TESTIMONIANZE di SOPRAVVISSUTI

Pietro Pascoli: I Deportati - pagine di vita vissuta (1960)

presentazione di Ferruccio Parri

Capitolo 2 - La valle dello Judrio

TRE COLPI DI FUCILE

 

L '11 dicembre 1944, in un chiaro freddo meriggio, scendevo da Baiti: una borgata di case rustiche aggrappate sul dorsale del monte Corada, sulla sinistra dello Judrio. Raggiunto il fondo valle, bussai ad una porta: "Prego, vi sono tedeschi nei dintorni?". "No. Oggi non si son visti. Potete proseguire". Avevo percorso appena trecento metri sulla rotabile che conduce a Cividale del Friuli, quando vidi sbucare a distanza un plotone di uomini in grigioverde, elmetto in testa e fucile a tracolla. Misurai d’un colpo la situazione. Era questione di pochi minuti: o riuscivo ad eclissarmi o era finita. Tre colpi di fucile echeggiarono nella valle. Le pallottole mi sfrecciarono accanto, fendendo l'aria con un sibilo acuto. Mi buttai al monte, strisciando carponi tra le sterpaglie, nel sottobosco ingiallito, prendendo quota. Ed ecco a pochi passi un macigno coperto di muschio e di licheni, quasi a strapiombo sulla rotabile. Lo raggiunsi d’un balzo e mi distesi a ridosso trattenendo il respiro. Era in gioco la vita. Pochi minuti dopo sopraggiunsero i tedeschi, marciando in fila indiana, fucili imbracciati e baionetta innestata. Il plotone sostò su un ponticello in muratura, a cento metri da quel sasso miracoloso. I soldati frugarono sotto il ponte, scrutarono tutt'intorno. Una pattuglia armata venne mandata innanzi in perlustrazione: evidentemente temevano una imboscata. Con un movimento impercettibile della testa io riuscivo di tanto in tanto a spiare le loro mosse. Un soldato si mosse nella mia direzione, guardò in alto, poi, incerto di sé, ritornò sui suoi passi. Un secondo soldato imboccò un sentiero che saliva dirimpetto al mio nascondiglio. "È finita" pensai: ero allo scoperto. In quella situazione io m'attendevo oramai da un attimo all'altro soltanto una scarica di mitra. Quel soldato germanico si fermò, sedette su un tronco di legno con la testa tra le mani, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, e rimase immobile in quella posizione. Mi avrà visto quell'uomo? Avrà voluto, egli, per un sentimento di umana pietà, risparmiarmi la vita, eludendo per un attimo il suo dovere di soldato, o era assorto in se stesso, col pensiero rivolto alla famiglia lontana, stanco magari della guerra, sfiduciato degli uomini e della vita? Quella tremenda situazione, che mi teneva sospeso per un filo tra la vita e la morte, durò quasi un'ora. La pattuglia mandata in perlustrazione rientrò, ed il plotone, allineato in fila indiana, ripartì a passo lento, marziale, nell'angusta Valle dello Judrio immersa nel silenzio del crepuscolo. Il  fiume in basso, gorgogliando tra i sassi e sollevando le sue bianche spume, cantava la sua eterna canzone agli uomini che passano e si rinnovano.

 

L'ARRESTO

 

Scendeva la notte. Le catene dei monti si staccavano da un ciclo turchino, punteggiato di stelle, formando giganteschi profili che rapivano il mio spirito, proiettato in un mondo di sogni e di fantasie. Di quando in quando, spari di fucili mitragliatori rompevano il suggestivo silenzio della Valle richiamandomi alla realtà. Era notte alta, quando, accompagnato da un gruppo di compagni in divisa, che avevo incontrato in un abitato, raggiunsi Baiti. Quivi i comandi partigiani - erano comandi civili - uditi gli spari, si erano portati in zona di sicurezza. Solo un gruppetto di compagni, con a capo il dottor Votig, pretore di Longatico, era rimasto sul posto. Mi aggregai ad essi. "Qui non vengono" mi disse il dottor Votig. "Questa piccola borgata non figura neppure sulla carta geografica". Quella sera ci coricammo in una stalla dopo aver consumato per cena un pugno di castagne cotte. Per tutta la notte si udirono sparatorie lontane. Il fronte della Resistenza era in movimento. All'alba prendemmo il largo, eclissandoci nei dintorni. Il giorno seguente, invece, per consiglio del Votig, rimanemmo sul sito. "Qui non vengono" replicò egli con convinzione. "Non ci sono mai stati". Il buon Votig, un uomo alto, gagliardo, dagli occhi penetranti e pensosi, fiducioso nel destino, come tutti gli spiriti puri, pagò con la vita, nel famigerato campo di Hersbruck, quel suo ottimismo. In quella stessa mattina, 13 dicembre 1944, stavo radendomi la barba ad una fonte, quando, alzando la testa, vidi sei bocche di fucile puntate contro di me. Non c'era più nulla da fare. Un reparto delle SS, disceso dalle alture di Maria Zell, era improvvisamente sbucato fuori dalla vicina boscaglia. "Hande hoch!". "Mani in alto!". "Komm her!". "Vieni qui!". "Ja... Ich bitte, warten Sie einen Moment". "Attendete, vi prego, un momento".

 

SOTTO IL PLOTONE DI ESECUZIONE

 

Pochi minuti dopo il dottor Votig, Milena - una graziosa studentessa di Lubiana, esile e sensitiva, capelli disciolti, occhi neri scintillanti di vita, che dirigeva i servizi culturali della zona ­ ed io ci trovammo, mani in alto, ai piedi di un muro con le spalle rivolte al plotone di esecuzione. "Fucilazione alla schiena!" esclamò l'ufficiale. Il dottor Votig ed io rimanemmo impassibili in quella posizione, padroni dei nostri nervi; Milena, invece, temperamento emotivo, scoppiò in singhiozzi. "Non voglio morire! Non voglio morire!" gridava essa agitando le mani. Era la voce della giovinezza che si sprigionava in quel grido, il disperato attaccamento alla vita nell'età dei sogni delle più rosee speranze. "Non voglio morire!". Un breve interrogatorio ci salvò. "Conoscete quell'uomo?" chiese l'ufficiale tedesco ai miei due compagni. "No" risposero con franchezza Votig e Milena. "Conoscete quell'uomo e quella donna?". "No" risposi io senza esitazioni. "Da quanto tempo vi trovate in questa borgata?". "Da ieri sera". "Per quale ragione vi trovate qui?". "Son salito quassù in cerca di una bottiglia di grappa per festeggiare Natale in famiglia, in cambio di sigarette: le mie". "Ah... ma non sapete che gli inglesi fabbricano benzina per aeroplani con l'alcool?". "Si tratta di una sola bottiglia" replicai. Nella perquisizione che seguì mi trovarono infatti la bottiglia di grappa ed alcuni pacchetti di sigarette. Quella bottiglia mi era stata donata dai miei compagni di zona. Votig e Milena confessarono di essere due partigiani con funzioni civili. Tutti e tre eravamo disarmati. Ai miei due compagni furono trovati dei documenti e la fotografia di una compagna, Dunia, una insegnante di Saga che era riuscita ad eclissarsi come d'incanto sotto i loro stessi occhi. "Ah, Dunia!" esclamò l'ufficiale. "Ditemi, dov'è Dunia?". "Non lo sappiamo" risposero Votig e Milena. Quell'uomo  montò sulle furie. "Wenn Dunia nicht binnen 15 Minuten her kommt, werdet Ihr erschossen!". "Se Dunia non sarà qui entro 15 minuti, tutti e tre sarete passati per le ami". Quell'ufficiale, un uomo segaligno e nervoso, capelli biondi, minacciò di bruciare la casa che ci ospitava e di portare via il maiale al proprietario, ma in realtà non fu torto un capello a nessuno. "Seguitemi!" ci intimò con duro cipiglio. "Oggi credo di aver fatto una grande pesca". Sotto la crudezza delle parole e dei gesti scattanti, che caratterizzano lo stile del tedesco in guerra, quell'ufficiale celava, in fondo, un contenuto umano. In lui il soldato non aveva ancora annullato l'uomo. In fondo valle altri venti prigionieri civili, uomini e donne, che si erano rifiutati di lavorare per i tedeschi, furono aggregati al nostro gruppo. Qui, sottufficiali delle SS, col pretesto di una nuova perquisizione, ci derubarono del portafogli. Bottino di guerra... Erano le 13 quando, allineati al seguito di una colonna di carri trainati da cavalli cosacchi e scortati dalle baionette, ci mettemmo in cammino per Cividale del Friuli: una marcia di venti chilometri. Lungo il percorso altri viandanti, che rincasavano tranquillamente, furono fermati, senza motivo alcuno, ed incolonnati con noi. Ogni loro spiegazione fu vana. Uno di essi, certo Codromatz Ermenegildo, faceva ritorno al suo paese, dopo aver fatto da guida in quelle stesse valli ad un'altra colonna militare tedesca, ma nemmeno questa spiegazione bastò per lasciarlo libero. Un ubriaco invece si salvò. La sbornia questa volta gli aveva portato fortuna. Quel disgraziato camminava a stento, barcollando e misurando la strada a zig zag, pallido in volto. Non ce la faceva a seguirci. Dopo un breve tratto di marcia quel malcapitato si prese un calcio nel sedere dall'ufficiale tedesco che lo fece rotolare tutto d'un pezzo lungo il fossato. Dio Bacco lo aveva salvato. Ad un tratto raffiche di mitra investirono la colonna in marcia. I partigiani, dalle alture di Mernico, avevano aperto il fuoco. I tedeschi in un baleno piazzarono le mitragliatrici ed aprirono il fuoco, producendo un crepitio infernale. Una fitta pioggia di proiettili cadde attorno a noi, sibilando nell'aria. Di lì a poco, i partigiani, individuato il gruppo dei prigionieri civili, sospesero il tiro e la colonna si rimise in moto. Calava la notte quando giungemmo a Cividale. L'antica città ducale, cara alle genti friulane, che diede i natali a Paolo Diacono e ad Adelaide Ristori, mi procurò uno stringimento al cuore. Eccoci sul famoso "ponte del diavolo" che si getta altissimo a due arcate sul fiume Natisone, le cui acque, d'un colore verde smeraldo, scorrono nel profondo tra due rocce a picco, formando con l'arco alpino che si profila in lontananza, uno dei paesaggi più suggestivi del Friuli. Poi piazza Paolo Diacono... un viale alberato... Rubignacco. Qui, nell'Istituto Orfani di Guerra, allora sede del comando tedesco di zona, un pezzo di pane nero, nuovo interrogatorio e via in cella. Milena fu trattenuta nel corpo di guardia. "Siete una bella ragazza" disse l'ufficiale che ci aveva catturati "questa notte resterete con noi". Milena rimase come fulminata. Lungo i corridoi che conducevano alla cella di sicurezza, due rozzi corpulenti cosacchi, coi segni dell'odio impressi sui loro volti - frutto di una propaganda grossolana e diabolica - ci spingevano avanti premendo la punta della baionetta sui nostri fianchi. "Banditi, sarete impiccati!". Quella massa di mercenari, comandata dal generale Vlasov, passato agli ordini di Hitler nella segreta speranza di ristabilire, con la vittoria germanica, il regime zarista e le baronie feudali su tutte le Russie, aveva assunto l'arroganza dei despoti, convinta oramai di prendere stabile dimora in Friuli, nel Paese del sole, e dividersi le nostre terre, ben lontana dall'immaginare la terribile fine che l'attendeva, invece, di lì a pochi mesi, oltre il valico delle Alpi Carniche; vale a dire lo sterminio totale. Ma non vi è tragedia sulla Terra che non sprigioni ad un tempo un baleno di luce; quella luce che ci fa ancora credere e sperare, che ci riconcilia col mondo e con la vita, che ci impedisce di cadere nel freddo e sconsolante scetticismo. Allo scoccare della mezzanotte monta di guardia un giovane cosacco ancora imberbe. Il volto di quel ragazzo esprimeva i segni di un palese imbarazzo, ed i suoi occhi celesti, bagnati da un velo di tristezza, pareva guardassero lontano, come trasognati. "Perdonatemi" ci disse ad un tratto quel giovane. "Mi hanno costretto a fare questo servizio... Ho anch'io una mamma lontana che non vedo da quattro anni e che forse non vedrò più". Il cuore umano non era dunque morto; e l'immagine di una Madre si ergeva limpida, serena, simbolo di amore, di fede, di perdono, sulle miserie umane.

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