IL RACCOGLIMENTO
« L'uomo, dice Pascal, è visibilmente fatto per
pensare. In ciò è tutta la sua dignità. Tutto il
suo merito e tutto il suo dovere è di pensar rottamente. L'ordine
del pensiero sta nel cominciare dal proprio io, dal
proprio autore e dal proprio fine. Il mondo invece non pensa
mai a questo; pensa a ballare, a suonare il liuto, a cantare,
a far versi, a battersi, in duello, a tentare la fortuna,
a farsi una posizione, a farsi rè, senza pensare che cosa
significhi essere rè od essere uomo ».
Ecco un appunto che, gettato in fondo ad un caa-' getto,
poco elaborato, appena appena corretto, ha tot-? tavia una tale portata
da indurre a riflettere.
Noi siamo pensiero e il pensiero ci guida. Il segreto
della nostra esistenza sta dunque nel regolare i nostri pensieri, nel
rinvigorire in noi quelle idee che rispondono alla nostra vera natura e
al nostro fine, nell'iden-tificare la nostra anima con ciò che vi è in
essa di migliore, escludendo ciò che la diminuisce.
È necessario ineditare spesso Dio, pensare alla unità
della vita e alla sua esigenza di progresso, semplificare quelle idee
dei nostri rapporti e del nostro destino che l'andamento abituale della
vita rende complicate. La pianta sta a lungo al sole ed è così che
forma i suoi tessuti, elabora la sua linfa, il suo profumo, il suo co-;
lore; essa non è, per dir così, che luce trasformata:
allo
6 RACCOGLIMENTO
stesso modo l'anima operosa non è che pensiero che si
trasforma in opere, ed essa è nella via retta solo quando direttamente
o indirettamente trae la sua luce dal Sole divino. (^
Fissandosi su di un oggetto centrale — ed a maggior ^
ragione sul Centro universale — la nostra attenzione ';
vede come sprigionarsi delle irradiazioni,
delle onde,,' ;
che sempre più si allargano e si compongono in un si- '
; stema coerente, in cui il pensiero si arricchisce e si ? ;
organizza. La vita prende in tal modo possesso di se stessa assorbendo
quanto la domina, la circonda e le ' fornisce la sua legge.
Tutti pensano; molti, però, non pensano mai a ritor-;
nare sul proprio pensiero per controllarlo, riordinarlo,
;
correggerlo, se del caso; non rientrano sino
in fondo di:,;
se stessi, per ascoltarvi la voce delle sorgenti, dove
na"; -tura. Divinità, umanità individuale e umanità collettiva;
hanno pure la loro risonanza. Chi se ne occupa o si
propone di occuparsene? Col pretesto di agire si dimen-;
tica il significato dell'azione, si dimentica il fine
dell'azione, simili a quel viaggiatore di Marco Aurelio che, . lungo la
via, aveva dimenticato lo scopo del suo cammino. '
Ricercare un principio diretto che serva,
occorrendo,^ di segnale d'arresto e, sempre, di guida:
ecco la formula di una vita saggiamente contemplativa, e
che ben ne esprime le esigenze.
POTENZA DELL'IDEA 7
II POTENZA DELL'IDEA
Ogni idea, ogni immagine che dimora in noi, tende ad
impossessarsi di noi, a modellarci sul suo stampo. E come un meccanismo
interno che prepara una metamorfosi.
Già nel regno animale si manifesta questa legge. Si
può dire che l'ape è alveare, miele, ronzio e volo, poiché è
costituita, psicologicamente, dalla rappresentazione di queste cose,
ricevute con la nascita e che trasmetterà ai suoi discendenti.
In noi le rappresentazioni utili non sono innate;
dobbiamo acquistarle, immedesimarcene, ordinarle nella loro grearchia
sotto il dominio del nostro oggetto supremo. La loro acquisizione,
quindi, equivale per nói ad una specie di vera autocostruzione.
Il mistico utilizza tale plasticità dell'anima e tale potenza dell'idea
per «conformarsi a Gesù Cristo», sperando di poter dire un giorno con
l'apostolo: Non. sono più io che vivo, è Cristo che vive in me;
nei momenti di più alta con-centrazione si sente, per così dire,
struggere al fuoco dell'immagine ardente che porta nel cuore. Al
contrario, il mondano diventa mondo, ed il sensuale diventa vizio,
proprio a causa delle rispettive rappresentazioni che, provocando
inevitabilmente degli atti, via via si rafforzano.
« Credo che, se si guardasse sempre il ciclo, si
finirebbe con Pavere le ali », diceva Flaubert; guardando troppo alla
terra, non ci si lascierà crescere le zampe?
8 RACCOGLIMENTO
La nostra vita intcriore è un'invasione perpetua di
idee e di immagini e, se non vi opponiamo la nostra reazione, queste
idee e queste immagini determinano indipendentemente da noi, la nostra
attività nelle sue più lontane conseguenze.
Ma come reagire? Con la volontà? Ma se la volontà non
è che il centro di gravitazione, la potenza d'impulso delle idee
stesse!
Noi non siamo liberi contro le nostre idee. La nostra
libertà consiste solo nello scegliere le nostre idee e,
facendole nostre, identificarle per così dire con il nostro essere.
Penetrati da esse noi ne diventiamo gli schiavi, il che significa
esser schiavi di noi stessi, cioè liberi.
L'importante è sapere quali idee avremo eletto, a quali
idee avremo, in definitiva, lasciato libero dominio. Quelle che ci
vengono dall'esterno, anarchico, e, il più delle volte, tentatore,
hanno tendenza ad accaparrarci a profitto del male. Non si domina il
loro potere ae non opponendo un potere contrario, il potere di qualche
idea sovrana, di qualche punto di vista superiore che c'impedisca di
esserne completamente invasi.
« Una casa illuminata nella notte », tale, secondo il
Barres, l'ideale dell'anima vigilante. Vediamo di non sostituirvi la
nera notte, scambiandola per una luce abbagliante, solo perché la
popoliamo di vivide illusioni.
GLI OCCHI CHIUSI 9
III GLI OCCHI CHIUSI
Ogni uomo deve quotidianamente riprendere i contatti con
la propria anima segreta per riscoprirne i tesori. Bisogna, per questo,
rientrare in se stessi e chiudere gli occhi.
Spegnere i nostri sguardi, o, per meglio dire, volgerli
• altrove, sarà il nostro ultimo atto, ma questo atto decisivo della
morte ha bisogno di un impulso. Non è forse normale che ci stacchiamo
un po' da quello che dobbiamo lasciare per sempre, per vivere un po' di
ciò che sarà la nostra vita permanente? Chiudere gli occhi per tutto
vedere. Gli occhi aperti vedono così poco! I nostri rapporti essenziali
sono nell'invisibile, e nello stesso visibile vi è un segreto che solo
l'invisibile rivela.
Gli occhi aperti disperdono l'attenzione, gli occhi
chiusi la concentrano. Non si ha coscienza delle cose se non
costringendole internamente. A maggior ragione, non si percepisce il
significato del tutto, la sua forza eterna, se non nella notte della
contemplazione, ove il nostro giorno si spegne e nascono le stelle. La
vita ci nasconde la verità, come il giorno gli astri. I bagliori che
lampeggiano intorno a noi, i riflessi di noi su noi stessi, turbano la
notte sacra in cui la realtà si svela e Dio appare. Il primo sforzo,
dunque, è quello di guarirci da questo abbagliamento, poiché non si
ottiene il governo dei propri pensieri che misurandosi con essi dietro
le palpebre abbassate.
10 RACCOGLIMENTO
Ne questo è sognare ; il sognare ci turba e ci lancia
in balìa di quanto si agita in noi senza di noi; ma la meditazione ci
rende a noi stessi ed alla verità. Allontanati un po' dalla vita la
domineremo e potremo fissare noi stessi una regola al nostro 'cammino;
diversamente dovremo subirlo.
La maggior parte degli uomini non pensa affatto a tutto
questo, ed è uno dei motivi per cui così pochi vivono. Si ubbidisce a
degli impulsi, a delle spinte, a delle attrazioni, a degli
sdrucciolamenti dei quali non si è giudici; ci si lascia trasportare
dalla corrente senza riflettere che solo dalla persona emana una vita
personale, che l'inizio detrazione sappone la sua organizzazione, che da
quella prima realtà di vita prende luce
11 concetto de' suoi fini, la vista di ciò che noi
siamo e del posto che occupiamo nel piccolo o nel grande universo. Nulla
di ciò si vede aprendo gli occhi.
Il nostro universo astrale non è all'esterno.
L'astronomia spirituale non colloca i suoi osservatori sui monti della
Califomia, ma nelle coscienze. Basta che io abbassi le palpebre un
momento e guardi nel mio interno, aiutato dalla mia esperienza e da
quella del mio Cristo, testimone dell'altra sfera, e tutto sarà
illuminato.
Ma tutto non sarà detto in una volta. Il cambiamento è
la pericolosa e stupenda legge della vita umana, e rè". sta,
quindi, ad ogni istante la possibilità di riprendersi, di raccogliersi,
di riflettere per non interrompere il pensiero, di prendere nuove
decisioni per maniere la continuità del volere, di riprendere contatto
intcriormente con quello che amiamo per continuare ad amare.
L'essenziale, per mezzo del quale tutto comincia, tutto
si conferma, o tutto si perde, è sempre di vedere.
E per questo bisogna chiudere gli occhi.
MEDITAZIONE MATTUTINA 11
^ . .
IV MEDITAZIONE MATTUTINA
E soprattutto al mattino che il contatto deve essere
ripreso con le realtà prime e il pensiero deve riorganizzarsi, in vista
di riorganizzare a sua volta ciò che dipende dal suo potere.
Svegliarsi è rinascere. La nostra anima cosciente si
apre la via dalla carne in sonno come un tempo dal seno materno. Ci sta
innanzi la giornata, parte di una vita, vita in compendio, colma
d'istruzioni e di esperienze, di grazie, di meriti, di ricchezze umane e
di doni celesti, a condizione di affrontarla in completa chiarezza,
schiudendoci alle influenze che la guidano, come pianta al sole.
Alla vita spirituale più ancora che a quella temporale
si adattano le parole : « Colui che non si alza con il sole non
approfitta del giorno ». Io mi alzo, mi abbandono allo spirito di Dio
per ritrovarvi il senso delle cose, di me stesso e della vita. La mia
meditazione, è un'ascensione, una purificazione, uno slancio sicuro; mi
distacco da ciò che è inferiore a favore dell'eccelso e del supremo;
correggo i miei affetti, oriente i miei desideri, mi irrigidisco contro
le debolezze, raffreno nel pensiero gli eccessi, rinnovo il senso delle
cose divine e umane, ordinandole secondo il loro valore e secondo il
loro diritto alla mia stima ed alla mia attività. Tutto sarebbe confuso
senza questo discernimento: io lo riordino; tutto sarebbe disperso e
senza legame: io lo raccolgo. Penetro in anticipo dei segreti, scopro
delle ve-
12 ^ RACCOGLIMENTO
rità, riconosco delle verosimiglianze e svelo delle
simulazioni, prevedo e decido quello che devo fare e quello che devo
evitare, quello che devo sopportare e con qual animo devo accettare ciò
che viene dalla Provvidenza.
« Mi sono tracciato un'immagine delle sventure, e nel
mio cuore le ho già vinte » scrive quel brav'uomo di La Fontaine, con
idea un po' stoica, ma facile ad essere cristianizzata, purché
l'estendiamo dai malanni alle occupazioni ed ai rapporti della vita. Al
mattino medito per ricevere quanto durante il giorno ho la missione di
dare; ricerco la solitudine per abbandonarla. Destinato ad alzare, nelle
ore dello sforzo, le mobili saracinesche dell'anima, apro, nelle ore di
contemplazione, le porte scorrevoli di Dio. Non sono forse a mia
disposizione quelle barriere invisibili, che ritirandosi, lasciano
libero il passaggio al fiotto di luce e di forza che è nostra missione
distribuire?
Con il prossimo ci si consuma ; con Dio ci si rifa. Con
il proprio io ci si consuma ancora più irrimediabilmente, se si resta
al contatto soltanto della parte bassa dell'essere, dove l'istinto si
smarrisce; solo in un alto isolamento, in una specie di notte illuminata
da astri spirituali, la bestia strisciante in noi può trasformarsi e
mettere le ali. ;
Una zona di contemplazione è necessaria ad ogni giorno
ed è necessaria alla vita, perché tutta la nostra esistenza, con i
suoi oggetti, è come sospesa alla vita eterna, e la nostra anima, unita
al suo principio, rappresenta quanto vi è nel mondo di eterno.
LO SGUARDO SPIRITUALE 13
V LO SGUARDO SPIRITUALE
II nostro spirito è fatto per pensare e per indagare
nello spirito di Dio come Io sguardo di un cane fedele nello sguardo del
suo padrone.
Per poter incontrare la verità in qualunque campo, non
bisogna forse alzare gli occhi verso Colui che è la Verità? Le cose
non sono in se stesse quali ci appaiono S al primo incontro, ma quali
Dio le vede, ed il nostro I sforzo spirituale consiste nell'elevarci con
la ragione e i con la fede sino a questa alta visione, per farne la re-j
gola del nostro giudizio e della nostra condotta.
La realtà vera per lo spirito, è al di là di ciò
che, movendosi intorno a noi, s'impone un istante e subito si cancella;
si trova invece nella ragione ultima degli avvenimenti, in quel che essi
significano come servitori di Dio e del? anima, nel loro grado di
utilità o di pericolo in rapporto al fine ultimo. « Noi siamo legati
più da vicino all'invisibile che al visibile », scrive il No-valis.
Noi siamo immersi nello spirito e allontanandoci da esso ci condanniamo
alla cecità.
Come definiamo l'ideale? Giudicandolo con profondità,
l'ideale è come la proiezione in avanti di ciò che dietro a noi ci
spinge, al di sopra di noi ci guida, dentro a noi ci crea. Dio è
l'ideale stesso in quanto alla sua sostanza; è la causa di quel
riflesso che in noi ne continua il nome, ed è anche il termine cui si
tende —
14 RACCOGLIMENTO
conoscendolo, ignorandolo, o perfino negandolo —
attraverso bagliori che, senza ciò, sarebbero solo miraggi.
Dio si manifesta nel visibile e si riconosce in noi. Nel
nostro sforzo verso il visibile è Lui che si ricerca. Noi stessi lo
cerchiamo con la vita morale, col misticismo, con l'amore, con la
filosofia, con la scienza, con Parte e lo troviamo, quando queste cose
sono pure.
Di Cesare Franck si è detto che guardava il mondo
attraverso le vetriate che illuminavano il suo organo. Come aveva
ragione! L'organo è sublime perché cerca di esprimere tutte le voci
degli esseri; le vetrate lo sono quando proiettano in noi, in colori e
forme, in idee e in ispirazioni, le luci del ciclo. Il tempio, in cui
tutto si fonde e si perfeziona in armonia spirituale, in contemplazione,
in isforzo di nobile vita, è sublime della sublimità di quel tutto e
della sua propria sublimità che Dio stesso consacra. , .: Casi bisogna
osservare e vedere ogni cosa. Dal punto;
di vista della bellezza, della verità, della morale,
della vita mistica — in una parola della divinità — tutto as"
Bume un significato, e colui che si impadronisce di que-S sta chiave
segreta, si eleva, per questo solo fatto, al di sopra della immensa
maggioranza degli uomini; ma ^ non lo ferisce l'orgoglio, poiché
l'evidenza di questo giù-, dizio è tale, che non v'è anima illuminata
che non prova indicibile stupore vedendolo condiviso da così piccolo
numero di persone.
L'IDEALE, REALTA' SUPREMA 15
VI L'IDEALE, REALTA' SUPREMA
Spesso ci meravigliamo dei mistici, dei profondi
pensatori, dei grandi artisti, perché tentano di far dire alle parole,
ai colori, alle forme, ai suoni cose inesprimibili, delle quali essi
solo conoscono il segreto.
Il significato di tale meraviglia è espresso da Goethe
in questa frase profonda : « Le cose periture non sono che un
simbolo». Simbolo di che? Evidentemente dell'ideale, che, in
conseguenza, è dichiarato vera realtà, e l'annuncio del quale è il
simbolo. ?;
Pascal scriveva alla signorina De Roannez
(4" lette-:
ra): «Tutte le cose coprono qualche mistero, tutte le
cose sono come veli che coprono Dio. I cristiani devono, riconoscerlo in
tutto ». Qui il pensiero è completo. La realtà del creato è tutta
fondata nell'idealità di Dio, ed è dunque spirituale. Le cose sono
figlio dello Spirito, " sono comunicazione dello Spirito; rivelano
questo Spirito per mezzo della loro stessa essenza, ed appunto per
questo sono dei simboli. Se non avessero alcun rapporto i di
somiglianzà con la mente divina non esisterebbero;
nemmeno. Questa somiglianzà è il loro essere stesso in
tutto ciò che ha di significativo e di utile per noi : come fermarci a
queste immagini mutevoli dimenticando la causa prima della loro
stabilità? Ogni cosa è immuta-, bile in Dio ed in se stessa fuggevole,
caduca, quasi ine-r sistente. Le idee creatrici sono la sostanza, e le
forme:
create sono il riflesso. Ne consegue che nelle idee di
Dio
16 RACCOGLIMENTO
—- sia pur la coscienza a rivelarle o il Vangelo —
sono inscritte e la legge di ogni consistenza e la formula di ogni
progresso e il termine di ogni sforzo. Si crede che le idee siano in
noi; siamo noi invece in esse. Esse costituiscono un universo per il
quale noi siamo fatti, sul quale si modella grossolanamente l'altro, a
causa della materia; quell'universo che deve essere preso come
riferimento, affinchè l'universo comune degli uomini e l'universo di
ciascun uomo non si sovvertano.
Tutto questo oggigiorno è dimenticato od è la
ragione per cui si vedono tanti crolli.
Ci si rifiuta di vivere « in un altro mondo » credendo
con questo di irrigidirci nella fede in questo mondo. Ma così facendo
dimentichiamo che questo mondo non è che l'altro, sia pure nella sua
manifestazione imperfetta e caduca, che esso è una traduzione di cui il
testo è altrove, che il segreto di ogni miglioramento sta nell'eterno
presente delle cose e che la trascuranza di questo tipo permanente, di
questa cifra, assicura la rovina.
Che se dobbiamo crederci tanto più intellettuali quanto
più neghiamo l'Intelletto, perisca pure il pensiero così avvilito, nel
pericolo e nella immediata rovina del mondo! L'uomo intelligente
protesta contro una simile profanazione. Egli aderisce al motto di
Oxford:
| « Dio è la mia luce », perché ha riconosciuto che
in 1 tutte le cose l'ideale è il padre delle realtà valevoli e '
durature e che l'ideale è Dio.
IL PUNTO DI VISTA DI SIRIO 17
VII IL PUNTO DI VISTA DI SIRIO
Si ha l'abitudine, da Renan in poi, di caratterizzare
l'uomo che in .vista d'uri ideale domina le contingenze, col dire un po'
ironicamente : egli vede tutto dall'alto di Sirio.
Sirio è una bellissima stella, e domina a una bella
altezza; ma non è ancora abbastanza alta, ovvero lo è troppo. Essa
rappresenta una di quelle mezze misure che complicano i problemi e non
li risolvono.
Il punto di vista di Sirio si allontana dalla realtà
senza tuttavia lasciarci raggiungere l'ideale, poiché l'ideale
autentico è vicino: esso è intimo ad ogni anima e ad ogni cosa,
essendo Iddio stesso in una delle forme_ del suo pensiero creatore e
ordinatore, proposto alla nostra ricerca; ma l'ideale autentico è anche
infinitamente lontano, più lontano di Sirio, in quanto la sua
perfezione lo rende per sempre inaccessibile nella sua pienezza: si può
soltanto avanzare verso la sua luce.
L'abitante di Sirio si svincola dalle esagerazioni
passionali e dagli effimeri desiderii, ma questo è un bene parziale, se
poi dimentica che le nostre miseriole sono in relazione con il Tutto e,
in forza di questo loro lato eterno, assumono un'importanza tragica.
i. Santi, veri chiaroveggenti, sanno conciliare gli
opposti. Vedono dall'alto e insieme da vicino; giudicano in tutto dal
punto di vista di Dio e, proprio per questo, compatiscono _tutte_Je
miserie e tutte le meschinità, completamente dedicandosi a risanarle.,
Non trascura-
18 RACCOGLIMENTO
no nulla, sapendo che è ben piccolo tutto ciò che
inceppa la libertà del volo verso PUnico Necessario. Pensare rottamente
significa, dunque, sottrarsi alle circostanze della vita attuale, pur
senza disdegnarle; significa anzi trasfigurarle, ponendole nella grande
luce raggiante che tutto divinizza, dopo aver tutto purificato e tutto
classificato secondo la misura eterna.
Se un po' di riflessione ci distacca dalle cose e dalle
persone della cui futilità siamo convinti, una riflessione più
profonda riconduce ad esse il nostro pensiero e il nostro cuore, in
vista della possibilità di un servizio, in considerazione dell'utile
ovunque diffuso, in uno spirito di amicizia universale e di universale
stima per i valori che ci offre la Provvidenza.
Un amico dell'ideale non deve rassomigliare per nulla al
personaggio di Francesco de Curel « nomade/fra ciclo e terra», ma
all'idealista di Assisi, che tutto ama e da tutto si tiene libero, che,
come un albero, dona la sua anima alla terra e al cielo.
Un albero è una fiamma che si sprigiona in due sensi :
nell'aria e nel suolo, perché da entrambi riceve
nutrimento; così l'uomo che vive per l'ideale deve tenersi fra cielo e
terra, non come uno straniero, ma come congiunto, familiare, servo e
strumento dell'uno e dell'ai-, tra, incaricato di congiungerli in sé
per migliorarsi e per aiutare i fratelli, come lui terreni ed immortali.
LA VITA IN PIENA LUCE 19
Vili LA VITA IN PIENA LUCE
Noi, in sostanza, non viviamo che di luce. Non è forse
questa, anche tisicamente, una precisa verità? L'energia dei raggi
solari alimenta ogni vita, e, pur non assorbendo noi direttamente questa
energia, le piante l'assorbono e la fissano in gè e noi ci nutriamo
delle piante, o degli animali che hanno mangiato le piante, e così ci
nutriamo della luce del cielo.
A maggior ragione spiritualmente noi viviamo di luce :
quando creiamo un'idea, questa idea, a sua volta, ci crea, e forte di
questa entità nuova, ci trascina dietro^ a sé, come il fanciullo
trascina sua madre.
Uno spettacolo intcriore, simile ad un paesaggio
incantato che meravigliosamente attragga un viaggiatore, sveglia nelle
nostre intime potenze un dinamismo strettamente legato a queste
impressioni e pronto a fonderle in unità. Un nuovo universo sembra
nato; vasti orizzonti si distendono dinanzi allo sguardo, vie nuove si
aprono e sembra facile alla vita slanciarvisi, sfidando tutti gli
eventi.
Bisognerebbe, dunque, provocare deliberatamente questo
stato d'animo a beneficio della vita vera, nella quale ragione e fede
congiungono le loro luci.
Il tempo deve essere in noi diretto da una vita eterna,
intendo da quella vita del pensiero, che, rottamente orientata e
fortemente assimilata, genera l'azione.
L'etema verità fa parte del mondo, poiché il mondo e
in Dio e Dio si è manifestato nel mondo per mezzo
20 RACCOGLIMENTO
del suo Cristo e del Vangelo; ma noi non possiamo
percepire alcuna verità, se non ricreandola. in noi e per noi. Occorre
per questo Uno sforzo o una scossa, come un avvenimento grave, una
malattia, una rovina, una morte o un amore. Sotto lo stimolo il destino
s'illumina talvolta improvvisamente, la vita è inondata da una luce
piena, e con un ampio sentimento di libertà, sentiamo dinanzi alla
sorte che ci è preparata una lucida chiaroveggenza per scoprirla e il
coraggio per credervi, da cui deriva il coraggio di affrontarla non
ostante gli ostacoli, le prove, gli indugi e tutte le complesse esigenze
di generosità e di pazienza.
È bello vivere nella verità. Questo non significa che
una simile vista sia soltanto rosea, perché tutti i colori vi appaiono,
e il grigio e perfino il nero. Ma che cosa importano i toni in un quadro
di Rembrandt tutto intriso di luce.? E la luce ch'e tutto, e la luce ci
viene dal cielo.
Purtroppo, però, la vita scorre spesso senza
costituirsi, attraverso il pensiero rigenerato e divinizzato,
spettatrice di se stessa; giudice, guida illuminata, profeta. La
profezia, in questo caso, non sarebbe la facoltà di leggere nel?
avvenire, ma di leggere tutta la vita, la passata, l'attuale e
l'avvenire in quell'eterno presente che il pensiero superiore e la fede
ci svelano.
Perché questa creazione intcriore deve farci spesso
difetto? La nostra epoca affaccendata l'ignora disperatamente e per la
gran massa dei contemporanei il pensiero assomiglia ad un cattivo
abbozzo di paesaggio, in cui i primi piani sono di una verità
cruda, senza luminosità e senza orizzonte.
Reagire, vivere di luce per gè e per gli altri deve
essere il programma del cristiano e dell'uomo di senno.
LA VITA IN PIENA LUCE 21
La luce è una esigeniza di grandezza, di'rettitudine,
di superamento, di progresso. La magnanimità è per essa quello che è
la grettezza in uno spirito ottuso o incosciente.
Il fatto che lo stesso mondo dello spirito non è
accessibile se non attraverso i sensi è la causa prima di questa
disgrazia. Ma i sensi tendono ad abusare : per poco che loro si
consenta, occupano tutto il paesaggio; imperialisti, come ogni potenza
di vita, tendono a dominare ed a spingere verso i loro fini tutta la
nostra esistenza. L'uomo spirituale, che avverte il pericolo, deve
quindi sforzarsi a invertire le parti e obbligare i sensi, sog- '
giogandoli, a condurlo proprio dove vuoi arrivare: deve mutare la loro
luce inferiore in luce spiritualizzata, mediante quell'ardore meditativo
che si addice all'uomo che compie il suo ufficio di uomo.
La vita dei sensi è la vita della bestia; ora, quando
la ragione vi si associa e impiega i suoi lumi ad approfondire ed
estendere le esperienze sensibili spingendosi sempre più lontano nella
stessa dirczione, la vita col sussidio della ragione, invece di
spiritualizzarsi, si materializza con maggior potenza deleteria.
Dio volesse che l'integrità morale fosse per noi come
un bene sensibile e che l'attrattiva spirituale avesse lo stesso incanto
dei mutevoli oggetti che ci circondano! « La saggezza susciterebbe
degli amori prodigiosi — dice Plafone — se offrisse ai nostri occhi
una immagine così chiara, come quella della bellezza ». Certamente! Ma
l'incanto della saggezza dobbiamo noi stessi crearlo prima di subirlo;
esso può ben sussistere in sé; ma per noi non esiste che a costo di
un'evocazione laboriosa, in contraddizione permanente coi nostri
istinti.
22 RACCOGLIMENTO
La nostra anima è immersa nel mondo dello spirito come
il nostro corpo nel mondo sensibile; esitando di fronte alla sua strada
si lascierà forse sorpassare e trascinare dal suo compagno di destino
che non ha titubanze nel scegliere il cammino?
IX L'UNIVERSO NELLA CHIAREZZA CREATRICE
Quando l'uomo si è spiritualizzato, la parte più
intima di lui raggiunge senza sforzo quanto vi è di più elevato, di
più intimo e, in apparenza, di più inaccessibile al pensiero ed al
possesso dell'uomo comune. È questa la sua ricompensa.
L'universo non è un libro di cui il primo capitato
possa rompere i sigilli per godere una facile lettura;
l'universo è profondo e misterioso; i suoi secoli e i
suoi spazi ci confondono, i suoi procedimenti ci meravigliano e, spesso,
ci scandalizzano. Se nel sapiente e nel poeta predomina la ammirazione,
se nel gaudente predomina la paura, tutti provano dinanzi a queste
immensità e a questi arcani l'oppressione dell'impotenza.
Soltanto l'uomo spirituale, unito al suo Dio, « domina
gli astri » come fu detto del savio. Egli li domina non subendo le
attrattive della materia da essi regolata, sfuggendo all'oppressione del
loro mistero ed allo schiacciamento della loro grandezza.
La natura non è per noi matrigna, ma sorella, quando
abbiamo veramente Dio per padre. Non vi è limite alla libertà,
ampiezza, fecondità dei nostri rapporti, allorché siamo associati alla
Potenza prima, da cui tutte
LA NOTTE DEI SENSI 23
le altre dipendono. La saggezza « scherza » nel
creato, e noi pure siamo in diritto di scherzare con spirito di
ammirazione e di fiducia, di abbandono fraterno e di pace.
Pigmei di poche spanne o rè della creazione, per noi è
tutt'uno, perché grandezza e piccolezza spariscono allo sguardo di
Colui che non ha ne statura, ne forma, e che ci comunica tutto ciò che
è.
Nessun muro ci imprigiona o trattiene : innanzi a noi
tutti gli spazii si schiudono; nessun tempo ci limita: tutti i tempi
sono contemporanei per la nostra vita fissata nell'eterno; questa vita
meschina, fatta di avve-j^ nimenti mediocri e di ripetizioni monotone,
si eleva j f perché essa si àncora in Dio, nelle altezze dell'immor-j
tale Sovrano. . •j
Le miserie di questo mondo nulla possono, se assorbite
dallo spirito: povere fiamme impallidite nell'immenso splendore del
cielo. Il dolore e la oscurità si confondono; il loro mistero prende un
solo nome e non provoca che una medesima inquietudine e entrambe sono
vinti da un modo e svaniscono innanzi alla stessa luce : l'evidenza di
Dio li uccide.
X LA NOTTE DEI SENSI
II Bhagavad-Gìtà ci da questa formula assai notevole,
non ostante il suo orientalismo un po' vaporoso: « Quello che per tutti
gli esseri è notte, per l'uomo che si è dominato è un giorno in cui
veglia; e ciò che è veglia per gli altri esseri è notte per il
veggente solitario ».
24 RACCOGLIMENTO
La verità della nostra vita è per se stessa in una
luce abbagliante; essa è il vero eterno, che il «veggente», cioè
l'uomo cosciente di se stesso, ben riconosce. Ma rispetto agli altri,
che sono il maggior numero, questa luce è una notte. E questo perché
la luce appartiene « all'uomo che si è domato », al cuore puro
del Vangelo, a colui che non è schiavo dei sensi e non subisce il loro
potere tenebroso, atto a traviare tutto in noi.
A mezzogiorno, quando il sole è nel suo
maggior splendore, le stelle esistono, ma non si vedono: un velo di
luce ce le nasconde; allo stesso modo la chiarezza delle
evidenze terrestri, sottrae prima e poi spegno alla vista
del nostro spirito gli oggetti che gli son propri e poco per
volta, se non reagiamo, ci riduce allo stato di quella
talpa che, secondo scrive Victor Hugo, diceva, beffandosi degli
uomini veggenti : « Mi fanno ridere con il loro sole! ».
' Dio, del quale tutto il creato è come un
affioramento, una traccia, un contorno visibile, ha ben quanto occorre
per riassorbire la notte e il male nel suo seno. Basta essergli uniti e
tutto si trasfigura. Lo spirito che lo contempla abbatte tutti gli
ostacoli, lo spirito divinizzato dalla fede e dall'amore sorpassa tutti
i limiti e vince tutte le insidie.
Possa l'uomo in tal modo sognare il sogno stesso di Dio,
creare insieme con. Dio la sua opera e raggiungere i suoi fini,
ricostruire nel suo pensiero l'architettura dell'infinito e realizzare
nel suo cuore il regno dei deli! Questa è la sua grandezza.
XI
IL NOSTRO DESTINO
II paradosso dell'uomo è racchiuso nelle tré seguenti
constatazioni: una materia penetrata di spirito; una vita terrestre
chiamata, fin da ora, celeste; un destino temporale legato ad una
vocazione eterna. E il paradosso della nostra epoca, considerando che
tale è la natura dell'uomo, sta nel non tener conto che della parte
meno alta dell'uomo, nelPorientarlo verso la materia a danno dello
spirito, nell'organizzargli una vita compie" tamente terrestre, e
nel negare o trascurare totalmente la sua vocazione eterna.
Ma la vocazione resta. Non si può cambiare il piano
creatore, si può soltanto fuorviarlo a spese dell'uomo stesso. Ed è
proprio quello che avviene. A volerci colmare di soddisfazioni non si
riesce che a renderci anelanti, esasperati dalle competizioni, nauseati
e vuoti. Per volerci divertire nel senso più piacevole della parola, ci
si butta al « divertimento » di Pascal, vale a dire all'oblio di noi
stessi, allo sgomento e al suicidio morale, quando non si giunge al
suicidio fisico.
Un amico dell'uomo non può allora che gridargli con il
profeta: predite ad cor. Uomini, ritrovate il vostro cuore.
Quello che vi si offre è bellp e buono, ma non è sufficiente, non è
al vostro livello, non è del vostro mondo, perche lo'spirito non vi ha
la sua giusta parte.
26 IL NOSTRO DESTINO
Le gioie del corpo non conducono, malgrado qualche
giravolta, che al cimitero. La terra è piccola e non merita che la sua
conquista assorba un essere immortale. Il tempo che fugge è impari di
fronte allo spirito che resta, che è permanente al suo principio e non
ha oggetti adeguati che nell'eterno. « Amo i grandi disegni che sono
sempre incompiuti » dice un eroe della « Prin-cease lointaine ». Sì,
tutto questo è bello, ma più belli e più normali sono i grandi
disegni condotti al loro termine, perché rispondenti alla natura ed
alla capacità di quelli che li iniziano, alla loro vera situazione
spirituale, agli inviti del destino che ha nome provvidenza e, quindi,
ai loro voti espressi o segreti.
Tutto lo sforzo della nostra vita non è forse rivolto a
cambiare in realtà i nostri intimi voti che sono appunto tali solo in
ragione dell'impulso originario a noi dato dalla Causa prima? Siamo
creati, siamo lanciati \ nel mondo, il che è tutt'uno; il dinamismo di
un vivente fa parte del suo essere, e noi non abbiamo che da obbedirgli;
non solo, ma dobbiamo anche conoscerlo e imperlo a noi stessi nella sua
verità e, se fosse corn- ) plesso, nella sua armonia, con la
graduazione dei valori, / rendendo ossequio alla legge che regola quanto
in essa / è supremo.
Secondo S. Tommaso d'Aquino, le virtù morali non ^
hanno altro ufficio che « soddisfare convenientemente i le tendenze
della nostra natura ». Ecco di che meravigliare coloro che credono a
non so quale « caporalismo » 'morale o religioso.
Ma che cosa è la nostra natura? Ecco il
problema.
Accontentarsi della natura inferiore significa
fuorviare; abbandonarsi ad essa significa perdersi. I nostri viti-
LA DIVINA CHIAMATA 27
coli più profondi, gli oggetti delle nostre aspirazioni
più trepide e più pure, il nostro vero clima e, per conseguenza, il
nostro fine, tutto resta bandito da una vita così mutilata.
Se la sicurezza del nostro avvenire non riposa che nel
prestar fede alla parte migliore di noi stessi e alle realtà che le
sono congiunte, ben si comprende come un certo filosofo potesse
rispondere a chi gli domandava quale fosse il suo sogno : « Svegliarmi
».
XII LA DIVINA CHIAMATA
La grandezza dell'uomo consiste meno nella ragione e
nella libertà che nella sua vocazione; o, se si preferisce, consiste
nella ragione, ma a causa delle verità sovrumane che le si propongono;
nella libertà, ma a causa della scelta altissima a cui è invitata.
Pensare Dio e i misteri di Dio, vedere un giorno Dio e colla-borare fin
d'ora con Lui alla sua opera, ecco la sorte dell'uomo.
Non era dunque sufficiente che perorassimo or ora la
causa dello spirito : bisognava fare il nome della grazia. AI di sopra
dell'ordirae dello spirito, in Pascal, vi è l'ordine della
carità, come al disotto vi sono le grandezze della carne.
Dio chiama l'uomo a un sublime colloquio;
conviene che l'uomo risponda e non manchi
all'appuntamento : accontentarsi della natura inferiore significa
diminuirsi ; ma rifiutarsi al soprannaturale è un offendere chi lo
dona. Se non vi opporreste a un principe, come potete pensare di
rifiutarvi al Padre onnipotente?
28 IL NOSTRO DESTINO
Conoscendo la nòstra debolezza e la nostra
incommensurabile pesantezza, questo Padre fermo è provvido si assume il
compito di obbligarci ad essere grandi. Conoscendo la nostra
incoscienza. Egli decide per noi; sicuro della nostra volubilità
minaccia, e al tempo stesso invita; parla forte perché noi siamo sordi
e scaglia fulmini perché siamo ciechi. Pur amando ciò che brilla,
siamo freddi davanti a ciò che risplende e la nostra anima rinuncerebbe
ben volentieri alla traversata eroica, se non fosse costretta a cogliere
il vento favorevole.
Ma sempre la mèta è là, in una sovrumanità che
però, grazie all'intervento di Dio, è attingibile all'uomo. Noi non
siamo in nessun momento se non ciò che siamo con Dio: quando Dio ci
crea, noi siamo con Lui per esistere;
quando ci crea di nuovo nella sua intimità, noi siamo
con Lui per essere qualche cosa di Lui stesso, suoi figli di adozione,
suoi eredi associati a Lui per l'eternità, ma perciò stesso non siamo
che più perfettamente noi stessi e in questo sta la verità, poiché
ciò risponde al piano creatore. Rifiutarsi a questa perfezione dell'
essere sarebbe dunque sempre un essere infedeli a noi stessi ed a quella
vocazione che, come battezzati, portiamo in noi, come ogni essere
vivente porta in sé la vocazione della sua specie.
Quando si è capito questo, tutto si rinnova alla sua
luce. Ciò che si era pensato prima, ciò che si era vissuto: il
passato, il presente, l'avvenire stesso che si colorava delle vecchie
idee, tutto non appare più che un passato.
Questa visione, ripetiamo, è naturalissima in noi, come
cristiani, ma in se stessa è un miracolo; miracolo inaugurato nel mondo
e messo a disposizione di tutti nella persona di Gesù, nostro fratello.
LA VERA E LA FALSA FELICITA' 29
XIII LA VERA E LA FALSA FELICITA'
Riconosciuta la nostra natura e giudicata la nostra
situazione nell'ordine inorale quale ce la dimostra la nostra chiamata,
abbiamo il diritto di dire che è infelice solo chi vuoi esserlo ; chi,
poi, è felice non può senza. la propria volontà cessare di esserlo.
II nostro destino è interamente nelle nostre mani. Può sembrare un
paradosso, ma negandolo si negano i nostri presupposti, cioè si nega
tutt'intera l'economia cristiana. Per il cristiano nulla di ciò che
vale è di quaggiù; noi non assaporiamo che qualche primizia, ma
all'ora designata e nella sua__ forma più completa la felicità non
può mancarci ch.e per nostra colpa. Chi può strapparcela se l'abbiamo
avuta da Dio per diritto di figlio e come eredità? E chi ' può darcela
se non quello stesso Dio, nel tempo da Lui ' indicato, nell'ora della
manifestazione che Egli ci prepara? La nostra felicità consiste in un
pegno sicuro; l.a_™ nostra felicità è una speranza. In queste due
formule sta la verità della nostra fede, in rapporto a questo problema
di così angosciosa portata umana. Purtroppo, benché credenti, abbiamo
sempre difficoltà ad accettare tali conseguenze perché il nostro
cuore, credulo dinanzi alle. illusioni, è scettico dinanzi alle
realtà; sognatore quando desidera e critico spieiato quando possiede,
passa di oggetto in oggetto, sperando sempre, ma invano, di afferrare la
chimera. E il nostro ultimo gesto è ancora quello di tendere verso di
essa la tremula mano.
30 IL NOSTRO DESTINO
Non c'è da meravigliarsi. È uno di quei casi di
cecità davanti alla nostra struttura in cui il fisico predomina. Ma
liberate la vostra anima dalla materia; sempre più chiaramente capirete
che la felicità vera, per il viandante di questo mondo, è di essere
sulla via della felicità, di averne promesse sicure, di goderne, a Dio
piacendo, qualche fortunata anticipazione, ma non come bene per sé
sufficiente.
: Avevamo già imparato da Socrate che la coscienza
merita più fede, in fatto di felicità, di tutte le promesse del mondo;
che vi è maggior sicurezza a fare il bene e ad evitare il male anziché
gettarsi appassionatamente verso dei beni che sono forse dei mali, e
fuggire dei mali : che sono forse dei beni. Tutto ciò
ricorda il grido di San .Vincenzo de' Paoli: « Io non temo che i miei
peccati ». : II fondo comune a Socrate e al Vangelo consiste nel fatto
che, per la grazia e per la natura stessa, noi viviamo ad una
profondità che supera gli avvenimenti della vita, e l'intimo nostro ci
porta più in là di ciò che si vede e di ciò che si eaperimenta. In
realtà noi viviamo una vita eterna.
XIV L'ALTERNATIVA
In questo mondo non. vi è vero dolore; non ve n'è che
nell'altro; così non vi è felicità che nell'altro mondo, e quella che
godiamo quaggiù, è solo a titolo di anticipo e di speranza.
L'alternativa consiste dunque nel portarci verso IH felicità vera,
assecondando l'aspirazione
L'ALTERNATIVA 31
di una coscienza fedele, oppure di gettarci verso la
felicità immediata è apparente, anche a prezzo della suprema sventura.
-,
Da parte di Dio, questa scelta sorpassa il tempo. Il libro
della vita ove tutto è segnato, non aspetta lo scoccare delle ore e
da parte nostra, in proporzione della nostra unione con Dio e al
pensiero ed alla provvidenza Sua, si può dire che la scelta è
parimenti non soggetta al tempo. Fin dalla eternità noi decidiamo in
Dio stesso del nostro proprio destino, e quando l'orologio del tempo
darà il segnale, ciascuno di noi andrà al suo posto,. come
Giuda o come S. Paolo, concludendo l'alternativa.
Bisogna essere ben grandi per essere degli eletti ;
bisogna essere grandi per essere dei dannati; bisogna pure essere grandi
per provocare tutte le meraviglie e tutto il dramma del piano creatore e
del piano redentore, per svegliare il cosmo e nel cosmo la vita e nella
vita il pensiero e nel pensiero la grazia, per suscitare in favore della
grazia e per la sua restaurazione la mangiatoia dì Betlemme, la croce e
il prodigio permanente dei nostri altari e dei nostri tabernacoli.
Vi è nella virtù qualche cosa d'indefinito, che
suppone ed implica una scelta incondizionata, appoggiata dalla grazia;
nel peccato vi è una specie d'infinità contraria; ma nei due casi si
rivéla la nostra vera statura, che noi siamo tanto facili a
misconoscere.
Chi ci dirà quel che è in noi lo spirito, quel che è
in noi lo Spirito Santo? Bisogna bene che noi siamo al livello di Dio e
quasi « del suo mondo » per poterlo offendere o per amarlo, come vuole
che Io amiamo, quali figli e convitati alla sua mensa. Ali' abbrutimento
del peccatore corrisponde l'altezza da cui precipita. Una vetta, un
abisso.
32 IL NOSTRO DESTINO
L'alternativa ha quanto è sufficiente per spaventare o
esaltare, secondo l'animo. Quello che ci si propone è un duello
cavalieresco, in cui è posta in gioco la vita o la morte. L'eroe grida:
«E bello! », il vile trema di
i paura e la povera anima confida. Vergogniamoci di do-
; mandare che ci si tratti da straccioni mentre
siamotrat-
^ tati da figli di rè.
•-•>>> <c II destino è la scusa dei
deboli e l'opera dei forti », afferma un contemporaneo. E inutile
cercar scuse : con Dio possiamo sempre essere forti e crearci il nostro
destino.
XV • . IL RISCHIO
« Le anime si perdonò, dice Alcrneone di Coirono,
perché non possono unire il principio alla fine. Il principio è il
desiderio della felicità, la fine sarebbe rincontro con la felicità
vera. Lo smarrimento avviene lungo la • etrada.
Questo è il vero rischio. La fortuna è offerta a
tutti,, ma le buone fortune sono soltanto quelle di cui si profitta.
Davanti alla culla miracolosa di Giovanni Battista, i vicini domandavano
: « Che cosa pensate che abbia a diventare questo bambino? ». Ogni
culla umana, sempre miracolosa per l'effettivo particolare appello
rivolto ad ogni singola creatura (appello che è come un particolare
sigillo che contraddistingue ogni vita), pone la stessa domanda : « Che
cosa sarà di questo essere umano? ». Che cosa diverrà rispetto a
quell'assoluto in cui i valori decisivi sono fissati e segnano il finire
delle cose?
IL RISCHIO 33
Avrà successo o sarà sconfitto? Poiché è vero che
Gesù afferma: Vi sono molte dimore nella casa del Padre mio;
ma Io stesso si può dire delle dimore infernali.
Si_è detto che il capolavoro del diavolo consiste nel
far dubitare della sua esistenza, o, in ogni caso, di farai,
dimenticare: sicché la migliore fortuna dell'inferno e la peggiore del
ciclo è quella di essere ignorati, perché allora si agisce come se il
ciclo e l'inferno non esistessero. Ma essi esistono.
Non soltanto esistono come sbocco felice o funesto della
vita; ma come fatto permanente, che noi esperimentiamo solo alla soglia
dell'eternità non perché sia nuovo, ma perché solo allora ci si
manifesta in forma sensibile. Così la vendemmia è in primo luogo
connessa alla vite, e il vignaiuolo ne calcola il valore da un anno
all'altro. Accidenti favorevoli o avversi possono sopravvenire, ma
quotidianamente la natura lavora, l'uomo ne sorveglia e dirige Io sforzo
e alla fine i giorni di sole e di lavoro si accumulano nei tini
ribollenti.
Così ogni giorno il nostro destino si compie, ora
per._^ ora, minuto per minuto: compito che non s'interrompe^..' Anche
trascurato non sospende il suo corso, ma va da :
sé, in conseguenza degli impulsi precedenti; conferma i
suoi progressi; aggrava le sue deviazioni; non è mai nemmeno per due
istanti allo stesso punto, ma ogni atto_^ Jaorta con aè una promessa o
una minaccia eterna.
Ogni uomo, in ogni momento, compie un gesto che lo salva
o lo perde. JQuaIe risultato si prepara? Che ne pensa l'eternità china
sul tempo? Ecco la domanda che ogni esistenza pone durante il suo corso,
in ragione della sua natura morale.
Il tempo assegnato a noi uomini, non è un tempo vuoto,
un tempo segnato soltanto da un orologio, nel
34 IL NOSTRO DESTINO
quale accadano, qua e là, alcuni avvenimenti
significativi che l'avvenire addizionerà; il nostro -tempo è vivente,
|'/è noi stessi; e siamo noi atessi, viventi del tempo
che, vi-
V vendo, tessiamo la nòstra eternità.
O vivente che leggi queste parole, come vivi tu? Tu sei
rischio a tè stesso. Se tu vivi bene, sei già un eletto, non hai che
persistere e migliorare il tuo stato. Ma ae vivi male? i
XVI LA FINE ULTIMA
Perché s'insiste a chiamare « fine ultima » quella
che bì potrebbe semplicemente chiamare «la fine? ». È per indicare
che dopo quella non ve ne sono altre, che la vita non è in balìa ad un
eterno cominciamento, a non so quali evasioni, a prove sempre
rinnovantesi, a riprese.
Alcuni ricominciamenti son certamente previsti; noi
mutiamo e la nostra prova non sarebbe sincera, e il risultato non
sarebbe veritiero, se le riprese ci fossero rifiutate o misurate al
punto che non potessimo esprimere totalmente noi stessi. Ma l'ampiezza
di queste variazioni, delle quali Dio è giudice, è interamente
racchiusa in questa vita. Non vi è altra vita, salvo quella che noi
chiamiamo — e solo per analogia — la vita eterna.
L'uomo non è fatto per il cambiamento perpetuo poiché
mira a ciò che dura e ha bisogno di uno « stato » ;
la sua natura è attiva, ma non per questo instabile o
condannata a un incessante divenire; egli deve trovare quello che cerca,
ma se non lo trova deve perderlo. La alternativa non è indefinita, ma
conclusiva.
LA FINE ULTIMA 35
Quel che si chiede è che la conclusione sia nostra.
sarà salvato colui che « avrà voluto » essere salvato e sarà
dannato, non colui che avrà voluto essere dannato (nessuno lo vuole),
ma colui che « non avrà voluto » fare lo sforzo inverso. La china
fatale non ha bisogno, ahimè! di sforzo; solo l'ascendere costa fatica.
La fine ultima rivela ciò che si ha perseverantemente voluto.
Raramente ci chiediamo perché il paradiso sia eterno;
è questa una verità su cui rinettiamo poco perché
riteniamo sempre semplici le cose che hanno l'aspetto felice; ed infatti
lo sono purché siano meritate. Ma invece ci domandiamo molto spesso,
con paura, orrore o collera, perché l'inferno sia eterno. Il problema
è, in realtà, lo stesso.
Il ciclo è eterno perché si adegua a ciò che siamo
diventati Con la grazia, al bene che abbiamo conquistato, al « sì »
che abbiamo pronunciato ; quel « sì » decisivo, che esprime il nostro
vero essere, secondo il giudizio della provvidenza. L'inferno è eterno
perché deve adeguarsi al male che abbiamo commesso, che non solo
abbiamo fatto nostro, ma nel quale ci siamo quasi trasformati,
profanando la grazia, al « no » pertinace e perciò decisivo che Dio
ha letto, nella nostra coscienza, prima di chiudere la prova e di
comandare alla morte: Va!
L'inferno non può ucciderci. Siamo troppo grandi. La
pena di morte non è applicabile alla nostra anima. E poiché l'inferno
non può operare la nostra conversione, essendosi il nostro spirito già
fissato, essendo l'albero già tragicamente caduto e sradicato, col
venir meno della grazia, così l'inferno persiste eterno.
36 IL NOSTRO DESTINO
Noi esercitiamo una facoltà di sventura proporzionale
alla nostra facoltà di felicità, al nostro essere morale, alla nostra
capacità spirituale, alla nostra statura.
Domandare il perche dell'eternità del cielo e
dell'inferno è domandare il perche della grandezza dell'uomo.
XVII L'APOTEOSI
Gli imperatori deificati conferivano a se stessi l'apo"
teosi-Il cristiano, nella cella segreta della sua coscienza morale,
decide anch'esso la sua divinizzazione, che, una vòlta acquistata, il
Giudice supremo non fa che sanzionare.
L'apoteosi celeste non è che una manifestazione; essa
è l'eco del « sì » pronunciato all'appello della vita morale. Prende
il nome di «salvezza» a cagione del ri-' schio, « di ciclo » per la
sua altezza nella scala dei beni, di « beatitudine » perché è un
compimento felice, e di « riposo eterno » non per la sua immobilità
— essendo sovranamente attiva — ma perché mette fine all'inquie-'
tudine e fa cessare la ricerca.
Nella natura tutto tende a salire. L'apoteosi della
materia è nel vegetare, quella del vegetale nel sentire, quella
dell'animale nel pensare. L'essere pensante con" ', tinua
l'ascensione accedendo al più alto stato del pen-; siero che è la
contemplazione delle realtà supreme, e anzitutto, della loro sorgente.
Se poi un nuovo campo ci è rivelato ed aperto, se le intimità sacre, i
segreti della famiglia eterna, di cui tutta la creazione — questo
mondo esterno — non può essere che un riflesso, sono svelati a noi,
chiamati all'amicizia di Dio attraverso la
L'APOTEOSI 37
grazia, allora l'apoteosi è perfetta. Il terzo ordine
di Pascal è raggiunto, la carità sostanziale è nostra, noi siamo «
amore » in Dio-amore, siamo « dei » con Dio, noi regnarne per la
regalità di Dio, e da questa unità si sprigiona l'armonia eterna.
« Quale uomo — domandava l'Edipo di Sofocle — ha
conosciuto una felicità che non sia immaginaria, per ricadere nella
sventura dopo questa illusione? )). i -
L'uomo spirituale non immagina la sua felicità, per- »
che troppo grande. L'illusione non farebbe che dimi- ' nuirla a profitto
di ambizioni meschine. Il più piccolo);
successo scaccia la felicità vera, il più piccolo
piacere fc toglie la gioia completa, l'orgoglio trionfa a rovescio.;;;
Ed è perciò che si resta rassegnati nella sventura.
Quan- ;;
do poi sopravviene la vera felicità, la sventura non ha
più corso, essa non ha maggior senso della notte a mezzogiorno, o del
freddo nel centro di una stella.
Quaggiù, P illusione di cui parla Sofocle usurpa il
nome di speranza e le nostre speranze non sono, spesso, che il riflesso
dei nostri ricordi. Nell'eternità sono invece i nostri ricordi a
riflettere l'oggetto raggiunto di quella che fu già la nostra speranza.
Nulla più da sperare quando si è nel possesso, ma pure ci si ricorda
della speranza ritrovando in essa, in toni pallidi, ciò che ora splende
nel suo pieno fulgore, benedicendola per non aver disertato la nostra
strada e ringraziando Dio;
di avercela conservata, compagna fedele, guida e
conso-latrice alla quale nessuno rinunzia. Ecco perché i Santi 'V"'
votati all'« amore puro » sembrano sprezzare il cielo;| solo
perché già ne partecipano.
38 IL NOSTRO DESTINO
XVIII IL RITORNO DELLE CENERI
Quando le ceneri di Napoleone ritornarono da Sant'Elena,
in tutta l'Europa ai credette veder ricominciare le cavalcate
dell'Imperatore e risplendere di nuovo la sua gloria. Quando le nostre
ceneri si ricomporranno sarà una specie di vita che riprenderà,
poiché il cielo si animerà della nostra carne, anch'essa immagine di
Dio, creatura sublime, troppo spesso abbrutita e profanata, ma pur
sempre, in fondo, riassumente nel suo essere la vasta creazione.
Si crede la nostra religione nemica della carne. Quale
sciocchezzai Non solo la esalta per la eternità, ma fìii da ora la
divinizza come « tempio dello Spirito Santo » :
soltanto le vieta di sovvertire tutto con l'impetuosità
e' l'abuso degli istinti. La Chiesa non sottoscriverebbe questo verso di
Victor Hugo : « Mio Dio, quanto è grande l'anima e come è piccolo
l'uomo! ». E l'uomo, nel suo complesso, che è grande. L'opera di Dio
non si può scindere e nell'ora in cui giunge al suo termine i suoi
elementi si raccolgono, anche se alcuni di essi avessero dovuto subito
degli indugi a beneficio del tutto, in omaggio all'armonia della durata
in ciascuna fase e in tutti i campi.
Alla morte si lascia un cadavere, un cumulo di materia
in un'aureola di tenebre; ma al di là si trova tanta luce che la
notte della materia ne sarà, un giorno, tutta illuminata. Gli uomini,
resi tutti spirituali, rinasceranno ; ma rinasceranno come anime
collegate all'origine
IL RITORNO DELLE CENERI 39
di tutto, a Colui che chiama le cose che sono e
quelle che non sono. Quale inganno sarebbe un cadavere amato, se non
ci fosse una speranza! Ma io so che il mio Redentore è vivo —
proclama in nome di tutti Giobbe, PIdumeo. — Nell'ultimo giorno io
risusciterò dalla terra, e di nuovo riprenderò il mio corpo, e nella
mia car-
'. ne io vedrò Iddio, il mio Salvatore. Io devo
vederlo, io con i miei occhi, io e non un altro. Nel mio cuore riposa
„ questa speranza, "j.
L'affermazione è commovente. Non si può che approvarla
ad occhi chiusi, coscienti del mistero, certi pertanto di una certezza
che riposa sulle dichiarazioni del
• ciclo, sulla fedeltà della creazione, che non
ritorna indietro; sull'unità di questo essere vivente, l'uomo, die. non
può restare eternamente diviso; sulla testimonianza del Cristo,
risuscitato, nostro fratello; sul pegno della
'bianca ostia «moneta per l'eternità», come la chiama
Claudel. Della carne non rivivremo però le febbri; si spegnerà
; l'ardore delle passioni perché anche se
nobili e buone ;
dovranno far posto alla serenità dello spirito. Di
questo fuoco che si chiama «vita» dobbiamo concepire e:
: accettare una forma più pura, quella del roveto di
Mosè . che ardendo non si consuma : immagine di una vita inestinguibile
che in primo luogo è la vita di Dio, e che è, in Dio, la vita delle
creature, che Egli anima del suo eterno fuoco.
40 IL NOSTRO DESTINO
XIX LA GLORIFICAZIONE DELL'UNIVERSO
Lo Zend-Avesta definisce il cielo « luogo delle luci
-che non hanno principio ». Non vi è principio per le luci celesti.
Dio è etemo e in Dio la creazione stessa è eterna. Uscito da Lui,
perché si spiegasse come un'onda immensa nel tempio e nello spazio,
l'universo a Lui ritorna. In questo ritorno il creato assume una
completa evidenza, una immobilità che senza essere inattività, è
però la cessazione di ricerche, arresto di quei moti scomposti che
fanno assomigliare il cosmo ad un mostruoso ribollimento, ad un mare
sconvolto.
I nuovi deli e la nuova terra del profeta
daranno un giorno un significato agli enigmi dell'universo, allo stesso
modo che la salvezza individuale giustificherà le no- ;
stre vite dolorose imperfette. Il «perfetto»
dell'Essere completo deve venire. Tutto tende a questa spiritualiz—
zazione, a questa armonia, in cui ne il dolore ne il male hanno più
parte alcuna e la cui attività non è più « l'atto dell'imperfetto »
che cerca se stesso, ma « l'atto del • perfetto » che si esprime. Ai
cieli catastrofici della scienza, alla terra catastrofica della
geologia, alla storia catastrofica della nostra umanità nel suo insieme
e in ciascun essere, deve succedere uno stato di fissità conforme
all'ideale creatore: traccia autentica o immagine pura,
quali non sono mai ora le creature materiali o pensanti.
Quando un raggio di sole entra in una stanza, in se
stesso non si vede; ciò che si vede non è che la danza
LA GLORIFICAZIONE DELL'UNIVERSO 41
del pulviscolo dell'aria che riceve la luce e la rivela:
così la chiarità pura del pensiero creatore non appare
che indirettamente nel turbinio delle cose. Rispetto a questa chiarità
perfetta, tutti gli esseri variabili non rappresentano che un sistema
d'impurità; ma un giorno deve venire in cui la luce assorbirà i
pulviscoli, in cui la danza disarmonica del turbinio affrettato e
tormentato farà posto ad una coreografia regolare, ad un regno
dell'idea che ora si elabora, ad un tranquillo equilibrio di ciò che
oggi si esaurisce in convulsioni.
Una nebulosa a spirale è una fucina; una stella è un
tizzone che brucia e un pianeta è una scintilla spenta:
vedremo un giorno il prodotto di' questa fabbricazione
frenetica. L'universo nasce: e deve vivere; l'universo corre: e deve
arrivare là dove è diretto. Noi non sappiamo nulla dello scopo a cui
tende, perché sappiamo troppo poco del suo essere; ma con Francesco
d'Assisi l'amiamo, amando Colui che lo ha fatto. Noi rispondiamo per
esso a Colui che lo chiama e lo aspetta, come chiama noi tendendoci le
braccia. Insomma la casa ed il suo abitante hanno uno stesso destino :
anima, corpo, universo, non formano in verità che un tutto e abbiamo il
diritto di pensare che tutti i figli di Adamo che lo avranno voluto,
tutti i figli dei fratelli di Adamo, gli « Adami » — se ve ne
fossero — di tutti i mondi, si ritroveranno un giorno tutti insieme
accanto a Dio, in quel giardino di delizie che sarà allora
l'universo.
XX
CONOSCENZA DI SÉ
L'argomento del nostro destino mi ha trasportato lontano
; è tempo che io ritorni a me stesso. Il destino. è nelle mie mani e
dipende dal mio essere e dalla esatta conoscenza che ne ho. Devo quindi
interrogarmi e por-mi questa strana domanda: ^Chi sono? Sì; chi sono io
che non posso scendere in riie senza scoprirvi un poli-zoismo
spaventevole che sfida e pensiero e universo? In verità queste due cose
si corrispondono. Bisognerebbe che l'uomo avesse raggiunto la conoscenza
piena delle cose per conoscere se stesso, poiché le cose non sono che
le frontiere dell'uomo. Noi siamo nell'universo e l'universo è in noi.
Conoscere l'uno dei due e conoscere il tutto è una medesima scienza.
La mia domanda quindi non è vana. Chi sono?
Psicologicamente « un magma », moralmente una rete .-d^'in»"
ffuenze contrarie. Vi è in me un amico del bene e vi è anche un essere
fatto di orgoglio, di sensualità, di violenza, di pigrizia, di
menzogna, di duplicità che io non posso sconfessare poiché partecipo
agli atti di entrambi ed ai loro consigli segreti. Io sono ciò che essi
sono, eppure mi sento indiviso. Che mistero è mai questo? Quale dei due
è illusorio: il mio io che cerca il bene e nel bene aspira al meglio e
al perfetto, o il mio io molteplice e variabile che non arrivo a
distinguere ne dai
CONOSCENZA DI
SÉ 43
suoi simili, ne da me stesso? « Legione » -è forse il
mio nome? O mi chiamerò caos, pensando a quel miscuglio brulicante
dal quale tutto può uscire?
Una cosa è certa; che io son fatto per l'ordine. A
questa condizione soltanto si è « persona ». Chi"dun-que mi
rivelerà a me stesso, facendo della mia anima una « armonia » secondo
il voto della antica saggezza? Gli antichi parlavano di una armonia
umana, non sapendo che, per la verità che possiede, « l'uomo supera.,
nnfinitamente l'uomo ». Io che lo so devo ricorrere, per scoprire e
realizzare la mia unità, a Colui che è uno per essenza, che può
dunque unificare il mio essere unendolo a Lui, principio d'ordine,
verità che armonizza ogni pensiero, fine che ordina ogni desiderio,
termine che accoglie ogni azione e la sanziona. È per opera dello
Spirito di Dio che si illumina e si organizza il cuore, come la materia
vivente si organizza per lo spirito vitale. Dio è l'anima della nostra
anima. Senza di Lui sopraggiunge o persiste la notte inferiore e noi non
siamo che un cadavere. Morte o vita, incocrenza o chiarezza nella
tranquillità dell'ordine : ecco il dilemma. Quando mi sarò dato a Dio,
sarò in possesso di me stesso in tutta la verità del mio essere; ma
senza di Lui non so nulla d,i. me, stes.sR.: senza di Lui, in venta, io
non sono.
44 CONOSCENZA DI SÉ
\
XXI IL MISTERO INTERIORE
È necessario approfondire questo argomento; ne
dipendono troppe conseguenze perché sia lecito evaderne,
accontentandosi di sfiorarle superficialmente, anche se è doloroso
insistervi, anche se la maggior parte degli uomini vi si rifiuta.
Presentendo delle tristi constatazioni quasi tutti fuggono la loro anima
preferendo a questa dimora importuna la regione remota del «
Prodigo ». « Quale viaggio più lontano di quello che ci allontana da
noi stessi? », osserva Sant'Ami) rogio. Al contrario, invece, le anime
forti cercano di penetrare il proprio essere singolo per dominarlo, di
cogliere nelle parole di ordine e nelle intenzioni quella società
segreta che si definisce « uomo ».
Una donna scriveva : « II male ha in me radici
profonde; Io sento anteriore alla mia vita », dimostrando così di
consentire a guardare in sé; cercando, anzi, di sorpassarsi per
meglio» conoscersi. E aveva ragione. Il male è in noi, anteriormente a
noi, per eredità (a causa della razza interamente peccatrice e della
natura le cui potenze caotiche proseguono in noi le loro oscure lotte) e
per l'intervento di quei principi tenebrosi di cui parla l'Apostolo,
compagni ossessionanti, di inquietante doppiezza, che scimmiottano l'io
sino ad ingannarlo sulla sua identità e condurre così il giucco in sua
vece. Fortunatamente ci sono anche in noi le potenze del bene,
provenienti o dalle medesime origini, o da origini contrarie.
IL MISTERO INTEKIORE 45
Preso in questo vortice d'influenze, il nostro essere
morale si dibatte; riconoscendosi a malapena, la sua azione va a zi-ssag,
procedendo per oscillazioni, tentativi, pentimenti, riprese, seguendo
una traiettoria in apparenza voluta, ma che non è che la risultante di
infinite Contraddizioni. « Io me ne andavo, volendo, verso quello che
non volevo », scrive Sant'Agostino.
È spaventevole pensare che esistano uomini che si esauriscono
alla caccia di oggetti vani e che loro sfugga proprio quel
mondo inferiore dal quale dipende tutto il loro destino.
Credono veder tutto chiaro, e la loro anima non è che una
nuvola in cui nemmeno il loro sguardo penetra: si credono
saggi mentre — secondo l'espressione, fin troppo vera, di
Taine—- «a dire il vero, l'uomo è folle ».
Un tale accecamento ha qualche cosa di sinistro. Visto
improvvisamente dall'interno esso farebbe sussultare una creatura
vivente come davanti ad un periodo mortale. Ma colui che sa e veglia non
può spaventarsi di una simile situazione. È vero che lo squarciamento
intcriore è da temere, ma fornisce materia per un bei lavoro: il caos
può diventare un mondo. Lo scultore non ha innanzi a sé, per
conlinciare, la statua: davanti alla sua creta e al suo blocco, come Dio
davanti al caos, egli medita e riordina; e può sperare nel capolavoro.
E Dio, e l'eletto di Dio, che agiscono nell'universo intcriore come
nell'altro, possono aspettare con tranquilla, sicurezza il riposo del
settimo giorno,
46 CONOSCENZA DI SE
XXII DUE UOMINI IN ME
II caos intcriore per quanto di una molteplicità
estremamente complessa, presenta pur sempre due aspetti distinti: «Vi
sono in ogni uomo, ad ogni istante, scrive Andre Gide, due tendenze simultanee,
l'una verso Dio, l'.aìtra verso Satana ». Sono simultanee e questo è
il tragico. Ragione per cui Kant ha potuto pensare che nessuno al mondo
— noi dovremmo almeno eccettuare Cristo — ha mai compiuto un'azione
assolutamente pura.
Parlando di Satana, bisogna ricordare che il Maledetto,
per se stesso e senza il nostro concorso, non ha alcun potere.
L'influenza che gli si attribuisce richiede,, dunque, un altro elemento
che è in noi, che è « noi » e che si chiama, in linguaggio mistico,
« la carne », « l'uomo carnale », o, per contrapposto all'uomo
rigenerato che noi anche siamo, « l'uomo vecchio ».
La coscienza, come la superficie scintillante del mare,
è al confine di due mondi: quello detto dello spirito, ad essa
strettamente unito; quello della carne, che appartiene al mondo
inferiore e partecipa alle sue agitazioni. Le nostre tendenze
fondamentali rivelano entrambi questi poteri. Da una parte Dio si apre
la via operando mediante le nostre rette inclinazioni a realizzare il
suo pensiero creatore: idea della specie e idea dell'individuo adatto a
una determinata situazione, votato a un certo determinato sforzo, in
vista di un certo determinato risultato. Gli istinti di questo genere
esprimono la nostra filiazione celeste e la nostra fraternità
DUE UOMINI IN ME 47
con ogni creatura; sono eminentemente Costruttivi,
fattori oltre che del nostro sviluppo della edificazione degli altri,
individuo o gruppo, nell'antico significato di questa parola edificare,
logoratasi attraverso i secoli. Dall'altra parte, la vita della carne,
con le sue seduzioni incettatrici e gioiose, che al tempo stesso è
imperialista e anarchica — ogni vita tende a conquistare l'ambiente e
insieme ogni sviluppo particolare di una funzione, di un organo, di un
qualunque elemento, ha la stessa tendenza di attrazione a spese
dell'insieme — la vita della carne, ripeto, cospira contro lo spirito
opponendo alla sua legge quella che S. Paolo chiama la « legge delle
membra ».
Tutto questo è simultaneo e costituisce il doppio io
della tradizione morale, il mostro di Pascal. Si comprende
quanto il dover esperimentare senza soste una simile dura scissione sia
doloroso per le coscienze più alte. Sventurato ch'io sono; chi mi
libererà da questo corpo di morte? (Rom., VII, 24).
Vi sono anime che si tendono eroicamente e senza posa
nello sforzo di rimettere al giusto punto un centro di gravita che tende
incessantemente a discendere; ma la maggior parte degli uomini consente
alle cadute. Questo è il retaggio dei santi e dei peccatori, questa la
scelta che ci attende.
48 CONOSCENZA DI SE
xxm ACCECAMENTO E SINCERITÀ
^ «Osserva dentro di tè; — scrive Marco Aurelio; —
interna è la sorgente del bene, ed essa può sempre scaturire se tu
sempre scavi ». È vero. Non appena si penetra un po' a fondo
nell'anima, anche meno dotata, vi si scoprono relazioni eterne, istinti
superiori, una parentela con l'ideale morale; se l'anima ripiegandosi su
se stessa esercitasse questa esplorazione non farebbe le medesime
scoperte? Socrate lo pensava e trovava suffi";
cicute, per lavorare al bene, di farsi svegliatore di
anime.
Ma qui l'ostacolo è in un aggrovigliamento di fatti
inferiori che paralizzano l'io eterno e che non si pò-
: Irebbe sbrogliare se non guardandolo prima bene in
, faccia. Ed è proprio questo che non si fa. Noi non
siamo soltanto incoerenti, ma incoscienti ; non soltanto incoscienti, ma
accecati, per di più accecati con un oscuro
j segreto consenso, ciò che vuoi dire che non siamo
sinceri.
Sembra che si Voglia offendere l'uomo parlando così.
Ahimè! l'uomo offeso sarebbe, in questo caso, il meno autorizzato a
parlare di offesa, poiché in lui si mostrerebbe l'accecamento più
profondo. E vera per tutti e sopratutto per coloro che l'ignorano, e
più ancora per coloro che la negano, questa constatazione paradossale
soltanto nelle parole : « II nostro spirito si nasconde per ingannarci
e noi lo lasciamo fare nell'ombra ».
ACCECAMENTO E SINCERITÀ 4?
Assicura Marcelle Proust che dobbiamo sempre calcolare
nel numero degli estranei colui al quale mentiamo di più poiché è
quello dal quale ci sarebbe più penoso essere disprezzati: noi stessi.
Cosicché non ci sono nella letteratura conosciuta delle confessioni
veritiere: non ci sono che dei gridi virtuosi — nei santi •— e
delle sottili compiacenze in se stessi negli altri!
Ne conosciamo bene la ragione: l'osservarci
intcriormente non ci soddisfa ; la realtà che vi contempliamo non è
mai lusinghiera messa a confronto con il nostro ideale; a volte anzi lo
dileggia; preferiamo allora giudicare dall'altezza dell'astratto ideale
che abbiamo concepito, eliminando il fatto. Solleciti a giudicare gli
altri in conformità dei loro atti, preferiamo giudicare nói stessi in
conformità dei nostri desideri. E come siamo pronti a concederci il
beneficio di una intenzione retta! Negli altri questa non conta, ma per
noi è l'essenziale che appare, e ci deliziarne di questa apparenza che
è opera nostra.
Si aggiungano a questa abituale inclinazione gli stati
passionali provocati dalle circostanze, tanti valori dei quali un solo
getto basta, a volte, a tessere intomo a noi un'ombra densa come la
notte.
,11 rimedio? Bisognerà occuparsene più da vicino; :
ma è già un rimedio l'accorgerci di questo male;
intorno al quale la maggior parte delle nostre intelligenze tace. '
« Siamo prossimi al risveglio quando sognarne di
sognare », osserva Novalis: allo stesso modo noi siamo sul punto di
sfuggire al nostro accecamento volontario quando ne abbiamo un principio
di coscienza, che è già un parziale rifiuto delle nostre tenebre. La
coscienza completa sarebbe il risveglio prodotto dal ritorno alla
verità.
50 CONOSCENZA DI SÉ
XXIV' . SOTTO LO SGUARDO DEL PROSSIMO
Come dicevamo, nói non concediamo agli altri il
beneficio delle loro intenzioni,, ma cerchiamo imporre l'ammirazione per
le nostre. .Giudichiamo gli altri dai fatti, ma pretendiamo che ci si
giudichi dal nostro, ideale, come facciamo noi stessi, e distendiamo il
silenzio sui fatti. Così tutti sono più o meno ingannati, compreso
colui che inganna, e la nostra umanità vive immersa in un bagno di
menzogne dal quale emergono solo alcuni eroi.
La nostra anima è trasparente soltanto a Dio, il cui.
sguardo è simile a quei « raggi penetranti » che non conoscono
ostacoli; ma per noi la nostra anima e opa(w e colorata da tutte le
sfumature desiderate dal nostro < amor proprio e per gli altri esaa
è «camuffata».
Spesso non si trovano parole adatte ad esprimere le idee
o i sentimenti che passano nella nostra interiorità;
ma è assai più frequente e più grave il non trovare
idee o sentimenti che corrispondano alle parole o agli atteggiamenti o
al posto occupato nella vita! E nessuno può lusingarsi di sfuggire
completamente a questa ipocrita incoerenza.
Coloro che si credono i migliori, ad esempio i
cosi-detti «buoni», si chiamano così perché hanno la facoltà
e il piacere di giudicare i « cattivi » ; ma a loro volta non
si chiamerebbero « cattivi » se avessero la facoltà e
il piacere virtuoso di giudicare se stessi? Sotto vari
aspetti sono essi i veri cattivi, perché lasciano ad
altri
L'IO MENZOGNERO - 51
la cura di applicare, spesso purtroppo a rovescio, il
loro programma. E così il fariseismo o trionfa, o regna a metà, o
s'insinua, secondo il grado del male.
Noi vogliamo continuare negli altri la nostra esistenza,
grazie alla conoscenza vantaggiosa che altri avrà di noi. E un
desiderio legittimo e ciò che noi definiamo il giudizio finale
stabilirà questa diffusione generale delle coscienze le une nelle
altre, attraverso il mutuo apprezzamento del loro valore; ma tale
supremo giudizio realizzerà anzitutto una condizione: il rispetto alla
verità; e la nostra esistenza, apprezzata ora dagli altri in un modo
che ci lusinga, deve fondarsi sopra un'esistenza realmente virtuosa. Si
realizza così l'ordine: il bene è; noi ne abbiamo la felice sensazione
e questa sensazione si diffonde per solidarietà fraterna mentre bu
tutto vigila la compiacenza del Padre Celeste.
Questo godere la verità è una specie di ciclo, mentre
l'ipocrisia è un attributo dell'inferno. Proprio l'ipocrisia,
ripudiata, ma sussistente nel più profondo della nostra carne
peccatrice, rappresenta un malanno dal quale ogni figlio di Dio deve
desiderare ardentemente d'essere guarito. A chi si mette su questa via
bisogna gridare: «Buona fortuna» o meglio ancora: «Coraggio! »
poiché ne avrà grande bisogno.
XXV L'IO MENZOGNERO
Per il prossimo noi siamo un oggetto e uno
spettacolo esteriori : anche per noi stessi siamo un
oggetto ed uno spettacolo, ma questo spettacolo,
esperimentato e gustato, ci ossessiona col suo sapore
inimitabile e inco-
52 CONOSCENZA DI SE
municabile. Se dall'interno veniamo a contatto con noi,
siamo tutto per noi stessi; ma visti oggettivamente, fosse pure da noi,
siamo piccoli, poco stimabili. Una simile , constatazione non è fatta
per soddisfarci e da questo malcontento nasce la poca sincerità verso
la nostra persona.
' Ciò è tanto vero, che crediamo realmente di esserci
£ ; ingranditi e superati quando, con tutto un lavorìo
ingan-'^ nevole, siamo riusciti a curare l'apparenza, a crearci una ;:',
falsa grandezza, dalla quale ci lasciamo noi stessi ingan- ;';
nare per poter meglio ingannare gli altri. In simili
occa- ;
eioni siamo ben lieti di trattare gli altri come noi
stessi, e ci consideriamo come degli estranei, cui spetterà il '
privilegio di essere ingannati per primi, guide di quei ciechi del
Vangelo che se ne vanno in fila a cadere nella fossa.
Si modifica più facilmente la propria apparenza che non
la propria realtà. Noi da prima tentiamo, per ogni fine utile, di
modellarci astutamente il nostro essere;
poi, soddisfatti di questa immagine, l'adottiamo per
nostro proprio conto come per gli altri; contenti di dirci: io sono
così.
Il nostro essere inferiore, il vero nostro essere, si
aggira tra i suoi simili come gli dei di Omero, ravvolto in una nuvola
che lo sottrae agli sguardi. Ma Omero non dice che i suoi dei avessero
una nuvola intema capace di sottrarli ai loro propri occhi. Noi siamo
più che dei.
Se crediamo che basti essere spontanei per essere veri,
ci inganniamo in pieno. La nostra spontaneità non è che un falso io
ricoperto da una maschera e per strappare questa maschera occorre la
mano di un eroe.
Perché giudichiamo un'offesa il tentativo di chi vuoi
indagare ciò che avviene in noi e gridiamo alla viola-
L'IO AUTENTICO 53
zione-dei nostri segreti? Perché e profondamente vero
che viene violato il nostro essere intimo e veniamo costretti a prendere
coscienza di ciò che un altro vede, ma che noi non vogliamo vedere.
Questo è uno dei benefici della confessione che rende
chiaro l'errore protestante: confessarmi «a Dio» è ancora confessarmi
a me stesso ed io non mi ascolto. Quando interviene una terza persona
bisogna bene che mi ascolti se voglio parlare, e per quanto faccia non
posso soffocare all'interno il suono della mia voce. E proprio questo
ordinariamente infastidisce, ma proprio questo risana.
Oh! come siamo schiavi della menzogna, della Menzogna
prima! E come Satana è ben definito, in se stesso e nei suoi
proseliti, padre della menzogna!
XXVI L'IO AUTENTICO
Comprendere è sempre il risultato di una vittoria.
Comprendere se stessi, con la piena coscienza del proprio caso, della
propria situazione e del proprio essere, implica necessariamente una
vittoria su se stessi. Che cosa significa vincersi? Certo ne sminuirsi
ne, tanto meno, annullarsi. L'annientamento delle vivaci caratteristiche
della nostra personalità ridotta ad una media uniforme non arrecherebbe
profitto a nulla ed a nessuno. Bisogna ben essere noi per realizzare
ciò che è atteso da noi e che nessuno al nostro posto può fornire
alla Provvidenza. Vincerci significa elevarci, eliminando quello che ci
abbassa e raddrizzando quello che devia le nostre facoltà dal vero
scopo.
54 CONOSCENZA DI SÉ
Vincersi è ritrovarsi. Abbattuto il male, nostro
nemico, noi entriamo per opera del bene nel vero possesso di noi stessi.
Una cosa qualsiasi in buono stato non è forse puramente e semplicemente
questa o quella cosa senza falsificazione e senza ecarti? Ora'non
l'avremo mai abbastanza penetrato con attenta osservazione — è questo
nostro io vero e vittorioso che è in noi chiaroveggente. L'altro io,
quello falso, è sempre più o meno cieco e da esso derivano le frodi e
le ipocrisie che abbiamo denunciato, il rifiuto dei giudizi retti, la
parzialità in favore del nostro amor proprio e-delle nostre passioni
peccaminose.
Ma allora, non ne viene di conseguenza che per veder
chiaro ed essere completamente sinceri con noi stessi bisognerebbe
essere perfetti? E d'altra parte per diventare perfetti possiamo forse
mancare di sincerità verso noi stessi? Strano circolo vizioso! Ci si
domanda di acquistare ciò che è condizione preliminare di acquisto;
si richiede la luce in noi affinchè il sole intcriore
possa levarsi! Non si può negare che vi sia in ciò una delle tante
causalità reciproche della vita; ma proprio in questo la vita è
esperta. Essa supera il circolo : la nutrizione esige uno stomaco forte,
e la forza dello stomaco esige una nutrizione adatta. E ancora: che fa
la vita? Si inizia con una piccola forza di assimilazione : quella del
germe; s'accresce con la nutrizione, ed accresce quindi la nutrizione
stessa; di tappa in tappa l'essere vivente si nutre meglio e diventa
più forte. Così succede dell'anima nostra nella sua visione intcriore:
un po' di virtù e di sincerità all'inizio; uno sforzo continuo e
progressivo nei due sensi: sforzo per vedere, sforzo per liberarsi da
ciò che impedisce di vedere; ed ecco spezzato il circolo o per meglio
dire, eccolo passato dallo
VEDERSI IN DIO SS
stato « vizioso » allo stato « trionfante » ; eccolo
diventato esso stesso fattore di vittoria. Dio si è assunto il compito
di fornirci il principio; con noi Egli collabora alla continuazione, con
noi attènde la fine. È lui che vede in noi per mezzo nostro.
XXVII VEDERSI IN DIO
Eccoci finalmente al punto d'arrivo. Bisognava ben
giungere a questa affermazione: lo sguardo di Dio soltanto può vedere
nella loro verità le opere di Dio. È Lui che « nomina » gli esseri,
e Adamo o i figli di Adamo non possono « nominarli » che con Lui. Non
si può vedere un essere tale quale è senza vedere in esso il pensiero
di Dio, senza vedere Dio in questo Suo riflesso:
così che non si può guardare in se stessi senza vedere
Dio in sé. Bossuet ha avuto, ragione di trattare « Della conoscenza
Dio e di se stesso » : sono termini inseparabili.
; Tuffarsi in Dio con la meditazione e il distacco dai
sensi, significa ritornare alla sorgente ed imparare a conoscersi nella
luce del Creatore. Noi non possiamo giudicarci che tenendoci, per così
dire, infinitamente lontani da noi stessi, e cioè presso al ciclo,
perché la nostra verità è là, in seno allo Spirito infinito. Il
nostro essere è come il Suo nome, in una delle sue sillabe, un'idea
reale di lui, « un compendio sostanziale su lui » — dice Claudel:
bisogna bene prendere e l'idea e il compendio dove si trovano.
S6 CONOSCENZA DI SÉ
| «Chi vede da lontano vede bene; chi vede dall'alto
1 vede giusto » scrive Victor Hugo.
Nell'allontanamento delle passioni e dalle distrazioni e
nella elevazione a Dio è realizzata al massimo grado questa condizione
di verità e di precisazione, per la quale noi giudichiamo bene e di noi
e di tutto, con la giusta coscienza dei nostri legami, dei nostri mezzi
di azione e dei nostri ostacoli. Riconosciuto, così, che siamo legati a
tutte le cose in Dio, chiamati a possedere tutte le cose possedendo Dio,
percepiamo la nostra realtà profonda e totale. È un magnifico e
fecondo aprirsi di orizzonti. Ma se io meschino, intravedo questi
sprazzi balenanti adeguandomi per tal sguardo a me stesso e alla realtà
universale, è perché mi sono allontanato dal mio io passeggero ed
egoista, dominato da tutte le correnti di questo mondo, in modo tale da
esaermi appropriato, per vedere me stesso, lo stesso sguardo di Dio. È
Dio in me, che vede per me.
Oh! come bisogna che sia così! Se io mi vedessi, senza
Dio, con Rocchio di Dio, quale turbamento davanti alla mia terribile
nudità! Ma con Lui quale altra felice sorpresa di fronte alle mie
immense possibilità ;• ed alle mie risorse ! Dio mi dona la sua forza
con il suo i sguardo, e il suo cuore, il suo cuore benevolo ed indulgi
gente, fa sì che la sua verità mi liberi. Uno dei suoi benefici
secondari, ma incalcolabili è che in suo nome qualcuno, grazie ad un
amore reciproco, incarnando in qualche modo il suo sguardo e il suo
cuore, mi presenti in una immagine di Dio un'immagine di me stesso in
cui io possa riconoscermi.
XXVIII
DOMINIO DI SÉ
Non v'è quasi bisogno di meditare sulla padronanza di se,
dopo la conoscenza di sé: sono per così dire la stessa cosa. Io lascio
di possedermi solo se mi ignoro. Chi mai vorrebbe abbandonare il suo
vero io? È perché inseguo momentaneamente delle cose vane che io mi vi
precipito : credo ritrovarmi nel nulla perché mi eguaglio al nulla; ma
se mi sapessi grande non potrei che andare alla ricerca di cose grandi,
e, se mi giudicassi divino, correrei immediatamente verso Dio.
Questo Dio vorrebbe rendermi chiaramente cosciente della
sua presenza in me, farsi riconoscere e regolare l'andamento della mia
vita; ma nessuno gli schiude la porta. Egli parla, chiama, insiste; ma
le passioni, le mie passioni, fanno rumore, ed io non sento nulla e mi
lascio accaparrare dall'esterno. Il grido delle realtà chiassose copre
la voce dello Spirito che potrebbe giungere a me anche dall'esterno. Ed
eccomi trascinato, « distratto », dominato dall'impressione più forte
così che, appartenendo interamente al primo venuto, non posso
appartenere a me stesso.
Le nostre decisioni più importanti le prendiamo sotto
l'impero di stati d'animo non destinati a durare e nella confusione di
questa perpetua improvvisazione, seminiamo quello che non vorremmo
mietere e mettere nel granaio.
58 DOMINIO DI SE
E la nostra volontà perseverante che « arriva al
termine » camminando sempre in una stessa dirczione, precedentemente
valutata e forzando, in gran parte, la fortuna. Ma una volontà
perseverante è il risultato di uno sguardo chiaro ed ostinatamente
attento. Ignorando il mio vero destino perché ignoro me stesso, o
perdendo" di vista il mio vero destino perché perdo coscienza di
me stesso, finisco col dare alla mia vita una serie di piccoli fini
successivi, insufficienti, colpevoli o assurdi, e mi riduco uno sviato
ed uno schiavo del caso.
;
,, II valore di un uomo si riconosce al fatto che
egli "• può domandare a sé qualche cosa, sicuro di
ottenerla,
presupponendo che egli non domandi se non cose buo-i ;
ne. Essere capace di un dovere e, occorrendo, di un •lavoro ingrato,
vuoi dire essere già pronto a realizzare una vocazione, il che suppone
una piena coscienza di sé.
Eckermann dice di Goethe : « Si vede che egli ha in se
stesso il suo punto di appoggio e che è al disopra dell'elogio e del
biasimo ». Se si potesse dire così di ogni cristiano ! Se ognuno di
noi avesse in se stesso il I proprio punto di appoggio, e in esso
trovasse Dio, la s cui luce illumina le nostre vie rischiarandoci sul
nostro [.essere, manifestandoci i nostri vincoli, palesandoci le '
nostre risorse, smascherando i tranelli che tendiamo a |noi stessi, non
sarebbe la salvezza decisiva?
Una vita è un'anima che Dio conduce mediante se ;
stessa, grazie all'evidenza della loro vocazione eterna, nella
fedeltà attenta e nello sforzo paziente e costante del dominio di sé.
-
IL GENIO INTERIORE 59
XXIX IL GENIO INTERIORE
Socrate diceva di possedere un genio che Io preservava
dai passi falsi; Schopenhauer ha parlato di un genio della specie, che
in ciascuno veglia sulla stirpe e sul suo avvenire. Ogni cristiano ha in
sé assai meglio:
un genio dell'Essere, un genio universale che può
armonizzare la sua azione con quella dell'anima, con tutti e con tutto,
senza deviazioni funeste. Noi abbiamo riconosciuto in noi ciò che ci fa
di Dio; ma qui intendiamo un'influenza più vasta, benché essa
coincida, parzialmente, con l'altra e si riferisca allo s,tesso soggetto
eterno.
Goethe ha osservato che raramente adottiamo i mezzi
adatti ai nostri -fini, che prendiamo raramente la strada buona. Il fine
ci è tracciato da un intcriore istinto; ma la ragione e la passione si
disputano il cammino. Che cosa occorrerebbe perché trionfasse la
ragione? Perché non è sempre possibile che la passione abbia a cedere.
Bisognerebbe ricordarsi che il risultato dipende anche dall'altro
estnemo. Pur sussistendo la passione, l'effetto sarà corretto e
l'istinto è più forte. Quale istinto? Quello di Socrate: la coscienza;
quello di Schopenhauer: la coscienza non più soltanto di sé ma della
propria stirpe, al contatto della quale si svegliano in noi delle forze
native concordanti. Se fossimo soltanto degli individui e degli uomini
il nostro istinto potrebbe arrestarsi a
60 DOMINIO DI SÉ
questo punto; ma noi siamo figli di Dio, fratelli di
tutte le creature, eletti di Dio, chiamati a godere della sua amicizia
fino alla partecipazione intima dei suoi beni. Come tali dobbiamo
sentirci trasportati in una strada lungo la quale nessuna passione
individuale o comune dovrebbe poter arrestare i nostri passi o far
deviare il nostro cammino. « Nel cuore di ogni vivente — dice il
Bhagavad-Gìta — abita un padrone che Io fa muovere per sua magìa
quasi dotandolo di un meccanismo nascosto ». Diciamo, piuttosto,
dotandolo di ali, poiché si tratta di sorvolare il reale immediato
verso isole lontane; il «perfetto» e l'« universale », in cui
crediamo.
Perché la nostra condotta si conformi al divino
richiamo è necessario e sufficiente che il nostro io profondo, su cui
la Divinità ha impresso il suo sigillo, ecciti e costringa Pio
inferiore. La « costrizione » è una auto costrizione, di origine
celeste, ma posta in noi e che si completa di inviti al progresso, cioè
all'eroismo.
In noi è il regno di Dio; lo Spirito universale abita
in noi; l'universo prende in noi coscienza del suo e nostro Padre, del
suo e nostro Dio, nella comunione di tutti gli esseri pensanti, nostri
fratelli. Se noi sapessimo <( realizzare » una tale visione, quale
potente stimolo ne avremmo! La luce che ne emana sarebbe sufficiente a
tutto, farebbe nascere dei desideri capaci di vincere tutto e noi
troveremmo in essa una inesauribile sorgente di gioia.
Ma chi ascolta il proprio cuore? La nostra vita
cosciente è un piccolo chiarore fra due notti: notte del mistero e
notte del nostro interno; e in queste notti non sappiamo muovere che
pochi passi. Rientrare in sé, assumere la coscienza di sé fino ad
oltrepassarsi, fino al tutto ed al Padre di tutto, fino alla Trinità
eterna, e
LA SOLITUDINE tìl
seguire l'indicazione che viene da questo io ampliato,
da questo io-Dio, sarebbe obbedire al vero genio umano, allo Spirito che
grida in noi: Padre! Padre! (Romani Vili, 15).
XXX LA SOLITUDINE
II possesso di sé, comprendendo in questo
termine anche tutto ciò che è Dio, esige la solitudine.
Soltanto in se stesso si trovano le proprie realtà,
mentre all'esterno non se ne trovano che i fantasmi.
Non è forse vera presenza solo quella in ispirilo,
provata per mezzo dello spirito? E la solitudine la permette in
ciò che essa ha di migliore, e, al confronto, la
sensazione della presenza ha ben poca importanza, i
Nella solitudine la vita si concentra e,
per ciò stesso, i| si accresce; si universalizza, si
distende in altezza ed il in profondità. Attraverso i]
facile diaframma dell'io, |1 tanto trasparente, quando non
è reso opaco dalla nostra polvere, si scorge la natura generale,
l'umanità fraterna e materna, e si ha il presentimento di Dio.
Quando mi abbandono all'esterno, io mi disperdo;
non posso quindi possedere ne me stesso, ne nulla. Ma se
mi concentro nella solitudine mi ritrovo con la mia vacuità bisognosa e
avida, la mia disposizione essenziale ad essere associato a tutti gli
esseri, associato all'unico Essere, e posso invocare tutto in me.
Concentrato nella solitudine, dico; perché anche fra
gli uomini e nel peggiore fracasso estemo io posso essere solo. Essendo
uno spirito, in entrambi i casi lo stato profondo dell'anima è identico
ed è questo che
62 DOMINIO DI SÉ .
rende pacifica e .feconda la solitudine o la società
degli uomini. , •':•-'•
Tuttavia una cura di solitudine effettiva è di tanto in
tanto necessaria! l'abbiamo già riconosciuto per quanto riguarda
l'inizio delle nostre giornate; ma ancora in altri periodi bisogna che
vi provvediamo. Per quanto attiva possa essere una vita, l'ufficio di
Maria deve completare quello di Marta, perché se trascuriamo di
riprenderci rischiamo di dissiparci nel frastuono delle persone e delle
cose. Un velo di indifferenza deve di necessità cadere su degli scopi
ammessi affrettatamente, ma riconosciuti poi senza grandezza. Riguardo
agli scopi migliori, il modo di affrontarli, di giudicarli, di dispome
esige un uguale raccoglimento, perché Io spirito animatore delle nostre
opere deve venirci dall'alto : allora lo spirito vale più delle stesse
opere.
« Una camera piccola riconcilia lo spirito, — scrive
Leonardo da Vinci, — grande lo svia ». « Nella solitudine ci veniamo
edificando; con gli uomini ci consumiamo », dice un contemporaneo; e un
soldato burlone: «Avviene nella strada di perdere un luigi e trovare
due soldi ». Su questo punto tutte le esperienze concordano. Il Vangelo
le conferma consigliando al fedele di chiudere la porta della sua
camera, « poiché le tenebre sono all'esterno — nota Claudel
— e la luce è di dentro ».
Si dice che lasciarsi è un po' morire; a maggior
ragione è un po' morire quando si lascia tutto, momentaneamente, per la
solitudine. Ma qua e là una luce risplende, l'orizzonte si imbianca per
l'alba imminente, l'anima a « morire un po' » si purifica e diviene
più agile e lieve;
liberati dal sensibile ritroviamo tanto più facilmente
la pura essenza e la legge di ciò che abbiamo lasciato.
XXXI
MEDITAZIONE SUL TEMPO
f
Quale mistero il tempo! Che cosa è? Donde viene? Da quale lontananza
senza confini o da quale oceano di immobilità devo veder sorgere la sua
corsa? Alcuni filosofi l'hanno visto come una immane ondulazione
perpetua, come un sorgere e un perire, come un «ritorno eterno» senza
termine assegnabile in avanti o indietro, come un susseguirsi di cicli;
grande concezione, che volentieri la ragione farebbe sua. Ma i cristiani
vedono più ampiamente ancora, in quanto, pure rifiutando al tempo una
simile estensione, l'accrescono della sua sorgente. . ' •
II tempo è un ruscello che scaturisce dal ghiacciò
eterno. Quest'acqua viene da quel limpido cristallo (T lo riflette. La
sua purezza è intorbidata, nel fondo, dalle scorie della materia, ma
ancora risiede in essa un'ammirabile fecondità.
Il tempo segna ogni vita, ed ogni attività quaggiù gli
è sottoposta. Nel suo fluire porta gli umani che hanno vissuto, vivono
o vivranno, e il Cristo, loro primogenito, capo di tutte le razze, e la
Chiesa, madre comune, che pure per diversi titoli appartiene a tutte le
generazioni.
La croce che lo domina l'ha fatto sacro. La mia piccola
vita che è legata al suo corso, partecipa della sua natura augusta e
risente l'obbligo di non depositare in esso altro che cose sacre.
64 MEDITAZIONE SUL TEMPO
Intendiamo questa parola in modo vasto: è sacro tutto
quello che accorda al divino il suo posto primo e il suo ufficio
avviluppante in rapporto a tutto il resto. A questo titolo, perfino
l'oro, il «fango giallo», come lo ai è chiamato, può rivendicare la
qualifica di sacro al suo stato, l'ultimo fra le cose umane.
Quale grossolanità, prendere alla lettera la
definizione del detto americano: « II tempo è denaro! ». Passi come
motto scherzoso; ma come dottrina significherebbe che la vita si
riassume nel denaro, s'inabissa nel denaro. Diciamo piuttosto: il tempo
è bellezza, è verità, è virtù, è amore ed è speranza. Ammirare,
intendere, amare, sperare e far bene è vivere.
, II tempo ha in sé quanto vi è di più sublime in
ciò 'che passa e presagisce ciò che è eterno. Il tempo non è
soltanto una estensione, ma ha profondità in conseguenza dei nostri
legami immortali. Solo per colpa nostra potrebbe realizzarsi la
espressione delusa di Leconte de Lisle : « II tempo non ha mantenuto le
sue promesse divine ».
Il tempo non tradisce: non vogliamolo tradire noi:
amiamolo e veneriamolo ; non siamo di quelli che lo
profanano, usandolo male; di quelli che lo « arnmaz-,, zano » non
usandolo affatto ; di quelli che lo dissipano, ' impiegandolo in
nonnulla; di quelli che lo sovraccaricano facendosene i « carnefici »
come di se stessi. Il» tempo vuole la misura, essendo esso già una
misura inferiore delle cose. Il tempo vuole la serietà e la
profondità, essendo di sua natura un fluire inarrestabile in cui si
radica la sostanza immutabile delle cose, e che sgorga dall'Essere etemo.
IL SIGNIFICATO DEL TEMPO 65
XXXII IL SIGNIFICATO DEL TEMPO
Per ben godere del significato del tempo, bisogna
superarlo, occupare un'altura e meditare sull'eternità. Allora, il
tempo stesso diventa un'armonia e partecipa dell'eternità come sua «
immagine mobile ». Noi possediamo questo potere perché il tempo e, in
un certo senso, perfino l'eternità, sono omogenei al nostro spirito,
essendo in fondo anche essi spirito, partecipazione dello Spirito
creatore, o questo Spirito stesso. Tutti i particolari e tutti gli stadi
dello scorrere del tempo ci sono aperti ; questo scorrere perenne è una
« sfera infinita il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun
posto » e noi quindi siamo costantemente al centro. Allo stesso modo
che un centro raggiante domina tutta la sfera, perché ogni raggio
partito dalla periferia termina a lui, così noi possediamo, se
vogliamo, il tempo nel suo fluire.
Ogni regione del tempo, quando noi la studiarne, fa
sentire un rumore discreto; i tempi guerrieri suonano un'incerta
fanfara; i tempi religiosi fanno una musica da cattedrale; i tempi
sapienti o letterari pronunciano in noi delle sentenze di saggi; i tempi
di agitazione popolare ci lasciano un rumore di folla attraversato da
clamori. Così è della nostra vita: il nostro passato ci canta la sua
ampia sinfonia ricca di temi diversi; il nostro presente risuona come un
passo e il nostro avvenire ci manda già un rumore confuso. In ogni
66 MEDITAZIONE SUL TEMPO
periodo, passato, presente o avvenire, la vocazione e la
natura, l'umanità e Dio possono avere eco.
Nulla ci sfugge se non ci sfugge Ristante
che passa;
l'istante che è tutta 1' attualità del tempo ; che,
solo, fonde in sintesi nello spirito le frazioni fuggenti; che è,
dunque, il punto per il quale possiamo afferrare il tempo e farlo
nostro, invece di lasciarlo sfuggire come un'acqua che non abbia
serbatoio, trovandoci poi vuoti, noi che non popoliamo la nostra vita
inferiore che della sostanza del tempo.
La maggior parte delle vite scorrono più o meno
nell'incoscienza e non sono quindi vere vite, ma fenomeni nella vita
generale degli esseri.
Molte altre sono ad eclissi, con periodi di chiara
attività e periodi oscuri. Una vera vita è una unità cosciente, una
fusione di un sol getto e non permette che l'eclissi dell'ultimo sonno.
Lo sforzo da fare è quello di raccoglierci ad ogni
momento in un presente ricco di passato e di avvenire, ricco sovrattutto
dell'eternità aderente ad ogni istante che fugge. Pur essendo nel
tempo, noi possiamo vivere come se fossimo al disopra del tempo e in
possesso di tutto il tempo : possiamo partecipare allo scorrere del
tempo senza farne parte. Il guardiano della chiusa non va dietro al
flutto; egli osserva, interviene, ma resta solidamente piantato presso
la riva. Noi siamo spiritualmente, i guardiani delle chiuse del tempo:
vi è una riva dalla quale possiamo, con Colui che vi regna, guidare lo
scorrere della nostra vita.
I «TRADIMENTI» DEL TEMPO 67
XXXIII I « TRADIMENTI » DEL TEMPO
Quale traditore ci sembra quando, dissimulatamente,
senza avvertire il nostro pensiero e ancor meno la nostra sensibilità,
ci rapisce una dopo l'altra tutte le cose che ci appartengono, tutto
ciò che era la nostra ragione di vivere ! E per questo non ha neppure
bisogno di col-laborare con la morte. Esso stesso è una morte; esso
stesso fuga ogni cosa nel suo avanzare, come una prua di nave. Quante
volte ci è sembrato che la perdita di certi beni, di certe circostanze,
di certi esseri dovesse farci scivolare tra le ombre, mentre invece
tutto questo giace nel passato ormai spento, ma nel nostro proprio
passato, confondendosi con i morti in una stessa notte di oblìo. A
maggior ragione la Falciatrice e perfino la sua parentela sono fertili
in distruzioni. Morente, Luigi XIV, disse involontariamente : «
Quando ero rè » : la sua regalità non gli apparteneva più, ed egli
era an- :
cora lì, per alcuni istanti, a guardarla sprofondarsi
nel-'1 l'abisso. '
II tempo tradisce, apparentemente, anche in un'altra '
maniera. Tutto quello che esso travolge con sé manca veramente, solo
quando ci accorgiamo del fallimento delle promesse. « La giovinezza —
si è detto — profe" lizza per la sua stessa esistenza, essendo
ciò che sarà ». Sì, ma le sue profezie sono oscure e spesso -
smentite, come quelle della Sibilla, ed avviene della giovinezza delle
cose e degli uomini. Quanto al presente poi sarebbe sicuro soltanto se
il tempo si fermasse alla no-
68 MEDITAZIONE SUL TEMPO
etra preghiera. Non occorreva Lamartine per suggerirci
il desolato lamento: « Non potremo dunque mai sul-l'oceano delle età
gettare l'ancora almeno per un :
giorno? ».
Ma per tutti questi pretesi tradimenti vi è un rimedio
sicuro : quello di legarci con un vincolo robusto a ; • ciò che
sfugge all'azione del tempo. La verità, l'amore, l'arte, la saggezza,
il misticismo possono ben essere turbati nelle loro incarnazioni
passeggere o nei loro oggetti mortali; in se stessi essi sono al sicuro,
ed il lem-' pò li segna col sigillo della fedeltà. ;
Quale saggezza accettare le perdite, i distacchi, le
morti in nome di ciò che ci aveva uniti a quanto passa, perché, in
ciò che passa, avevamo considerato soprattutto quanto era immortale! E
quale saggezza prevenire il proprio disinganno, sapendo che non si può
ottenere quaggiù quello che si desidera, a meno che non si desideri, ad
ogni costo, nulla all'infuori di quello che sempre accade, perché è
eterno! ; ,
L'uomo chiaroveggente non può evitare la dispera- •
zione che con la fede in alcune realtà permanenti; ma almeno egli ha la
consolazione e la nobiltà di non mettere l'eternità dove non è. Se
saprà cercarla dove veramente è, avrà trovato il rimedio a tutti i
tradimenti del tempo che passa.
PER MEZZO DEL TEMPO DIO LAVORA 69
XXXIV PER MEZZO DEL TEMPO DIO LAVORA
E dunque vero che noi abbiamo a disposizione un rimedio
ai tradimenti del tempo; ma ve n'è anche un altro, più efficace, che
si chiama Provvidenza. Quando penso al mio passato, vedo un seguito di
avvenimenti che parvero susseguirsi senza ordine : volontà incerta,
rischi, incontri imprevisti, svolte felici o disgraziate.
i, Si dice « la vita »! Per « la vita » io intendo
una mol-H titudine di azioni incrociantesi fra me e gli altri,
benevolenze, odi o indifferenze, virtù, colpe, viltà o generosità che
mi hanno condotto dove sono. Nell'ordine del visibile e secondo il senso
umano, non vi è in questo che una logica superficiale: a piccole serie
coordinate succedono larghe zone d'imprevisto. Ma io so che il caso, per
quanto reale esso sia, non è padrone, non ha l'ultima parola: al
disopra Dio regno. Dio governa la mia entrata e la mia uscita,
come dice la Sacra Scrittura. Io non ero e il piano della mia vita era
già formato, erano previste le mie reazioni, Organizzati i rapporti fra
la libera azione e la fatalità esteriore o intcriore, fra quanto è
personale e quanto è anonimo.
Risalendo al di là di me stesso trovo un altro
concatenamento: quello delle generazioni che hanno preceduto la mia e
l'hanno preparata — con la collaborazione di tutta la natura — come
il mio passato personale prepara il mio presente; quello dei tempi
religiosi che permisero il mio battesimo, la mia vita cristiana e, lo
spero, la mia cristiana morte. Tutto in questa umanità spiri-
70 MEDITAZIONE SUL TEMPO
tuale e temporale aderisce a me, mi è contemporaneo in
Dio, è al mio servizio, come io sono al servizio di Dio. Tra Voi e me,
o mio Dio, nel gran fluire delle cose e degli avvenimenti, non si tratta
che della mia salvezza e della vostra gloria, perché per Voi ogni
essere è come se fosse solo, è un universo e un universo è un tutto,
in cui ogni parte serve a tutte le altre ed è servita da tutte le
altre.
Questo pensiero mi abbaglia: tutto il passato e
divinamente orientato verso di me; ogni avvenimento è un antecedente di
cui io sono il conseguente ; di ogni causa io sono l'effetto; tutto per
me è grazia. Che vi renderò, o mio Dio, per questo beneficio perpetuo,
per questo posto centrale, del quale sono così poco degno, in seno a un
universo fraterno?
Ecco che cosa vi renderò: vi renderò questo stesso
universo che mi avete dato, questo tutto che avete fatto solidale con me
e col quale, a mia volta, ini faccio solidale per lodarvi, per amarvi,
per rendervi grazie, per servirvi meglio che io, erede incosciente,
beneficiario ingrato, non abbia fatto finora, lasciando a Voi tutte le
parti in quel colloquio eterno che la vostra provvidenza mantiene con
ogni essere umano : Voi in cui tutti i tempi vivono, verso cui tutti i
tempi si affrettano.
NELLA DURATA ETERNA 71
XXXV NELLA DURATA ETERNA
Tutti hanno fatto l'esperienza che sembra vi aia molto
tempo quando il tempo sia colmato da molti avvenimenti. Ma è necessario
che sia nel nostro interno o per il nostro interno che si moltiplichino
gli avvenimenti.
Non è il fatto di essere nel tempo che ci da il
sentimento del tempo ; è la nostra molteplicità, la nostra dispersione
interna; l'assenza, cioè, di intima aderenza fra noi e gli avvenimenti.
Se noi siamo interamente interessati da un avvenimento — che sempre si
svolge nel tempo — non abbiamo più il senso del tempo. E questo lo
esperimentiamo in qualunque forma di estasi, sia mistica, intellettuale
o semplicemente curiosa. Quando, sia pure illusoriamente, incontriamo un
momento di pienezza, non sappiamo più se esso duri un'ora o
l'eternità; l'io, a contatto con se stesso, non ha età se non vi
pensa. Riguardo al passato ci si ricorda come di cosa lontana solo di
ciò che non è mai per noi veramente esistito ; quello invece che « è
stato » una volta non sarà mai più un semplice ricordo.
Bisogna però vigilare che sia soltanto il reale e il
prezioso che si distingue, per questa pienezza, dall'illuso-rio. Gli
avvenimenti valgono per i loro oggetti e noi stessi abbiamo un valore
che è relativo al valore delle cose che ci occupano. Dateci gli oggetti
della vera vita, quelli che valgono per se stessi: dateci Dio che li
riassume e li supera per la sua infinità e saremo in possesso di un
valore di durata infinita, fòsse pure per un"
72 MEDITAZIONE SUL TEMPO
secondo. Ma. nane forse questo che ci è offerto co-
fS
^, -•-^"-"^^^^^BisaA•;fcì!Bi;M•Ma*i^•»ait^a,a^I^WMi^^^
.-.,.»teii«l»aaa»
' staritemente / -
È un errore parlare dell'eternità come se fosse oltre
il tempo ; l'eternità è tutto il tempo. « II tempo è l'eternità
meno la presenza reale di Dio » scrive Chateaubriand. Ma prima della
presenza reale, vi è la presenza « in ispirilo e verità », e questa
presenza di Dio trascina con sé tutto il resto. Accoglie nel pensiero e
nel cuore gli oggetti divini, gli oggetti imparentati col divino e uniti
al divino, vuoi dire aver vinto il tempo nella sua durata effimera.
In questo mondo sembra a volte che i grandi avvenimenti
rivendichino questo privilegio, ma in fondo sono gli avvenimenti
permanenti, insensibili alla maggiore o minore attenzione dell'uomo, che
godono del privilegio, poiché sono quelli più vicini all'etemo.
Il tempo vale solo dal momento in cui noi abbandoniamo
ciò che esso distrugge e decidiamo di vivere solo per quello che
permane; se saremo uniti all'eterno, ogni minuto del tempo conterrà per
noi ciò che sorpassa tutti i tempi. Certo ogni minuto ci offre questa
possibilità e se noi riceveremo questo tesoro e risponderemo all'of-,
ferta che costantemente ci sollecita, il tempo sarà per j noi una
ricchezza sempre nuova; diversamente esso ci f trascinerà con sé, a
mani vuote, nell'abisso del passato I morto.
XXXVI
L'ARTE DI VIVERE
Di tutte Je^airti, la più difficile è
incomparabilmente l'arte JÌj_vivere, ed è quella per cui ogni uomo si
crede particolarmente dotato. Molti, che sono dotati in altìi modi,
magari eminenti, non sono in questo che puerilità e miseria: grandi
matematici che non sanno tenere i loro conti, grandi artisti, che
sprecano i loro giorni, filosofi « amici della sapienza » che non
sanno dove la sapienza si trovi, ne come si acquisti o si pratichi.
Saremmo tentati di pensare che il primo pensiero del
vivente sia quello di orientarsi nell'ambiente in cui si svolge la sua
vita, come fa ogni viaggiatore davanti al paesaggio che la carta gli
rappresenta. È la prima parola che ci ha detto Pascal. Ora, Pascal l'ha
osservato, questo è appunto ciò che a nessuno viene in niente di fare,
fra i sedicenti « viventi » che compongono il « mondo ».
i Si cammina davanti a se stessi e ci si afferra al
primo oggetto incontrato, alla prima impresa attraente o « utile».
Pochissimi pensano a domandarsi: «Utile a che cosa? ». Pochissimi sono
totalitari e quelli che pretendono di esserlo e che parlano di «
arrivare » restano ancorati nel parziale e nell'incoerente, per non
aver collegato il piano di esistenza da essi studiato coi suoi
antecedenti spirituali e col suo termine. Che cosa significa
74 L'ARTE DI VIVERE
« arrivare », per chi ignora o trascura il proprio
fine, e f quale senso decisivo è possibile attribuire alla
parola ? « agire », se non ai conoscono i motivi primi dell'azione? '
San Tomaso d'Aquino rifiuta di chiamare i nostri successi nel tempo
frutti propriamente detti dell'attività umana : sono dei frutti, dice,
allo stesso modo che la posizione di un mobile a metà della sua corsa
è un ri-noso. Il mobile va più lontano: dunque non è al termine;
come, dunque, avrebbe fin d'allora l'effetto di tutto il suo movimento?
Allo stesso modo non abbiamo i frutti fino a che germoglia la .pianta
umana destinata a'. achiudersi nel ciclo.
Ma questo suppone che ci sia proposti un determinato
destino; ma troppi sono coloro che non vi hanno mai pensato e a costoro
non si può che augurare buona fortuna nella ricerca, o, se non cercano
nulla, una felice occasione di inquietudine, una scossa benefica. Ciò
che più sorprende è lo stato di tanti cristiani, che a nessun costo
vorrebbero rinunciare a questo titolo, e che si mischiano con ardore a
coloro che « sono cristiani » e tuttavia, quanto al modo di vivere,
non hanno altri princìpi, altre massime o altri usi che quelli pagani.
Il cattolicismo è follìa per il mondo e il mondo è
follìa per il cattolicesimo; ma la follìa maggiore è un cattolicesimo
ridiventato mondano, imbevuto di spirito mondano, non respirante che
godimenti, successi, divertimenti temporali, o peggio, vivente in un
oblìo totale dello spirito del cattolicismo.
Ne uomo, ne Dio, ne uomo-Dio; ma Satana-Dio; ecco il
tipo ideale di un tale armento. Veda ciascuno quali i sono le tendenze
della sua vita e se facesse parte di una simile schiera ne prenda
coscienza senza veli ne sottintesi.
RAGIONARE E SRAGIONARE 7S
XXXVII RAGIONARE E SRAGIONARE
Si conosce lo stupore di Pascal, che era quello di
So-crate, e fu quello di tanti altri : « La ragione è la nobilissima
caratteristica dell'uomo; eppure l'uomo non opera secondo ragione! ».
La ragione ci distingue da tutto, ci mette al di sopra di tutto. Quale
mistero di grandezza! L'universo si supera in noi per contemplarsi, per
rischiarare le sue strade, e, senza dubbio — così parrebbe — per
rettificare il suo cammino. Come può accadere che , questo giudice non
giunga a giudicare se stesso, non riesca a guidarsi e rischi di far
progredire ciò che lo avvicina alla distruzione piuttosto che a un
potenziamento?
C'è da chiedersi se il mondo abbia rinunciato alla
ragione. Ma no, che anzi se ne proclama il culto a voce alta, le élites
le si attaccano febbrilmente e le folle l'adorano. Si vedono persone
stringersi intorno ad un uomo che non capiscono, il pensiero del quale
le sorpassa, semplicemente perché egli sembra esercitare la più alta
funzione dell'uomo, e quindi per solidarietà, autentica i loro titoli
di nobiltà.
Ma avviene questo. Si coltiva la ragione come uno
strumento di lavoro e ogni giorno ci da occasione, ammirandola, di
rallegrarci dei risultati in utili conqui-( ste. Tuttavia la ragione,
così usata, non basta a fare di colui che l'impiega un vivente
ragionevole. Una cosa è la ragione « spesa » e un'altra cosa è la
ragione soddisfatta.
76 L'AItTE DI VIVERE
Si può spendere la ragione per tanti fini;
ragionevolmente si spende soltanto per dei fini retti, quelli cioè
conciliantisi con i fini definitivi della vita.
Tré specie di realtà sono offerte alla ragione: quelle
al di sotto di sé, le realtà materiali; quelle a livello, le realtà
umane; quelle al di sopra, le realtà spirituali. Se la ragione si
attiene alla materia, ha un bei trionfarne, ma vi affonda; se si attacca
all'umanità, non può apportarvi o trovarvi da condividere che la
comune indigenza; al di sopra solamente è il suo fine. Lo spirito è
fatto per il mondo dello spirito; la materia non è che un appoggio e
l'umanità una compagnia fraterna in via di ascensione; ma il fine è al
disopra di tutti, al di là di tutto. Esso è ideale e aderisce all'uomo
che vive di verità, di bellezza, di bontà, diciamo in una parola:
di divinità, poiché è la Divinità che fonde ed
esprime in sé ogni ideale umano.
Utilizzare la natura e dimenticare il mondo
spirituale che fascia le forze del mondo, è un lavoro della ragione
contro la ragione, ed ecco perché siamo inquieti vedendo un immenso
paese rizzare dei « piani » di sviluppo materiale sulla rovina
dell'anima. Allo stesso modo aiutare l'umanità senza spingerla al di
là di se stessa, è perdersi con essa, donde l'illusione di un «
umanitarismo » senza fede. Consacrarsi tutti insieme all'ideale preso
come fine, ideale più puro della stessa esistenza, più reale, come
dicevamo, della stessa realtà è la vera vita, e la ragione stessa
nella sua essenza. «
LA VITA SECONDO LO SPIRITO 77
XXXVIII LA VITA SECONDO LO SPIRITO
JChe strana condizione la nostra!- Siamo nell'universo
per il corpo e_J^unryersQ, è in noiper lo spirito. Il nostro corpo che
ci lega all'universo ci tenta, Pobbedienza allo spirito ci arricchisce
del nostro tentatore e ce ne libera. È questo, nella sua sorgente
prima, e San Paolo l'ha colto bene, tutto il dramma della nostra
esistenza.
Che cosa c'impedisce di' aderire alle verità superiori,
di abbandonarsi ai nobili sentimenti, di attendere alle i, buone azioni,
se non il nostro attaccamento all'io inte-; riore ed a ciò che lo
incatena? L'uomo staccato da questo cieco egoismo a profitto dell'io
divino e dell'atmosfera spirituale in cui è immerso, è maturo per la
verità della vita.
Noi aderiamo alla terra più che alle nostre madri prima
di venire al mondo; vi aderiamo con un legame più solido di quello che
reggeva quella vita misteriosa, vita prima della vita, che abbiamo
lasciato. Chi spezzerà questo legame 'opprimente e assicurerà la
nostra vera nascita?
Il ciclo ci circonda come l'atmosfera circonda il
fanciullo nel seno della madre. Se noi non l'abitiamo, come vorrebbe
l'Apostolo, non è per una questione di distanze, ma di stato. Uno stato
d'anima libera, pura, innalzata al di sopra delle preoccupazioni terrene
è quanto inanca alla nostra vita secondo lo spirito.
Il regno di Dio è in noi,, dice il Signore; se
dovremo un giorno in qualche modo, essere eterni esteriormente»
78 L'ARTE DI. VIVERE
possiamo esserlo fin d'ora ulteriormente, vivendo delle
cose eterne. D'altra parte la colpa è nostra se la natura pesa su noi
opprimendoci con la sua massa, abbagliandoci con i suoi prestigi e
turbandoci con le sue sollecitazioni, perché ci poniamo e ci manteniamo
liberamente sotto la sua tirannia. Noi possiamo ottenere la liberazione,
anzi il dominio su quello che ci opprime. Basta che lo spirito in noi si
controlli, si affermi, si sviluppi, nella direttiva che è propriamente
sua, perché l'oppressione si annulli e tutto ci obbedisca. Siamo dèi
con Dio e terra con la terra e nulla in quella morte dello spirito che
è l'incoscienza.
La vita incosciente è ciò che non è; la vita del
corpo è ciò che sfugge sempre e sempre ricomincia; la vita dello
spirito è ciò che sempre comincia e non deve mai finire. L'uomo
spirituale si mette così al di sopra dei ritmi della natura, anche di
quella che gli è unita ma che continua ad essere per lui una cosa
esterna.
« Mentre il nostro uomo esteriore si distrugge,
l'uomo intcriore si rinnovella in noi di giorno in giorno ». (II
Cor., IV, 16).
XXXIX I CASTELLI DI SABBIA
« Chi lo crederebbe? — scrive Eugenio Delacroix. —
Quel che v'è di più reale per me, sono le illusioni che creo con
la mia pittura ; tutto il resto è sabbia mobile ». Le illusioni delle
quali Delacroix parla così sono veramente illusioni; ma il bello non è
una illusione; l'uomo che coltiva il bello considera la vita dal punto
di vista dei fini particolari; basterebbe che compisse il movi-
I CASTELLI DI SABBIA 79
mento per incontrare, con il bello morale ed i suoi
accrescimenti, il fine ultimo. Il resto « sabbia mobile », scrive il
nostro pensatore ; diciamo meglio « castelli di sabbia », vista la
puerile sollecitudine che vi porta la umanità incosciente.
« Non molestiamo — diceva Clemenceau — l'uomo che
alla vita sostituisce un sogno ». E veramente avviene che certi «
sogni » hanno più consistenza della (i vita ». È il caso del sogno
in piena veglia che si chiama spiritualità, di fronte ai nulla pieni di
pretese che occupano l'uomo positivo, quando non ha altra ambizione che
la terra.
Parlando di coloro che'aderiscono allo .spirituale, che
si sforzano di crescerei e di regolare la loro condotta su esso. Santa
Teresa scrive: «Solo questi mi sembrano i veri viventi. Coloro che
vivono la pura vita terrena mi sembrano talmente morti, che se il mondo
intero non fosse popolato che da essi non offrirebbe ai miei occhi
alcuna compagnia».
Morti che seppelliscono i morti: è l'espressione
di Gesù.
Egli ci ha portato, egli solo, uno spirito di vita, e
noi realizziamo il paradosso di adottare lo spirito del Cristo e di
concepirne un altro : due spiriti in uno stesso corpo! Due spiriti di
uno stesso essere, l'uno regnante teoricamente, l'altro di fatto, così
che l'edificazione del regno di Dio, che è propriamente l'opera del
Cristo in noi e intorno a noi, lascia il posto ai castelli di sabbia.
Castelli di sabbia le vanità, le ambizioni di ricchezza
o di successo, le raffinate ricerche di piaceri, se pure la sabbia in
certi bassifondi non divenga fango. ;,
Castelli di sabbia ancora, malgrado il loro nobile
aspetto, certi spiritualismi ormai chiusi, soddisfatti di
80 L'ARTE DI VIVERE
sé e che rifiutano di completarsi nella loro sola
ultima giustificazione, che è il divino.
Il pensatore, l'inventore, l'artista, il poeta, il
tecnico
Sdì alta specializzazione, il fervente della attività
politica, sociale, perfino assistenziale compiono un lavoro ^ che
appartiene alla vita secondo lo spirito e ne merita. * la lode non in
sé, ma soltanto se ha termine in Dio. E Dio il ciclo di questi cicli
umani ; senza di Lui essi ricadono sulla terra e non presentano più ai
loro abitanti che risultati insufficienti e caduchi.
XL L'UNITA'DELLA VITA
t Amici propone questo programma: «Chiudere il | tempo
nella eternità, gli amori parziali nell'amore su-| premo, la
molteplicità umana nell'unità divina». Unificare la vita in ciò che
essa ha di sovranamente pre-( zioso, procurare a questa vita un centro
regolatore e | rigeneratore vuoi dire darle una coerenza e una energia
che non saprebbe avere da sola. Noi siamo attratti in 'tutti i versi;
amiamo o no secondo gli incontri: il nostro tempo è una catena dagli
anelli disgiunti. Piccole volontà, piccole attività, gesti automatici
o spontaneità senza logica interna, nessuna concatenazione definita,
nessuna vocazione cosciente, non è forse questo l'andamento solito
delle azioni umane ? « Quasi tutti i giovani sono mor-tì », scrive
Andrea Suarès e intende dire che manca ^intensità) E donde viene
l'intensità dell'azione, se non cTa una unificante pienezza che getta
tutto l'essere in quello che fa? Se venisse da un'altra sorgente non
sareb-
L'UNITÀ DELLA VITA 81
be che passione arbitraria e funesta. La vecchiezza
dell'anima è una involontaria confessione: viene a testimoniare che non
abbiamo il governo della nostra esistenza, che i grandi valori umani non
hanno conquistato il nostro cuore, che viviamo un tempo senza eternità,
giorni sminuzzati e vuoti. Senza questo il tempo non ci abbandonerebbe e
non si sarebbe più vecchi a settanta anni che a quindici perché la
giovinezza non è una questione di età ma un clima del cuore.
j II tempo « che vede tutte le cose », dice
Sofocle, chic* || de di vederle dall'alto, e le raduna
mediante il pensiero Ite l'amore, i propositi e le iniziative.
Se si batte su una spalla a un uomo che veramente viva
per domandargli: « Che cosa fai? » deve poter rispondere : « Io
faccio questo in considerazione di quello, in vista di tale altra cosa
», avendo come motivo segreto, più o meno sottinteso, della condotta :
« Io cammino verso l'eternità ».
Siete contento della vostra vita? perché? siete
scontento? perché? la conoscete almeno? siete entrato in essa
più che in voi stesso? e, prima di entrarvi, per
camminarvi con passo sicuro, l'avete predisposta con Dio, pensata
in lui conformemente al pensiero divino che crea tutti gli esseri?
« L'uomo che non pratica l'unione divina non ha la
ragione », dice il Bhagavad-Gità. Come e dove trovare la ragione dove
manca il principio unificatore, il vincolo delle intenzioni e delle
risoluzioni, delle risoluzioni e dei fatti, dei fatti di ieri, di oggi e
di domani, del tutto con il fine sovrano.?
La ragione è lo strumento dell'ureo umano, e Wna
sovrano la guida. La vita iti uno e neìTUno è la sola degna
dell'uomo e apportatrice di speranza.
82 L'ARTE DI VIVERE
XLI LO SMARRIMENTO DEL NOSTRO TEMPO
E tanto più necessario ricordare a se stessi le leggi
della vita quanto più il nostro tempo sembra ignorarle tragicamente o
farne strame. Per questo il nostro tempo è così traviato! Il primo
bisogno dell'uomo moderno, dopo un solo momento di meditazione profonda,
dovrebbe essere quello di richiamarsi a gran voce dalla lontananza in
cui si perde. Quale distanza fra la vita vera e quello che noi abbiamo
fatto di essa! Una « barbarie ab intus » scrive Ferrerò.
Quelli che chiamiamo selvaggi ci sembrano meritare questo nome non
perché ignorano le nostre scienze o le nostre arti, ma perché vivono
più di noi in accordo con la natura.
Ogni sforzo della civiltà attuale tende a sviluppare
la ;vita umana esteriormente; utensili, decorazioni, como-
i;; dita, strumenti di piacere; e intanto si dimentica
la vita, che è un'attività intcriore. E come dire che ci si affretta
al mucchio dei debiti, alla fabbrica dei cascami, mentre l'uomo, che è
il prodotto, resta nella soffe-
: ' renza. Il Culto del godimento quotidiano, della
sensazione raffinata del benessere, del chiasso, della novità, della
rapidità è divenuto il culto di Moloch; l'umanità vi perisce, ma si
appassiona alla sua perdita. L'incoscienza è diventata endemica; non si
trova il tempo di domandarsi che cosa si ha in fondo al cuore; la
riflessione solitària, il silenzio, il pensiero disinteressato non
hanno più fedeli. Si produce; ma a che cosa serve il lavoro che non ci
fa vivere? Tutti i nostri lavori non
LE FALSE EVIDENZE . 83
ci varranno nulla, se non alimentano in noi la vera
vita, quella duratura e che, fin d'ora, ci eterna.
Vi è la scienza, la mirabile scienza, e la letteratura
anelante, e le arti. Come si vorrebbero lodare! E infatti, nella misura
in cui non sono contaminate, si lodano;
ma possiamo impedirci di dire che quello che preme anzi
tutto alla vita umana, non è ne la scienza, ne la letteratura, ne
Parte, ma il sentimento del nostro posto nel mondo e il senso vero della
vita? In questo l'uomo j del deserto ci è assai superiore, e davanti
alla sua cai-1 ma dignità l'agitazione pretenziosa del « civilizzato
» è { meschina.
« La civiltà tende a corrompere gli uomini, come le
grandi città a viziare Paria », scrive Amiel; ma è necessario che
tutto questo cambi. Il corso degli eventi ci costringerà fra non molto;
noi saremo quel torrente, di cui parla Leonardo da Vinci, che porta via
le pietre e la terra che sarebbero servite a deviare il suo corso.
Intanto lo spaventevole « divertimento » moderno deve essere
combattuto da ciascuno in sé. fi il mezzo a nostra portata perché
l'umanità si ricreda e, ad ogni modo, è l'immediato, urgente dovere
verso noi stessi che formiamo ciascuno una umanità.
XLII ^ LE FALSE EVIDENZE
La verità è l'evidenza del saggio; l'errore è
l'evidenza del passionale. Questo tempo di passione ha errori così
ossessionanti ch'egli se ne fa una gloria e un vanto nel momento stesso
in cui gli errori lo perdono. Par di ve-
84 L'ARTE DI VIVERE
dére quei prigionieri del Don Chisciotte che saltano a
corda con la loro catena.
Queste illusioni nascono da un sentimento che esse son
destinate a nutrire: nell'uomo moderno regna una esaltazione dell'io
umano, un orgoglio radicale, una indisciplina essenziale che è la causa
segreta dello smarrimento or ora denunziato. Un orrore satanico di ciò
che lo diminuisce, fosse pure in rapporto con l'infinito e l'eterno, ha
respinto l'uomo lontano da questi valori, da cui tutto prende norma. Non
li si vuoi più ricono- ' scere perché limitano le nostre pretese e
sembrano. intralciare i nostri atti. Si vuole il campo libero; si vuole
potersi approvare, ammirare, non sempre personalmente, ma più
orgogliosamente ancora, se è possibile, esaltando tutta la specie.
« Guardate come siamo grandi! ».
Da ciò al «non serviam! » e all'evidenza del proprio
diritto; da ciò all'impazzamento delle pretese ed alla sicurezza del
loro giusto fondamento, non c'è un abisso. Si distolgono gli occhi da
quello che ci ricorda il nostro nulla: il mistero, la morte,
l'eternità, l'ideale di perfezione morale, e soprattutto dalla
Divinità che ci vede, perché questo sguardo dall'alto ci misura e ci
giudica. Dopo questo sembra chiaro che le leggi della vita ci
appartengono, che possiamo disporne come tentiamo disporre della natura.
Infatti, convenuto che noi pigmei, insetti pensanti, nati in una muifa
del pianeta, siamo la vetta dell'Essere e il suo solo Signore, non v'è
nulla di più chiaro.
Ma questa è una pretesa folle. Gli spiriti potenti
delle riunioni popolari e dei ritrovi notturni se la godono;
si tenta perfino qua e là di stabilire « nuove
civiltà » su questa base! Dio protegga i traviati! Auguriamo loro
di'
IL PROGRESSO INTERIORE 85
riuscire a ritrovare se stessi, al proprio posto, sotto
la grande volta e sotto il ciclo vivente la cui sottomessa
contemplazione fa la nostra grandezza.
L'uomo, da solo, è un albero che produce legna,
s'in" cespuglia, imputridisce e non da ne fiori, ne semi. La linfa
feconda viene da più in alto. ,
L'umanità, ubbriaca delle sue evidenze terrene, dovrà
ricredersi; ma il cristiano illuminato se ne guarda perché ha per
evidenze quelle attribuite a Giovanna d'Arco quando si disse per
esprimere il suo duplice ordine di certezze armoniosamente
collegate : « camminava in ciclo sulla terra ».
XLIII IL PROGRESSO INTERIORE
Uno dei nostri scienziati ha detto : « Non è possibile
far schiudere una rosa, sparando sul bocciuolo ». Il mezzo per far
schiudere la nostra vita e renderla utile a noi ed agli altri, non è
quello di abbandonarci alle esteriorità, trascurando le sorgenti
nascoste, le radici e la linfa. Se la bocca parla per l'abbondanza del
cuore, anche l'azione parla e dice la ricchezza o la povertà
dell'anima, il suo orientamento, le sue volontà profonde e i suoi fini.
È questo soprattutto che bisogna purificare quando ve n'è bisogno e,
in ogni caso, è questo che bisogna far crescere.
Caterina Mansfield auspicava che la sua vita fosse « il
fiore della pianta che è stata seminata » ; formula bellissima,
essenzialmente cristiana, benché Caterina stessa credesse di non
esserlo. Il granello che è sfato
86 L'ARTE DI. VIVERE
seminato è l'essere cìie abbiamo ricevuto da Dio,
completo in tutti i suoi caratteri, compreso l'ambiente e le
circostanze. Il fiore deve venir fuori omogeneo, corrispondente alla
specie, alla varietà, alla individualità essenziale, se così si può
dire.
Una individualità è una creazione della natura e di ,
Dio. Il suo progredire e il suo fiorire sono opera comu- ;
^ne; Dio collabora con noi e con tutto; poiché tutto
è per : ;
gli eletti, compresovi Dio, per quel tanto per cui
Egli , si è mescolato alla sua opera. •
Noi abbiamo in noi stessi una vita creata, ma abbia- .
mo in Dio una vita increata, che è Dio stesso; più la prima somiglia
alla seconda e più noi siamo noi stessi, e più siamo resi simili a
Dio.
Il nostro Maestro non ci ha forse detto : « Siate perfetti
come è perfetto il vostro Padre celeste » ? Ciò si può intendere
umanamente: siate come uomini quello che il vostro Dio è come Dio; è
una proporzione, non un rapporto diretto, non la ricerca di una
eguaglianza impossibile. Ma questa formula si può approfondire. Essere
un uomo perfetto significa realizzare il pensiero che ci crea, il
granello prima d'essere seminato, direbbe Caterina Mansfield. Ora, ogni
pensiero, in Dio, è Dio stesso;
tutto, in Dio, è conforme a Dio. Di guisa che diventare
perfetti nel pieno senso della parola, sarebbe in certo modo
divinizzarsi.
Quanto siamo lontani da queste considerazioni! Crediamo
sempre di essere alla pace definitiva; quando cambiamo non cambiarne
persuasione, ma solo miseria. L'ossessione del nostro stato ce lo fa
considerare come una regola alla quale le fluttuazioni non tolgono nulla
del suo preteso diritto davanti a Dio e davanti agli uomini. Agisco
secondo il mio criterio: ma io, a che
PICCOLE COSE CHE SONO GRANDI 87
punto sono? « Maturare, maturare! — scriveva
Sainte-Beuve. — In certi posti ci si indurisce, in altri si marcisce,
ma non si matura ».
La saggezza orientale ci avverte bene, facendoci forse
vergognare, quando dice con lo Zend-A vesta : « Noi onoriamo il bene
migliore, quello della purezza perfetta, e il soggiorno perfetto dei
giusti, e la strada eccellente di questo bene perfetto ».
XLIV PICCOLE COSE CHE SONO GRANDI
« Si dimostra di essere poeta — scrive Goethe —
allorché si sa scoprire un aspetto interessante di un oggetto volgare
». Si dimostra di essere un uomo spirituale allorché si sa scoprire un
aspetto divino nel più meschino oggetto.
Una volta trovato Dio, è possibile che non lo si trovi
sempre dappertutto? È già un pegno poterlo ridurre a ciò che si
chiama grande. Lui che è estraneo alle nostre misure e nel tutto non
apprezza che la sua gloria che vi raggia sempre.
Nulla è piccolo, quando vi è in germe l'infinito, e
questo germe vi è sempre, in ogni azione fatta alla presenza di Dio.
Già nella natura, abbiamo osservato che l'avvenimento
comune è quello che contiene la più alta dose di mistero : la nostra
vita ritrova questa legge quando si tratta di appressarsi al mistero
vivente. Le grandi azioni son troppo speciali e troppo rare per unirci
in modo così efficace al nostro principio, riflettono troppo l'uomo,
88 L'ARTE DI VIVERE
dipendono troppo dal tempo, e sembrano, perciò, più
lontane dall'eterno.
È nel dare ad ogni momento il suo valore essenziale, e
non nel far brillare, fosse pure col più grande splendore, l'ora
eccezionale, che ai prepara nel miglior modo il proprio progresso e la
sua riuscita.
Nell'unità dei nostri sentimenti dominanti, tutti i
nostri giorni vagabondi si assomigliano : dove trovare una superiorità
che non sia nata da quei sentimenti indipendentemente dai loro oggetti?
Osservate un santo; non c'è realtà che non gli faccia
rivolgere il suo pensiero a Dio, e che non lo conduca a Dio; guardate
un'anima volgare: nessuna realtà desta in lei l'accordo col pensiero
divino. Felice chi sa alzare i veli della realtà quotidiana e scoprirvi
Dio!
« Quasi tutto proviene da quasi nulla », scrive Amici.
La medicina moderna tende ad affermare che la nostra . vita dipende meno
dal funzionamento degli organi maggiori, che dalla regolare secrezione
di alcune glandolo, i a volte minuscole. Così la vita morale e la vita
spiri-• tuale dipendono da elementi segreti e in apparenza .minimi
più che da azioni importanti ed esteriori.
Del resto, quanto a quest'ultime, bisognerebbe sapere
che valore hanno in rapporto ai grandi fini del mondo, e come Dio le
giudichi per la eternità.
La vita morale è una costruzione di cui gli avvenimenti
quotidiani sono il materiale: con lo'atesso materiale si può fabbricare
una bicocca, una taverna o un tempio,
La vita morale è un complesso nel quale si includono
movimenti utili, piccoli, grandi, insignificanti, febbrili, e vane
chiassose agitazioni. Si può essere l'operaio che mette in moto un
meccanismo di precisione, o un blocco,
ANCORA DELLE PICCOLE AZIONI 89
(" •
o una di quelle scimmie « che fanno sempre qualche cosa
e che non concludono mai nulla » (Abele Bonnard).
Camminiamo verso l'eternità e ordinariamente non
avanziamo a sbalzi o a slanci eroici, ma a piccolissimi paesi che le
nostre speranze rendono più grandi.
— . . '. „ XLV ., , . . . ANCORA DELLE
PICCOLE AZIOP^
San Francesco di Sales consiglia, quando si è soli, di
mantenersi « come sotto lo sguardo degli angeli ». Grande lezione per
chi intende santificare tutta la vita! Una impressionante nobiltà
invade un'esistenza vissuta con questo spirito fin nelle minime cose.
Non vi si vede forse un rinesso della grandezza di Dio ed il suo amore
presente? E quanta delicatezza in comunicazioni così atten' tè e
costanti! Quale muta intesa! Quale segreto fra noi e il ciclo!
Non vi è alcuna differenza visibile fra l'eroe che
pulisce il suo fucile, il disertore e lo sciocco che fanno lo stesso
lavoro; eppure essi appartengono a tré mondi diversi.
Sotto il cielo, con una scopa in mano, si può
appartenere al cielo, all'inferno e alla polvere.
« Fare le più piccole cose come se fossero grandi —
scrive Pascal nel suo « Memoriale » — a causa della niaestà di
Gesù Cristo che le fa in noi e che vive la nostra vita ». E proprio
questo il vero motivo. Non è possibile aver a noia le piccole cose o
trascurarle che per la mancata conoscenza del motivo che ce le rende
grandi: la maestà di Cristo nel quale noi le facciamo, e che le
considera sue.
90 L'ARTE DI VIVERE
Ci si eguaglia alle grandi cose solo se si trattano
con quello spirito che rende grandi anche le più piccole.
Nulla è indifferente nella nostra esistenza, perché
Dio ci ama nella nostra interezza, nell'unità del suo Cristo. E
nulla è piccolo di quello che offriamo, di quello che consacriamo,
perché, amandoci in Gesù, in ciascuno dei nostri gesti Dio vede tutti
interi noi e il suo Cristo, giacché l'amore, anima delle opere, è come
l'anima nel corpo : tutta nel tutto e nella minima parte.
L'amore ama le piccole cose perché in esse nulla lo impaccia,
e vi può regnare senza contrastare coi presunti valori che sovente lo
molestano senza che nessuno possa rimpiazzarlo. L'amore di Dio ama
specialmente ciò che non conta nulla, affinchè Dio solo conti e il
cuore che s'innalza verso di Lui e quel legame misterioso che un
pretesto basta ad annodare perché il suo vero motivo è Lui stesso.
Amo Dio, perché è Dio, amo Dio perché è me stesso,
come La Boétie amava Montaigne. Il minimo oggetto può esprimere questo
sentimento che basta a se stesso. Il minimo gesto lo soddisfa. Non vi è
bisogno ne di regali meravigliosi, ne di azioni eroiche. Quale
consolazione per le piccole vite! Quale lezione per le grandi! Solo i
sentimenti valgono. Nulla ha valore, nel dono, se non il donatore
stesso.
Piccole vite, sappiate quello che siete. Se volete, voi
siete le più grandi di tutte. Imparate dunque la vera grandezza, e
vivificate con l'amore ciò che, senza l'amore, è nulla.
VALORE DELLA SCONFITTA 91
XLVI VALORE DELLA SCONFITTA
Una fanciulla diceva: « Mi pare di avere le ali; mi
sento capace di fare grandi cose, e di farne anche delle piccolissime
». Questa fanciulla aveva capito che su tutte le cose piccole o grandi,
la nostra anima può posarsi, come l'uccello sul ramo. Ma che cosa
avrebbe detto ae un fulmine avesse abbattuto dinanzi a lei tutti i rami,
o se i rami uno dopo l'altro si fossero spezzati sotto il peso
dell'uccello aggravato da fardelli troppo pesanti?
Gli uomini desiderano scegliere liberamente le loro
imprese. I più coraggiosi le conducono lontano; ma lo stesso coraggio
subisce una prova crudele, quando il tentativo che doveva riuscire in
effetto non riesce, sia a causa di qualche ostacolo, sia — e questa è
la cosa più amara — perché qualcuno ne soffrirebbe con il dolore di
sentirsi responsabile di una rovina. È prezioso possedere, allora, il
talismano in virtù del quale la sconfitta può mutarsi in successo, la
sventura in onore, e la caduta stessa in apoteosi.
Ogni cristiano deve sapere che questo talismano esiste :
basta credere alla Provvidenza. In quella solenne, maestosa corrente che
trascina tutto, non fatalmente, ma secondo leggi di libertà e di amore,
vi è sempre modo di rialzarsi, come c'è sempre, anche nelle estreme
compiacenze della sorte, possibilità di rovina.
Vi sono sconfitte che non nuocciono; vi sono successi
che non fruttano. L'effetto decisivo dipende dall'anima e dalla maniera
con cui aderisce alla cosa, nella forma
92 L'ARTE DI VIVERE
che le è stata proposta. In questo senso si può
rovesciare il proverbio, e dire : Dio propone — fer mezzo degli
; avvenimenti — e l'uomo dispone con Dio, è vero, ma | Egli non
rifiuta mai il suo concorso.
I « I fatti non ci danno che l'ordito degli avvenimenti
-— scrive un uomo di Stato; — è la volontà umana che deve tessere
la trama ». Vera politicamente, questa massima è vera anche riguardo
al destino, a condizione di congiungere alla volontà umana il buon
volere divino e la grazia. La sconfitta non è mai altro che un invito a
ricorrere a Dio; una umiliazione è il preludio dell'onore che si
ritrova in Dio; una caduta è un primo passo per cadere nelle broccia di
Dio. Vi è in questo sconfitta .nel vero senso della parola?
Non si cambia nulla dicendo: è colpa mia; perché \con
il pentimento qualunque colpa si cancella. Allora quel che resta non è
più che fatto nudo o provvidenza:
il fatto obbedisce allo spirito e la provvidenza è per
noi. Di quanto è avvenuto, sia pure per colpa nostra, noi faremo con
Dio quello che vorremo, non forse nella forma che avremmo desiderata, ma
in un equivalente superiore. E non accetteremo questo accrescimento non
previsto da noi, ma divinamente preparato? . Caso, malignità altrui,
errore o colpa da parte nostra, | qualunque presunta sconfitta è al
servizio dell'anima, l'risponde ad un disegno eterno di cui dipende da
noi procurare la riuscita.
LA VITA MANCATA 93
XLVII LA VITA MANCATA
La sconfitta parziale è accettata da ciascuno con
maggiore o minore difficoltà: dipende dal coraggio, e più ancora dalla
elevatezza dei sentimenti. Ma una sconfitta globale e come definitiva,
il fallimento della vita nella pienezza della sua attività,, nello
slancio che un urto brutale o uno sprofondare progressivo vengono a
spezzare, è la pena più amara.
Si può pensare che questa specie di fallimento eviti
delle disgrazie — quelle che anche una attività ardente e una
vocazione fedelmente seguita fino alle ultime esigenze non mancano
d'incontrare. Ma vi è una prova sovrana in assenza delle prove normali
della vita: nel vuoto delle croci, vi è la croce del vuoto; il labbro
umano che ignora il grido può trovare un'amarezza più profonda nel
sospiro.
Ma questa è forse una ragione per credersi vinti? «
Non si è vinti che dopo esserlo stati interamente », scrive Barrès.
Avete mancato la vostra vita? Ricordate anzitutto che vi sono le vite
degli altri. Consacrandosi agli altri, si ritrova una ragione di vivere,
ragione più alta, se la si attinge al focolaio dell'amore, ragione
ampliata, purificata dal disinteresse, aureolata di sacrificio.
Ma anche personalmente il fallimento non può essere
definitivo se non lo si vuole.
Guardando bene la propria piaga, è possibile trovarla
bella: non vi è nessuna situazione che non possa essere nobilitata.
94 L'ARTE DI VIVERE
A parità di valore spirituale e di fedeltà alla
grazia, tutto ha lo stesso merito rispetto alla eternità. Che cosa
dovrà importarci, nel giorno della morte, di essere stato qui o là, di
aver ottenuto questo o quello di ciò che la morte, porta via?
Ma anche rispetto a questa vita se non aspiriamo che
alla gioia profonda, all'onore vero, noi li troveremo sempre là dove il
destino li avrà messi, intendo il destino divino, che è paternità
attenta e segreta convivenza con la sventura.
Oh! come è potente la sventura, e come è bella! E come
]a rovina può rivestire di splendore nascosto o visibile un essere
umano. « La perfezione non è il prodotto della mano dell'uomo, —
scrive Rudyard Kipling;
— easa è la misteriosa collaborazione del cielo e
delle prove che la sua opera deve subire ». Ciò che il logorìo del
tempo fa sulle rovine, il solo rinesso dell'eternità lo compie in una
vita sottomessa al suo ordine, cosciente delle sue leggi e fidente,
malgrado ogni apparenza, nella bontà dei suoi fini.
In ogni sofferenza è possibile trovare il mezzo di una
creazione.
Nella sofferenza, in qualche modo totale, del fallimento
di una vita, sia pur essa per colpa nostra, è sempre offerta
un'occasione suprema di riprendere questa stessa vita dalle sue prime
origini, di collocarla più profondamente e più solidamente in Dio,
nella umanità e nella segreta personalità che le sono proprie tanto
spesso ignorate dalla felicità.
;j La terra è una valle di lagrime; ma quanti,
se non | avessero mai pianto, ignorerebbero le cime che la
fian-jcheggiano e l'oceano verso il quale corre la sua onda!
RITRATTO DEL SAVIO 95
XLVIII RITRATTO DEL SAVIO
II progresso intcriore non è sempre la prova di un
livello morale molto alto, perché è il punto di partenza che ne
decide. Nell'assoluto, il grado massimo del valore spirituale rivendica
il nome di sapienza.
Viene definito sapiente colui che giudica dall'alto e
prevede da lontano, che da valore unitario agl'incidenti della
vita in una intenzione generosa, che lascia cadere
l'insignificante in favore dell'essenziale, che non si agita ne
si turba di fronte ai doveri ed agli ostacoli, che sa
avvolgere, in una calma attività, un gran numero di casi e di
oggetti visti con un solo sguardo e abbracciati con una
semplice serena acccttazione.
La sapienza è imparentata con la grande arte;
l'uguaglia in ampiezza, profondità e semplicità. Essa applica in
materia di vita la definizione di Michelangelo : « II, bello è la
liberazione da qualunque superfluità». Sicuramente per la saggezza
questa regola che nega ogni apparenza è un programma di magnanimità.
Una gran-, dezza d'animo quotidiana, senza iattanza, esclude il su^;
perfino e dona la pienezza. ;,,
La vita del sapiente è una vita profonda con saldi
con-:^ trafforti; quindi non s'improvvisa; la virtù è dapprima;
il risultato dei nostri atti, nell'attesa di divenirne
la forza direttrice, e la chiarezza da cui è inondata è l'ef-i, tetto
concentrato di lunghi raccoglimenti. .(•
Il sapiente è senza odio e senza asprezza per
nessuno;!^ è buono e misericordioso con tutti, senza egoismo, senza.;,;'
916 L'ARTE DI VIVERE
amor proprio, eguale nella gioia e nella tristezza,
lieto senza chiasso, padrone di sé. e facile ai desideri altrui,, ;
fisso il cuore allo Spirito Santo, regola sovrana dei
suor giudizi e dei suoi atti. i
Lo sguardo di Dio circonda tutto ; la volontà di Dio, J
è la legge degli esseri: incontrare e seguire lo sguardo divino e la
volontà divina è la sapienza stessa. Che cosa,:
meglio di questa riverente partecipazione al regno eter^''
no, si potrebbe chiamare sapienza? >•
Nelle prove che non possono mancare il sapiente rifulge
di nuovo splendore; egli è più bello di tutto quello che mostra la
superiorità del suo sguardo e Paltò campo. ove risiede il auo amore.
Poiché è l'amore che qui pronuncia la grande parola.
Non bisogna credere a coloro che dipingono una sapienza fredda e
impassibile, contenta di sé e fissa in un superbo disdegno. Una tale
sapienza è un rovesciamento che meriterebbe piuttosto il nome di
orgoglio esecrabile. Fu rimproverato agli Stoici, e non sempre con
giustizia; ma è certo che il pregiudizio, là dove è fondato, è
infinitamente grave, poiché falsa la nostra vocazione nella stessa
misura che violenta l'anima e disorienta la vita.
La scelta che ci è proposta in questo mondo e che
decide della nostra sapienza o della nostra follìa è una scelta di
amore: o amare tutto in unione al Principio divino, nell'ordine, nella
ascesa unificante lungo la piramide ideale, nel senso della eternità e
della gioia;
ovvero amare nella dissociazione, nel disordine, nello
sbriciolamento in senso discendente, nel senso della materia, della
confusione e della morte. ; II sapiente è colui che sceglie bene. *
L'EROE SPIRITUALE 97
XLIX L'EROE SPIRITUALE
Si può pensare che il sapiente e l'eroe spirituale
siano tutt'uno. No ; l'eroismo sta alla sapienza nella proporzione in
cui la sublimità sta al bello.
Ogni uomo è un eroe in erba, ed ogni cristiano è il
cominciamento di un santo, un fanciullo di santità, se posso dir così,
ma che raramente raggiunge la pienezza dell'età matura. L'eroismo,
secondo William James, è la definizione di qualunque vita : tanto più
della vita secondo Io spirito e secondo lo Spirito Santo, della vita
nell'intimità del suo Autore nel quale si rifugia.
Nella vita umana il vero è l'eccezione ideale proprio
perché è l'ideale; noi siamo figli dell'idea, ed è in conformità a
questa idea non solo che noi siamo, ma che noi siamo noi.
Parlando delle azioni che hanno meritato ad alcuni la «
Vieto ria-Cross », Kipling osserva: «L'uomo non può guadagnarla che
dimenticando egli stesso la sua gloria, e lavorando per qualche cosa al
di là, al di fuori, esteriore a lui. Non vi è altra maniera, sembra,
di guadagnare in questo mondo qualunque cosa che valga la pena di essere
guadagnata ». Che se si tratta di guadagnare Dio, di dare la scalata,
con un grande slancio, alla vita eterna, di conquistare una intimità di
elezione nella famiglia intima del Padre, del Figlio e dello Spirito che
raggruppa gli eletti, la necessità si accresce ;di superare se stesso,
non solamente nel proprio essere inferiore e nella propria reputazione
terrestre, ' ma in
98 L'ARTE DI VIVERE
tutto, lasciando signoreggiare nelle preoccupazioni e
regnare nella condotta unicamente la gloria ,e il buon volere divini.
Questo bisogno dell'infinito è ciò che meglio risponde
alla nostra natura, quando siamo avvertiti dalla fede e predisposti
dalla grazia. Ritroviamo questa impronta in senso negativo fin nella
frenesia del male e in quell'istinto satanico e, malgrado tutto,
grandioso che spinge certi esseri a terribili eccessi.
Un Baudelaire ci rivela questa sovranità dell'abuso,
questo eroismo della miseria, che, con gesti magnifici, precipita nel
nulla un'anima assetata di grandezza e di libertà.
La vita è un dramma soltanto in ragione di questa
scelta : è la lotta che noi sosteniamo in un senso o in un altro, un
bene o un male, contro Dio e contro noi, per la nostra sovrana gioia
oppure per la nostra totale perdita. Qualunque altro dramma è un gioco
di fanciullo.
Ora, l'eroe si affida al bene; vi si abbandona con tutto
il cuore e, sapendo che il male tradisce, ha per esso l'orrore che si ha
per Giuda che bacia il Cristo e, disperato, si da la morte. L'eroe è
pronto ad ogni sacrificio, non è mai inferiore allo sforzo ; è nemico
di qualunque compromesso, ignorante di qualunque mezza misura, di
qualunque ripiego e di qualunque ombra. Le caratteristiche della vera
vita indicate da noi sono la sua legge, e per obbedire a questa legge
s'allontana da se stesso per vedersi, si fugge per ritrovarsi, si nega
per affermarsi, si combatte per liberarsi; da tutto per possedere tutto;
muore per vivere.
GRANDEZZA E MISERIA DELL'EROE 99
L GRANDEZZA E MISERIA DELL'EROE
Nietzsche definisce l'eroismo «lo stato di un uomo che
persegue uno scopo rispetto al quale egli stesso non conta più ». E
osserva che un tale atteggiamento condanna un essere ad andare con lo
stesso gesto incontro ai più grandi dolori ed alle più alte speranze.
Perché fosse diversamente, bisognerebbe che l'eroe abitasse un universo
perfetto, essendo lui stesso perfetto. Ora, il mondo è dato in
potere al maligno, dice San Giovanni, e l'eroe constata ogni giorno
— ed è la sua pena maggiore — che esso non è che la caricatura e
come la commedia del suo ideale.
Le più grandi grida di disperazione sono state lanciate
dai geni, dagli eroi e dai santi. Disperazione esaltante, quella, e non
mortale; stimolo alla azione, non strumento di caduta; poiché essa non
ha per oggetto un ambiente ostile, che si avrebbe la tentazione di
disertare, ma un ostacolo interno drizzato innanzi ad un oggetto che si
stima più di qualunque cosa, che si vuole ad ogni costo, e che attrae
infinitamente più di quanto l'ostacolo non respinga.
La disperazione dell'eroe nasce dalla impossibilità e
dalla necessità rigorosa del perfetto.
Chi non ci domanda l'impossibile non ci onora
abbastanza, e chi ce lo domanda ci immerge nella costerna-'zione. Vi è
in noi un senso dell'impossibile e ve ne è fino alla paura, come
dinanzi ad una cima inaccessibile.
100 L'ARTE Df VIVERE
È la miseria personale dell'eroe ed è, al tempo
stesso, la sua gloria.
Quanto all'ambiente nel quale l'eroe si muove, la
situazione è simile : gloria e miseria al tempo stesso. Ordinariamente
gli uomini sono in contatto soprattutto per, le loro debolezze, ma
l'eroe è quasi sempre solo. Tuttavia egli attrae e attrae proprio a
condizione di non conformarsi agli altri. Contraddizione? No; dualità.
Vi sono in noi due esseri, dei quali uno si associa al fra- ' tello di
debolezza, e l'altro all'eroe. Questo è per le parti alte dell'anima,
quello per le parti medie e le basse, e non sapremmo rinunciare ne a
questa complicità segreta, ne a questo ideale. •
Da ciò indubbiamente proviene che gli eroi spirituali o
temporali, in pratica così poco utilizzati, sono non pertanto
sorvegliati e giudicati con un' asprezza implacabile.
Si è più duri con un uomo grande e dabbene che abbia
un difetto o che commetta una colpa, che con un mediocre o con un
vizioso. Si è duri a causa della sua mancanza, ma soprattutto perché
ha soltanto una mancanza. Infatti egli ci guasta, col suo valore
persistente, il mestiere di povero uomo e con la sua colpa quello di
eroe. È questa un'ingiustizia? Sì; ma anche un omaggio e per tutti una
lezione.
/ LI
RICCHEZZA E POVERTÀ
Guardando un po' dall'alto e senza nulla misconoscere
degli autentici valori delle cose, si può asserire che la ricchezza o
la povertà sono indifferenti alla vita. ^on si direbbe lo stesso della
miseria, che rasenta, se non la raggiunge, la totale impotenza. È vero
che anche all'uomo miserabile resta la possibilità meravigliosa di
essere un eroe e, a volte, un martire; ma la povertà è compatibile con
una vita normale e alta; la ricchezza pure. Ciascuna ha i suoi vantaggi
e ciascuna le sue insidie; nella nostra vita ormai troppo complicata non
possiamo essere certi in quale riusciremo e in quale falliremo. La sola
risorsa è di opporre alla complessità esteriore la elevata semplicità
intcriore; allora esse si eguagliano.
La ricchezza consiste nel non mancare di nulla; ma vi
sono due maniere di voler essere ricchi : o correre dietro a quello che
manca, o accontentarci di quello che si ha.
I deboli pensano. a ciò che loro abbisognerebbe per
agire e per vivere; i forti pensano a vivere e ad agire con quello che
hanno. I primi maledicono la sorte, i secondi la disprezzano o si
vendicano di essa. « I grandi uomini hanno piccoli letti », dice
Enrico Lavedan.
102 RICCHEZZA E POVERTÀ
Quando non si sa accontentarsi di quello che si ha,
invano si desidera quello che non si ha, perché non si saprebbe usarne
con saggezza: chi non è pronte, alla pazienza è già pronto all'abuso.
L'umanità ha bisogno della ricchezza, che rappresenta
per essa un supplemento di esistenza e di potere; ma ogni uomo, per poco
che sappia adattarsi ad assimilarsi quello che è a sua disposizione
nella ricchezza comune, può essere ricco con poco denaro. Il buon ricco
ha il diritto di dire: tanto meglio! ma a condizione, se diventa povero,
di saper dire: tanto peggio!
In realtà quando si ha denaro si ha « di che vivere »
;
ma dopo ciò bisogna ancora « vivere » ; e quando si
sa il « prezzo » delle cose resta ancora da scoprirne il
valore.
Il povero da compiangere non è quello che manca di
denaro; è quello che ha l'anima sprovvista e ambizioni spirituali
meschine. Si dirà di lui: che pover'uomo ! Non lo si dirà di colui che
vive ristrettamente e mostra un gran cuore. Si può trovare il modo di
esser ricchi della propria povertà, come certi ricchi trovano il modo
di impoverirsi del loro denaro. Se i ricchi sono privilegiati in qualche
cosa, è perché possono dire con Settimio Severo: « Io ho avuto tutto,
ed ho visto che tutto è nulla ».
Quelli che posseggono la verità definitiva, a riguardo
della ricchezza, sono i fanciulli, ed è perciò che il Vangelo vuole
che si assomigli loro. Le persone serie, che guardano con un sorriso di
indulgenza i giochi dei fanciulli, sono proprio quelle che costruiscono
dei castelli di sabbia.
AMBIGUITÀ DEL GIUDIZIO SULLA RICCHEZZA 103
LII AMBIGUITÀ' DEL GIUDIZIO SULLA RICCHEZZA
Non bisogna dir troppo male della ricchezza, perché in
se stessa essa merita lode come tutto quello che Dio ha fatto. I beni
naturali — materie, prodotti del suolo, oggetti di utilità o di
bellezza che se ne ricavano —-sono buoni e comunicano valore anche al
denaro, che li rappresenta e ne permette lo scambio.
Scopo della ricchezza è forzare la natura e aiutare
l'uomo ad entrare nelle vedute dello spirito, a realizzare i progetti
dello spirito, ed in tal modo condurre tutte le cose al loro fine
terrestre, che è l'accrescimento spirituale della persona umana.
Se mangio del pane, acquisto forza; se posso nutrire la
mia attività con la ricchezza, questa attività in tutte le sue forme
— saggezza, virtù e realizzazioni esteriori — ne avrà profitto.
L'indipendenza, che ordinariamente è una condizione preziosa
dell'attività, sarà in parti-colar modo favorita da un po' di
ricchezza, perché l'indipendenza permette le iniziative e rende la
virtù più facile. Un uomo di gran valore morale si adatta a tutto;
ma il dover dipendere troppo duramente dal prossimo e
dagli avvenimenti sarà uno dei motivi per cui molti non arriveranno ad
un gran valore morale.
Tuttavia il giudizio, in questa materia, è molto
ambiguo. Dal punto di vista dell'origine, vi è un denaro figlio
d'iniquità, e un altro figlio della intelligenza, della esperienza,
della moderazione e della applicazione al lavoro.
104 RICCHEZZA E POVERTÀ
II denaro che è buono nella sua origine deve restarlo
anche nel suo impiego, e a questo riguardo si ritrova la stessa
ambiguità. La povertà ha le sue tentazioni : è in se stessa una
impotenza esteriore e un aiuto inorale. La ricchezza ha le sue risorse
morali: in se stessa è una forza esteriore ed un pericolo spirituale.
In una situazione così incerta e così strettamente dipendente dalle
nostre libertà, le contingenze sole potranno decidere.
A maggior ragione vi sarà ambiguità e incertezza, se
si paragona la ricchezza non più alla povertà, ma alla miseria. La
miseria è la regione della impotenza totale e dello scoraggiamento,
ovvero dell'eroismo. La ricchezza è la regione dell'orgoglio e di tutte
le tentazioni, ovvero, anch'essa, dell'eroismo, benché questo eroismo
non somigli all'altro. Si assomigliano in quanto entrambi si
riallacciano ai soli valori immateriali; ma là ove il primo esercita il
distacco in rapporto a quello che gli manca, l'altro deve distaccarsi in
ispirilo da quello òhe ha e oltre questo praticare l'eroismo del dono.
Tutto quello che si può dire è che la ricchezza
dell'uomo cattivo è cattiva; che la povertà dell'uomo buono è buona e
la povertà dell'uomo cattivo è cattiva. Ma accade che la ricchezza
dell'uomo buono lo renda cattivo e lo diventi con lui, mentre la
povertà dell'uomo buono tende a confermarlo nel bene; ed è ciò che fa
la sua superiorità spirituale che il Vangelo consacra.
USO DELLA RICCHEZZA lOa
LUI USO DELLA RICCHEZZA
La ricchezza è per Io spirito, come il corpo è per
l'anima, come tutti e due sono per Dio. Usare il denaro è usare se
stesso e quindi la gerarchla da stabilire fra le opere o i risparmi è
ricalcata sulla gerarchla delle facoltà e dei valori 'di vita.
Quando io spendo, deve essere per accrescere la vita,
soprattutto in ciò che essa ha di migliore: la salute innanzi tutto, e,
poi, l'attività, il pensiero, i sentimenti nobili, gli affetti sani, i
vincoli di famiglia e i vincoli sociali. Se io risparmio sarà ancora
per favorire tutto questo, benché ciò sia per il domani.
Domani. In questa parola si cela un'insidia in cui molti
cadono. E qui dove si potrebbe imboscare l'avarizia, o almeno la
timidezza, il timore di veder la terra mancare sotto i piedi, un
conformismo assurdo.
Vi sono massime già pronte a servizio di questi
difetti, come quella di non toccare mai il capitale, e, per esempio,
essendo ricco, di costituire a poco a poco la dote delle figliuole
unicamente con la rendita. Sono scioc-chezze. Vi sono casi nei quali
bisogna intaccare il capitale; vi sono casi nei quali bisogna
risparmiare perfino le rendite. Quello che decide su tale opportunità
è la vita in ciò che ha di essenziale, di più urgente e di più alto.
Il risparmio è buono a condizione che rappresenti la
moderazione virtuosa e la previdenza; lo sciupìo non giova a nulla ne
ad alcuno; e non prevedere, dice Leo-
106 RICCHEZZA E POVERTÀ
nardo da Vinci, « è già gemere » ; ma l'accumularsi
dei beni giova ancora meno e avvilisce di più. La dilapidazione è
leggera; l'avarizia è orribile.
È sciocco il vignaiuolo che si rifiuta un grappolo in
vista di una vendemmia che egli, forse, non vedrà, ed è colpevole
rifiutando quel grappolo al figliuolo che ha sete o al passante
affaticato.
Riempire un cofano non è onorevole che a condizione di
riempirlo come un serbatoio, in vista di irrigazioni che non saranno
sempre e poi sempre differite, lasciando nell'arsura i terreni cretosi.
I beni che il Signore ci concede li destina ai auoi
figli — a servizio dei beni spirituali e secondo la norma da essi
stabilita — affinchè abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.
Ne segue che la ricchezza non deve essere impiegata a
risparmiare il lavoro, ma tutt'alpiù a modificarne la forma, e
soprattutto ad assicurarne l'efficacia.
Il lavoro è la vita in atto : se la ricchezza è per la
vita, essa è anche per questa manifestazione della vita che deve
preservarla e accrescerla, moltipllcare i suoi effetti a beneficio del
lavoratore e di tutti. ,; La ricchezza dell'ozioso è una specie di
furto; quella '..del lavoratore è un dono essendo una forza e un aiuto
;per la missione comune.
' II denaro è mortale per la vita quando pretende
rimaner sciolto da essa o dominarla, e sempre la domina se non la serve.
DISTACCO DALLE RICCHEZZE 107
liy
DISTACCO DALLE RICCHEZZE ,
Tutti sono d'accordo nelPammettere che l'amicizia esige
da una parte e dall'altra il disinteresse e il distacco di un'anima
libera. Un uomo troppo attaccato al suo denaro non è mai un leale
amico; non si stringe una mano piena; e allora come potrebbe quello
stesso uomo essere un amico di Dio?
Solo se si è pronti a distaccarsene, solo se lo spirito
la supera si utilizza cristianamente la vita, e questo è vero
specialmente per la ricchezza. Si guida bene soltanto se si domina la
vita dall'alto.
Il denaro rappresenta unicamente — a titolo diretto
per lo meno — l'equipaggiamento di questo mondo. Ora, noi non siamo di
questo mondo; lo stato proprio del cristiano, anche ricco, ed anche se
non si trova nella condizione di poter rinunciare ai suoi beni, ma anzi
deve trafficarli ed accrescerli, è sempre uno stato di distacco, , uno
stato di povertà.
Il viaggiatore non prende sulle spalle quello che
potrebbe rendere più duro il suo cammino; quanto più può evita gli
i-hgombri. L'attaccamento appassionato alle ricchezze è uno dei più
gravi impedimenti che possa ostacolare il viaggiatore di questo mondo.
Può condurlo a fissarsi alla terra, ad affondarvi le radici: a maggior
ragione non permette quella libertà che usa di questo mondo, come non
usandone, così come vuole l'Apostolo;
libertà che dispone l'uomo a cose migliori. Un cuore
nobile può avere dei forzieri, ma non per questo vi si
108 RICCHEZZA E povertà
istalla accanto, anche quando, con la punta delle dita,
taglia le cedole della rendita, la sua anima è più in alto.
Perché correre dietro a ciò che non rende ne più
felici ne migliori quando lo si possiede, ne meno felici nò meno buoni
quando non Io si possiede? E come non temere, avvertiti dal Vangelo e
dall'esperienza, di diventare per soverchio attaccamento alle ricchezze,
e meno felici e meno buoni?
Un tale desiderio è senza limite come la nostra
cupidigia : ci abbandona ad un'allettamento fatale. La natura fissa le
sue frontiere; non così la passione, che ignorando se stessa, ignora
dove urterà. Ho fame? mi nutro e basta; ma se voglio arricchirmi sempre
più, quello che è per se stesso strumento di vita, diventerà per me
la vita stessa; quello che è mezzo sarà innalzato alla dignità di
fine, a detrimento del vero fine, che è il nostro crescere nella
verità e nella bellezza, nell'amore mutuo e nell'amore comune delle
cose eterne.
Non cercare il pane che perisce, dice il Signore, mn
quello che rimane per la vita eterna. La ricchezza ci procura il
pane che perisce: è il suo compito; ma è nostro compito cercare, per
mezzo suo o senza di essa, un altro pane del quale l'ostia sottile e
bianca è il simbolo, del quale il Signore stesso, con la pienezza dei
beni che comprende, è la realtà.
7
. '.. • ' '
: ''fc1'" v y;, ! ' 3;:-',LV
a; VERA RICCHEZZA E VERA POVERTÀ
Quelle che si chiamano ricchezze, sono dei beni dei
quali si gode, beni esteriori; ma la mia ricchezza è in me
stesso, e io sono veramente ricco soltanto di quei beni che posseggo
quando sono solo e spoglio.,
VERA RICCHEZZA E VERA POVERTÀ 109
Vale meno possedere qualche cosa che essere qualcuno: a
una testa e a un cuore doviziosamente dotati si perdonano le mani vuote.
Il denaro e ciò che esso rappresenta non sono che
servitori lontani, perché : come si può considerare vera ricchezza
ciò che è destinato a svanire e sparire mentre lìoi restiamo? Una
vera ricchezza deve realmente accrescerei ed accompagnarci fino al
termine della nostra esistenza onde perfezionarla, e tali sono appunto i
beni dell'anima; non quelli della fortuna o del corpo.
La vera ricchezza consiste nello sviluppare le nostre
facoltà e nel soddisfare i nostri legittimi sentimenti, con il concorso
delle facoltà e dei sentimenti di molti altri, ma soprattutto di ciò
che Dio mette a disposizione di tutti gli umani. ,
Quanto è grande la mia ricchézza, se voglio e
so apprezzare l'abbondanza! Tutto l'universo è di Dio ed è mio;
ciascuno può possederlo da solo nello spogliamente come nella
solitudine perche la ricchezza del mondo appartiene all'uomo
che vive in ispirilo la vita dello Spirito creatore e si tiene
unito alla natura ed all'umanità sue figlio.
In realtà non si è detto tante volte che i migliori
beni di questo mondo sono quelli che non costano nulla? La natura
rigurgita di beni: la famiglia, l'amicizia, il lavoro intelligente, la
lettura, gli spettacoli scelti ce ne offrono nella misura delle nostre
capacità ed in tutte le loro forme; quei beni non domandano che di
essere apprezzati e subito ci vengono offerti; a misura che si ricercano
si gustano; a misura che si gustano si diventa più capaci di ricercarli
e di gustarli ancora. Tale è la vera ricchezza; ma la vera ricchezza
sarà sempre impossibile al mondo finché. gli uomini aspireranno ai
falsi beni.
110 RICCHEZZA E POVERTÀ
Quanto alla vera povertà, essa è il contrario di
questi autentici tesori: ne è la negazione o l'assenza, la negligenza,
o il disprezzo.
L'uomo che non sa ammirare un sorgere di sole — forse
perché non si alza mai col sole —; che non legge, o non sceglie le
sue letture; che è incapace di amicizie;
che turba la sua casa coi capricci o con l'egoismo; che
non ha un compito appassionante, obbligato o scelto;
che ignora l'arte, la riflessione solitària, la
preghiera ed il culto in ispirilo ed in verità, quello è un
povero uomo. Dategli del denaro: sarà dal denaro seppellito e assai
probabilmente corrotto. Ma datene invece all'uomo giusto che conduce una
vita elevata e non farete che portare acqua alla fontana; non ne ha
bisogno, però può arricchirsene, e il Vangelo ha detto : Verrà
dato a colui che ha, ed egli sarà nella abbondanza, ed a colui che non
ha, anche quello che ha sarà tolto.
LVI I POVERI RICCHI
Non possiamo esimerci dall'ascoltare e dal pesare questa
parola severa del Vangelo: Guai a voi o ricchi! Non è una
maledizione, è l'espressione di una commiserazione e di un timore.
Nel suo ordine, che è l'ordine della materia, l'oro ha
una specie di potere infinito. La concupiscenza, che appartiene al
medesimo ordine, include un infinito desiderio. Moltipllcate l'uno per
l'altro questi due infiniti e rischiate la mostruosità e la sventura
che qui il Vangelo prende di mira.
I POVERI RICCHI 111
L'anima del ricco, quando tenta di prendere lo slancio,
è tirata giù da preoccupazioni, che minacciano sempre di diventare
ossessionanti. La preoccupazione di acquistare, di amministrare, di
difendere e di godere s'interpone fra lui e gli altri pensieri, che
esigono la libertà del cuore e la sua quiete. Forse che l'azzurro del
suo cielo non si offuscherà al suo sguardo, non si turberà perdendosi
nel sensibile?
L'uomo e il denaro sono come quegli amici dei quali vien
detto che, sempre, uno dei due domina l'altro. Se non è l'uomo che
domina il denaro, è il denaro che domina l'uomo, che lo diminuisce, che
gli indurisce e gli corrompe il cuore, ovvero gli fa il triste dono
delle due cose insieme.
Ora, che cosa serve all'uomo guadagnare l'universo, dice
il Signore, se questo è a detrimento della sua vita? Non serve a
nulla avere una casa o un'auto, se è per alloggiarvi, per scarrozzarvi
un buono a nulla o un indegno. Un ricco può essere buono, un uomo
attaccato alle ricchezze, mai; ed è assai difficile essere ricco senza
aggrapparsi alle ricchezze.
In principio, bisogna sostentare la propria vita; più
tardi, renderla più comoda; in seguito, alimentare le sue pretese, a
volte le sue follìe o le sue frenesie. II bisogno, allora, è
indefinito, e più si è ricchi in apparenza, e più ci si sente poveri,
e più si rischia di accumulare i difetti o i vizi di questi due stati.
Un ricco può giungere al punto di non essere più che
un accessorio della propria fortuna, invece di esserne il possessore, o
peggio, può arrivare a mostrarsi, se la coscienza vacilla, lo schiavo
avvilito delle sue grandi ricchezze.
112 RICCHEZZA E POVERTÀ
Miseria di quei « grandi» nei quali la vita reale,
quella intcriore, è così piccola! Miseria di quella gente ((di-mondo
» per la quale il vero mondo, quello dell'anima, è un ignoto! Il
Vangelo li ha avvisati in termini duri;
non ha battuto il « gong » con un guanto, ma con un
niartello di ferro. Ed è grande misericordia.
LVII '"" FELICI I POVERI
La povertà non è una beatitudine, ma lo spirito di
povertà sì. Beati i poveri in ispirilo, ci dice il Vangelo. Lo
spirito è sempre in una certa dipendenza dallo stato dei suoi beni,
senza di che il Vangelo non avrebbe avuto ne commiserazione ne
sollecitudini verso « i poveri ricchi ».
- Non è la povertà, anche in ispirilo, che è l'ultima
parola del Sermone della Montagna, ma l'amore. Però la povertà
in ispirilo è la prima, perché l'attaccamento alle ricchezze ed a ciò
che esse rappresentano è il grande nemico dell'amore. Al contrario,
davanti all'uomo distaccato dai suoi beni, la maggior parte delle
tentazioni di questo mondo si ritira.
Il successo della povertà si realizza nella sua
pienezza il giorno in cui, per la morte, noi abbiamo perduto tutto, e
Dio diviene l'unica ricchezza. Ma quest'ora fortunata può essere
anticipata; noi possiamo vivere come morti secondo il voto
dell'Apostolo, in quanto non viviamo più di quello che occupa in
modo esclusivo alcuni incoscienti mortali.
La ricchezza è il mézzo per cui noi « ci radichiamo
» :
se vogliamo fissarci sulla terra e farvi decisamente la
FELICI I POVERI 113
nostra diinora, le ricchezze temporali ci convengono;
ma dobbiamo invece disprezzarle, o in 'ogni caso
subordinarle alle ricchezze spirituali, se vogliamo gettare le nostre
radici in cielo, vivendo fin d'ora, secondo l'invito che ci rivolge San
Paolo.
Le persone del mondo si vestono riccamente, alloggiano
sontuosamente perché esse sono del « mondo » ;
in un cantiere operoso, in viaggio, un'altra
acconciatura è più adatta. Un cristiano che si sente viaggiatore, che
edifica la sua vita spirituale e vorrebbe contribuire all'cc
edificazione » della stessa umanità, si trova bene in abito da viaggio
e in blusa da lavoro.
Per di più, la povertà, secondo lo spirito, non è
unicamente quello che si crede in principio; ve n'è una, certo molto
più profonda, che non concerne più i beni esteriori : è una rinuncia
del cuore, che consente all'abdicazione di se stesso nel tempo stesso in
cui dimentica tutto, non s'inquieta, non si preoccupa, dando la sua
generosità senza riserve, attribuendo tutto a Dio, riferendosi a Lui
per l'apprezzamento di tutte le cose e di se stesso, lasciandosi
possedere, giudicare, guidare, provare o edificare unicamente da questo
Maestro, vedendo negli sforzi compiuti la sua azione e nei risultati la
sua opera.
Tale è il felice stato del quale Gesù stesso ci ha
dato l'esempio. Gesù non ha subito la miseria; egli ha scelto la
povertà; egli ha praticato il distacco puro e l'abbandono totale fra le
mani del Padre suo. Così egli rappresenta eminentemente nella sua
persona lo splendore dei veri beni.
lviii L'UOMO DEL DESIDERIO
Le ricchezze non sono le sole realtà di questo mondo
che eccitano i nostri desideri. Ci attira tutto quello che può
soddisfare in noi qualche appetito, o ingannarlo, o riportarlo, lo
sappia o no, a qualche altra cosa.
« Fortuna singolare, in cui la mèta si sposta, e, non
avendo alcun posto fisso, può essere non importa dove;
in cui l'uomo, dalla speranza mai stanca, corre sempre
come un pazzo per trovare il riposo ».
Queste parole di Baudelaire esprimono la nostra
inquietudine, fanno prevedere le nostre delusioni, indicano la via del
disinganno finale, e denunciano la nostra follìa, senza però mostrarci
il cammino della saggezza. Quanto siamo lontani, nell'età
contemporanea, da questa saggezza liberatrice! La irragionevolezza vive
al nostro fianco, e ci minaccia. L'uomo riduce le proporzioni dei suoi
disegni a misura che aumentano le sue possibilità. Si direbbe che il
suo voto più caro sia di diventare schiavo delle forze che ha domato,
delle macchine che ha costruito, dei monumenti che ha innalzato, degli
oggetti che ha plasmato. Vi è in questo impulso collettivo un grave
pericolo per lo spirito cristiano. Quando si lasciano sviluppare nella
terra dell'anima le radici del vano desiderio, esse si propagano sempre
più e finiscono con l'imprigionare il terreno. Quando mai un uomo ha
detto di desiderare la sua perdita? domandava Giob-
L'UOMO DEL DESIDERIO 115
be. Egli non l'ha mai ne detto ne pensato; ma è corso
velocemente incontro ad essa, desiderando, sotto il falso nome di bene,
ciò che lo perde.
Il poeta Hafir pensava a questo quando, cristiano senza
saperlo, faceva distinzione tra il desiderio profondo, che è in noi la
testimonianza delle idee creatrici, e i desideri passionali che ci
gettano al bene apparente, alle vanità, alle soddisfazioni immediate
che la coscienza biasima, all'avarizia, alle ambizioni, agli amori
colpevoli. « Come trovare la via che conduce al paese dove vive il «
tuo » desiderio? — domandava; — la troverai rinun-ziando ai « tuoi
» desideri ». Questo plurale e questo singolare sono eloquenti;
infatti i « desideri » sono spesso i nemici del « desiderio », vale
a dire della tendenza intima del nostro essere, che è fatto per la
felicità vera e la invoca, denunziando con i suoi fallimenti la follìa
di cercarla dove non è.
Ma mentre Baudelaire sogghigna, il poeta persiano
consiglia; egli da la soluzione, non proprio nel senso positivo, non
sapendo con sicurezza sotto quale forma deve esserci concesso il vero
bene, ma intuendo questo bene ed invitando ad aprirgli le porte.
' « La rinuncia è la corona per eccellenza », scrive.
Quale rinuncia ? Evidentemente non quella che nega il desiderio vero,
poiché al contrario si vuoi coronare quel desiderio e consacrare la sua
eccellenza, poiché lo si dichiara vivente e abitante un paese del quale
si crede di poter indicare la strada; ma ciò che si consacra alla
rinuncia, sono i desideri vani che l'aberrazione umana per sua disgrazia
accarezza. La formula si congiunge allora a quella della Imitazione
di Gesù Cristo, più semplice ed ancora più piena di sensi
reconditi : « Dare tutto, per tutto ottenere ».
116 L'UOMO DEL DESIDERIO
LIX DELUSIONI
Tutto viene da Dio, ma non tutto è Dio ; tutto è
riflesso dell'eterno, ma non tutto ne è l'immagine. Non deve
meravigliare che inseguendo il riflesso, il bene derivato, ci si
allontani dalla sorgente e dalla autentica felicità. In questo caso la
delusione è certa, perché portiamo in noi incancellabile il sigillo di
ciò che è. Si può ben disconoscere — prima — la felicità vera di
cui l'evidenza è troppo lontana per colpire i sensi e perfino lo
spirito che essi hanno informato; non si può credere alla felicità
falsa una volta che l'esperienza ha dimostrato la sua insufficienza.
Come dice Cressida in Shakespeare « l'anima della
felicità è nell'inseguirla » ; nel possesso, non c'è che il suo
corpo in parte già cadavere. « Chiunque raggiunge il suo ideale nello
stesso istante lo supera », scrive Nietz-sche. « È più facile
schiacciare i propri desideri che soddisfarli », insiste Amiel; ma
d'altra parte bisogna osservare che lo sforzo per schiacciarli è ancora
un gesto.
« Viaggiatore assetato, sogno un'acqua fresca, e non ho
più sete quando sono alla fonte; ho fame e sonno, ma non finisco mai ne
il pane che mi' danno, ne le mie brevi notti » (Leone Larguier).
Le testimonianze, qui, sarebbero sovrabbondanti;
ciascuno può portare la sua. Ma in fondo non ve n'è che una: la nostra
natura, che un comune richiamo ha divinamente sublimato.
DELUSIONI 117
Nulla ci riesce, perché quello che noi chiamiamo «
riuscire » non è che una " lusinga, e, ottenuto il successo, non
possiamo trovare che una rivincita derisoria sulla felicità sfuggita.
Scrive una donna : « Non conosco nulla di completo
nell'amore, salvo l'idea che me ne faccio ».
È quanto possiamo dire, a maggior ragione, di tutto il
resto. Là dove l'amore inganna, si può essere certi che nulla è
sicuro. Dono pieno e pieno possesso: quale più espressiva e più nobile
immagine del vero bene? Purtroppo non è che una immagine, perché i due
fattori umani che la formano, immagine vivente ciascuno del volto
divino, non possono procurare l'uno all'altro la realtà totale; non me
ne provano che l'abbagliamento, come contempliamo il sole in una
minuscola fontana.
« La vita è un sogno» scrive Calderon; e Shakespeare
di rincalzo: «il sogno di un'ombra». E'in realtà noi sogniamo e
questo chiamiamo « vivere » ; ma vivendo in tal modo, riduciamo noi
stessi allo stato di ombre, non avendo riconosciuto il nostro essere
vero, l'agente del vero desiderio umano che è tutt'altro che una ombra.
« Signore — conclude Sant'Agostino con una parola
decisiva ripetuta lungo i secoli dall'esperienza singolare e collettiva
— Signore, ci hai fatto per tè, e il nostro cuore è inquieto finché
non riposa in Tè »..
118 L'UOMO DEL DESIDERIO
LX DISINGANNO
Ogni delusione non è che un disinganno. La giovinezza,
sempre delusa, spera sempre, e gli eterni fanciulli possono bene
assomigliarle sino alla fine; ma è una prova della loro puerilità, non
una affermazione di soddisfazione vera.
« Viene un momento triste, nella vita — leggiamo nei
« Cahiers » di Sainte-Beuve — ed è quando sentiamo di aver
raggiunto quello che potevamo sperare ». L'affermazione che l'autore
nota in questa forma, è di una donna tranquilla nella sua malinconia,
non suppone esperienze febbrili. Nel confidarci quello che ha attinto «
alle fonti del desiderio », Enrico de Monther-lant aggrava la
situazione: « Io sono affranto dalla sazietà, e imploro. Chi mi
colmerà? ». Confessione di una ricerca appassionata e constatazione di
una sconfitta. Non è ancora la disperazione, è quasi il disgusto; al
di là brilla in lontananza una incerta stella.
Ecco ora l'ironia : « L'anima dell'uomo è piena di
malattie; essa è soggetta alla speranza ». Leggiamo questa
espressione, spiando al di sopra della spalla di Chateaubriand, nel «
piccolo giornale » intimo, supponendo che vi sia ancora qualche cosa di
intimo in questo genio ostentatore, del quale M. de Salvandy scriveva, a
proposito dei suoi pretesi bisogni di solitudine: «Vuole una cella su
un palcoscenico ». Ad ogni modo l'ironia è qui la maschera del
disinganno, e il cuore dispera
DISINGANNO 119
di guarire dalla malattia, della speranza, lungamente
provata.
Un'altra forma di disperazione appare quando un poeta
dice del cuore umano : « È troppo grande, nulla lo colma; è troppo
fragile, tutto lo spezza».
Questa volta lo scacco minaccia di esaere brutale.
L'oggetto del desiderio non ha soltanto deluso, ma ha preso contro il
desiderio una specie di offensiva, come un corpo blindato che
respingesse le bombe all'artigliere, come una replica crudele che
punisse un complimento malaccorto. Noi lusinghiamo gli oggetti, e gli
oggetti si vendicano; ci lanciamo al loro inseguimento, e ad un tratto
essi si rivoltano contro di noi.
Ma ecco l'ultimo segreto. Bossuet ce lo svela parlando
di « quella inesorabile noia che forma il fondo della natura umana ».
La noia è una fame. Aspettando un pasto che ritarda, il Icone sbadiglia
per fame nelle foreste, come il bambino al seno materno, come l'adulto
che tamburella impaziente davanti alla tavola apparecchiata. Dov'è il
nostro alimento? Se fosse qui, la nostra noia non sarebbe « inesorabile
». Ma non è qui ed è per questo che la noia è in noi un fenomeno di
« fondo ». Siamo noi questa noia, in un certo modo, essendo questo
desiderio insoddisfatto, questa sete inestinguibile.
« Alle sorgenti del desiderio » nei due sensi della
parola, si trova il pieno o il vuoto; il disinganno o la gioia, secondo
che ci si fermi al creato o che lo si superi. Superando gli oggetti
umani, sorgenti che non dissetano, si trova Dio; superando se stesso,
sorgente del desiderio insoddisfatto e inestinguibile, ancora si trova
Dio. : •
II desiderio vero è Dio che va incontro a Dio.
120 L'UÒMO DEI, -DESIDERIO
LXI ESALTAZIONE DEL DESIDERIO
I pessimisti credono che la vita, quale Dio l'ha fatta,
non possa soddisfare i loro desideri. In verità sono i loro desideri
che non sanno eguagliarsi alla vita. « Quanto sono miserabili —
dicono degli uomini i « Versi d'oro » pitagorici. — Essi non sanno
ne vedere, ne udire i beni che li sfiorano ». Un cristiano rileverà
qui la parola « udire » ricordandosi che San Paolo ha detto :
La fede nasce dall'udito, poiché è la fede che fa
segno a noi di fissare lo sguardo sui veri beni.
Il pessimista è un uomo che attende dalla vita la
soddisfazione degli istinti più immediati, giudicandoli per mezzo della
ragione terrena. Egli rinuncia amaramente solo dopo aver riconosciuto
che questi istinti non possono essere soddisfatti e che la costituzione
dell'universo, dell'uomo e della società è tale da accumulare gli
ostacoli.
A volte la sua fierezza lo sostiene; a volte egli si
abbatte, s'indigna o si rivolta. Accade che, appartandosi da csteta
nella pura contemplazione, pretenda consolarsi della vita con lo
spettacolo della vita; ma non è che uno scopo transitorio; la noia
viene e la sofferenza l'aggrava sempre dall'interno e dall'esterno.
Vorrebbe fuggire, ma non riesce che a fuggirsi, per non aver sapù-. to
fin dall'inizio, riconoscersi.
Al di là della zona degli istinti di cui rileviamo il
fallimento, vi sono in noi delle potenze di desiderio che bisognerebbe
svegliare, perché le nostre ambizioni
ESALTAZIONE DEL DESIDERIO , 121
fossero pari al nostro easere. Noi non riusciamo che per
non aver mirato abbastanza in alto. La scala dei beni è come una gamma
di cui non sappiamo percorrere che i primi gradi, e, anche allora,
alterando le note, in assenza di quello che Amiel chiama lo « stato
musicale del cuore ». Mirando all'eterno, noi siamo sicuri di
raggiungerlo, e con esso i beni temporali in quanto hanno di valevole e
di utile per noi. Amando l'eterno, noi lo possediamo già
misteriosamente, invasi dall'Ai di là immanente in tutte le cose e
sovrattutto nel cuore umano, allo stesso modo di tutti i nostri oggetti,
sedicenti fuggenti, ma in realtà fedeli alla legge che è comune a loro
ed a noi.
« Ciò che mi occupa, — dice Emilio Faguet, — è
quello che si trova alla mia altezza; mi preoccupa ciò che mi supera
». La preoccupazione non deve provocare il desiderio?
Desideriamo l'infinito, poiché esso solo sazia e là
nostra povertà allietata da nonnulla farà subito posto alla ricchezza.
Desideriamo sotto gli auspici dell'eternità, e la nostra caducità
sarà-posta in possesso di tutti gli istanti che esistono; poiché il
passato, il presente, l'avvenire, e tutto ciò che essi trasportano sono
in Dio, ed appartengono a colui che per l'amore e la esaltante speranza
ha amplificato i suoi desideri fino ad uguagliarli al tutto.
122 L'UOMO DEL DESIDERIO
LXII IL DESIDERIO INFINITO
In tutti vi è il desiderio supremo, ma in molti questo
desiderio non avanza, anzi è combattuto: ai pretende di giudicarlo
chimerico o assurdo : come ae l'impugnatura potesse essere più grande
del pugno e la bracciata più grande del braccio.
Ma il saggio non ammette che l'istinto profondo del
nostro essere abbia il vuoto spalancato davanti a sé. Se ciò fosse,
l'universo sarebbe un non senso, perché in noi susciterebbe un anelito
a cui nulla risponderebbe fuori di noi; perché creerebbe l'erbivoro
dimenticando di creare l'erba, ci darebbe ali potenti trascurando di
fare un'atmosfera, in cui potessero aprirsi al volo. Un'armonia delle
funzioni e degli oggetti non è forse richiesta ;;
dalla legge di adattamento che quaggiù ci
affratella a tutte le cose? ; •
La scala musicale dell'essere parte da questo basso
profondo: la materia, e sale all'acuto maggiore o al- ' gl'acuto
assoluto che è il divino: a questa scala di realtà 1
desiderabili deve corrispondere, nell'essere, nel quale ;
l'intelligenza non ha barriere opprimenti, una scala
infì-.-s nita di desiderio. •
Che dico? L'infinito stesso è in noi e desidera in noi,
sua immagine vivente; in noi, esso ha iscritto il suo no-me; noi siamo
come una idea reale di Dio, una forma esprimente parzialmente l'informe
: non possiamo che ;
tendere a lui come al nostro beatifico compimento.
IL DESIDERIO INFINITO 123
Certo, isolando col pensiero il nostro corpo e la nostra
sensibilità, noi li vediamo aspirare a determinati beni finiti, quelli
che il corpo percepisce e che la sensibilità diventata immaginazione
rappresenta; ma infiniti in qualche modo per lo spirito, noi aspiriamo
infinitamente e non sapremmo arrestare questo dinamismo intcriore a
nulla in quanto è soggetto a perire.
Tutto consiste nel sapere quale, corpo o spirito, è
veramente noi. Si risponderà: l'uno e l'altro, ma sotto il governo di
quello che è migliore, che differenzia l'uomo dalla bestia, che
innalzando la mente in un azzurro spirituale, non permette più di
cadere nel caos della materia. Al contrario è la materia che deve
salire attratta dallo spirito; sono gli istinti del corpo che devono
sublimarsi e purificarsi; le rinuncie che saranno in tal modo loro
imposte non saranno una opposizione alle aspirazione del nostro essere,
ma l'annuncio del loro coronamento.
Quando rifiutiamo l'ascesa alle più alte cime, è
allora, ed allora soltanto, che la rovina disaatrosa ci minaccia. La
vocazione è la forza dell'uomo, la sua molla intcriore; ma stia
attento! essa è più forte di lui: se egli la segue, essa lo conduce ;
se lo resiste lo spezza.
Mio Dio, non permettete che si spezzi in me quello che
vi avete deposto di esaltante, di conquistatore, di santificante, di
beatificante, di eguale a voi, in un certo modo, per le intenzioni, gli
affetti e il destino stesso. Non lasciate che io diventi sordo alla
vostra segreta chiamata, alla vostra voce in me, alla vostra voce che è
me stesso.
Mio Dio, fate parlare il mio cuore.
LXIII
IL PARADOSSO
Di fronte ai nostri desideri, e prima ancora che questi
ci abbiano mostrato, grazie allo spirito cristiano, il vero significato,
il dolore è un paradosso, che atterrisce. Viene da lontano, scava
profondo, si sviluppa e s'indugia nel corso di un destino che solo la
felicità definisce. Poiché la felicità è la definizione della vita.
La felicità è il nostro essere giunto a compimento e capace di trovare
una gioiosa pace nella sua pienezza. Ora, la vita è forse altra cosa
che l'inseguimento di un fine, di una compiuta perfezione?
Eppure, il dolore si attacca a noi prima ancora che ci
sia dato averne coscienza; si affretta a cogliere le sue primizie e,
filtrando con le sue sorgenti fino ad intaccare le lontane generazioni,
anticipa sul nostro essere il suo dominio.
Nascere è consegnarsi alla sua presa; crescere è
aumentare la sua fortuna, credendo di ostacolarla. Avanzando negli anni,
agire vuoi dire ancora invitare il traditore:
l'azione ci da delle soddisfazioni la cui durata è meno
sicura di quella delle noie, delle reazioni, delle gelosie, delle
opposizioni e dei molteplici accidenti provocati dall'operare. La natura
ha la sua parte nei mali che dobbiamo sopportare; gli uomini hanno la
loro, ma i peggiori sono i mali che ci facciamo da soli o che nascono da
quella fatalità che oppone noi a noi stesai.
IL PARADOSSO 125
Nei momenti di felicità dobbiamo stare in guardia:
l'avversario non è lontano; la felicità e il suo
avvertimento, come se qualcuno, in una bella giornata calda, ci toccasse
la spalla per mostrarci un lampo lontano.
Ciascuno ha la sua parte di dolore. Se Wagner ha potuto
definire il popolo « l'insieme di coloro che provano una comune
angoscia », possiamo ben allargare questa definizione : quell'insieme
è l'uomo e l'angoscia della quale si parla è la sua condizione. Questa
angoscia, a causa della sua universalità in estensione e in
profondità, sembra opporsi al senso stesso della vita, sembra abolire
la vita; essa ha un sapore di vuoto e di infinita solitudine.
Soffrir solo, soffrire con tutti come uno solo, vuoi
dire sentirsi in un abbandono che confina con il nulla. Più nulla vale
: ne l'esterno che noi tentavamo assimilarci gioiosamente e che ci
sfugge, ne noi stessi, che pensavamo crescere e invece siamo oppressi a
volte fino alla disperazione.
Ebbene?... — Noi possiamo congetturare quello che ci
risponderà la ragione cristiana. Commossa, ma decisa, essa ci dirà che
il dolore è un nemico che noi abbiamo formato e che, a riparazione
avvenuta, il dolore persiste come un presagio, come una testimonianza,
una iniziazione, una purificazione, una molla di progresso, un mezzo di
solidarietà, una prova della nostra pazienza in attesa della
riparazione eterna, infine come il più alto stimolante e la più sicura
pietra di paragone dell'amore.
La sventura colpisce come la folgore, assale e invade
come una fiumana allo spezzarsi di una diga; ma poi possiamo fare di
essa, come di questi operatori di rovine, una forza del ciclo.
126 IL PARADOSSO
LXIV IL DOLORE NEMICO
Se vi è un senso del nulla nel dolore dell'uomo — o,
ciò che fa Io stesso, un senso dell'infinito — ciò avviene, perché
il dolore umano non viene da Dio. È l'uomo nemico che ha fatto
questo, dice Gesù parlando della zizzania seminata nel campo del
Padre suo. E Satana, il nemico sovrumano; ma è innanzi tutto l'uomo
stesso, nemico dell'uomo, contro il quale, senza di lui, nessuna forza e
nessuna persona può sperare vittoria.
Dio aveva fatto la vita, non la morte; aveva fatto
l'armonioso sviluppo e la felicità, non l'impoverimento e la caduta.
Noi abbiamo guastato tutto e il nostro Cristo, che ha riparato tutto,
non ha però sconvolto tutto : Egli non ha allontanato il dolore dal
mondo, ma gli ha mutato natura e compiti. Del dolore nemico ha fatto un
dolore servo. Era più difficile, ed anche più grande;
poiché in questo modo il paradosso non soltanto fu
abolito, ma rovesciato. La vita ora non è semplicemente sottratta al
dolore opprimente; essa è dal dolore accresciuta, nobilitata, e la sua
definizione non sarà più quella del tranquillo raggiungimento di una
fine, ma di un superamento eroico, perché, come sempre, l'ostacolo
superato ingigantisce il passo.
Soltanto, noi abbiamo il terribile potere di
annichi-lire, ciascuno per se stesso, l'opera redentrice. Il dolore
vinto può riprendere il suo potere: basta allontanarsi dalla croce o
tradirla, tradendo Colui che soffre su di essa. Lontani da Gesù Cristo,
noi ricadiamo sotto l'im-
IL DOLORE NEMICO 127
pero delle forze di cui egli è il regolatore o il
dominatore a beneficio dei suoi fratelli. La redenzione cede allora alla
creazione sciupata per colpa nostra, retrocedente verso il nulla e
ritrovante l'infinita vacuità che è la vita allontanata dal suo
principio.
« Gli uomini scelgono essi stessi, liberamente, i loro
mali », dicono i « Versi » pitagorici. La nostra sorte è nelle
nostre mani, come la virtù e il volere. Decidendo bene, operando bene,
tutto ci è amico, e possiamo disporre della forza dei mondi; operando
male, siamo oppressi da queste forze come la rupe opprimeva Sisifo e la
montagna i Titani puniti.
Senza giungere fin—là, quante volte i nostri dolori
acquistano impero su noi perché noi abbiamo dato loro la possibilità
di questo potere! I dolori sono spesso nostri in questo senso, che noi
stessi li creiamo, sia con le immaginazioni appassionate, sia per enetto
di errori, che ricadono su noi e ci colpiscono; allora ruminiamo
scioccamente, orgogliosamente, invece di accettare la lezione degli
avvenimenti e il giucco della Provvidenza.
Spesso i tormenti che ci fabbrichiamo da soli sono
crudeli quanto gli altri; ma questa è una ragione di più per
correggere la nostra sensibilità e allontanare i suoi fantasmi.
In qualunque ipotesi, il dolore è nemico quando noi lo
vogliamo, è amico se noi lo vogliamo. È in nostro potere scegliere
l'amicizia del dolore, serbando e coltivando l'amicizia di Dio.
128 IL PARADOSSO
LXV IL DOLORE-PRESAGIO
Noi abbiamo il diritto di portare i nostri dolori con
nerezza, come un segno di nobiltà. Ogni oppressione della natura o
dell'uomo ci ricorda che siamo destinati a rapporti più alti; anche la
felicità è un presagio e ci vien concessa a titolo di pregustazione,
ma ci vuole la delusione — che è già un dolore — perché l'oggetto
che credevamo ci saziasse, ci sforzi a sentire la vastità incol-mabile
della nostra anima. -
« Ogni foglia morta che cade, ci scopre un po' più di
ciclo » dice Carlo Guérin. Come Dio, che pur era felice, ha preso una
carne soggetta al dolore, si direbbe che la beatitudine stessa abbia
tentato una prima incarnazione sotto la figura del dolore aureolato di
speranza. La sventura è un invito ad andare a Dio, è un segno di
vocazione, e al tempo stesso, è una iniziazione a quell'avvenire beato
quando vi si mescoli l'amore; poiché l'amore è già un possesso
anticipato, e nell'ultimo possesso è ancora l'amore che viene saziato.
La speranza della felicità eterna non avrebbe nessun
•senso per noi, se non avessimo l'esperienza delle gioie terrene e
perderebbe anche il suo carattere misericordioso e liberatore, se non
avessimo ora nulla da soffrire. Gioie e sofferenze alternate, qualunque
ne sia la dose, fanno della speranza cristiana, una speranza legittima
perché documentata.
Io immagino che questa sia una delle ragioni per le
quali il Cristo non ha voluto cancellare dal mondò il
IL DOLORE.TESTIMONIANZA 129
dolore: egli avrebbe tolto la gemma più bella alla
corona della speranza. AI contrario, non è orribile pensare che il
miserabile, in questo tempo che si dice sfavorevole ai poveri della
terra, non veda altra evasione possibile che dal lato della morte? Gli
hanno chiuso il ciclo. Egli vive sotto la volta azzurra come sotto un
opprimente tetto di pietra che il fumo di un duro lavoro insudicia ed
ammorba. Più amico e più benefico gli era l'uomo di Gallica, il Dio
nascosto sotto livree servili, quando gli apriva, larghe ed esaltanti,
le porte del ciclo.
II poeta Habir paragona la vita al loto : immersa quasi
tutta la pianta nell'acqua della tribolazione, il fiore emerge e l'acqua
non osa lambirlo. Eppure è di là che nasce. Fiorirebbe la pianta se
nell'acqua limacciosa le sue radici non attingessero la vita e il vigore
della linfa? Allo stesso modo la nostra beatitudine nasce dalla
sofferenza accettata e utile. Non malediciamola;
amiamola piuttosto, come l'amica di ciò che ciascuno
ama. Non possiamo aspirare a nulla di meglio, fino a quando il regno
decisivo del bene non avrà abolito ciò che ad esso ci prepara, il
cui simbolo per eccellenza è la croce.
LXVI IL DOLORE-TESTIMONIANZA^i
« Ogni -uomo rassomiglia al suo dolore », dice un
contemporaneo. E vero, come ogni uomo somiglia alle sue gioie. Ciò che
ci rallegra, ciò che ci fa soffrire, testimonia il nostro vero essere,
le nostre tendenze profonde e il nostro valore.
130 IL PARADOSSO
« Un uomo non vale più di un altro, se non fa nulla
più di un altro » diceva assai nobilmente il cavaliere della Mancia.
Ma se opera più di un altro, deve essere anche capace di sopportare
più di un altro, poiché è questa la testimonianza migliore.
Agire significa esercitare la propria volontà, mentre
soffrire significa subire una costrizione. Ora, è più difficile e più
meritorio resistere pacatamente guidando la propria volontà che
liberamente spiegarla. Nel primo , caso vi è spiegamento di energia,
nel secondo vittoria. In realtà l'uomo si supera. operando con uno
sforzo supremo, al di là delle sue possibilità ; ma si supera anche, e
con minore ebbrezza e quindi con maggior me- . rito puro, sopportando
quello che contraria i suoi istinti, -«pezza il suo slancio e argina
una vita che vorrebbe accre-scorsi sempre.
Non si sa veramente quello che valga un uomo se non , si
è visto come reagisce alla sventura: abbattuto, prova la sua
mediocrità; ritto, si mostra più grande che se si ergesse su un
piedeatallo: grande per grandezza propria.
Saint-Simon non risparmia Luigi XIV, finché Luigi XIV
trionfa; ma non può impedirsi di arrendersi, quando vede il sovrano
colpito dall'avversità e sempre eguale a se stesso. A Sant'Elena la
statura morale di Napoleone si arricchisce di tutta l'estensione e di
tutta la gran- ' dezza della sua immensa sventura; non faceva che
rilevare il suo caso quando diceva: « Gli uomini si riconoscono al
momento dei grandi urti. Colpite un bronzo con un guanto, non renderà
alcun suono: colpitelo con un martello e lo udrete squillare ».
Come il bronzo immobile, la virtù nel riposo può
sembrare dormire; come una luce velata, essa si cela;
IL DOLORE-MAESTRO 131
ma nella sventura si erge e getta baleni che le
Compongono come un'aureola.
La corona di spine di Gesù, sulla croce, è piena di
luci che irradia su ogni dolore umano concorde al suo. Nell'insieme
tutti questi dolori sono una testimonianza che l'uomo è grande, quando
trova nella sua atessa oppressione il mezzo per un più nobile sforzo.
LXVII IL DOLORE-MAESTRO
Se il dolore è ovunque attivo, come avere l'esperienza
della vita senza quella del dolore? È inutile credere di potersi
formare questa esperienza dall'esterno; essa è soltanto intcriore. Il
testo originale dell'anima umana è in noi; al di fuori, per noi, non vi
sono che delle traduzioni in lingua straniera.
« L'uomo è un apprendista e il dolore è suo maestro;
nessuno si conosce finché non ha sofferto ».
Il dolore attua la sua iniziazione illuminandoci
dapprima su noi stessi, perché la conoscenza di sé è la base di ogni
conoscenza utile : in seguito prosegue la sua opera in rapporto al
prossimo non solo per questa ragione ma anche perché la simpatia, base
delle relazioni umane, ha la sua sorgente più immediata nel sentimento
dei nostri mali, delle nostre difficoltà e dei nostri propri limiti.
L'essere indefettìbilmente felici ci esporrebbe ad una
tentazione terribile: quella di non amare che la nostra felicità. « II
cuore umano non si allarga che con una lama che dilania », scrive
Flaubert.
132 IL PARADOSSO
Si può anzi dire che la nostra iniziazione al dolore
concerne anche Dio, in quanto ci fa entrare più profondamente
nell'ordine che Dio ha fondato, ordine misterioso, ove la grandezza
nasce dalla responsabilità, dallo sforzo, dal sacrificio, dalle mutue
comunicazioni e dai mutui soccorsi. A tutto questo ci sveglia
l'esperienza del dolore, come la resistenza delle cose c'insegna le
grandi leggi che reggono l'ordine fisico e ci comunica il cifrario per
interpretare il significato generale di tutto quanto esiste. Nasce da
questo un accrescimento proporzionato delle nostre possibilità, che
dipendono dalla nostra formazione intcriore. « Più sopporti, e più
potrai », dice una antica formula. Ci si dissolve nella voluttà;
ci si fortifica nel dolore. Il midollo più squisito si
trova spesso nell'osso più duro. Il legno si consuma: la fiamma
splende; l'albero resinoso viene ferito con profonde incisioni : l'aroma
ne scorre e la cima s'innalza sempre più alta. -
« La rosa è Io splendente tormento del rosaio » dice
Ernesto Prévost. Tutta la creazione porta questa testimonianza. La luce
stessa, vita e quasi pensiero della natura, è forse altra cosa se non
materia che muore irradiando?
Non è dunque abbastanza dire con Novalis che « le ore
durante le quali si sente parlare di sventura sono ore di
edificazione». Sentir parlare sarebbe poco, se Reco della nostra
propria esperienza non fortificasse la lezione. La vera formazione,
l'accrescimento interno, è - per conseguenza il potere di edificazione
e di vita esigono che ci si abitui a questo paradiso di supplizi, ove le
anime elette si aprono a tutto il reale e sanno incontrare Dio.
IL DOLORE CHE PURIFICA 133
LXVIII IL DOLORE CHE PURIFICA
Quello che noi diciamo «formarci», non è solo
acquistare ciò che prima non si' possedeva; più frequentemente ancora,
forse, o in ogni caso in modo concorrente, è purificarsi, a volte
guarire. Si potrebbe pensare che a questo indispensabile lavoro il
dolore sia inutile? Si trova già nel « Gorgia ». di Plafone questo
pensiero cristiano: «Non è possibile emendarsi, sia sulla;
terra che nel regno dei morti, se non attraverso la
via" dei dolori e delle sofferenze; non è possibile essere libe-t
rato in altro modo dall'ingiustizia ». '
Sappiamo che il dolore ha altri aspetti; esso è come il
termocauterio: il malato grida «ahi!» ma, è pacifico, grazie ad esso
starà meglio. « I mali che ci affliggono, — dice Bossuet — servono
a correggere quelli che ci lusingano ». Di tanto in tanto. Dio ci
strappa questo mondo, del quale usiamo male; egli sembra ritirarlo a
sé, come il cielo ritira fino allo zenit la luce della sera. Dio non ha
bisogno per questo che di toccarci in noi stessi. Un semplice malessere,
a maggior ragione una vera avversità, una infermità, una rovina, un
lutto, e l'universo, per noi, è scolorato. Quale grazia, se lo
vogliamo, questa decolorazione momentanea o parziale! E come la notte,
che rivela gli astri: vediamo meglio il divino; vediamo noi stessi con
maggior rettitudine e con sincerità vera, al posto di quei giucchi
d'immagine e di quegli inganni più o meno coscienti di cui siamo
costantemente vittime.
134 IL PARADOSSO
« A piangere ci si rischiara la vista », diceva una
ragazza ospitata a Saint-Lazare. Fortunati noi quando i mali che
sentiamo nella carne o nell'anima ci svegliano al ricordo o al timore di
quelli che non sentiamo!
Anche se non avessimo nulla da raddrizzare o da guarire
in noi, tuttavia potremmo ricavare dal dolore il beneficio di quel
completamento della nostra personalità, di quella dolcezza che eccita
la simpatia come qualunque valore un po' misterioso. Un'anima che ha
sofferto molto esercita un fascino profondo e assai interessante per chi
sa intendere.
Essa ha subito per questo fatto stesso una purificazione
: è esente dalle superfluità morali che ancora ci ingombrano, dalle
illusioni che ancora falsano il nostro sguardo; ha acquistato quella
esperienza totale che è sorgente di vita perché espressione, in
un'anima, della vita nel suo più completo significato e nella sua
bellezza integrale.
Leonardo da Vinci diceva di aver osservato che uscendo,
la sera, nell'ora del crepuscolo, con un tempo grigio e triste, scorgeva
nei volti tanta grazia e tanta soavità. In un'anima al tramonto della
vita, dopo grandi sofferenze ben sopportate e feconde, si scopre la
grazia nel senso più alto della parola; ma ci viene anche rivelata la
grazia, nel senso di una squisita nobiltà morale che ci incanta, e la
dolcezza austera della vita, tale quale Dio la vede, sotto il suo cielo,
confortata dalla speranza.
IL DOLORE CHE RIPARA 135
LXIX IL DOLORE CHE RIPARA
Bisogna pagare. I debiti morali sono, fra tutti, i più
sacri, e il Vangelo ci avverte che nel regno dei cicli si tiene conto
perfino di « un umilissimo obolo ».
A causa del peccato noi esercitiamo la nostra volontà
contro l'ordine: è giusto che l'ordine eserciti, in un modo o
nell'altro, il suo diritto di rivincita contro la nostra volontà.
Quando questa stessa volontà, rottamente orientata,
consente alla vendetta delle cose, in cui essa vede lo strumento di un
diritto etemo, la sofferenza riveste un carattere nuovo, più nobile
ancora, forse, di quello della sofferenza che purifica. Questa ci eleva,
ma non ci fa giustizieri. In questo caso, la giustizia è solo
materialmente subita, ma in realtà è moralmente esercitata; è
veramente nostra, poiché l'accettiamo liberamente, anzi, nel caso
migliore, l'amiamo per amore degli attributi divini e per stabilire il
loro regno.
L'accettazione diventa, a volte, difficile, quando la
sofferenza ci viene dall'ingiustizia umana. Questa fa come da schermo,
noi la vediamo e la nostra anima si ribella. In tal caso non vediamo
più direttamente la giustizia di Dio.
Ma un tale spostamento di punto di vista, se è naturale
al primo momento, non può trattenere a lungo un'anima profonda.
. Che importa la giustizia degli uomini? In faccia a noi
stessi e a Dio noi non subiamo che delle giustizie.
136 IL PARADOSSO
E forse « giusto » — giacché teniamo tanto a questa
parola — il rischiare di invertire e le cause e le 'competenze?
Altri ha le sue responsabilità; io ho le mie; per le
responsabilità altrui, Dio è il giudice competente, non io; per le mie
responsabilità. Dio è giudice con me; io sono giudice con Dio, che
vuoi avermi a collaboratore nell'opera di giustizia, come in ogni altro
avvenimento della mia vita o della vita altrui.
Ritrovo così, al disopra delle apparenze e delle
realtà estranee, la grandezza dalla quale rischiava di farmi decadere
un sentimento puerile di rancore o di vendetta. Non trascino il fratello
al mio tribunale; l'accetto umilmente come l'esecutore provvidenziale
previsto delle alte opere divine. Non è a Lui che io mi sottometto in
tal modo, è a Dio, ed è in un certo modo a me stesso, che per la
comprensione e l'amore mi sono elevato sino alla destra del Padre,
giudicante, con il Cristo, le « dodici tribù d'Israele », compresovi
io, loro colpevole figlio.
LXX t^ IL DOLORE CHE DONA
Anatole Franco raccontava in conversazione il fatto
seguente: II chirurgo Félisé, durante la guerra del 1870, un giorno
manca di cloroformio; ne ha soltanto una piccolissima dose e decide di
impiegarla per un ufficiale che deve subire un'operazione orribile.
L'ufficiale protèsta : « No, signor maggiore, bisogna serbare il
cloroformio per quelli che non hanno gradi». Il cristiano
IL DOLORE CHE DONA 137
è un ufficiale, ha un grado; non prende per sé il do*
roformio. Il dolore degli altri lo occupa più del suo, soprattutto se
teme che esso non abbia un pósto opportuno nel sistema di vita e di
pensiero del suo compagno umano.
Come quel medico che non ha sufficiente rimedio per
tutte le piaghe, noi non abbiamo lagrime sufficienti per tutti i dolori;
perché i nostri avrebbero un privilegio se siamo tutti fratelli? Ieri,
eravamo in gioia e sopportavamo il mondo; forse Io esaltavamo quale
artefice dei nostri agi, garante delle nostre speranze. Oggi facciamo
l'esperimento dell'altra faccia delle cose : non è un invito a
rivolgerci verso coloro che sono, come noi, raggiunti o minacciati da
questo mutamento?
Non siamo solidali nello stupore, nella fiducia o
nella ribellione, sotto il grave mistero del mondo? .
« Ad ogni modo è una consolazione, — scrive Barrés
— il fare delle pene proprie il rimedio del dolore umano e una delle
soluzioni del problema del male nell'universo ». È una consolazione,
ed è anche un obbligo, poiché in tal modo l'ordine morale viene
ristabilito. « Dio non permetterebbe il male — osserva S. Agostino,
— se non fosse abbastanza potente per trame un bene ». Egli ha
permesso il male; ma in questo permesso è inclusa la volontà di
vederci concorrere, tutti insieme e gli uni per gli altri, alla vittoria
del bene che egli prepara ed alla manifestazione finale della gioia.
Dio non costruisce da sé solo il suo universo. Come
quello che vi è di più bello nella natura, è l'interferenza delle
cause; così quello che v'è di più bello nell'ordine morale, è
l'aiuto scambievole. Quando il dolore lo esige l'aiuto scambievole è un
dono di gioia commovente e generoso. Siate contenti, fratelli miei, io
138 IL PARADOSSO
soffro per voi; siate alleggeriti, io porto il peso; il
fardello inevitabile dei dolori non vacillerà.
In un tale sentimento è inclusa una grande nobiltà;
ma vi dobbiamo anche vedere un mezzo per crescere;
poiché soffrendo per gli altri in vista di nobili fini,
ci si eleva, e ad aiutare sotto questa forma ci si arricchisce e del
sacrificio proprio e del merito altrui.
LXXI LA MALATTIA
Questa forma speciale di sofferenza spesso
misconosciuta, merita, forse, qualche considerazione a parte.
Vi si vede — ed è in realtà — un indebolimento;
vi si vedono meno le possibilità di raccoglimento, di distacco, di
dilatazione del cuore, di purificazione e di ripresa della vita che essa
nasconde.
I teologi ed i mistici non accettano l'idea che il Cri-
. sto abbia potuto essere malato, ed appoggiano le loro affermazioni ad
alcuni argomenti : la malattia è troppo prossima al peccato, perché
risulta da cattive disposi-.' zioni organiche, da accidenti, da
imprudenze. Ora, il . Cristo fu uomo perfetto; nella sua vita nulla di
acci-;
dentale; nella sua condotta nulla di imprudente, nulla
di sottratto alla saggezza divina.
Ma non ne segue per questo che la malattia non ci
avvicini al Cristo e non ci inviti a dividere con Lui il greve fardello.
Da Lui a noi vi è differenza di pesi da portare; ma in sostanza egli ha
preso liberamente sa di sé i mali umani che convenivano alla sua
condizione ed alla sua missione terrena; e noi dobbiamo imitarlo.
LA MALATTIA 139
La malattia vi si presta quanto ogni altro dolore: un
letto di ammalato è pure una croce, — quanto dura a volte — e tutte
le virtù della croce vi si possono dunque raccogliere. Nella sofferenza
fisica può nasconderei un vigore segreto, al contrario di tante
debolezze che noi ameremmo decorare col nome di vigore.
La malattia elimina dalla coscienza le vanità abituali;
e non lascia scorgere della linea della vita che i
pendii essenziali. Mentre ci si crede ridotti allo stato di un orologio
solitario che segni penosamente e inutilmente le ore, in realtà si è
"disposti a sopprimere l'inutile, se il pensiero discerne e
accetta, nei momenti di lucidità allora così frequenti, la scelta che
l'arte di vivere ci sollecita a compiere.
D'altra parte, l'eliminazione non è qui che un mezzo
per crescere e per acquistare. Liberandosi dal tempo, si accede
all'eternità. « II malato muore meno degli altri », scrive Paolo
Claudel. Dove altri si precipitano a testa bassa e bendata, senza veder
null'altro che quello che cade sotto l'angolo acuto della loro azione
limitata, per meglio dire, della loro folle dissipazione, il malato
cristiano ha il presentimento della immensità che lo invita. La
malattia è per lui una profezia: egli rivela la precarietà di quello
che ci diverte e gli annuncia quello per cui siamo creati. Tocco di una
campana, segno d'arresto, scampanellìo di un avvisatore, dito alzato ad
ammonire; meglio ancora: una rottura del determinismo mentale, un
antidoto dei veleni della vita, un indebolimento dell'uomo a profìtto
del superuomo, un martellamento dell'eroe, una potente impotenza che la
Forza universale anima internamente; in breve: un cambiamento di clima
spirituale favorevole alle revisioni, alle riprèse, e quindi al
progresso, forse ad una salvezza
140 IL. PARADOSSO
gravemente compromessa: ecco la malattia nel concetto
cristiano. Un gran medico vi vede una tendenza alla creazione di un
ordine nuovo. Trasportate questa concezione dall'ordine fisiologico
all'ordine mentale, all'ordine religioso, all'ordine mistico, e avrete
espresso il suo valore e la sua grandezza.
LXXII LA PAZIENTA
Come vi è una tecnica dell'azione, così vi è una
tecnica del dolore. «L'essenziale è di non pensare », dice un
carnefice benevolo in un libro di Tolstoi: l'essenziale, per il
cristiano, è di pensare con nobiltà, di guardare in alto; in un certo
senso le due espressioni si equivalgono perché chi eleva il pensiero si
dimentica di pensare a sé, al proprio caso, alla propria eventuale
querimonia, alla propria pena. Quando un male mi colpisce, invoco Dio, e
vado con Lui ben lontano dal dolore. Spezzare la catena del tempo e
fuggire verso il permanente; fissare il proprio cuore ove regna l'eterna
serenità; ov'è il nostro posto ed ove tende, con timido o largo
slancio, quel colpo d'ala che in noi si chiama speranza, non è forse
finirla con le agitazioni pretenziose suggerite dalla sofferenza o
dall'orgoglio, con le rivolte e le disperazioni, con le depressioni ed i
torpori? E se è così, come è, siamo nella verità del dolore
cristiano, che è passività attiva e sottomissione nella magnanimità.
Ecco la pazienza.
« II giorno della morte sarà indifferente essere stati
felici O infelici », scrive Chateaubriand. Il giorno della
LA PAZIENZA 141
morte non fa che portarci ima luce più vivida: ma ciò
che allora vedremo è vero fin da ora. Che importa un luogo di
passaggio? Le cause dei nostri dolori non sono eterne; passano mentre
noi restiamo. Se abbiamo tanta difficoltà ad affogare il sentimento
delle nostre tristezze in quello della nostra immortalità, non è forse
perché noi dubitiamo, praticamente, di essere degli immortali? Se
questo è vero, la vita è ben poca cosa, e poco importa passarla a
ridere o a piangere.
« Soffrire è una breve sofferenza ; aver sofferto è
una lunga gioia » (Enrico Suso). In seno allo stesso dolore se vi è
Pamore questa gioia si gusta, si annuncia e, d'altronde, nel peggiore
stato temperato da pace cristiana, molte cose ancora ci restano.
« II peggio non è, per quanto a lungo possiamo dire:
Ecco il peggio », scrive il grande Will. Amieto
felicita Grazio di essere « un uomo che sapendo soffrire tutto non è
asservito da nessuna sofferenza ». La Provvidenza ci sostiene contro i
•suoi colpi, ci rende in equivalenti superiori tutto quello che ci
sottrae, ci lascia quello che un'anima alta mette sempre ben al di sopra
delle sue prove: la grandezza della vita e la bellezza del mondo. Anche
in un cespuglio di spine si può restare sensibili al canto degli
uccelli ed alla dolcezza del cielo.
Si capisce bene che parlo figurativamente; il «
cespuglio » è legione, e gli uccelli e il ciclo sono numerosi come la
vita stessa. Nondimeno l'universo vi ha la sua parte.
Noi, quando soffriamo, accusiamo l'indifferenza delle
cose; vorremmo che la natura sospendesse il suo sublime lavoro; ma la
natura è come noi, ha il suo compito "e non può fermarsi per
consolarci. Il suo lavoro non vale per noi più che il suo compatimento?
Quando
142 IL PARADOSSO
soffriamo l'universo continua ad 'essere bello, utile,
artefice di un'opera eterna. Esso è-già fisso a quel punto di vista a
cui dovremmo giungere noi stessi : cercare una compiutezza e una
perfezione in paragone delle quali, le nostre sofferenze non contano
più.
LXXIII IL DOLORE E L'AMORE
Se non vi fosse l'amore, avremmo delle serie ragioni per
credere il nostro universo abbandonato al caso, almeno in rapporto alle
soddisfazioni o all'aiuto che esso ci porta. Il dolore, scandalo delle
filosofie e delle anime, non ha che questo solo antidoto; ma con lui in
Dio, con lui in noi, tutto si trasforma.
Dio ama. La creazione è opera di amore. AI ìommo della
creazione l'essere pensante è invitato a portare i suoi sguardi verso i
fini creatori, a giudicarli nella loro esaltante bontà e ad amare in
proporzione della loro grandezza. La catena è formata e la corrente vi
passa;
in questo giucco di effluvi! ascendenti e discendenti
quale posto vi è per il dolore ribelle o accorato?
Il dolore è, come la gioia, una collaborazione. L'uno e
l'altra si eguagliano. L'uno chiama l'altra come un'eco. Io
sovrabbondo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni, scrive Paolo.
Egli è felice perché anche la sua vita « sovrabbonda », perché il
lavoro nel quale si estenua è una grande opera di « edificazione »,
cioè di costruzione spirituale nell'amore, e perché le sue
tribolazioni appaiono al suo spirito di fede come l'elemento principale
della sua missione.
IL DOLORE E L'AMORE 143
/
Agire, patire; entrambi provano l'amore, ma quanto più
sicuramente il patire! L'agire risponde ai nostri istinti, il
soffrire li opprime: lavorando contro di sé si è più sicuri di
servire puramente.
« Nella via dell'amore — dice il poeta persiano —
la sofferenza è una gioia, il dolore un sostegno. Il cuore desideroso
di guarire vuole essere ferito più profondamente ». « Quando si fugge
il dolore non si vuoi amare », scrive Novalis; e Santa Caterina da
Siena, parlando di sé, dice : « Essa si diletta nelle sue pene, e la
misura delle sue pene è la misura della sua gioia ».
È vero, soltanto i perfetti sono alPaltezza di tali
giudizi e soprattutto di passioni così sovrumane. Vi è in questo
dell'eroismo, ma abbiamo già dovuto riconoscere che solo l'eroe
concepisce il vero senso della vita.
Per noi, deboli cuori, la sofferenza per amore è una
dolcezza che ci spaventa, come quelle rose che un uomo dei ghiacci etemi
non osava toccare, temendo di bruciarsi le dita. Che il nostro amore si
accresca, e troverà la sua legge, come l'hanno trovata gli esseri
sublimi. Esso giudicherà ben semplice l'esclamazione di Teresa d'Avila:
« O soffrire o morire », o servire l'Amore o raggiungerlo; meglio
ancora consentire a mai raggiungerlo per sempre più e sempre meglio
servirlo: « Soffrire e non morire ».
L'umile cristiano estraneo a questi eccessi comeliani
sappia almeno che il dolore trova nel pensiero e nell'amore di Dio
meravigliosi compensi.
Dei tristi sentieri di questo mondo l'amore sa fare una
strada inondata di sole.
144 IL PARADOSSO
LXXIV LA SUA CROCE E LA NOSTRA CROCE
Gesù è per eccellenza colui che ha amato soffrendo.
Dopo aver esaurito il contenuto doloroso di un cuore di uomo, Egli ha
voluto che la lancia ci aprisse questo Cuore unito alla Divinità
perché ci apparisse il fondo infinito, dopo le manifestazioni finite
della sua tenerezza.
Caterina da Siena non può stancarsi dal ruminare questo
tema : l'amore, il sangue, l'uomo e Dio formano un insieme in cui
l'anima si perde confusa e estatica. « II dolore fu fatto divino —
dice essa — quando il sangue del Figlio unico fu intriso e come
mescolato con la natura divina dal fuoco della divina carità, che fu il
vincolo che lo tenne attaccato e inchiodato alla croce ».
Oh, la croce! la croce carica di amore, grondante del
sangue glorioso e inondata di luce celeste, quale talismano per i
dolori, quale appoggio per le forze umane che declinano, quale gloria
per la nostra umanità! La piccola terra è più grande di tutti gli
astri, se in essa sola è stato piantato quello che Paolo Claudel chiama
« l'Eden della croce », se su di essa sola si innalza l'ostia e il
calice, ove l'amore e il sangue cantano ancora e sempre la Divinità.
« La terra non è che un granello di sabbia
nell'infi" : nito deserto dei mondi —- scrive Anatole Franco —
ma
è più grande di tutto il resto del mondo se soltanto
su ;; di lui si conosce e si vive il mistero del dolore ». E vero, ma
solo in conseguenza della croce; perché solamente quello che Dio stima
e che Dio ama .è grande,
LA SUA CROCE E LA NOSTRA CROCE 145
e Dio non ama i corpi sofferenti, le anime doloranti, le
famiglie in lutto o le patrie che sanguinano se non attraverso la sua
Chiesa, attraverso la Sacra Famiglia, attraverso l'anima e il corpo del
Primogenito umano.
Nella sofferenza nulla ha valore all'infuori di quello
che essa ha di divino, nella sua sorgente, nei suoi motivi, nella sua
ispirazione cristiana, nel suo fine. Questa lezione deve farla sua ogni
uomo provato, quando fosse tentato da stoico orgoglio, o soprattutto da
scoraggia-mento e da rancore.
Quando soffrite, fate una croce, o meglio avvicinate la
croce del Cristo, la croce fraterna: distendetevi piamente le membra;
riposatevi il cuore e Io spirito turbato o la coscienza inquieta.
Tenetevi vicino al cuore divino dagli indicibili palpiti. Seguitene il
ritmo, ascollate il commento e la sublime preghiera che acquieta :
Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio. Egli
dice questo per la morte, e voi ditelo anche per la vita: ti rimetto il
mio spirito, Padre; a tè il giudizio; a tè il governo; a me la
sottomissione fiduciosa. Io non comprendo, non ho bisogno di
comprendere; il mio cuore intuisce e mi basta. Tu ami ed io mi abbandono
all'amore; tu sei il maestro dell'opera, io l'operaio, colui che
scolpisce le figure, ed anche la pietra che è scolpita. Io collaboro
col mio solo consenso. Lo so! Si tratta di fissarmi (( nella forma di
Dio » e accetto le condizioni, la stretta della tenaglia, il colpo del
martello godendo in anticipo la bellezza felice. Così sia,
LXXV
MEDITAZIONE SULLA MORTE
« Fammi conoscere, o Jahweh, il tempo della mia fine
e il numero dei miei giorni qual è: affinchè io sappia quanto mi manca
ancora. Ecco, hai ridotti a scarsa durata i miei giorni, e l'esser mio
è come un nulla davanti a tè)). (Ps. 38).
« Noi vediamo svanire i nostri anni come un sospiro;
i giorni della nostra vita arrivano a settant'anni, e
pei ' più robusti a ottanta, e il di più è affanno e dolore;
" poiché essi passano presto e noi voliamo via»
(Ps. 89).
Abbiamo veramente bisogno di meditare questi pensieri,
che portano con sé tante vaste conseguenze. Uno? studioso di ieri,
Giulio Soury, aveva preso l'abitudine' di dirsi : « In primo luogo, io
morirò ; in secondo luogo, ogni giorno che finisce non lo vedrò
più». Buona pre-' cauzione contro l'oblìo che l'allucinazione della
vita' infligge quasi a tutti, a detrimento dell'alta vita morale.'
Quel curato del Brianzonese che faceva dire al qua-,
drante solare delia sua chiesa, all'indirizzo dei contadini e dei
passanti ; « È più tardi che non crediate » era ben ispirato.
L'avvertimento è grave. L'ora racchiude la nostra vita e scorrendo la
porta via : senza fretta, senza rumore, lasciandoci ampia possibilità
di ignorarlo, ci toglie ciò cui teniamo tanto e che mai più ritornerà
per noi.
MEDITAZIONE SULLA MORTE 117
Una voce segreta ci dice immortali, ed è urgente
ascoltarla; ma anche le voci che ci dicono mortali, vale a dire
abbandonati, in quanto al corpo e a quello che da esso dipende, al tempo
inesorabile, sono voci amiche;
perché non si accede alla eternità, attuale o futura,
che attraverso il tempo, e il saperlo fuggente, il saperlo distruttore
di tutto ciò che trasporta nella sua corsa e ci offre rivestito di
lucenti illusioni, è un invito pressante a favore dell'essenziale.
Noi veniamo espulsi dal tempo; veniamo espropriati, a
poco a poco, dei nostri possessi e del nostro essere. Di rifugio in
rifugio, eterno viandante, io mi dirigo verso la camera banale e tragica
dalla quale non uscirò più.
Prima ancora d'esser gettato fuori dalla mia
casa « con i piedi in avanti », con lo spirito in avanti sarò
..gettato fuori da me stesso. Cesserà prima la coscienza * di
me stesso, poi io stesso cesserò, vivente al quale
fu prestato un po' di materia per nutrire un'anima.
La morte, che in tal modo mi strappa tutto, cancella
anche il mio nome. Lo si pronunci al passato! Al presente non risponde
più a nulla, e non designa che una ombra. «Un tale», sono io? No,
qualche cosa di me;
io, se si vuole, ma io senza essere io: la mia anima
pallida e tremante, con tutto il peso di ciò che accadde nella carne.
Oh, quanto potere hanno, a volte, questi pensieri,
quando passano come un coltello affilato attraverso i nostri fragili
cuori! Vi sono notti in. cui la morte ad un tratto mi sveglia. « E
l'ora »?
« No ». Ma so che questo reo è provvisorio, e la
morte stessa non vuole che io mi inganni: il suo aspetto grave ;:, mi
avverte, a meno che il suo sogghigno non mi ag-, ghiacci.
148 MEDITAZIONE SULLA MORTE
Noi dovremmo correggere con fermezza il
pessimismo che potrebbe accompagnare tali evocazioni. La morte, in
fondo, non è triste. Ma la morte è; la morte è cosa grave e, in
attesa di altre lezioni è bene ricordare questa dataci dal proverbio :
« Non vi è giorno così lungo che non finisca con la notte ».
LXXVI LA MORTE PERMANENTE ,
La mia anima è una nave in partenza per l'infinito e il
mio corpo la mette all'ancora nei- porti provvisori di questo mondo; ma
essa ondeggia, e una leggera oscillazione l'avverte che è attesa
altrove.
Oscillazione? Sì. Sento i ritmi della materia, quei va
e vieni di energia creatori e distruttori insieme, fattori di vita,
agenti di morte, senza che si possa distinguere il guadagno dalla
perdita. Quando gli intemi movimenti del mio corpo raggiungono le onde
fluttuanti di fuori e vi si confondono, ecco la morte. Il mondo, allora,
esiste ancora! ma noi non esistiamo più. Questo movimento dell'
interno, questa fine nell' esterno generatore e mortale sono decretati
nel momento stesso della nascita, che è un accomodamento provvisorio,
simile a quello di una nebulosa spirale o di un turbine. Si muore
continuamente. Vivere, aspettando questo o quello, anche se la scadenza
è prossima, è vivere consentendo a morire. E anche le cose muoiono e
noi moriamo ad esse che da ogni parte ci lasciano scivolando sulle chine
del tempo.
LA MORTE PERMANENTE 149
Un giorno viene in cui, accentuandosi l'impressione di
queste verità e avendo perduto forza l'attrattiva allucinante degli
oggetti, la vita Sembra essere richiamata in se stessa e fatta rientrare
nella sua sede intcriore come il telescopio avvicina, fino ad attirarle
in sé, le imma-eini delle cose su cui è puntato. Le fini toccano i
principii. Le relazioni d'intervallo rimangono uguali, ma il valore
assoluto del tempo decresce e si riduce a nulla. Non vi sono più che
fini di giornate, fini di settimane, fini di anni, fini di vita. Le cose
cominciano, ma per finire; tutte tendono a durare, ma nessuna dura.
Lo si sente: ma era vero anche prima che si sentisse.
Essere, ad ogni età, è già cambiare, e vivere, nell'atto stesso di
vivere, è già un modo di morire. Noi, dunque, non viviamo mai: sono i
morti che vivono, non dovendo più morire.
Oh ! l'astuzia del tempo, che sembra ripetersi,
mostrandoci, dopo il declino di una cosa una cosa uguale, riportando il
giorno dopo la notte, il bei tempo dopo la pioggia, la primavera dopo
l'inverno, fingendo così di renderci man mano quel che ci prende! In
verità, esso prende sempre, e non restituisce mai: non vi sono due
esseri simili, due avvenimenti eguali, due veri ritorni. Ogni cosa non
accade che una volta, e il tempo' porta via, senza speranza, tutto
quanto una volta è già accaduto.
Vi sono delle ragioni per ritenere che il diamante bruci
nell'aria, alla temperatura normale, con una estrema lentezza; un
miliardo di secoli per ogni milligrammo, forse. Il nostro corpo brucia
più presto ed è tutta qui la differenza. La ruggine del ferro è tra i
due, ed è questa che il Salvatore ha preso come esempio della nostra
caducità. Ad ogni istante ci trasformiamo in
150 MEDITAZIONE SULLA MORTE
acqua ed in gas carbonico. E poco rallegrante! Potrebbe
vivere chi ne avesse il sentimento preciso? Sembra vedere un uomo cadere
da un aeroplano,, senza paracadute, gratificato solamente, per favore
speciale, da una leggera accelerazione, e autorizzato a scherzare lungo
la strada.
O incoscienti e disgraziati mortali!
Fortunatamente, si può considerare la vita e la morte
sotto un tutt'altro angolo visuale: esse sono questo, e sono altro
ancora. Pascal ha ragione di chiamare la morte « un incidente » ; ma
non si vede sotto questo aspetto che dopo aver capito che si muore
continuamente, e che non si sfugge a questa perpetua distruzione se non
conducendo sempre una vita immortale.
LXXVII LA MORTE IN NOI
Bisogna insistere nel considerare il dominio della
morte, più intimo, più profondo in noi che non si creda, o che non si
desidererebbe credere. La morte è nella vita; essa serve a definire la
vita nella sua stessa essenza; a questo titolo Giulio Tannery ha ragione
di domandare : « Perché ci si spaventa più di morire che di vivere?
». E la stessa cosa: morire è andare verso la distruzione; vivere è
un vasto slancio che porta allo stesso termine. « Scopo della vita è
la cadaverizzazio-ne », diceva ironicamente Giulio Saury. Il nostro
ultimo sospiro è della stessa natura degli altri.
« E quando respiriamo, la morte, fiume invisibile,
scende nei nostri polmoni, con sordi lamenti » (Baude-laire).
LA MÒSTE m NOI 151
Chiunque, per mezzo dello spiritò, potesse coincidere
con la vita, in conseguenza di questo solo fatto sarebbe a contatto
immediato con la morte; egli la sentirebbe battere nelle sue arterie,
scorrere con il suo sangue, questo sangue che è la nostra stessa carne
allo stato fluido, liquido, nutritivo e, al tempo stesso, veleno
mortale. Sangue dell'uomo! tragica crusca della bambola umana, che la
follìa spande così spesso, come se vi fosse molto da aspettare prima
che esso si travasi da solo dalle nostre vene alle vene della terra.
La terra è un vivente di cui noi siamo i parassiti; noi
viviamo di essa ed essa vive di noi. E mentre attende la morte, nemica
comune, esercita in noi umani la sua opera subdola: non ci lascia mai e
quando finalmente ci prende tutti interi non fa che possedere più
pacificamente il suo regno. È spaventoso vivere, poiché è esattamente
morire : come recto e verso sono la stessa moneta, come
sistole e diastole formano un solo ed unico battito.
Le diverse età della vita esprimono questo fatto
ciascuna a suo modo. Prima che il bambino nasca più di un organo
provvisorio è già morto in lui. Le cellule, che vivono di
collaborazione, non cessano di avvelenarsi Runa l'altra; ciascuna ha la
tendenza a divenir densa, a lasciar invadere la sua sostanza dal suo
involucro, e gl'insaziabili leucociti divorano tutto ciò che nella
lotta cede. Non per questo la vita cessa dal progredire per un certo
tempo, ma presto diviene stazionaria, poi indietreggia : la morte prende
il sopravvento. Giorno per giorno, sul volto dell'uomo maturo, del
vecchio, il fallimento della vita si iscrive, prima ancora che si
iscriva sul sepolcro. L'attore antico portava sul volto una maschera
esprimente la sua parte, cioè quel
1S2 MEDITAZIONE SULLA MORTE
particolare desiino a cui il personaggio era stato
votato dall'ispirazione dell'autore. Qui è la natura che se ne
incarica, e noi, con le nostre smorfie grottesche, riflettiamo
progressivamente la morte.
Quando un vecchio si guarda allo specchio, vi vede, ogni
volta con meraviglia, quello che la illusione intcriore gli nasconde, e
che il suo pensiero, per quanto accorto, non « realizza » mai. Si può
portare la vecchiezza con garbo, come il vestito di un'antenata, ma
l'intemo ne è lugubre. Questa seconda infanzia assomiglia alla prima
come un grano di piombaggine ad un seme, come una delusione ad una
speranza.
Quando vi penso in uno di quei momenti in cui, per
sorpresa, il vivente si sostituisce al cristiano, un freddo mi assale,
che s'insinua sino nel fuoco segreto del mio sangue. Ed io so che questa
non è solo un'espressione figurativa : ogni pensiero, come ogni altra
pulsazione della vita, mi avvicina al freddo mortale.
O vita breve! O cuore così prontamente anelante!
LXXVIII INCOSCIENZA DEI MORTALI
« Tutte le cose avvengono in noi assai prima che vi
siano come atto compiuto », scrive Novalis. Questo è soprattutto vero
della morte. Si muore una volta nella propria camera e nel proprio
letto; si muore tutto il tempo in se stessi. Come mai un fenomeno intimo
a questo punto può esserci estraneo? Eppure Io è, non si può negarlo,
e lo è ai più riflessivi fra noi come ai più frivoli. Renouvier a
ottantotto anni, pochi giorni prima
INCOSCIENZA DEI MORTALI 153
della morte, scriveva : « Da qualche giorno io
rimastico la stessa idea, so che sto per -morire, ina non riesco a
persuadermi che sto per morire ». « Affrontateli —. diceva Giulio
Soury a Barrès, — dite loro: voi morrete! li vedrete restar soffocati
come se avessero ricevuto un colpo in pieno petto. In seguito, si
rimettono e dicono:
Lo so bene! Ma sono rimasti sorpresi ».
I vivi passano accanto ai morti o li piangono ad alta
voce come se il loro turno non fosse sul punto di venire. Si sarebbe
tentati di dir loro : non guardate questo morto con gli occhi
spaventati, perché gli rassomigliate troppo !
Si dice tranquillamente: «II fu, un tale», «un tale
che fu », e non si pensa che si potrebbe dire già^ « il fu... io
stesso», ((fu» Ristante in cui parlo, e presto altri. Io
diranno di noi.
Sappiamo bene che la morte verrà. Ne parliamo, il suo
nome risuona nei nostri discorsi a proposito della vita, ed è ancora un
modo di dimenticarla a profitto della vita stessa. In questo momento io
ne scrivo, mi faccio paura con essa, e Dio solo sa se non è sempre con
la segreta intenzione di sottrarmela sottilmente. Per essere sicuri
della propria sincerità, bisognerebbe poter considerare la morte senza
il concetto, intuirla come una realtà nuda. Sarebbe una visione
terrificante, e più di uno sarebbe capace, per sfuggirvi, di darsi il
colpo mortale.
Tutte le nostre assurde preoccupazioni, i nostri
desideri, le nostre passioni, ci rendono opaca l'esistenza; la luce
dell'evidenza non vi passa più. Aspettiamo la morte come in un tempo
fittizio, vago, un tempo anonimo, che non è quello dei nostri progetti
e delle nostre speranze. Quest'ultimo, a dispetto delle nostre certezze
coscienti,
154 MEDITAZIONE SULLA MORTE
ci sembra inviolabile, indefinito come quello dei
matematici ; la morte non lo minaccia affatto, e da questa 'illusione
nasce una spaventosa sicurezza. Solo di quando in quando diciamo con
Amiel : « Come è vicino il baratro! ». Ordinariamente camminiamo, e
la strada è davanti a noi sicura e senza fine. La morte è per gli
altri. Il conto degli anni, le infermità, il vuoto che si fa intorno a
noi, la lettura del giornale che diventa sempre più un inventario di
catastrofi e di morti, nulla arresta l'allucinazione, nulla può
allontanare il miraggio.
La natura l'ha voluto. La vita avrebbe perduto, senza
dubbio, a sentirsi imparentata con la morte. Ma anche se la natura ci
inganna per i suoi fini, questo non ci dispensa dal pensare noi ai
nostri propri fini. Dotati di ragione, dobbiamo giudicare l'impulso
incosciente, fissargli i suoi limiti e dire alla natura: Lo so, tu compi
la tua opera che è bella, ed alla quale io collaboro ;
ma so pure che tu ed io siamo mortali. Le tue nebulose,
i tuoi soli, le tue terre, e i tuoi uomini, noi tutti scorriamo
verso l'abisso del tempo, come un liquido, goccia a goccia. Il
firmamento spirituale solo è sempre;
fisso e sta.
LXXIX FALSE CONSOLAZIONI DELLA MORTE
Un folle oblìo della morte è forse meno grave che i
balsami applicati da alcuni ai suoi morsi. Si parla di reincarnazione,
senza dire dove se ne prenda la sicurezza, e non pensando che rinascere
così indefinita-
FALSE CONSOLAZIONI DELLA MORTE 153
inente, vuoi dire essere indefinitamente condannato a
morire.
Si invoca la scienza; si dice: la materia e la
forza sono eteme; noi moriamo, ma la vita prosegue, i nostri
elementi si trasformano, nulla è perduto della nostra sostanza.
Al che un umorista risponde : È la stessa cosa per
le perle della signora W...; io le dico: tranquilliz-zatevi,
esistono sempre, ma non siete più voi a portarle. '
L'universo non ci consola. La vita anonima è un mistero
triste. Quello che c'interessa è la persona, non l'astratta successione
delle persone. Se tutti periscono, la vita universale non è che una
vasta morte con episodi di vita, una notte attraversata da lampi. Noi
crediamo alla subordinazione — non al regno — della materia di cui
siamo formati e delle collettività che le nostre personalità
spirituali compongono. Vogliamo che sia l'universo a riversarsi in noi
per mezzo del pensiero e dell'azione assimilatrice ; non vogliamo essere
noi a perderci nell'universo. Ma, meglio ancora, l'io individuale porta
il suo universo in sé; l'ha creato per sé e, se muore per sempre,
questo universo crollerà con lui nelle ombre. La natura presa in se
stessa, la vita in sé, che cosa è dunque? Una rovina che si
rifa inabissandosi, ed il cui costante rinnovamento fa del nulla
un'apoteosi.
Con la sua « umanità » sedicente perpetua, e grazie
al ricordo, detto « vita soggettiva », Augusto Comte ha creduto
inventare una eternità. Povera eternità, se si pensa che cosa è la
vita di un pianeta e sul pianeta la « muffa » chiamata vita, e nella
vita un ricordo fedele.
Questo è ciò che annulla quell'altra consolazione che
è la gloria, carta da visita per la posterità, diceva Cham-
IS6 MEDITAZIONE SULLA MORTE
pollion. In un sistema cristiano la gloria è bella; è
un pollone della nostra anima che inserendosi, per l'ammirazione,
nell'anima altrui, le presta la sua vita senza cessare di essere nostro.
Si ha un bei dire, ma se la vita umana vale qualche cosa, questo non è
inutile. Bisogna però che la vita sia qualche cosa. Sotto il regno
della morte totale, essa è nulla, ed io intendo i sarcasmi opposti alla
gloria da coloro stessi che vi tenevano e vi potevano pretendere. «
Immortalità per gente da statue », scrive Barrés; gloria, ufficio di
statua immobile ed insensibile, aveva già pensato S. Francesco di
Sales.
Per consolarci di un avvenire in cui non saremo nulla,
bisognerebbe non aver coscienza di sé, non dare alcun valore a sé, e a
questo si ribella il nostro istinto come la nostra ragione. Ogni
personalità è di un valore unico, ed è rigorosamente insostituibile;
se perisce, qualche cosa perisce di cui l'universo non ci consolerà.
D'altronde anche se l'avvenire compenserà la mia morte la renderà
persino trascurabile, ciò non significa che esso la compensi per me.
Tutte le consolazioni che mi propongono hanno, dunque, alla radice, un
grande disprezzo per me. Si propongano all'universo ! Se ne incanti
pure, se può, l'umanità astratta! Io le disdegno; che mi siano
risparmiate!
LXXX LEZIONI DELLA MORTE
II vero rimedio alla morte è in dipendenza del
significato della morte; fra le altre la lezione per eccellenza è
questa : l'assurdità di una vita abbandonata a se stessa 'non è vinta
dalla morte. Conclusione: non lasciamo la
LEZIONI DELLA MORTE 157
vita a se stessa; ricolleghiamola alla sua sorgente,
alla sua légge, al suo fine : allora, solamente allora, colui che vive
si rassicura e può presagire la sua vittoria sulla morte.
Il pensiero e le intime aspirazioni dell'uomo si
rifiutano al nulla, ed ecco perché chi s'inoltra in ispirilo fino al
limite dell'abisso è facilmente afferrato dal vento degli spazi
celesti. « Chi può dubitare su di una tomba? » diceva Lamartine. Ecco
perché una grave meditazione sulla morte è una lezione di fede.
Ma soprattutto è una lezione di saggezza : il giudizio
si illumina, si corregge allo splendore della morte. Quelle orbite nere
sono più abbaglianti del sole. Per purificare l'idea della vita bisogna
immergerla nell'idea del tempo che segue l'attimo del mistero. La vita
stessa non ci scopre il suo significato che prendendo, dall'urto della
pietra su una tomba, la sua risonanza eterna. Invano si cerca di metter
ordine nella propria esistenza, se non s'impara dalla morte a superare i
"domini terrestri e ad adunare come propria principale ricchezza,
ciò che la morte non può più distruggere.
Al momento della morte avessi pur tutto, eccettuato Dio,
nulla mi sarà utile; e se avrò Dio, tutto il resto eccettuato, avrò
tutto quello che cerco, perché troverò tutto in Lui. La nostra
felicità è identica alla vita, coincide con la vita quale Dio l'ha
fatta; ma egli l'ha fatta sorpassando la morte e gli oggetti di morte,
per fissarci in quello che permane ed ha valore per se stesso. Tutto il
resto, immagini: cioè simboli per il pensiero, presagi per il cuore,
mezzi ed ostacoli salutari per la libertà, oggetti provvisori,
munizione, panoplia, ambulanza, razione, letto da campo, ricovero di
tappa per il guerriero che si avanza alla conquista del ciclo.
158 MEDITAZIONE SULLA MORTE
Che importanza in questi giudizi! Non appena la nostra
vita è giudicata interamente ai trasforma. L'evidenza del destino ci
trascina e la nostra sola risorsa per sfuggirvi è di volgere altrove
gli sguardi. Sentendo la morte in noi e spaventandoci al suo feroce
aspetto, non troviamo di meglio che fuggire verso l'esterno per trovare
l'oblìo; rientrati in noi stessi e meglio preparati, non possiamo che
dire: « Ecco la verità ».
La vita umana ordinaria è una vita di fanciulli, la
vicinanza della morte fa l'uomo maturo e gl'insegna che cos'è vivere.
« Che cosa fai della tua vita? » chiede essa con il su'o sguardo muto.
«Nessun consiglio è più leale di quello che si da
sulla nave in pericolo » dice Leonardo da Vinci: sentendo che la vita
è vacillante sulla terra più che la nave sui flutti, noi diamo
consigli a noi stessi; ridiventiamo leali verso la sorte, per quanto
inclini siamo a giocare di astuzia ed a rifugiarci nei nostri sogni.
La nostra vita è della stoffa dei sogni, così come i
sogni sono di una stoffa di vita fintante che Pai di là della morte non
da ad essa consistenza e non fa di noi dei veri viventi.
LXXXI VITTORIA SULLA MORTE
Un vivente, sfrenatamente famelico di vivere, ha detto :
« Coloro che non sperano in un'altra vita sono già morti per questa
». Lorenzo de' Medici non poteva mancare di soggiungere: Coloro che
sperano nella vita eter-
VITTORIA SULLA MORTE 159
na sono già dei viventi di questa vera vita, ed hanno
'vinto'la morte. ;;"'
Sfuggiamo alla morte nella esatta misura in cui ci
doniamo a ciò che è più grande di noi. Già raggiungendo il livello
questa legge si verifica : l'abnegazione per le grandi cause ci eguaglia
ad esse e ci accorda tutta la durata della loro estensione. L'eroe non
muore mai interamente, mentre l'egoista, che ai chiude in sé e
rife" Jrisce tutto a sé, ha trovato il modo di essere prigioniero
della morte, perché lo stesso universo, supponendo che egli estenda
fino ai suoi confini le sue cupide mire, non sarebbe che la sua tomba.
A maggior ragione i! cristiano che si da a Dio,
padrone di ogni vita e di ogni durata, ricettacolo etemo '
degli spiriti che si abbandonano in lui, è sfuggito alla morte
nemica ed ha trovato la morte vinta.
In Dio, la morte è, come tutto il resto, obbediente
alla formula paolina : Tutto è per gli eletti. Come nelle guerre
antiche, anche qui il vinto è lo schiavo al quale è affidato di far
girare la ruota che ci permette di sfuggire al tempo.
Non vi è che un modo per sfuggire al tempo ed è di
filare lungo la tangente intanto che si svolge il gran giro. In ispirilo
subito, nella realtà un po' più tardi, la via dell'infinito è aperta
per noi. Là si trova una porta « che è come l'orifizio di una città
», dice Claudel: è la Gerusalemme celeste, della quale l'Apostolo ci
vuole cittadini perpetui. Noi siamo cittadini del cielo, non
della terra; noi non viviamo nel tempo che per la nostra negligenza
dell'eternità, che pure ad ogni istante ci invita. Il nostro essere
fisico è nel tempo e non può staccarsene, lo spirito ha il potere di
slanciarsi al disopra di esso, di alimentarsi al di là, e così, senza
cessare di
160 MEDITAZIONE SULLA MORTE
essere .legato al tempo per le immagini di cui si serve,
per il corpo che lo sostiene, può condurre fin d'ora una vita etema.
Non sarebbe, questa, una consolazione? La certezza della
morte è un'angoscia; la sua evidenza accettata non lo è più; si è
allora superata la zona di quello che spaventa, si vede la morte dietro
di sé, come se il sacrificio fosse già una cosa lontana e il passaggio
ormai compiuto da tempo immemorabile. Il Figlio dell'Uomo verrà come
un ladro, ci dice il Maestro : potrebbero rubarci quello che già
abbiamo dato? Se fin d'ora siamo seppelliti con il Cristo per
aver respinto tutto ciò che perisce, fin d'ora siamo risuscitati,
poiché il ciclo ci ospita e ci tiene per suoi.
Invano il nostro istinto dice che il passato è il
presente dei morti, e che presto tutta la nostra vita sarà un presente
vuoto : noi sappiamo che il nostro Redentore vive, che il nostro
presente come il nostro avvenire, non appena lo vogliamo, sarà
l'eternità stessa, e Io sguardo che brilla su noi tutti trasfigura
talmente la tomba che ne fa una via luminosa. Questo aguardo ci dice:
Vieni!
LXXXII
•y .,
LA MORTE COMPLETAMENTO
E una banalità il dire che un uomo è in pieno possesso
della sua vita soltanto il giorno della sua morte;
ma questa banalità è cosa tragica; poiché abbiamo
esau--rito, in quel momento, le nostre ultime possibilità e
quello che saremo allora, lo saremo per sempre.
LA MORTE COMPLETAMENTO 161
L'ora della morte è quella in cui la vita ci da la sua
•ultima spinta e ci fa .la sua ultima grazia. Molte prove hanno potuto
precedere: questa la termina; molti favori e molte possibilità ci
furono accordati; dipende da noi, con Dio, che, la morte li coroni.
Un'ora così decisiva non può venire a caso. In ogni modo l'azione del
caso, qui, è subordinata a Dio che ne è il padrone e noi dob-.biamo
credere che ciascuno muore, quali che siano le circostanze della sua
morte, nell'ora precisa in cui Dio giudica esaurita la pienezza dei doni
offertigli e compiuta la linea della sua esistenza. Quale compimento? Vi
sono tanti esseri che muoiono prematuramente, nella prima età, prima
della loro sistemazione, prima che compiano l'opera loro! Ma quello che
in tal modo è prematuro temporalmente può essere alla sua precisa
misura per l'essere morale e eterno. Vi è un ideale dell'uomo; vi è un
pensiero divino concernente ogni uomo;
vi è una perfezione di ciascuna individualità, alla
quale pensava Mallarmé nel suo celebre verso : « Infine, l'eternità
lo cambia come in se stessa ».
Questa perfezione, supponendo che sia stata percepita,
non è sempre stata attuata; essa è stata più o meno perseguita. In
ogni caso colui che è stato chiamato da Dio all'esercizio della sua
libertà si è trovato in istato di testimoniare con la sua anima, e di
dimostrare il suo valore profondo, la sua volontà .essenziale. Quando
Dio giudica che la prova sia ottenuta, che il voto sia già dato, che la
collaborazione attesa sia fornita, la vita termina; le cause create si
trovano necessariamente d'accordo e l'uomo completato dalla morte fa
come il frutto maturo : cade da sé.
Quello che chiamo in tal modo completamento è,, si
vede, del tutto relativo; dipende dai voleri divini, e, ciò
162 MEDITAZIONE SULLA MORTE
che è molto più importante da meditare, dalla nostra
libertà accettante o ribelle. La morte mette un dito sulla mia bocca, e
il gran silenzio entra in me; ma questo silenzio significa: (( Ecco
quello che sei, ecco quello che hai voluto, ecco quello che vali ». Il giudizio
e fin da allora compiuto, non vi è bisogno di assisi. Coloro che
credono ad una disputa si sbagliano o parlano figurativamente. Non vi è
nulla da discutere di fronte a quello che è. Il peso di una sostanza o
la sua temperatura non si discutono, si constatano; quando la spiga è
mietuta il suo contenuto di puro frumento è conosciuto dal mietitore,
non è discusso. Noi edifichiamo la nostra vita e la morte la
termina, come la natura edifica l'universo che la resurrezione finale
completerà. Se la morte è « una promozione », come vuole
Chateaubriand, noi siamo promossi al grado che, fra i viventi,
testimonia il nostro valore morale.
Voglia Iddio, a qualunque età io muoia, che sia
nell'età matura della verità, con un carico di meriti che superi le
mie colpe, in un ardore di carità che mi faccia intimamente dello
stesso sangue del mio Creatore* Allora il mio completamento non
significherà soltanto un fatto compiuto, ma una misura piena, una
perfezione, un ideale soddisfatto. Morire sarà per me, come. diceva
Franklin, non finire, ma « finire di nascere ».
ACCETTAZIONE DELLA MORTE 163
LXXXIII ACCETTAZIONE DELLA MORTE
Quando all'orlo della tomba si tiene ancora alla vita,
non si riceve dalla morte la sua luce.
Quella lucidità meravigliosa che fa giudicare secondo
verità in rapporto alle cose e a sé, viene al morente dal suo pieno
distacco. Se è vero che chi sta per morire vede sfilare dinanzi alla
sua mente come in un lampo tutti gli avvenimenti della sua vita, non è
forse il segno che, attraversato il tempo ed estinta l'azione, egli
entra, attraverso la porta della pura contemplazione della vita, nella
regione della contemplazione eterna? Questo ritomo ideale di un passato
svanito, è il « tempo ritrovato », dopo che Fazione fuggitiva lo ebbe
perduto briciola a briciola. E bene che ora si volga verso quello che
non si perde più, che non ha più bisogno di ritrovarsi, perché fisso
come un pensiero sempre attuale, e che è ricco di tutto l'essere,
essendo la sua sorgente. I fanciulli e i malati hanno paura della notte:
la puerilità spirituale e lo stato di peccato generano
Io stesso effetto ; ma la virilità e la saggezza sorridono all'ombra
mortale; sulla strada in cui i viventi camminano, la morte non li
incontra che tranquilli, mentre cantano a bassa voce.
La morte non può essere terribile perché il momento in
cui essa ci tocca è già il momento in cui non si vive più. Togliete
il timore, ed ogni possibilità penosa della morte si allontana; ma
altra cosa è quello che c'è al di là, e su questo punto deve
concentrarsi la nostra preoccupazione, mentre sulla stessa morte deve
stendersi
164 MEDITAZIONE SULLA MORTE
la sottomissione che dobbiamo in tutto alla Provvidenza.
Che cosa importa un po' più presto, o un po' più tardi ? Il tributo ci
è domandato : non cavilliamo sulla data. La natura « genera »
servendosi dei nostri corpi e i nostri corpi le appartengono; essa ce li
ha prestati a condizione di renderglieli; compiuta la sua opera, ce li
renderà a sua volta, fedelmente, ma esserne deposi-tari docili è per
ora compito nostro. La morte non fa che cambiare le condizioni nelle
quali il nostro spirito è chiamato a godere dell'eternità; per questo
chi vive per lo spirito non ha nulla da temere. II cielo si apre alla
nostra anima assai prima che la tomba non s'apra al nostro corpo. Quando
si dice che la morte è una « lacerazione », si dimentica che essa
lacera soprattutto i veli di apparenza e di menzogna che ci nascondono
la più profonda realtà, gli altri e noi stessi. Fuori di questo, non
lacera che quello che si lacererebbe senza di essa. Tocca soltanto
quello che anche il tempo distruggerebbe; in cambio, ci riunisce a
quello che permane, ci rende indipendenti dal suo proprio e fuggitivo
impero.
Il passaggio non è dunque terribile che se non si è
saputo anticiparlo abitando, in ispirilo, quel paese dell'ai di là ove
essa ci conduce. L'esilio eterno non esiste che per quelli che han fatto
di questo mondo la loro patria;
per coloro che hanno la loro patria lassù è questo
mondo l'esilio. Se ne teme la perdita solo per una mancanza di fede e di
speranza. I santi ci danno una grande lezione; essi non provano alcuna
sofferenza a lasciare sé e tutto; provano soltanto fatica.
Tuttavia non ci si domanda l'insensibilità; ci si
chiede la fiducia all'orlo di quello che il poeta chiama « il
calunniato ruscello poco profondo: la morte» (Stefano Mallarmé).
NOBILE OBLIO DELLA MORTE 163
LXXXIV NOBILE OBLIO DELLA MOKTE
Poiché la morte non è che un « incidente » nel corso
di un'esistenza che si estende su due domini, comprendo bene che Spinoza
dica: «Non pensate alla morte; pensate piuttosto a vivere ».
A condizione di vivere bene, non c'è infatti bisogno di
pensare alla morte. È vero che questo pensiero ci aiuta a vivere bene,
ma, supposta la buona vita, che faremo di questo incidente che non
cambia nulla di essenziale? Quando la morte verrà la riceveremo con
garbo, vivremo quell'istante come abbiamo vissuti gli altri, ne faremo
il nostro ultimo dono al cielo, l'ultima sottomissione, l'ultimo
sacrificio. Questo canto del cigno verrà a perfezionare la perpetua
armonia della vita. : Perfezionare la vita, è l'opera del tempo che il
Signore ci accorda; egli non ce l'ha dato che per ciò. L'ultimo istante
non ha, a questo riguardo, privilegio esclusivo. Lo sapeva quel giovane
santo che interrogato, mentre giocava, su quello che farebbe se in quel
momento gli si annunziasse la morte, rispondeva : « Continuerei a
giocare ». Egli aveva capito che si muore continuamente, anche quando
si scherza; che si vive continuamente, anche nell'atto chiamato morte, e
che la unica cosa nei due casi è di morire bene e nei due casi di
vivere bene. Questo avviene non quando ci si attarda e ci si ipnotizza
nella idea della morte, ma quando ci si tiene stretti alle cose eteme.
Si muore allora nel Cristo, per sempre, come vuole l'Apostolo, vale a
dire che
166 MEDITAZIONE SULLA MORTE
si vive con il Cristo là, dove egli è, distaccato
dalla terra. E là dove siete perpetuamente vissuti la morte vi
troverà. Essa non cambia nulla, salvo che fa vedere quello in
cui si era creduto, e fa possedere quello che si era amato
nell'attesa. Questo per la gioia è immenso, ma per lo stato spirituale
è nulla; nel destino di una anima questi due stati si succedono; ne vi
è da inquietarsene, perché questo non è compito nostro, ma di Dio. E
allora a quale scopo aspettare la morte per entrare nella vita eterna?
Ascoltiamo la definizione che ci da di essa Colui che l'annunzia: La
vita eterna, o Padre, è che essi conoscano tè, solo vero Dio, e Colui
che tu hai mandato. Gesù Cristo. Il Salvatore non ci dice affatto
di passare per questo dalla tomba. Egli c'invita' subito nel Regno
dei deli. Riconoscere il vero Dio, il vero Cristo, e dar loro il
proprio culto, invece che agli ;
idoli della terra : poiché è la vita eterna, questo ci
da il diritto di dimenticare la morte, come l'innamorato delle pianure
d'Italia dimentica il Sempione, il Got-tardo, e il buio delle loro
gallerie, allorché il desiderio affretta l'arrivo e la speranza lo
sorregge. La consegna del cristiano è, dunque, quella di fare la sua
scelta fra questo mondo voluto per sé, e l'altro; di lasciare senza
posa, in ispirilo, tutto quello che non sopravvive, e, dopo di ciò,
rimettersi a Dio, sapendo che la maniera buona per preparare la morte, e
per essa la vita futura, è di essere sempre pronti nella vita presente.
LA MORTE IN SOLITUDINE 167
LXXXV , LA MORTE IN SOLITUDINE
La parola terribile di Pascal ai presta a
riflessioni un po' lugubri; ma ne richiama anche di consolanti, alle
quali l'autore certo non contraddirebbe.
Si muore soli; perché è totale la separazione fra
colui che parte, abbandonando, dicevo, perfino il suo nome, e coloro che
rimangono legati ad una esistenza tanto avara ed esigente quanto
effimera. Fra l'uccello sfuggito e la gabbia, vi è il caos della
parabola, « immenso » e ormai « consolidato ». Il morto cade fuori
del tempo, in un niente di durata temporale che è una specie di
lontananza di Sesostri, di Adamo e della nebulosa primitiva, se non si
misurassero che secondo le loro tracce nella memoria o nei nostri
fantasmi. In questo allontanarsi, chi può raggiungere o chi può
seguire il tragico partente? I sopravviventi aono all'orlo dell'abisso:
tendono le braccia, e non stringono più nulla.
Eppure, non vi è forse Dio ad attenderci? Pascal,
descrivendo la morte senza Dio o contro Dio, ha ben ragione di vedervi
un naufragio totale, ovvero un da solo a solo terrificante. Ma quando si
è in Dio e amico di Dio, il naufragio non è più che un salto, un po'
vertiginoso, dal battello alla spiaggia. Non vi è più « caos »,
poiché Dio colma tutto; non vi è più una durata vuota, poiché Dio
supplisce al tempo con il suo essere eterno;
non vi è solitudine, abbandono o separazione, poiché
tutto quello che è in Dio vive insieme, come un solo
168 MEDITAZIONE SULLA MORTE
essere-rasserenato, come una famiglia felice con tutti i
suoi beni.
L'universo appartiene a un morto meglio che non
appartenga a un vivente, che, per altro, è associato già, in nome
dell'amore, al possesso sovrano chiamato provvidenza; ma a maggior
ragione il defunto è associato alle persone, vive o morte come lui, che
formano in Dio la comunione dei santi: vasta comunione che
esclude solo i maledetti, e che chiama i peccatori e gli stessi cattivi,
confidati alle braccia della speranza. Testimonianza di questa presenza
universale attorno al morente, sono i riti della Chiesa, figurazione ed
intervento attivo dell'amore che ci congiunge, dell'organizzazione
spirituale che ci porta. I parenti, realtà assai cara, sono anche un
simbolo: rappresentano il gruppo intero, sono la Chiesa intima nel senso
della Chiesa universale ed eterna.
Nel partire, non li lascieremo. Come lasciarsi o dove
fuggire, quando si è in Colui che contiene tutto? Pos-;
siamo invece noi, spiriti incarnati, pensando a tutto
quello che ci separa, dire che « la morte è il solo mezzo che possiede
lo spirito per realizzare la perfezione della
:
presenza per mezzo della perfezione
dell'assenza» (Lui-
' gi Lavelle).
La morte cessa di essere una spaventevole solitudine
solo se è popolata da Dio; ma con Dio è piena di tutta
:' la gloria degli esseri, di tutta la loro intimità,
di tutta
' la loro gerarchla stabilita nell'armonia fra il loro
va-
• lore e il desiderio dei nostri cuori.
« Rinascere senza vedersi e senza
riconoscerai, sarebbe morir di nuovo, Signore, e non
rinascere ».
Questi versi di Jocelyn esprimono le nostre prime e più
care speranze. Per la speranza vasta del cristiano,
GLORIA DELLA MORTE 16$
di colui che vive sulla terra, e dello spirito che non
ha più frontiere, tutto è in Dio, tutto è del Cristo, tutto fa parte
del corpo della Chiesa, che il tempo, come un mare, sballotta e
che l'eternità, come un tranquillo porto, riceve.
Dalla Chiesa pellegrinante, nave porta-aerei, noi
partiamo uno dopo l'altro, sulla croce che ci ha disteso le sue ali, per
il comune attcrraggio nel ciclo.
LXXXVI GLORIA DELLA MORTE
Non occorre augurare ciò che gli umani chiamano una
morte gloriosa; nel Cristo la morte di tutti è una morte gloriosa.
Qualunque altra gloria, destinata a morire dopo il suo eroe, delude il
pensiero; questa Io abbaglia e lo stimola.
Essere nella gloria è affermare un nome destinato a
durare più di sé. Ciò dunque, suppone la morte. Non varrebbe la pena
di legare il nostro nome a qualche cosa che dura, se noi stessi fossimo
immortali. Possiamo perfino domandarci se vi sarebbe modo, allora, di
mol-tiplicarci nella carne. Si desiderano dei figli per più
intensamente vivere, forse, ma non è soprattutto, per vivere più
lungamente, per cercare di non morire, grazie ad una posteriorità, per
la quale il nome sopravviva? È una nobile illusione ; ma se in questa
maniera o in un'altra i nomi vivono un po' più a lungo degli uomini,
sopra di questi, una volta spenti, l'ombra è più fitta. L'avvenire su
Luigi il Grande farà più buio che non fecero su Versailles le torri di
San Dionigi, al tempo in cui esse spaventavano, a quanto si narra, il
Rè Sole.
170 MEDITAZIONE SULLA MORTE
In cambio, ascoltate, come preludio ai pensieri
cristiani, lo Zend-Aveata : «Noi onoriamo ogni uomo puro, presente
passato o futuro, per il tempo della felicità infinita ». Tale è la
vera gloria.
Il Vangelo ce la precisa meglio. Esso ci presenta la
morte come una nascita all'immortalità, un'entrata in Dio stesso, una
introduzione in quelle abissali intimità della Triade beata donde
s'irradia la creazione e dove si raggiungono tutti gli esseri per un
riconoscimento ed una vicinanza quasi infiniti. La gloria dell'uno è
allora moltipllcata dall'essere gloria di tutti, e tutte queste glorie,
nell'Uno, che in fondo è soltanto glorioso, non ne formano che una. E
un sole dai molteplici raggi; è una aureola disseminata di granelli di
luce.
La morte, liberando ciò che di noi non è di questo
mondo, ci restituisce il mondo nella sua pura essenza, ci rende tutto
quello che ci andava separando da noi, rende noi a noi stessi; e in
tutto questo, ormai, nella luce di Dio, il nostro nome risplende; la
nostra presenza è ovunque assicurata; la nostra felicità è una
ricchezza comune; la nostra potenza, eguagliata a quella di Dio, non ha
più ne superiori, ne invidiosi; la nostra gloria le piena. Quaggiù noi
seguivamo un cammino, che ad un „ tratto esce dall'universo per
precipitare nell'abisso di-,;vino, ove tutto si perde ed ove tutto si
ritrova.
Essendo santi, ci definivano eroi, e celebravano la
nostra apoteosi dopo la morte, ma quelli che si chiamano santi non hanno
in questo vocazione esclusiva. La loro vocazione non è speciale che a
titolo di superiorità e di certezza per i sopravviventi. In fondo la
santità è la vocazione dell'uomo; la verità della vita è l'eroismo e
a causa di questo eroismo modesto o potente la verità della vita,
attraverso la morte, è l'apoteosi del ciclo.
LA MORTE IN BELLEZZA 171
LXXXVII LA MORTE IN BELLEZZA
La morte procura a chi muore bene quella giovinezza
sempre rinnovata che ignora l'agonia degli uomini: è naturale che la si
veda in bellezza. La giovinezza, primavera della vita, non è il simbolo
di tutto quello che fiorisce e che splende?
Il medio evo rappresentava i morti giovani e belli,
qualunque fosse la loro età. Sul portale della cattedrale di Bourges,
S. Luigi è rappresentato come un giovinetto, con un fiore in mano;
tutti gli eletti dell'Angelico sono belli. Questo è un modo, per lo
spirito pieno di fede, di celebrare la eterna giovinezza. I teologi,
inserendosi fra Fiatone e Mallarmé, affermano che la resurrezione
cambia l'uomo che ha cessato di vivere nella sua essenza, vale a dire
realizza la sua « idea tipo », allontanando gli accidenti della
nascita o della vita, le tare della vecchiaia.
Il giaciglio funebre prelude di già a questa
trasformazione: da quasi sempre un aspetto nobile ai corpi. II riflesso
del cielo sull'anima, quindi, a maggior ragione, deve portarvi la
bellezza. Ed è quel che preme!
Quando il sacrifìcio sarà compiuto, si tenterà di
poe-lizzarlo con fiori, canti, cortei, pompe religiose. Si decorerà la
tomba; ci si sforzerà di conservare al cimitero la sua gravita e la
pace del suo maestoso ospite : il silenzio. Al letto di morte, colui che
parte ha nella sua anima il principio di una più alta armonia, meno mi-
lf2 MEDITAZIONE SULLA MORTE
schiata alle nostre banalità, e spirituale nella sua
essenza, questa volta, non più in simbolo.
Messo in certo modo fra ciclo e terra, avendo dinanzi a
sé tutta la sua vita, e il mondo e i campi misteriosi ove sta per
accedere, separato dal male, fidente nel bene, ingrandito internamente
dalla speranza, il morente può accordare tutto, armonizzare tutto in
sé, come Dio fa nella sua provvidenza. Egli giudica meglio dei rapporti
delle cose; pesa i valori, da la giusta parte ad ogni persona e ad ogni
avvenimento, poiché lo sguardo rivolto verso Dio gliene da la luce, e
gliela da anche il disinteresse finale, allontanando quei giudizi
inquinati di passione che turbano le coscienze e le vite.
L'entrata nella comunione dei santi è allora
facile. In un certo modo la ai vede. I nostri cari vi sono. I nostri
antenati li prolungano verso il passato : si pensa agli uomini con
affettuosa cura e indulgenza; si vuoi bene a tutti; s'intende tutto; si
perdona. Ci si separa da quello che divideva : ci si sente « uno » in
Dio, e coloro che si va a raggiungere lassù partecipano alla festa. Si
salutano gli angeli da lontano, da vicino, facendo assegnamento sul loro
aiuto. L'umile camera è come un universo fra due universi: tale
l'augusto ambiente in cui Rembrandt fa morire Maria, in una celebre
incisione : è una camera, è l'abitazione umana santificata, è il
ciclo, non si sa; ma la bellezza è presente, bellezza spirituale
intensa, accresciuta dalla bellezza della decorazione.
Così si desidererebbe veder morire ogni cristiano.
"Questo si verifica, ed i testimoni ne serbano un'impressione come
di un profumo che nessun vento dissipa. Flaubert ha scritto : « Quando
una sola volta si è baciato un cadavere in fronte, ve ne resta per
sempre
LA SUA MORTE E LA NOSTRA MORTE 173
sulle labbra qualche cosa, una amarezza infinita, un sapore
spiacevole del nulla che niente cancella ». Capisco questo
linguaggio da incredulo; ma non è questo che Michelangelo rimpiangeva
di non aver osato cogliere su di una fronte nobile e cara; il cristiano
sublime aveva in sé la possibilità di affondare qualunque amarezza
nella bellezza e nella grandezza dell'anima, e così pensa a suo modo
Ogni umile cristiano.
LXXXVIII LA SUA MORTE E LA NOSTRA MORTE
La vita, che, senza il Cristo, non sarebbe che la
generazione della morte, diventa per il Cristo la generazione di una
vita più alta: noi dovevamo trovare in Lui lo esemplare e al tempo
stesso la causa di questa trasformazione.
Il Cristo è nato, è vissuto, è morto; in seguito è
risuscitato; è partito ed è rimasto; la terra e il ciclo sono due
mondi che la sua presenza riunisce e anima.
Quando noi nasciamo, piccoli battezzati schiusi a questo
mondo ed al Regno dei cicli, accresciamo Gesù nel suo « corpo
spirituale » ; quando viviamo cristianamente, arricchiamo questo corpo;
quando moriamo, lo trasfe-'riamo, per parte nostra, nel suo luogo,
quello dove là ascensione ha trasportato il « capo ».
La morte cristiana prende così il suo definitivo
significato. È conformità, è unione, è fiducia e amore, nella
coincidenza delle croci e nella comunione delle aureole.
174 MEDITAZIONE SULLA MÒRTE
Guardate, al cimitero, ciò che sorge sulle tombe come
un simbolo di fede e come uno stendardo di vittoria:
i morti sono nella terra; si direbbe che il loro braccio
esce per innalzare la croce.
Egli è passato, anche noi passeremo ; dalla « dolce
luce del ciclo », come dicevano gli antichi greci, noi saliamo alla
luce vera, di uno splendore più profondo e della quale egli ci ha
insegnato la dolcezza.
Come le sue sofferenze non hanno abolito le nostre, ma
ne hanno cambiato l'aspetto, così la sua morte non ha abolito la
nostra, ma le ha dato un senso di vita, una portata di trionfo.
Egli ha voluto essere simile a noi fino al trapasso:
Egli che non doveva morire è morto perché non muoia di
una morte definitiva colui che aveva meritato di morire: il minimo che
possiamo fare è di accettare di es-. sergli simili a nostra volta. Egli
ha obbedito al Padre ;' suo fin là, ci ha amato fin là : fin là
vorremo anche noi obbedire e amare. La morte è stata per Lui un ultimo
gesto: Padre mio, rimetto nelle tue mani il mio spirito;
di questo ultimo atto sanguinante della « commedia »,
anche noi saremo gli attori volontari, ed è in unione a Lui che
ripeteremo le parole, « Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio
».
Non è più vero che si muore soli quando si ha un tale
compagno, un tale introduttore nel regno misterioso. La solitudine
spaventevole è soltanto sulla terra; un amico sicuro ha preso la nostra
mano per condurci in ciclo.
Oh! se noi vivessimo della vita del Cristo come ci
sarebbe facile e dolce vivere anche la sua morte! Vi è un mezzo ben
semplice per non temere più il trapasso:
LA SUA MORTE E LA NOSTRA MORTE 175
unirci a Colui che lo ha vinto e ce ne libera. Tutte le
mostruose rovine della morte, come tutte quelle della vita non sono che
per colui che tradisce o che dubita. Colui che crede e che ama vivrà;
è già vivente, fra quei fantasmi che logorano e vedono cadere brano a
brano, con una fretta spaventosa, ciò che essi chiamano la vita.
INDICE