La giustizia in una "democrazia senza qualità"

di Giovanni Palombarini

La questione giustizia, sempre per una ragione o per l’altra all’ordine del giorno, va collocata in un quadro complessivo, che riguarda l’iniziativa della maggioranza di governo nei confronti dell’intero panorama delle istituzioni. Quanto è avvenuto nei primi due anni e mezzo della legislatura dimostra infatti che siamo di fronte a prepotenze e illegalità di fatto (come la mozione approvata dal senato all’indomani delle dimissioni da sottosegretario dell’on. Taormina con la quale si intendeva imporre ai giudici l’esatta interpretazione delle leggi e delle sentenze della corte costituzionale), e a una serie di nuove norme - l’elenco non riguarda solo la giurisdizione - approvate o in corso di approvazione, di dubbia costituzionalità quando non certamente incostituzionali, che hanno una comune filosofia di fondo. Dalla legge Cirami al drastico ridimensionamento del falso in bilancio, dalle rogatorie allo scudo fiscale per i capitali illegalmente esportati all’estero, dal "lodo ammazzaprocessi" all’abolizione della tassa di successione e ai concordati anche preventivi (!), fino al progetto di controriforma dell’ordinamento giudiziario e alla legge Gasparri, che ha giustamente indotto il presidente della repubblica a chiederne un radicale riesame, è tutto un susseguirsi di provvedimenti legislativi che hanno messo in allarme i democratici di ogni orientamento. Tutto questo ha una sua logica che va analizzata e compresa, anche per poterla contrastare.

In proposito Alberto Burgio ha rilevato su il Manifesto all’inizio di agosto (Se sospendono la Costituzione) che una conseguenza di ordine generale di tutto ciò è quella di un mutamento dell’essenza della legge, corrispondente in questa fase all’istanza, sostenuta dalle componenti del governo delle destre, di de-oggettivare il processo di formazione delle norme e di legittimare contemporaneamente la decisione del soggetto - che può essere anche una persona in carne e ossa - dotato di potere. Una conferma della bontà di questa analisi si è successivamente avuta con il messaggio a reti unificate di Silvio Berlusconi del 29 settembre, con la quale il presidente del consiglio, con una semplificazione impropria del rapporto democratico, ha fatto sapere non solo ai sindacati e ai partiti di opposizione, ma anche alle componenti del suo governo maggiormente perplesse, quale riforma del sistema pensionistico lui e i suoi più stretti consiglieri avevano deciso di realizzare.

Non v’è dubbio che con la vittoria delle destre si è evidenziato e accentuato un aspetto della crisi istituzionale che riguarda certo la magistratura ma anche, parallelamente, il potere legislativo. Sotto il primo aspetto le polemiche, le iniziative e a volta le aggressioni ai giudici da parte di esponenti della maggioranza sono note. Quanto al secondo versante è significativa la prassi invalsa da qualche tempo dei cosiddetti maxi-emendamenti: il parlamento viene investito di un determinato disegno di legge, si comincia a parlarne, all'ultimo momento dal vertice dei partiti di maggioranza arriva un emendamento che copre l'intera materia da regolare accompagnato dalla questione di fiducia e dalla fine di ogni discussione (nel caso che questa abbia potuto cominciare). Non solo per questa via, in questi due anni e mezzo, per le cose che il partito del premier considera essenziali il parlamento ha assunto sempre di più una funzione di semplice ratifica di decisioni prese in una sede ristretta dell’esecutivo, talmente ristretta da essere in sostanza riconducibile al capo del governo. Una maggioranza blindata ha approvato con grande rapidità le leggi appena ricordate, senza reali momenti di dialettica. Non ha un grande significato la circostanza che una piccola componente della maggioranza, l'Udc, di tanto in tanto segnali attraverso le parole del suo segretario il disagio provato nel dover approvare questa o quella legge palesemente finalizzata alla tutela di interessi particolari. Nei fatti, la volontà e la decisione di una persona già dotata di ampi poteri, istituzionali e non, diventano subito legge. Paradigmatica in proposito è stata l’agghiacciante scena di fine anno di Silvio Berlusconi che esce dal consiglio dei ministri che con un decreto gli salva la Rete 4 e il più fedele dei suoi supporters, e che rientra nella sala della riunione per firmare il provvedimento.

Viene però da chiedersi: si tratta solo di una crisi riconducibile alla tendenza alla personalizzazione del potere - con annessi sintomi di regressione al patrimonialismo - riconducibile all'attuale capo del governo, per effetto della quale gli spazi della giurisdizione e del potere legislativo (e di altre istituzioni di garanzia) sono inevitabilmente destinati a ridursi? In realtà, a ben guardare, il fenomeno è da inquadrare e trova spiegazione da un lato in una più complessiva tendenza, con molti protagonisti, che viene da lontano, e dall’altro in problemi per i quali, purtroppo, non è stata elaborata una soluzione alternativa a quella che oggi procede.

Certo, alcune istanze per una democrazia di tipo plebiscitario sono cresciute, così come nel ceto di governo è letteralmente dilagata l’insofferenza per il vincolo della legittimità costituzionale. Ma in tanto una simile tendenza ha potuto sorgere e svilupparsi in quanto ha trovato un terreno favorevole innanzitutto in scelte già compiute e operanti prima della vittoria delle destre nel 2001; e poi in un insieme di questioni realmente sul tappeto, politiche e istituzionali (l’individuazione delle regole condivise concernenti il modo di governare una fase che presenta caratteri del tutto nuovi, la funzionalità delle istituzioni), che attendono risposta. Del resto con riferimento a tali problemi è sorta l’idea della bicamerale, accompagnata dalla convinzione diffusa della necessità, per risolverli, di mettere in un cantone la "vecchia" costituzione repubblicana. Diffusa davvero. Così, di fatto, fino a oggi le soluzioni proposte sono solo quelle governative, ispirate alla logica della globalizzazione neoliberista. Così, per la giurisdizione, anche fra alcune delle forze politiche oggi all’opposizione, s’è andato diffondendo lo slogan "che la magistratura faccia un passo indietro".

E’ possibile guardare le cose da un diverso punto di vista? Intanto, a proposito delle scelte già compiute, andrebbe sviluppata una riflessione sulla cosiddetta "democrazia dell’alternanza", che progressivamente ha convinto tanti, e sulla conseguente adozione, a suo tempo inutilmente contrastata da pochi, del sistema elettorale maggioritario. Eppure non era difficile prevedere che, in assenza di drastici rafforzamenti delle istituzioni di controllo (ai quali fra le forze politiche nessuno ha pensato), il potere del vincitore della sfida si sarebbe andato rafforzando a ogni livello; e che, di conseguenza, si sarebbe andata riducendo la rilevanza innanzitutto del pluralismo politico e poi dell’articolazione istituzionale (infatti, anche i discorsi sul contenimento del ruolo della giurisdizione hanno trovato qui poderose ragioni di rafforzamento).

Neppure era difficile prevedere che nell’irrigidimento che in nome della modernizzazione si andava determinando sarebbero stati sacrificati interessi tradizionalmente sottoprotetti, marginali. La logica dell’alternanza fra due blocchi pone come centrali e decisive le classi medie, e le elezioni, come normalmente si dice, si vincono al centro: questo vuol dire che, nel centro-sinistra, è stata accettata l’idea che non fosse più possibile rappresentare alcuni ceti, perché il consenso ricercato presuppone opzioni e iniziative di natura diversa.

La combinazione di queste conseguenze, intrecciate tra loro, ha determinato un mutamento della qualità della democrazia al punto che la nostra, quella di oggi, è stata giustamente definita una "democrazia senza qualità". Una democrazia cioè che non si cura più - verrebbe da dire che non può curarsi - della tutela dei diritti sociali e dei ceti sottoprotetti, dello sviluppo delle libertà civili e dei processi di emancipazione, che neppure può porsi il tema dello sviluppo sostenibile, essendo altri i beni che in via prioritaria devono essere difesi: dalla sicurezza interna e internazionale alle esigenze di profitto dei protagonisti del mercato globale. Perché meravigliarsi oggi dell’approvazione della "legge Biagi" o delle norme che in tema di rapporto di lavoro subordinato detta la Bossi-Fini?

Sempre di più democrazia vuol dire che ogni cinque anni si vota, e la partecipazione è limitata a questo. Qui si aprono spazi grandi per consistenti centralizzazioni che sacrificano diffusione del potere, autonomie e controlli di legalità, e per la personalizzazione del potere. Qui, per quel che concerne la giustizia, nasce la spinta alla burocratizzazione della giurisdizione.

Viene da chiedersi, e questo dovrebbe essere il secondo aspetto di una riflessione rinnovata, se i temi dello sviluppo sostenibile e dei diritti (compresa la risposta alla vecchia domanda "quale giustizia") non possano essere affrontati al di fuori e contro le semplificazioni autoritarie imposte dalle logiche neoliberiste. Il problema, appunto, è quello di quale sviluppo, un quesito sollecitato anche dal fatto che nel paese, secondo i dati di istituti imparziali, stanno crescendo le fasce della povertà.

Qui davvero analisi e ricerca dovrebbero essere rilanciate con convinzione (e assumere anche una dimensione europea). Per rimanere alla situazione italiana, andrebbe intanto sgombrato il campo da un’alternativa senza senso per chi si muove in un’ottica di sinistra e ha una concezione progressiva della democrazia, e cioè se le regole concordate con la nascita della Repubblica sono obsolete o se invece devono essere soltanto aggiornate, non solo per definire meglio i diritti, cioè per rafforzarli (contrariamente alla tendenza a ridurli entro l’ambito delle "compatibilità"), ma anche per consentire un migliore funzionamento e un più proficuo coordinamento delle istituzioni. La riflessione dovrebbe partire da un punto fermo (che è storicamente indiscutibile): che la costituzione vigente, pur vecchia di oltre mezzo secolo, è tuttavia il punto più avanzato delle conquiste del movimento democratico. Da qui occorre partire per progredire, non per rinunciare e arretrare. Per lo sviluppo sostenibile, che non contempli sacrifici di diritti ma la loro espansione, si ripropone con attualità la promessa di emancipazione contenuta nel capoverso dell'articolo 3 della costituzione, con annessi i beni considerati fondamentali e i meccanismi - necessari per un simile processo - da un lato di diffusione del potere e di bilanciamenti e controlli, dall’altro di estensione della partecipazione popolare.

Qui, a partire dalla costituzione, è lo spazio della politica del cambiamento, fuori e contro l’ideologia neoliberista. Il lavoro da fare, anche per ridefinire il ruolo del giudice non solo in relazione a fenomeni nuovi come ad esempio le tossicodipendenze e l’immigrazione, ma anche con riferimento a diritti che arretrano come quello alla salute o quelli del lavoro, è certamente imponente; ma intanto va registrato che una serie di contenuti, di obiettivi da perseguire almeno tendenzialmente, sono già emersi grazie al protagonismo del movimento dei movimenti.

Inoltre analisi e ricerca, che dovrebbe riguardare anche l’aggiornamento dei meccanismi istituzionali, potrebbero essere rilanciate sapendo che un simile lavoro, di segno alternativo, non partirebbe da zero: analisi e proposte non mancano, solo che le si voglia cercare nel patrimonio culturale elaborato quando si pensava che l’avanzamento della democrazia fosse possibile. Nessuno se ne ricorda ma, per fare un esempio a proposito della giustizia, già alla metà degli anni Settanta le ricerche condotte in tema di ordinamento giudiziario da Magistratura Democratica, dal Centro per la riforma dello stato e dalla Commissione giustizia del Psi di quel tempo, largamente convergenti, avevano prodotto risultati certo da aggiornare ma sicuramente collocabili nella prospettiva della democratizzazione e della funzionalità della magistratura.

Dunque è necessario, ma anche possibile, sfuggire all’egemonia neoliberista.

Gennaio 2004

 

 

 

 

 

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