Appunti per una discussione

di Giovanni Palombarini

Ritengo utile, per dare un contributo alla discussione, riproporre i contenuti di un articolo che ho scritto per il Manifesto a fine luglio, con aggiornamenti che tengono conto anche di alcune riflessioni proposte da I. Juan Petrone nel suo recente scritto pubblicato da questa rivista. In particolare mi riferisco alla necessità "di riaprire il confronto… con la dimensione della politica e dei movimenti sociali, senza paura e senza iattanza"; ciò in considerazione del "nesso inscindibile tra la politica del governo in materia di giustizia … e le politiche economiche e sociali che vengono perseguite dalla maggioranza che governa il paese". E’ una tematica che a me pare essenziale, e che il pur recente congresso non ha adeguatamente approfondito.

Certo, il governo Berlusconi naviga a vista, con affanno evidente; per cui viene da chiedersi se davvero crede di poter realizzare i suoi progetti di ristrutturazione istituzionale e comunque se sarà in grado di farlo.

Molti sono portati a escludere una simile eventualità, dopo il susseguirsi delle burrasche interne alla maggioranza degli ultimi mesi e l’evidenziarsi di una crisi economica di rilevante entità. Indubbiamente, ciò che a un primo esame balza agli occhi è la tecnica governativa per sfuggire alle difficoltà immediate, che sembra essere ormai sempre la stessa, per qualunque problema, a cominciare da quelli dello stato sociale per finire alla ricerca. I miracoli propagandati in campagna elettorale - arricchitevi tutti e siate felici! - non si sono realizzati e di certo non si realizzeranno. Le casse, dopo mille mirabolanti promesse, sono desolatamente vuote, tanto che, mentre drastici tagli investono ogni genere di spesa pubblica, si fa sempre più forte la tentazione di mettere mano alle pensioni. Ebbene, mentre si provocano polemiche di ogni tipo e si gioca la carta delle commissioni parlamentari d’inchiesta per tentare di mettere all’angolo le opposizioni, sempre con grandi, rassicuranti sorrisi si progettano e si propongono all’opinione pubblica clamorose maxiriforme istituzionali che con una soluzione di segno democratico dei problemi reali del paese hanno poco o nulla a che fare.

Ciò vale anche per la giustizia. Si pensi alla questione dell’efficienza del servizio. Com’è noto, la durata dei processi civili e penali ha raggiunto livelli inaccettabili: tanti affermano la necessità di porre rimedio con urgenza a questa grave disfunzione che si traduce in una serie infinita di ingiustizie quotidiane, e suggeriscono alcuni indispensabili interventi organizzativi. Però di soldi non ce ne sono. Come sfuggire alla difficoltà? Intanto, con una continuità degna di miglior causa, si opera per delegittimare la magistratura con accuse e polemiche tanto gravi quanto infondate. Si presenta inoltre un progetto di ordinamento giudiziario che poi, tramite un emendamento governativo a un precedente emendamento di uguale provenienza (nella baraonda operativa di questa maggioranza, indifferente a ogni correttezza istituzionale, è invalsa anche questa pratica), realizza la separazione delle carriere dei magistrati: un provvedimento che il presidente Silvio Berlusconi, sostenuto dagli avvocati penalisti e dai loro scioperi, oggi sente di poter realizzare. Non solo: già che il tema è stato aperto, e vi è intanto la necessità di distrarre l’opinione pubblica dal tema dell’inefficienza del servizio giustizia, un’altra componente della maggioranza, tramite i ministri Bossi e Castelli, ha preannunciato un ulteriore disegno di legge che, oltre alla separazione, prevede l’eleggibilità di pubblici ministeri su base regionale. Di qui, a ogni livello, discussioni, polemiche e contrasti clamorosi. Clamorosi, ma accompagnati dalla convinzione diffusa - diffusa, ma per la verità non molto motivata - che non se ne farà nulla perché gli obiettivi veri della politica giudiziaria della destra sarebbero solo due: salvare il leader e i suoi amici dalle inchieste e tagliare la spesa a più non posso.

Un gran polverone per nascondere da un lato interessi individuali e dall’altro l’impotenza? No, non si tratta solo di questo: sarebbe un errore adagiarsi su questo angolo di visuale. Basta infatti pensare che già il testo originario della riforma dell’ordinamento progettata dal governo, sul quale tutte le componenti del polo concordano e che palesemente vogliono, mirava e mira, anche con il ripristino dei vecchi concorsi per l’avanzamento in carriera e con l’attribuzione di poteri impropri al ministro della giustizia in vari settori, a una burocratizzazione della magistratura stile anni cinquanta e, con la gerarchizzazione assoluta degli uffici di procura, a un possibile controllo politico sul pubblico ministero. Con la separazione delle carriere - misura che in un altro contesto non presenterebbe tutti i pericoli che si prospettano nel nostro paese - si fa un bel passo in avanti in questa direzione. Poi, con l’elezione del pm il cerchio si chiuderebbe definitivamente. L’obiettivo di una magistratura omogenea alla politica del governo, già a portata di mano, si completerebbe addirittura con un pm braccio armato della maggioranza.

L’organicità di un simile disegno, sul tappeto ormai da anni, e che si affianca ad altri discorsi su altre istituzioni tutti dello stesso segno, rende evidente che non si tratta di una serie di bluff avventurosi, per la giustizia come per altre cose, fatti solo per coprire la povertà delle carte in mano a giocatori di seconda serie. Con questo modo di fare non si ottiene soltanto l’obiettivo, oggi, di risparmiare (anche se ormai scarseggiano non solo i giudici, ma perfino gli ufficiali giudiziari, necessari per chiamare le cause e fare le notifiche), ma, per il futuro, si progetta una modificazione degli assetti istituzionali in senso autoritario, in violazione dei principi della costituzione ma in conformità dello sviluppo senza regole - o con regole elaborate in sedi lontane da quelle tipiche dello stato sovrano, ben diverse da quelle costituzionali - della globalizzazione neoliberista.

Qui, a proposito delle polemiche degli ultimi mesi relative ai processi e alle inchieste che riguardano Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Marcello Dell’Utri e altri, è necessario fare chiarezza su uno snodo fondamentale. Infatti da alcuni anni a questa parte il problema del rapporto fra politica e giurisdizione è stato spesso affrontato e letto con riferimento a tale questione e di conseguenza viene discusso in termini riduttivi e al limite fuorvianti. A fronte di una destra che afferma che, poiché i magistrati fanno politica e perseguitano ingiustamente il presidente del consiglio e i suoi collaboratori, occorre adottare misure che ne ripristino l’imparzialità; in tanti ambienti, non solo in quello dei "girotondi", si protesta in nome del principio di legalità e si grida a Berlusconi "fatti processare". Una protesta giusta, sia chiaro. Ed è certamente vero che alcune leggi, dal falso in bilancio alle rogatorie, dal legittimo sospetto al lodo Schifani, sono state approvate per favorire i personali interessi del premier, come del resto quest’ultimo ha spavaldamente ammesso davanti a parlamento europeo. Come è vero che molte iniziative di esponenti governativi, ultime quelle del ministro Roberto Castelli, sono finalizzate contemporaneamente a difendere esponenti della maggioranza e a intimidire giudici e pubblici ministeri (e anche a porre i primi paletti per una diversa collocazione istituzionale di questi ultimi, come spiega bene Giancarlo Scarpari nel suo saggio Castelli in Europa).

E però c’è dell’altro, che ha direttamente a che fare con la forma/stato che i nuovi governanti hanno in testa (che non riguarda la sorte giudiziaria di Silvio Berlusconi e di alcuni suoi amici) e con una drastica riduzione della tutela, anche in sede giudiziaria, dei diritti. La questione non è solo quella del rispetto del principio che la legge è uguale per tutti, ma ormai investe, nella prospettiva della destra al governo, l’articolazione organizzativa della repubblica come tramite di regolazione dei rapporti sociali. Qui tutto si tiene; e un’organizzazione come Md non può trascurare simili tematiche, perché alla fine hanno un’influenza decisiva sui diritti e sulla democrazia.

Il fatto è che è ormai in discussione un intero sistema istituzionale. La scelta del costituente della diffusione e del bilanciamento dei poteri, dei reciproci controlli e delle autonomie, largamente condivisa dalle forze politiche e sociali dei primi quarant’anni di vita della repubblica, corrispondente a una determinata idea della democrazia (e alla crescita dei diritti individuali e sociali), viene oggi considerata superata; e che le norme costituzionali, con il loro sistema di diritti vecchi e nuovi, possano avere valore immediatamente precettivo, fa sorridere molti, non solo a destra. E' diffusissima, ben al di là della maggioranza di governo, una concezione formale della democrazia, senza più contenuti di partecipazione e di emancipazione (una democrazia senza qualità, ha scritto qualcuno).

Esiste certamente nel nostro paese da un decennio un problema oggettivo di governo, quello di ritrovare i margini per una mediazione possibile fra interessi eterogenei, non più gestibili unitariamente con la politica del debito pubblico e delle svalutazioni; problema complicato dall’abbandono del sistema elettorale proporzionale. Si tratta di vedere come lo si vuole affrontare.

Va detto che la democrazia dell’alternanza, con due schieramenti contrapposti, già di per sé implica costi pesanti per chi, come Md, ragiona a partire da un certo punto di vista. In un sistema di tal genere molti ritengono, in ogni schieramento, che il punto decisivo della competizione elettorale è al centro e che, inevitabilmente, la stessa partecipazione alle elezioni è destinata a diminuire. Insomma, ai margini (per essere più precisi: al margine sinistro, quello dei ceti sottoprotetti), vi sono interessi non rappresentabili: questo richiede la corsa al centro e la relativa possibilità di alleanze di ceti - di alcuni ceti - necessarie per vincere. Juanito Patrone, richiamando uno scritto di Livio Pepino, sottolinea lo scarso o comunque insufficiente interesse di Md per temi di frontiera quali la crescita del carcere, l’immigrazione, la tossicodipendenza, la criminalizzazione del dissenso e delle diversità etniche e religiose. Se a questi temi si aggiunge quello dell’arretramento delle tutela di tutta una serie di forme di lavoro dipendente, si ha un panorama completo, a mio avviso, appunto degli interessi che vengono considerati, oggi e per il domani, non rappresentabili in un nuovo sistema istituzionale che possa funzionare e consentire di governare. Si tratta, non è il caso di soffermarsi sul punto, degli interessi ai quali la scelta di campo di Md ha sempre fatto riferimento.

Così, quasi di conseguenza, nella destra di governo (e non solo) si ritiene che la rappresentanza degli interessi rappresentabili e la relativa mediazione politica passino oggi per un diverso modo di governare, in ogni caso fortemente centralizzato. In ogni caso, vale a dire sia per quel che concerne le scelte riservate al governo centrale, sia per la parte che verrebbe trasferita - in un’ottica di rinuncia a consistenti diritti sociali (la scuola, la sanità) - alla competenza regionale. In entrambi i casi il governo verrebbe sottratto nei punti alti delle decisioni amministrative ed economiche a ogni controllo (non solo quello di legalità assicurato dalla giurisdizione), per un sistema di democrazia sostanzialmente incentrato sulla delega ed esposto soltanto alla periodica verifica elettorale; cioè per un sistema istituzionale molto diverso da quello attuale. Con tutti gli ingredienti di populismo e di personalismo che una simile ricetta comporta: il governo degli uomini, appunto, di pochi uomini già dotati di potere, anziché il governo della legge.

Questa prospettiva - sostanzialmente incentrata sul cosiddetto premierato forte - investe ovviamente tutto: il ruolo della corte costituzionale e gli spazi di un’informazione libera, l’autonomia della banca d’Italia e il ruolo del parlamento, il sindacato e la funzione giudiziaria. Con riferimento a quest’ultima, la riduzione dei livelli attuali dell’indipendenza è funzionale intanto all’arretramento della giustiziabilità dei diritti sociali (al quale si sta già lavorando in vari modi: si pensi all’articolo 18 e al libro bianco), e poi alle ritenute esigenze dello sviluppo e del suo governo secondo gli schemi della democrazia della delega. Qui l’esigenza di salvare Berlusconi e i suoi dai processi non c’entra più; e già gli atti vendicativi nei confronti dei magistrati milanesi vanno letti in una ben più lunga prospettiva.

Insomma, quando si parla di riformare integralmente lo stato, non si scherza né si fanno bluff, non si vuole risparmiare o prendere tempo, ma si ragiona in grande secondo le logiche proprie della globalizzazione neoliberista. Dentro queste logiche si delinea una soluzione di stile autoritario dei problemi politici che caratterizzano il paese fin dalla crisi del 1992, attraverso la ridefinizione del ruolo delle istituzioni. La decisione di vertice, fuori da ogni controllo, individuerà gli interessi meritevoli di tutela e imporrà la mediazione ritenuta conveniente.

Peraltro, per la giustizia, nessuna sorpresa per gli osservatori più attenti. Infatti, già all’inizio dell’anno, molti mesi prima della sarabanda continua di queste settimane, il ministro della giustizia Roberto Castelli, lo stesso che pensa che le carceri italiane siano alberghi a quattro stelle, incontrando il Csm aveva illustrato le intenzioni governative. Ai consiglieri che elencavano gli interventi indispensabili per ridare un minimo di funzionalità alla giustizia, il guardasigilli aveva risposto, in modo schematico e sommario com’è nel costume di questi governanti, ma sincero e chiaro in tutte le sue implicazioni, che il primo problema da risolvere non è quello dell’efficienza, bensì quello di un nuovo equilibrio fra politica e magistratura.

Un discorso diverso, ovviamente, è quello delle concrete possibilità che la destra ha di realizzare tutto questo: un discorso che però non può risolversi nella tranquillante considerazione che per insipienza e scarsa omogeneità i partiti del polo non saranno in grado di fare nulla.

Anche perché non è chiaro quali fra le forze di opposizione credano ancora, e in quale misura, alla vecchia scelta del costituente. Anche perché spesso si ha a che fare con processi che sono stati avviati negli anni novanta, al tempo dei governi del centro democratico. Anche perché una soluzione democraticamente avanzata del problema di governabilità sopra indicato non è ancora visibile. Questi punti di fragilità inducono a temere che quel progetto andrà avanti (del resto è di questi giorni la convergenza delle forze di governo, dopo le polemiche estive, su un articolato disegno di modifica costituzionale).

E la giustizia? Già dai tempi della bicamerale, la questione giustizia non è solo quella di una macchina giudiziaria che non ce la fa più ad andare avanti o di politici corrotti che non vogliono farsi processare, ma in primo luogo quella dell’indipendenza, di una configurazione del ruolo del giudice coerente rispetto a tutti i tratti dell’ipotizzata riforma dello stato (del resto, il lavoro della bicamerale e anche tanti discorsi successivi non hanno riguardato solo la giustizia; e oggi il complessivo progetto di modifica della costituzione riguarda l’intero sistema istituzionale). Gli attuali livelli dell'indipendenza vengono certamente considerati incompatibili con esigenze e prospettive di questa destra di governo e con gli interessi che essa rappresenta, ma più in generale vengono considerati eccessivi un po’ dovunque, anche in larghi settori dell’ulivo. "Che la magistratura faccia un passo indietro": questa frase, negli ultimi dieci anni, è stata pronunciata da molti, anche nell’ambito delle componenti dei precedenti governi. E che una serie di diritti siano concretamente realizzabili solo se compatibili con lo stato dell’economia è una convinzione diffusa.

Dunque, per quanto vi è di autenticamente di sinistra nel paese, la questione giustizia si presenta con una complessità ben più ricca di quella che traspare dal dibattito e dalle polemiche di tutti i giorni; e richiede una riflessione sulla possibilità di governare - con una politica di alto profilo, che tuteli ed estenda i diritti - utilizzando ancora il sistema istituzionale della vecchia costituzione, certo non il migliore fra tutti i sistemi astrattamente possibili, ma di sicuro corrispondente, almeno fino a oggi, al punto più avanzato delle conquiste delle forze democratiche. A partire da qui, da questa convinzione, si può proporre il tema, su cui giustamente si sofferma Patrone, della difesa e del rilancio del costituzionalismo moderno.

Settembre 2003

 

 

 

 

 

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