i tracolli su tutti i mercati, compreso quello del grano. 
Nel 1931 entrò nella società “Pellerano & Santagata”, anche Parodi, proprietario di una casa di spedizioni. Quest’ultimo, operò con disonestà disgustando soci e clienti e per la ditta fu il crollo economico. Anche lui fu liquidato a caro prezzo nel giro di un anno. 
Negli anni seguenti arrivò l’autarchia mussoliniana e nel 1933-34, la ditta fu costretta a chiudere i battenti. 
    In quegli anni, Angelo aveva un’attività “satellite” alla ditta “Pellerano & Santagata”, senza (per sua fortuna) esserne socio. Commerciava, infatti, in generi per pasticceri e possedeva una vasta clientela a Genova. 
     Dopo aver invano tentato di salvare la ditta del fratello, intorno al 1932, Angelo prese Emanuele con sé, fondando la “ditta Santagata”. 
 
 
 
5.2 - LA FAMIGLIA AUMENTA: MATRIMONI E NIPOTI 
 
Intorno al 1923-24, "Manuelitto" conobbe Palmina Miglietta (Palmira Santina Adele per l’anagrafe trevillese) nata a Treville (AL), sulle colline del Basso Monferrato casalese, il 5 aprile del 1903, da Francesco e Carolina Scagliotti.  
Palmina aveva due sorelle, anch'esse nate a Treville: Enrichetta (1899) maggiore di lei e Rosalia "Lia" (1906) minore di lei. Le tre sorelle rimaste orfane del padre nel 1918 furono affidate a dei tutori.  
Palmina, terminate le Scuole Tecniche a Casale Monferrato, raggiunse Enrichetta che si era sposata a Genova (29 giugno 1919) con Luigi Paparella.
 
"Lia" Miglietta 
nel 1930
 
Palmina lavorava nell’ufficio postale di Piazza Fontane Marose, nel centro di Genova. Qui conobbe Emanuele, che in quell'ufficio effettuava (sempre più volentieri) i versamenti per la sua ditta. 
La piccola Lia, che avrà a breve un ruolo fondamentale in questa "Storia familiare", invece, fu "affidata" dai tutori ad un collegio di Rossiglione. Qui visse anni tristi finchè non fu accolta nella casa della sorella Enrichetta nel 1925, quando Palmina si sposò e lasciò il posto libero. 
 
Palmina e "Manuelitto" si sposarono a Genova, nella chiesa di S.Carlo, in via Balbi, il 10 gennaio 1925 ed andarono ad abitare in Salita Montebello 10/3, in “casa Santagata”.
 
Dal matrimonio tra Emanuele e Palmina nacquero, a Genova quattro figli:  
Francesco (1926), Eugenia (1927-1984), Giuseppe ‘Pinin’ (1928-1931) ed Angelo (1932). 
Francesco,  il primogenito arrivò 12 marzo 1926 e prese il nome dal nonno materno, Francesco Miglietta. 
Poco tempo dopo, in Salita Montebello 10/3 si trasferì anche “Lia”, che arrivò per aiutare la sorella Palmina, che con la nascita di Eugenia (13 aprile 1927, madre dello scrivente) era diventata “mamma” per la seconda volta. “Lia”, da questo momento, divenne parte integrante e fondamentale della famiglia Santagata.
 
Eugenia, "Pinin"  e Francesco
Tra il 1928 ed il 1932, la famiglia di Emanuele e Palmina aumentò ancora. In Salita Montebello, dopo Francesco ed Eugenia, “arrivarono”, infatti, Giuseppe  (“Pinin”, 1928) e l’ultimogenito Angelo (1° febbraio 1932). 

 

“Pinin” fu il più sfortunato di questa generazione di Santagata. Morì di polmonite, dopo essere stato sorpreso da un temporale mentre passeggiava per Genova con i fratelli Francesco ed Eugenia e con “nonno Mannu”. Era il 1931 ed aveva due anni e mezzo.  
Fu sempre ricordato con commozione dalla madre Palmina, che pochi giorni prima del decesso gli regalò un paio di scarpine nuove che non riuscì mai a mettere.
 
Nello stesso periodo convolò a giuste nozze anche Angelo ed arrivarono anche i suoi eredi (attualmente viventi a Genova). Il 15 gennaio 1927, infatti, Angelo sposò Giovanna Vittoria Elisa Fassio, nata a San Pier d’Arena il 24 giugno 1905 da Alfonso e Giulia Bisso.
Il 4 luglio 1928 nacque il primogenito Alfonso Eugenio Antonio, che fu seguito da Giulio Emanuele Teresio Giovanni (3 settembre 1935) e da Salvatore Antonio Giuseppe Nicolò (8 febbraio 1939).      
Con la nascita di Salvatore (“Tore”), il "ricercatore" di questa "Storia", la famiglia di Emanuele ed Eugenia Poggi era diventata una vera e propria famiglia patriarcale di 13 persone. 
A causa dello stato di salute di mamma Giovanna, “Tore” fu allevato fin dai primi istanti dalla “zia Lia” (così sarà chiamata da tutte le persone che la conobbero), che lo andò a prendere all’ospedale e da allora lo accudì come una madre. 
 
A Genova vivevano anche gli altri due fratelli “superstiti” di Emanuele ed Angelo: Antonio e Davide .  
Antonio, proprietario di una casa di spedizioni in porto, abitava con la moglie Isabella Rej (ved. Tornaghi) e con la figlia di lei Lina Tornaghi;
 
Eugenia, Angelo, Alfonso e Francesco con nonno "Mannu"
 
Davide, cameriere di bordo, era tenuto un pò in disparte dal resto della famiglia (in realtà i fratelli e la madre lo aiutarono spesso), a causa del suo vizio di sperperare nelle osterie genovesi i soldi guadagnati durante i periodi di navigazione.
Genova 8 maggio 1940  

 

Emanuele ed Eugenia con figli e nipoti 
il giorno del loro 50° anniversario di Matrimonio 
 
da sinistra in piedi: 
Angelo e Giovanna Fassio, Antonio ed Isabella Rej,  
Emanuele e Palmina Miglietta  e Davide. 
 
al centro: 
Eugeni Poggi ed Emanuele "Mannu" 
 
seduti: 
Francesco, Eugenia, Giulio (coperto), Alfonso ed Angelo. 
 
    Con tante “teste” diverse le cose in “casa Santagata”, probabilmente, non sempre furono sotto controllo. “Mugugni” e malumori cessavano, però, in occasione delle feste natalizie, pasquali e nel giorno del patrono genovese San Giovanni Battista (24 giugno). In quest’ultima occasione si festeggiavano anche i tre compleanni di Eugenia Poggi, di Angelo Santagata e della moglie Giovanna Fassio. 
Lo stesso Angelo, con l’aiuto di Emanuele, comprava i prodotti più genuini dai clienti più fidati ed organizzava pranzi memorabili. Contrario ad ogni forma pubblicitaria e di mediazione che facevano lievitare i prezzi, Angelo, con il suo linguaggio particolare, diceva che un prodotto doveva essere “Manna, Mannite e Cannolo” (cioè genuino) e doveva passare direttamente “Dall’albero alla tazza” (cioè dal produttore al consumatore).

 

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