Legittimo sospetto a Milano

di Giovanni Palombarini

Nel corso del lungo, tormentato dibattito parlamentare tanti esponenti della maggioranza di governo hanno ripetutramente affermato che la legge Cirami doveva essere approvata nell’interesse di tutti i cittadini (solo l’on.Taormina, al quale molti riconoscono la dote della franchezza, aveva detto che doveva servire a impedire che il presidente del consiglio Berlusconi e l’on Previti dovessero subire condanne ingiuste nei processi pendenti nei loro confronti a Milano). Ebbene, la legge sul legittimo sospetto - che per una coincidenza emblematica è stata definitivamente approvata nello stesso giorno in cui un processo a carico di Silvio Berlusconi s’è chiuso per estinzione del reato per prescrizione grazie alla nuova legge sul falso in bilancio - ha prodotto il suo primo effetto: il tribunale di Milano ha dovuto sospendere un processo a carico di Cesare Previti e altri, rimettendo gli atti alla corte di cassazione perché stabilisca se dovranno essere trasferito a Brescia ovvero rimanere a Milano.

Si rinnovano così oggi gli ormai noti commenti critici o addirittura indignati di tanti, che però non devono essere considerati sfoghi fine a se stessi. E’ invece auspicabile che servano a mettere sull’avviso coloro che, fra le forze di opposizione, in occasione della condanna in appello del senatore Giulio Andreotti hanno dimostrato un’improvvisa disponibilità a trattare con l’attuale maggioranza governativa una riforma della giustizia, tema rilanciato in prima persona dal presidente del consiglio Berlusconi.

Una disponibilità, in particolare quella di Piero Fassino, davvero ingiustificata se solo si riflette sulle cose con animo pacato. Proprio la sentenza di Perugia - per la quale si possono fare alcune considerazioni molto semplici, cercando poi di trarne qualche insegnamento - serve a chiarire la situazione.

Riferiscono le cronache (ormai gli atti del processo sono conosciuti) che le prove a disposizione dei giudici erano costituite dalle dichiarazioni del pentito Buscetta, al quale l’imputato Badalamenti, che ha negato la circostanza, e un’altra persona che non è stato possibile ascoltare perché deceduta, avrebbero confidato che l’omicidio Pecorelli era stato eseguito per fare un favore ad Andreotti. Ebbene, se così stanno le cose, si può tranquillamente affermare - il rispetto per le decisioni giudiziarie non esclude la possibilità della critica - che tante altre corti, non considerando prove sufficienti per una condanna le semplici dichiarazioni de relato, avrebbero confermato la sentenza di assoluzione.

Quanto alle altre polemiche - la lunghezza del processo, la distanza della decisione dai fatti, il contrasto (peraltro fisiologico) con la sentenza di assoluzione di primo grado - vi sono proposte che si misurano con questo tipo di problemi. Infatti si può ad esempio pensare a escludere l’appello del pubblico ministero quando il giudice di primo grado ha assolto l’imputato (in tanti altri paesi ci si accontenta della decisione del primo giudice), magari rendendo poi più difficile il ricorso in cassazione, per favorire la brevità del processo, quando l’imputato sia stato invece condannato sia in primo grado che in appello. Si può ovviamente discutere di simili proposte, elaborandone altre, rimanendo però sempre nell’ambito delle regole del processo.

Però, cosa ha a che fare con tutto questo la riforma della magistratura invocata da Silvio Berlusconi? La verità è che la soluzione dei problemi del processo penale ben difficilmente può scaturire da accordi con un ceto di governo che in un anno e mezzo di legislatura ha approvato leggi che ben poco hanno a che fare con l’interesse della giustizia.

Novembre 2002

 

 

 

 

 

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