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Autore: Giorgio Bassani

Titolo: Il giardino dei Finzi–Contini

Casa editrice: Arnoldo Mondadori Editore

Città e anno di pubblicazione: Stampato nel mese di maggio del 1976, presso la Nuova Stampa di Mondadori – Cles (TN)

Trama

Durante una delle solite gite di fine settimana, il protagonista, insieme con un gruppo di amici, visita un vecchio cimitero etrusco, situato fuori Roma. Sulla via del ritorno, ricorda il periodo trascorso a Ferrara, alla vigilia delle deportazioni e delle stragi, e il suo rapporto con la famiglia dei Finzi–Contini. Appartenenti ad una presunta élite ebraica, abitavano in una villa situata in corso Ercole I, comprendente parco, casa padronale ed ettari di terreno coltivato. Poco desiderosi di stabilire rapporti con altri ebrei della comunità, il professor Ermanno e la moglie Olga avevano deciso, dopo la morte di Guido, il loro primo figlio, di far frequentare la scuola ad Alberto e Micòl, come privatisti. Il professor Ermanno aveva inoltre chiesto ed ottenuto di far restaurare la sinagoga spagnola, evitando così di dover frequentare la sinagoga italiana utilizzata dagli altri membri della comunità. Il protagonista, al contrario, frequentava il pubblico Liceo–Ginnasio G.B. Guarini e, poiché non era molto bravo in matematica, era stato valutato insufficiente agli scrutini di fine anno. Sconvolto dalla notizia, non era tornato a casa e, dopo un lungo vagabondaggio per la città, si era fermato davanti al muro di cinta della villa dei Finzi–Contini, dove la piccola Micòl l’aveva invitato ad entrare scavalcando il muro ed evitando la sorveglianza del signor Perotti, quasi sottoponendolo a una "prova", che lui non seppe superare. La prima volta che oltrepassò il muro di cinta del Barchetto del Duca e che si spinse fino alla magna domus e al campo di tennis fu quasi dieci anni dopo quel caldo pomeriggio di giugno. Dopo pranzo il protagonista aveva ricevuto una telefonata da Alberto Finzi–Contini, che chiedeva se era vero che era stato allontanato dal Circolo del Tennis Eleonora d’Este. Poi, ignorando la sua risposta, aveva invitato il protagonista a giocare a tennis nel proprio campo privato. Il sabato successivo, recandosi alla villa, poté notare di non essere stato l’unico ad avere ricevuto l’invito di Alberto. Vi erano, oltre a lui, un gruppetto di giovani tra cui Bruno Lattes, Adriana Trentini, Giampiero Malnate. Alcuni di loro avevano ricevuto come Alberto l’avviso di esclusione dal Circolo del Tennis e di lì a pochi giorni lo ricevette anche il protagonista. Il gruppo di amici così formato cominciò ad incontrarsi quasi tutti i giorni dopo l’ora di pranzo a casa Finzi–Contini, dove Alberto e Micòl, tornata da Venezia, dove svolgeva i suoi studi universitari, mettevano a disposizione il campo da tennis. Micòl e il protagonista ebbero così modo di rafforzare il loro rapporto di amicizia, praticando lunghe passeggiate nel parco. Con l’inverno oramai prossimo, le giornate via via più brevi e meno calde, il gruppo di amici fu costretto a rimandare gli incontri di tennis alla bella stagione. Tuttavia il protagonista aveva continuato a frequentare la villa anche nel periodo invernale nonostante la partenza di Micòl per Venezia lo rendesse triste. Si recava la mattina in casa Finzi–Contini, dove il professor Ermanno gli aveva messo a disposizione la sua biblioteca. Il protagonista ebbe così modo di completare la sua tesi di laurea in letteratura. Nello stesso periodo era giunta la notizia che Micòl si era laureata con centodieci su centodieci e che non era riuscita ad ottenere la lode a causa dell’opposizione di uno dei professori perché era ebrea. Il pomeriggio lo trascorreva, come Giampiero Malnate, nello studio di Alberto. I tre discutevano di arte, letteratura e di politica. Micòl era tornata per la Pasqua ebraica e sembrava aver fatto capire al protagonista in più occasioni di essere disposta ad accettare un rapporto più intimo con lui. Il protagonista divenne insistente e finì con il mostrarsi querulo e fastidioso, mettendo in imbarazzo più volte la giovane Micòl. Il rapporto tra i due andò via via raffreddandosi, fino quando lo stesso protagonista venne allontanato dalla Villa dei Finzi–Contini. Nel frattempo, a causa dell’entrata in vigore delle leggi razziali, alcuni membri del gruppo di amici di Alberto e Micòl vennero allontanati dalla villa. Il protagonista, deluso e rattristato per la rottura dei rapporti con la giovane Micòl, iniziò a frequentare per un breve periodo Giampiero Malnate, con il quale s’incontrava la sera per l’ora di cena. La vicenda si conclude con l’intrusione del protagonista, per l’ultima volta e di nascosto, in casa Finzi–Contini. Nell’epilogo si racconta che Alberto, gravemente malato, morì di linfogranuloma nel 1942 e che il resto della famiglia Finzi-Contini venne avviata, insieme ad altri ebrei italiani, al campo di concentramento di Fòssoli, presso Carpi e, di qui, in seguito, in Germania. Giampiero Malnate, aperto e dichiarato comunista, morì in guerra sul fronte russo.

Stile

I personaggi che compaiono nel testo possono essere suddivisi in tre categorie. Alla prima categoria appartengono i personaggi che hanno un ruolo determinante nella vicenda e che intervengono direttamente. Tra questi ricordiamo il protagonista–narratore, i giovani Micòl, Alberto e Giampiero Malnate. Alla seconda categoria appartengono personaggi che, pur intervenendo direttamente nella vicenda, non assumono un ruolo determinante, come ad esempio: il professor Ermanno, il gruppo di amici che frequentano casa Finzi–Contini, i compagni di scuola al liceo del protagonista. In fine alla terza categoria appartengono i personaggi che assumono un ruolo indiretto nella vicenda, come il dottor Fadigati protagonista del racconto Gli occhiali d’oro, un famoso dottore, molto ricco e benvoluto dalla cittadinanza in un primo tempo, ma poi accusato di omosessualità, quindi emarginato e morto suicida; oppure i nonni e gli zii di Alberto e Micòl. Tuttavia il testo è quasi del tutto privo di descrizioni fisiche relative ai personaggi.

Per ciò che riguarda i luoghi, possiamo dividere la vicenda in due parti: la parte in cui il protagonista è a Roma e ricorda, e la parte oggetto del ricordo, che viene ambientata interamente nella città di Ferrara, e in particolare nella villa dei Finzi–Contini.

Scarsi sono i riferimenti ad eventi storici. In particolar modo si cita l’anno della cosiddetta "infornata del Decennale" avvenuta nel 1933, oppure si fa riferimento, anche se non esplicito, al varo delle leggi razziali avvenuto tra il 1938 e il 1939. Il protagonista, inoltre, in un punto, accenna alle illusioni di pace che lui e l’amico Malnate erroneamente coltivavano proprio alla vigilia della guerra, nell’estate del 1939: speravano in un accordo tra Francia, Inghilterra e URSS, che avrebbe impedito l’invasione tedesca della Polonia, speravano nella fine del Patto d’Acciaio e nella caduta di Mussolini.

Il testo è invece ricco di termini particolari ebraici relativi generalmente ad argomenti di tipo religioso, come ad esempio: sefarìm, taléd, Torà, kippùr o judìm. Inoltre alcuni personaggi utilizzano nei loro dialoghi frasi in inglese o in francese o termini dialettali ferraresi, ma ciò è abbastanza raro.

Il giardino dei Finzi–Contini appartiene al genere letterario del romanzo ad ampio respiro, sullo sfondo di avvenimenti storici, come quelli che precedono le deportazioni. In questo romanzo il narratore assume un ruolo ben definito, esponendo i fatti in prima persona: quello del protagonista principale della vicenda. Infatti, per quanto il tema non sia così esplicito, la storia è incentrata sul rapporto del protagonista–narratore con la giovane Micòl Finzi–Contini. Fin dall’inizio il protagonista–narratore sottolinea l’importanza fondamentale nella vicenda della giovane, al punto che, quando si chiude la vicenda di lei, s’interrompe anche quella del protagonista. La stessa vicenda può essere suddivisa, sia per quanto riguarda l’aspetto temporale, sia per quanto riguarda l’aspetto spaziale, in due parti: la prima parte è ambientata nel presente, nei dintorni di Roma, la seconda è ambientata in un tempo passato, quello del ricordo, nella città di Ferrara. Le due parti del romanzo sono indipendenti tra loro. Solo un elemento concorre a legarle: l’aspetto monumentale delle tombe etrusche, che ricorda quello della tomba della famiglia Finzi–Contini. In questo romanzo Bassani dà prova di conoscere e di saper cogliere gli aspetti caratteristici dello stile di vita della ricca borghesia e lo fa in modo del tutto originale, insistendo sulla presenza della morte che suggella l’intera vicenda e che coinvolge quasi tutti i personaggi. Tale presenza viene così a concretizzarsi e a manifestarsi nell’elemento della tomba, che, comparendo in più parti del testo, assume il ruolo di parola–chiave. Il romanzo nel complesso ha un andamento lineare ed anche gli eventi si susseguono in ordine cronologico. Gli accorgimenti stilistici utilizzati da Bassani conferiscono al romanzo una grande scorrevolezza e facilità di lettura, considerando anche che è quasi del tutto privo di riferimenti ad eventi storici che appesantirebbero la trama.

Una pagina esemplare

Nel brano che segue il protagonista–narratore ricorda il periodo della sua giovinezza in cui a Ferrara frequentava il Liceo–Ginnasio G.B. Guarini, dove anche Alberto e Micòl venivano per sostenervi gli esami. Era quello uno dei rari momenti della giovinezza in cui i due Finzi–Contini avevano rapporti con gli altri ragazzi della loro età, tra cui il protagonista–narratore. Ad attenderli all'entrata dell'istituto, dove erano venuti per leggere i risultati degli scrutini, c'era una carrozza con Perotti, una delle tante persone impiegate in casa Finzi–Contini per svolgere le normali mansioni domestiche.

" Si indugiava nell'androne vasto, fresco e semi buio come, una cripta, assiepandoci davanti ai grandi fogli bianchi degli scrutini finali, affascinati dai nostri nomi e da quelli dei nostri compagni, che a leggerli così, trascritti in bella calligrafia, ed esposti sottovetro di là da una leggera grata di fil di ferro, non finivano mai di stupirci. Era bello non avere più niente da temere dalla scuola, bello poter uscire di lì a poco nella luce limpida ed azzurra delle dieci di mattina, ammiccante, laggiù, attraverso la postierla d'ingresso, bello avere dinanzi a sé lunghe ore d'ozio e di libertà, da spendere come meglio ci fosse piaciuto. Tutto bello, tutto stupendo, in quei primi giorni di vacanza. E quale felicità al pensiero sempre ritornate della prossima partenza per il mare o per la montagna, dove dello studio, che ancora affaticava e angustiava tanti altri, si sarebbe perduto quasi il ricordo! Ed ecco, fra questi altri (rozzi ragazzotti di campagna, i più, figli di contadini preparati agli esami dl parroco del paese, i quali, prima di varcare la soglia del Guarini, si guardavano attorno smarriti come vitelli condotti al mattatoio), ecco Alberto e Micòl Finzi–Contini, appunto: niente affatto smarriti, loro, abituati come erano, da anni, a presentarsi e a trionfare. Forse leggermente ironici, specie nei miei riguardi, quando, attraversando l’atrio mi scorgevano fra i miei compagni, e mi salutavano di lontano con un cenno e un sorriso. Ma educati sempre, magari troppo, e gentili: proprio come degli ospiti. Non venivano mai a piedi, e tanto meno in bicicletta. Bensì in carrozza: un brum azzurro–scuro dalle grandi ruote gommate, le stanghe rosse, e lustro tutto di vernici, cristalli, nichelature. La carrozza attendeva lì, davanti al portone del Guarini, ore e ore, non spostandosi che per cercare l’ombra. E bisogna dire che esaminare l’equipaggio da vicino, in tutti i particolari, dal cavallone poderoso di tanto in tanto calmamente scalciante, con la coda mozza e con la criniera tagliata corta, a spazzola, sino alla minuscola corona nobiliare che spiccava argentea sul fondo blu degli sportelli, ottenendo addirittura, talora, dall’indulgente cocchiere in tenuta bassa, ma assiso in serpa come su un trono, il permesso di montare su uno dei predellini laterali, di modo che potessimo contemplare a nostro agio, il naso schiacciato contro il cristallo, l’interno tutto grigio, felpato, e in penombra (pareva un salotto: in un angolo c’erano perfino dei fiori infilati dentro un esile vaso oblungo, a foggia di calice) poteva essere anche questo un piacere, anzi lo era senz’altro: uno dei tanti avventurosi piaceri di cui erano prodighe, allora, per noi, quelle meravigliose, adolescenti mattine di tarda primavera."

(G. Bassani, Il giardino dei Finzi–Contini, pp. 32–33)

Come si è già detto, una delle caratteristiche dello stile di Bassani nel testo è quella di dar prova di saper cogliere gli aspetti salienti della ricca borghesia. A metà del testo Bassani introduce infatti l’elemento della carrozza che è quasi l’emblema del grado di ricchezza e agiatezza a cui sono abituati i Finzi–Contini. Importante diventa, quindi, la cura stessa nella descrizione di piccoli particolari della carrozza, del cavallo o di Perotti, l’autista. In tal modo Bassani tende a sottolineare la distanza tra la figura del ricco borghese, e in particolare modo quella dei Finzi–Contini, e gli "altri". Eleganti, sicuri di sé, gentili, i due ragazzi Finzi–Contini esercitano sul protagonista un’attrattiva fin dai tempi dell’adolescenza e sono quasi un mito per lui, che si sentirà molto orgoglioso quando, anni dopo, ne otterrà l’amicizia.

Scheda a cura di Alberto Scionti

5a E Telecomunicazioni

Anno scolastico 1998 / 99

I.T.I.S. G.B. Pininfarina

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