Prima parte: fino all’imboccar della Via Emilia

 

Avevo deciso di alzarmi alle quattro, quella mattina del 26 ottobre 1922, ma alle due smisi definitivamente di dormire.

Mi lavai nella bacinella di metallo smaltato versando l’acqua gelida da una brocca.Sarebbe stato meglio lasciarla scaldare sulla stufa per un po’ prima di usarla, ma l’effetto fu estremamente corroborante.

Indossai la divisa nera e tirai fuori dalla sua scatola il fez nuovo di trinca. Lo avevo comperato a Varese, ordinato apposta al miglior cappellificio della città.Lo provai e lo riprovai rimirandomi nella specchiera dell’armadio.Assunsi anche un po’ di pose tipiche: con i pugni piantati sui fianchi ero imperiale, veramente temibile.Tentai anche di sporgere volitivamente in fuori la mascella ma mi venne un crampo. Eppoi l’effetto non si avvicinava nemmeno lontanamente all’originale.Sembravo più che altro “Braccio di Ferro”.

Fuori dalla finestra della mia stanza c’era un buio tremendo.Solo la lampadina appesa ad un filo che stava nella rimessa dei trattori emanava una fievole luce distante. Rabbrividii. Se alla fine d’ottobre faceva già così freddo, chissà a gennaio.Erano solo le tre e non sapevo come passare il tempo.Ricontrollai la bisaccia militare che mi ero portato a casa dalla guerra. C’era tutto quel che mi poteva servire, del resto si trattava di star via meno di una settimana. Incredibilmente mio padre era d’accordo con la mia iniziativa di andare a sfilare a Roma.Quando glielo avevo detto mi aveva posato una mano sulla spalla ed aveva borbottato “Bravo bagaj”.Ben diverso da quando cinque anni prima gli avevo annunciato trionfalmente che mi ero arruolato come sottotenente di complemento per andare al fronte.Anche in quella occasione mi aveva posato una mano sulla spalla, ma aveva borbottato “Bravo pirla”.

Mio padre era sempre stato di poche ma incisive parole.Del resto veniva da una famiglia di contadini che facevano i contadini da migliaia di anni.Forse l’agricoltura l’avevano scoperta loro.

Io invece ero il figlio più giovane.Quello che doveva studiare.Diventare ingegnere.Ma la guerra prima ed il fascismo poi mi avevano distratto ed ero talmente fuori corso da sembrare quasi un professore più che uno studente.

I miei tre fratelli maggiori erano tutti degli esperti di vacche, di cavalli e di graminacee. Le mie due sorelle, anch’esse maggiori, erano esperte in affari di casa, anche se sospettavo che avrebbero preferito essere esperte di vacche o vacche esperte.Almeno a giudicare da come guardavano i fratelli Bonsega la domenica a messa. Giovanni Bonsega, il padre dei Bonsega figli, era un acerrimo concorrente del mio ed all’uscita dalla funzione domenicale, da anni, si scambiavano sempre le stesse battute.

“Ueh, tel chi il Cavalier De Torquemada!Allora come stanno le vacche?”. Dicendo ciò si guardava in giro sorridente, tenendo i pollici infilati nel panciotto.Era chiaro che alludeva alle mie sorelle e non alle mucche di mio padre.

Non che avessero mai fatto nulla di male, ma era anche palese che erano morbosamente interessate a due dei suoi quattro figli maschi.

“Le vacche stan bene!”rispondeva mio padre assumendo lo stesso atteggiamento “E la coltivazione dei finocchi come va? Crescono?” Il riferimento era al fatto che i suoi quattro figli le avevano sempre buscate di santa ragione dai miei fratelli. I Bonsega, infatti, erano di costituzione gracile mentre i miei fratelli parevano tori.

Sempre ridacchiando amaro i due si salutavano e si allontanavano verso i rispettivi calessi seguiti dalle loro famiglie.

La vita nelle campagne lombarde di inizio secolo era semplice e ripetitiva.Se ti potevi permettere di non aver un cazzo da fare, anche se un alibi era richiesto, potevi lasciarti andare a sognare di eroi romantici fino al punto di pensare di poterne impersonare uno. E fu proprio per questo motivo che mi arruolai nell’esercito nel maggio del ’17.

Mi ricordo come se fosse ieri che me ne stavo sdraiato sull’erba ai bordi di una roggia pensando alle gloriose vittorie riportate dal Regio Esercito.Tenevo un filo d’erba fra le labbra e le mani intrecciate dietro alla nuca.

Sdraiato all’ombra di un grande pioppo guardavo il cielo azzurro senza vederlo davvero, e fantasticavo di gloriosi assalti alla baionetta guidati da me nella mia impeccabile divisa di panno verde. Nei miei sogni ad occhi aperti svettavo come un Marte sulle doline carsiche. Mi vedevo esattamente come in una tavola dipinta da Beltrame mentre saltavo fuori da una nostra trincea spronando gli uomini all’assalto.

“Savoia!” gridavo imperiosamente lanciando il mio reparto verso la vittoria.

Idealmente correvo verso gli austriaci con la mia rivoltella in pugno e ne uccidevo a dozzine senza mai dover ricaricare l’arma.Alla fine riuscivamo quasi sempre a snidare il nemico ed a conquistare la sua postazione. Gli uomini mi portavano in trionfo ed un anziano ufficiale, forse un generale,forse Cadorna stesso, mi insigniva di un’onorificenza. Come dicevo ci riuscivo quasi sempre. A volte mi immaginavo invece di morire, colpito al cuore da una palla straniera. Non sentivo dolore e cadevo a terra senza un grido.Vivevo però abbastanza a lungo da vedere i miei uomini portare a compimento l’azione. Essi mi vendicavano facendo strage del nemico e poi tornavano indietro con gli elmetti fra le mani e gli sguardi dolenti.

“Povero Signor Tenente” diceva uno “E’ morto da valoroso” diceva un altro, poi il solito vecchio ufficiale si faceva largo fra la folla dei soldati e, parafrasando il libro Cuore, redarguiva coloro che scattavano sull’attenti al suo passaggio.

Egli li guardava con durezza negli occhi e diceva “Che avete da salutare me? Salutate il tenente DeTorquemada piuttosto…. Io non sono che un generale, lui è un eroe!”

A quel punto gli occhi mi si inumidivano sempre ed il sogno ad occhi aperti si trasferiva nella mia casa, dove il Re in persona andava a dare la notizia del mio eroico sacrificio a mio padre.

“Cavalier Benito DeTorquemada” diceva Sua Maestà guardando il babbo severamente negli occhi “Voi dovete essere fiero di vostro figlio Tommaso.Egli è caduto per la patria da eroe. Spero vi spiacciate adesso di averlo sempre punito e tacciato ingiustamente di essere un lazzarone!!”

A quel punto mio padre piangeva e si mordeva le mani pentito.Ma era troppo tardi.Thiè!

Furono sicuramente queste fantasticherie, unite agli scritti ed alle poesie di D’Annunzio, che in quel pomeriggio assolato mossero la mia mano a firmare per l’arruolamento fra gli ufficiali di complemento.

Finii a Vicenza per l’addestramento e da lì a Gorizia come sottotenente di fanteria.Era il 15 agosto del ’17.

Tre giorni dopo partimmo lungo l’Isonzo per prepararci ad assaltare l’altipiano della Bainsizza.

In quel periodo ebbi ampiamente modo di ricredermi sul romanticismo della guerra.

A quel punto i miei ricordi mi avevano portato alle quattro della mattina, sicché decisi di scendere di sotto a fare un po’ di colazione. Faceva un freddo pazzesco, tanto che mi avvolsi nella mantella mentre riaccendevo la stufa a legna dove una piccola quantità di braci ardeva senza la minima possibilità di vincere il gelo.Dopo pochi istanti il fuoco prese vigore ed io poggiai le mani sopra la ghisa della stufa che andava via via scaldandosi.

Preparai il caffè e ne bevvi una tazza abbondante che mi riscaldò il ventre e l’anima.Accesi una sigaretta e mi avviai all’uscio di casa.Tolsi il palo che la fermava come fosse stata il portone di un castello medioevale, sbloccai il catenaccio e l’aprii.

“Alura te vè?” fece una voce alle mie spalle.Trasalii e mi voltai di scatto.

“Ma babbo!? Ti sembra il modo di far spaventare la gente?”sbottai osservando mio padre uscire dall’ombra.

“Ma va là! Volete salvare l’Italia e vi spaventate per così poco?”ribatté lui sorridendo “E come ci vai a Roma?Vuoi il calesse?”

“Si, il calesse!Abbiamo l’appuntamento in Piazza della Chiesa alle sei.Andiamo col camion del Daca.”

“Stai attento, mi raccomando. Non farti prendere in giro!”

“Oh babbo! Ho fatto la guerra, non ricordi? Non sono un ragazzino”

“La politica è più pericolosa della guerra”insistette lui “Molto più pericolosa e più infida.”

“Si, vabbhe….io devo andare o mi lascian qua.”

Uscii a passo svelto nel buio dell’aia e mi diressi verso la strada che , attraversando i campi, portava al paese.

Non vorrei apparire ripetitivo ma il buio ed il freddo erano terrificanti.

Camminavo di buon passo tenendo alta davanti a me la lanterna a petrolio che mi illuminava la via.Si era sentito dire che poteva capitare di venir aggrediti dai comunisti ed io procedevo fischiettando per farmi coraggio.Una mano reggeva la lanterna e l’altra era poggiata sull’impugnatura del manganello che mi penzolava dalla cintura.Questo ti farà sorridere, ma si trattava di fare tre chilometri a piedi nel nulla. Dalla tenuta al paese la strada era assolutamente deserta. Non una casa o una fattoria. Gli alberi che costeggiavano la via avrebbero potuto offrire un sicuro rifugio ad un assassino in agguato.Di tanto in tanto, nel fosso che correva parallelo alla strada passando dietro agli alberi, uno sciacquio repentino e fugace mi metteva in allarme.

“Chi va là?” urlai un paio di volte, ma le pantegane difficilmente rispondono a questo genere di domande.

Alle porte del paese, una volta finite le pericolose lande della brughiera, assunsi un atteggiamento spavaldo e con aria marziale raggiunsi la piazza della chiesa. Erano le cinque e mezza ed il cielo cominciava a schiarirsi.

“Ciao capitano!” fece Titano alzandosi dalla scalinata del sagrato dove stava seduto assieme ad altri camerati.

Mi venne incontro con il braccio teso nel saluto romano.Lo salutai anch’io e ci dirigemmo verso l’osteria del paese che aveva appena aperto.

“Un caffè per il capitano”urlò all’oste “ed uno anche per me!”

Non facevo più parte del Regio Esercito, ma in paese continuavano a chiamarmi col grado con il quale mi ero congedato.

L’oste, tale Tugnin, ci fissò con la sua aria da bove ed esclamò “Due caffè.Dite due caffè che facciam prima.”

“Allora si va!?” disse Titano togliendosi i guanti di pelle nera. “Basta parlare e parlare e parlare.Adesso si fanno i fatti!”

“Era ora!” riposi io spegnendo la lanterna e poggiandola sul bancone. “Già ci siamo persi la marcia su Ferrara e quella su Carrara. Perdersi anche questa sarebbe il colmo.”

“A proposito, Italo Balbo ha risposto alla tua lettera?”

“Niente da fare.Magari non l’ ha manco letta.Ho cercato di mettermi in contatto con Dino Grandi a Bologna, ma si è sempre fatto negare.L’unico che mi ha risposto è Luca Pilli, quello di Monza, e lo ha fatto solo per assicurarci che ci avrebbero aspettato fino a mezzogiorno di oggi.Mi ha comunicato il luogo del ritrovo e si è raccomandato di essere puntuali.Sai qual è il suo stile: vi aspetto fino a mezzogiorno, ma a mezzogiorno ed un minuto metto in marcia la colonna e son fatti vostri .”

“Bhe , dovremmo farcela.Mica ci possiamo impiegare sei ore da qui a Milano.”

“Ecco i vostri caffè” ci interruppe Tugnin “Dove andate di bello così vestiti?”

“A Roma!” gridò Titano scattando sugli attenti e salutando romanamente.

“A fà cusè? A fare che cosa?” chiese l’oste mentre lucidava un bicchiere con uno strofinaccio lercio.

“A prendercela!” rispose il camerata urlandogli la risposta  in faccia.

Ridacchiando sorseggiammo i caffè mentre tenevamo d’occhio il piazzale del sagrato.Erano quasi le sei ma il camion di Daca non si vedeva arrivare.Sulla scalinata erano ora seduti una ventina di camerati.

Uscii dalla locanda seguito da Titano dopo aver lasciato la lanterna al Tugnin pregandolo di consegnarla a mio padre alla prima occasione.

“Ma dove è finito?” chiesi a Titano che fece spallucce.”Che pirla di un asino che è! Mi ero raccomandato la puntualità….ed è già in ritardo di cinque minuti.”

Alle sei e trenta ero furibondo. Daca non era ancora arrivato e davanti alla trattoria si era assiepata una piccola folla di vecchiardi che ci osservavano divertiti.

Alle sette ero paonazzo e di Daca nessuna traccia.La gentaglia assiepata davanti all’osteria se ne era andata, intimorita da una sfuriata di Titano che non sopportava i loro sguardi beffardi.

Alle sette e dieci il rumore sincopato di un camion si diffuse per tutta la piazza precedendo l’arrivo di Daca.

Il pesante camion telonato dagli occhi ranuti fece la sua comparsa sulla scena inseguito da una  spessa nuvola di fumo nero.Si fermò davanti a noi e Daca saltò a terra senza spegnere il motore.Titano si avventò su di lui e lo afferrò per il bavero del pesante giaccone di cuoio nero.

“Bastardo! Infame!Traditore!”gli urlava contro senza smettere di strattonarlo “E’ dalle sei che ti aspettiamo!”

“Il…camion..no..non…partiva… Il…camion..no..non…partiva… Il…camion..no..non…partiva…”continuava a ripetere Daca balbettando.Fermai Titano e fissai il Daca con aria interrogativa.Dopo un eccesso di tosse ci spiegò la situazione.

“Che volete da me?”chiese il camerata ritardatario sistemandosi il giaccone “E’ dalle cinque che cerco di metterlo in moto.Ha la levetta dell’acceleratore che è più di là che di qua. L’ho legata con un rametto di ferro ma non bisogna spegnerlo se no addio. Poi io ho solo questo camion qui, se volevate l’ultimo modello ve lo facevate comprare da De Torquemada che c’ha il babbo milionario e….”

Tumpf-patumpf fece il camion alle sue spalle e si spense.

“Volevate sprecare tutta la benzina?” disse un camerata sporgendosi tutto contento dal finestrino del mezzo.

Dopo averlo salvato a stento dal linciaggio ci mettemmo al lavoro sul camion ed alle otto meno venti riuscimmo finalmente a partire.

Daca alla guida, Titano in mezzo ed io al finestrino.Tutti gli altri nel cassone seduti su delle cassette della frutta.

Ogni due o tre minuti Titano imprecava sollecitando Daca ad accelerare.Questi rispondeva che più veloce di così non si poteva andare e l’altro imprecava nuovamente dicendo che saremmo arrivati a Milano in ritardo.

Io tacevo, limitandomi ad osservare fuori dal finestrino il paesaggio della mia terra che andava mutandosi da agricolo in industriale.

La bruma si estendeva sui campi arati di fresco.Galleggiava sulle zolle movendosi  impercettibilmente con un moto di rilascio e contrazione che la faceva apparire, almeno a detta di mio nonno, come il respiro della terra stessa.Ad un osservatore distratto o ad un occhio poco allenato questo movimento sfuggirà sicuramente ma, chi è nato in mezzo alla terra,  chi da sempre ne respira il profumo non può non coglierne automaticamente le movenze.

Lungo la strada che percorrevamo con gran trambusto del nostro mezzo a motore, io potevo comunque estraniarmi dal suo fracasso e udire solo il silenzio vivo del terreno dissodato.Potevo persino immaginare di allungare una mano per raccogliere una di quelle zolle fecondamente grasse e sentirla sbriciolarsi nel mio palmo.Potevo sentirne l’odore e la sensazione di umido che ti lascia sulla mano.Ogni tanto un olmo o un pioppo si ergevano fra un campo e l’altro, lasciati probabilmente li per delimitarne la proprietà. Osservandoli, con i loro rami potati da poco, mi vennero in mente le parole del poeta americano A.J.Kilmer che diceva <Le poesie sono fatte da bestie come me, ma l'albero è fatto solo da Dio.>.

Ad un tratto mi accorsi che la bruma aveva repentinamente invaso l’abitacolo del camion ma, prima che potessi realizzare che il suo odore era quello pungente e dolciastro del gasolio, Daca si mise ad imprecare e fermò l’autocarro sul ciglio della strada.

“Ma porca di quella vacca ladra!! Va che fumo del cazzo…sarà il radiatore!”

Andammo tutti e tre a vedere, mentre dal cassone i Camerati saltavan giù stiracchiandosi.

Una volta aperto il cofano una nuvola di vapore caldo e puzzolente ci investì provocandoci terribili attacchi di tosse.

Il radiatore sbuffava come un drago ed anche Titano come un drago sacramentava. Ci sciorinò tutto il suo lugubre repertorio di improperi da competizione mentre prendeva a calci una gomma del camion.Nella foga tirò una terribile pedata al mozzo e con un urlo lancinante si mise a saltellare in su ed in giù.

“Che facciamo?” chiesi a Daca che stava aggrappato con entrambe le mani alla base del cofano osservandone sconsolato l’interno.Di tanto in tanto palpava un manicotto ritraendo subito la mano e scotendola per raffreddarla. Alla mia domanda si sfregò le mani nel fazzoletto e si guardò intorno.

“Bho. Siamo a due chilometri da Rho.Prendiamo una tanica e cerchiamo qualcuno che ce la riempia d’acqua.”

Ci avviammo di buon passo verso la cittadina mentre Titano, seduto sul predellino del camion, si era tolto lo stivale e la calza destra ed osservava preoccupato il suo piede dolente.

La prima cascina che incontrammo portava un cartello a fianco del portone d’ingresso. L’iscrizione diceva “La curt di gain” (La corte delle galline). Daca ed io ci guardammo con aria interrogativa ma, essendo il portone spalancato, decidemmo di entrare. Appena superata la volta d’ingresso ci ritrovammo in un cortile molto ampio il cui selciato era completamente ricoperto di paglia lurida, tanto fitta da non riuscire quasi a vedere la pavimentazione.Davanti a noi, sul lato nord della corte, vi era un porticato con dei carretti e delle stie. Stie e carretti erano ricoperti ed irrimediabilmente incrostati di guano ed un centinaio di polli, galli e galline razzolavano tranquilli. Pensai a cosa avrebbe detto mio padre se un suo fittavolo avesse lasciato un pollaio in quello stato.Al confronto i nostri polli stavano al Grand Hotel.

Appena fuori dal colonnato c’era una vecchia pompa a mano.La raggiungemmo di corsa e, mentre io tenevo la tanica, Daca cominciò a pompare acqua dal rudere.Fra lo starnazzare del pollame la pompa cominciò ad elargire fiotti d’acqua fresca e dopo poche pompate la tanica era piena. Ma non poteva ovviamente andar tutto liscio, infatti, mentre stavo riavvitando il tappo del recipiente Daca venne aggredito da un focoso galletto. Il pennuto sulle prime lo minacciò dall’alto di una carretto e poi gli saltò in testa con un gran sbatacchiar d’ali. Il Camerata prese ad agitarsi come un ossesso tentando di afferrare il galletto che gli restava saldamente ancorato in testa continuando a beccarlo.

Io non potevo certo essergli d’aiuto, visto che me ne stavo piegato in due dalle risate reggendomi la pancia dolente.

Finalmente Daca riuscì ad afferrare il porco volante ed a lanciarlo contro un pilastro del colonnato. L’orribile bestio si abbatté al suolo immobile.

“Eheheh” ridacchiai “Hai trovato un pollo comunista!”

Daca si avvicinò all’attentatore e lo sollevò per le zampe continuando nel contempo a massaggiarsi la testa.

Mentre osservavamo il nostro primo comunista abbattuto un vecchietto si avvicinava dall’altra parte del cortile.

Ci guardava torvo e reggeva una doppietta.Si fermò in mezzo alla corte cercando di capire cosa stesse reggendo il mio amico. Daca nascose il cadavere dietro la schiena e mostrò al vecchio un sorriso a trentadue denti.

“ Cosa fate lì?” chiese l’uomo tenendoci le canne del fucile puntate contro.

“Stiamo solo prendendo un po’ d’acqua per il nostro camion che è in panne” risposi io sollevando la tanica.

“Siete fascisti?” domandò lui con sguardo inquisitore. Ci guardammo in faccia ed io risposi

“Si signore. Stiamo andando a Roma per manifestare”

Il vecchietto fece un gran sorriso ed abbassò le canne a terra.

“Bravi! Era ora che qualcuno difendesse la gente onesta.Quei farabutti dei comunisti son già venuti qui due volte a rubare le galline.Prima scioperano e poi non hanno i soldi per comperarle ed allora cercano di rubarle. Ah, ma si sono accorti subito che il Pietrino non scherza minga!! Ladri maledetti, c’ho gridato, e poi giù due belle schioppettate a pallini fini. I pallini non t’ammazzano ma immaginate che bello farseli togliere dalle chiappe ad uno ad uno? Brutti ladri farabutti!”

“Ha fatto bene!” sbottai io facendo segno a  Daca di andare. Lui non si muoveva perché aveva ancora il galletto morto dietro la schiena. “Adesso ci pensiamo noi!”.Detto questo cominciai a dirigermi verso il portone rimanendo sempre rivolto verso il Signor Pietrino. Daca mi imitò subito e molto lentamente, anche a causa del peso della tanica, arrivammo alla volta che dava sulla strada.Ancora tre o quattro metri e saremmo stati fuori.Nel frattempo continuavamo a sorridere al vecchietto e lui ci sorrideva a sua volta.Eravamo quasi usciti quando l’omino scattò in un buffo saluto romano gridando “Evviva Benito Mussolini, evviva l’Italia”.Io non potevo contraccambiare il saluto per via della tanica d’acqua ma Daca scattò sull’attenti stendendo il braccio destro ed il pollo verso l’uomo.

Restammo tutti e tre impietriti per una frazione di secondo, poi Daca lasciò cadere il pennuto e mi guardò in faccia allibito dalla sua stessa stupidità.

“Cazzooooo!!” cominciai a dire io. “Cazzo,cazzo,cazzo…” ripetè Daca.

Afferrammo insieme la tanica e prendemmo a correre fuori del cortile.

Dietro di noi udimmo il colpo secco della doppietta e le urla del vecchio.

“Maiali! Brutti ladri maledetti! Siete tutti uguali….fascisti…comunisti….tutti ladriii!!”

E giù un’altra schioppettata che mi fece volare il fez dalla testa. Lo acchiappai al volo e proseguimmo la corsa verso il camion. Ci arrivammo trafelati con il cuore in gola ed alla richiesta di spiegazioni dei camerati allibiti rispondemmo che eravamo già in terribile ritardo e che dovevamo guadagnar tempo. Mentre Daca rabboccava il contenuto del radiatore io scrutavo in direzione del paese per vedere se il signor Pietrino avesse in animo di inseguirci. La strada era deserta e dopo pochi minuti ripartimmo.

Passando a tutta velocità (per dire) di fronte alla “curt di gain” mi voltai verso Titano in modo da non mostrare il mio volto dal finestrino.

“Allora?” gli chiesi mentre si massaggiava il piede di color prugna “Come va la zampa?”

“Va che vaffffffff…..” sbottò mordendosi una mano.

Le prime case milanesi ci si fecero incontro mentre il traffico stradale aumentava sensibilmente.

Ogni volta che andavo a Milano rimanevo un po’ sconcertato da quei caseggiati alti quattro o addirittura cinque piani, dai piccoli cortili ed abitati da molte famiglie diverse. “Cà de ringhera” le chiamavano. Per me erano case troppo sviluppate verso l’alto, indice di una città che continuava ad attirare persone dalle campagne e che tentava di trovare un modo razionale per sistemarle. Daca e Titano continuavano a litigare sulla strada da imboccare, sulla velocità da tenere e su chi e come sorpassare. La diatriba mi sembrava alquanto futile, visto che era ormai passato da mezz’ora mezzogiorno e che perciò Pilli aveva sicuramente messo in marcia la colonna come aveva annunciato.

Arresosi alle grida di Titano, Daca imboccò la tanto decantata scorciatoia che ci avrebbe dovuto portare al luogo di raduno in men che non si dica.

“Stai a destra!” urlava Titano all’ormai capitolato autista “T’ho detto a destra…ecco, adesso prendi a sinistra dopo la tabaccheria. A sinistra t’ho detto!!”. Daca, ormai privo di volontà, cercava di seguire alla lettera le indicazioni del Camerata ma la paura di sbagliare lo innervosiva rendendolo sempre più imbranato.

“Dove cazzo vai?” urlo ad un certo punto Titano “Girà di là!”

Daca inchiodò i freni del camion e sterzò bruscamente in una viuzza sulla destra.Il mezzo si inclinò minacciosamente a sinistra ed il nostro malcapitato autista non riuscì più a controllarlo tanto che tamponammo violentemente un altro camion che sostava proprio dietro l’angolo. I massicci paraurti dei due automezzi cozzarono fragorosamente, evitando però che il nostro radiatore subisse il colpo di grazia. Un coro di insulti si alzò da dietro la cabina ed io immaginai i nostri camerati sul cassone ammonticchiati uno sull’altro. Mentre stavo aprendo la portiera per scendere dal camion, il telone dell’autocarro tamponato si scostò come un sipario da dietro al quale sbucarono i volti inferociti di altri Camerati in divisa nera.Anche l’autista del mezzo scese dalla cabina per venire a costatare il danno al suo veicolo.In breve fummo tutti a terra a discutere dell’accaduto. Daca tentava di giustificarsi chiedendo perché  si fossero fermati subito dietro l’angolo e l’altro autista , un certo Vittorio, cristonava per la nostra velocità troppo elevata.

Una volta sinceratici che i danni ammontavano solo a qualche lievissima escoriazione dei trasportati, chiesi a Vittorio da dove provenissero e come mai erano ancora a Milano.

“Siamo venuti giù da Lecco” spiegò lui “facendo il giro della Brianza per raccogliere i Camerati.Eravamo tre camion pieni ma,  mentre gli altri due sono andati al raduno, noi abbiamo dovuto sostare qui in attesa che il nostro capo sbrigasse una certa faccenda”

“Che faccenda può essere così importante da farvi mancare l’appuntamento?”

“Ma che ne so. Ha detto che doveva andare da quel calzolaio lì all’angolo a ritirare un paio di anfibi nuovi …. Ma eccolo che arriva!”

Mi girai e vidi arrivare un giovane che indossava una strana uniforme ottenuta modificando una divisa da ufficiale di fanteria. Sembrava proprio un bravaccio di manzoniana memoria.

“Fulmine!” esclamai appena riuscii a mettere a fuoco di chi si trattasse.

“Tommaso!!” rispose lui con lo stupore dipinto sul volto.

Ci abbracciammo dandoci un bel po’ di pacche sulle spalle. Terminati i calorosi saluti e dopo che Vittorio ebbe spiegato per filo e per segno a Fulmine l’accaduto, ci organizzammo per il da farsi. Decidemmo di raggiungere al più presto il luogo di ritrovo anche se le possibilità di trovarvi ancora la colonna erano infinitesimali. Io presi posto insieme a Fulmine nella cabina del suo camion, lasciando Titano e Daca a litigarsi l’assoluzione sull’incidente.

Ci avviammo velocemente verso la piazza indicataci da Pilli, ma una volta giunti sul posto non potemmo far altro che constatare l’avvenuta partenza della colonna. Fermammo i mezzi vicino alla locanda che fungeva da riferimento ed entrammo a chiedere notizie.

“ Ohh..a l’è quasi un’ora che se ne sono andati.” Ci spiegò il locandiere “Avevano un appuntamento con un’altra colonna vicino a Lodi ed a mezzogiorno in punto han preso per l’Emilia e via.”

“Possiamo farcela!” esclamò Fulmine raggiante “Dai che li becchiamo!”

Corremmo verso i camion e spiegammo la situazione agli altri Camerati.

Alla una e dieci imboccavamo la via Emilia in direzione Lodi.

Il nonno interruppe il racconto scrutando con aria interrogativa la porta finestra che dava nel soggiorno. Mi voltai a guardare e vidi che Giovanna ci teneva d’occhio da dietro le tende, forse convinta di non poter essere scorta.

Il nonno le fece un gesto eloquente che sott’intendeva che se ne doveva andare fuori dalle balle e lei indietreggiò nella penombra.

“Impicciona e pettegola” bofonchiò il vecchio, tornando a guardare verso di me. Bevve un sorso di gassosa e ricominciò a parlarmi del suo glorioso viaggio a braccetto con la Storia.

La via Emilia non era affollata come di questi tempi, ma se uno andava di fretta trovava ogni sorta di ostacolo che gli impediva di procedere alla velocità desiderata.

Prima di Melegnano una vettura sportiva aveva investito un calesse ed una folla di persone ostruiva il passaggio.

Fummo costretti a fermarci ed io e Fulmine scendemmo dal camion per andare a vedere che fosse successo.

Il cavallo che tirava il calesse era morto stecchito , mentre il suo conducente stava seduto sul ciglio della strada con un vistoso bendaggio insanguinato che gli avvolgeva la testa tamponandogli al fronte. L’autista dell’Alfa Romeo rossa camminava nervosamente in su e in giù continuando a ripetere la sua versione dei fatti a chiunque gliela chiedesse.

“Figa!” esclamava “ E’ saltato fuori da quel cortile lì senza nemmeno guardare se sopraggiungeva qualcuno. Ho tentato di frenare ma c’era troppo poco spazio” a questo punto l’ascoltatore di turno scrollava il capo sospirando come a dire che quando il fato ci mette lo zampino….

L’autista non si aspettava commenti alle sue affermazioni ed infatti, dopo avere sciorinato la sua pappardella ed aver udito il sospiro, riprendeva a camminare in lungo e in largo sul luogo dell’incidente. Era vestito come un aviatore: giaccone di pelle con risvolti e colletto di pelo, cuffia di cuoio beige ed occhialoni dalle lenti scure tagliate ad angolo.

Di tanto in tanto si avvicinava alla sua vettura per osservare la profonda bozza sul parafango anteriore sinistro, unico danno causatogli dall’ impatto, poi allargava le braccia, mormorava qualcosa e riprendeva ad aggirarsi fra la folla.

Non mostrava il minimo interesse per le ferite del conducente del calesse ne tanto meno  per la prematura scomparsa del cavallo.Io e Fulmine ci avvicinammo alla vettura rossa fiammante. Era una fuoriserie nuova di trinca la cui scocca era stata modificata per trasportare tre passeggeri anziché due. Sulla minuscola portierina a lato del guidatore era dipinta in nero ed in corsivo la parola “Tornado”.

Fulmine mi fissò incredulo con un largo sorriso.Senza proferir verbo ci avvicinammo all’autista che stava nuovamente esponendo il suo trito e ritrito punto di vista ad un nuovo interlocutore.

“Buongiorno signor colonnello!” esclamai schiaffandomi sugli attenti e portando la mano tesa al bordo del fez traforato dai pallini della doppietta del signor Pietrino.Fulmine mi imitò all’istante e rimanemmo lì impalati mentre il pilota si voltava a guardarci stupito. Sollevò lentamente gli occhiali e ci fissò per qualche istante senza riuscire a trovare una corrispondenza fra i nostri visi e quelli immagazzinati  nella sua memoria.

Dopo un tempo esageratamente lungo, durante il quale io avevo già perso ogni speranza sulla possibilità che ci riconoscesse, egli ci indicò e disse “Tenenti Fulmine e Tomàs de Torquemada.Altipiano della Bainsizza,1917.”

“Signorsì Signore!” esclamammo entrambi stringendogli calorosamente la mano.

“Lei è un ufficiale?” chiese un carabiniere in bicicletta che era sopraggiunto nel frattempo.

Tornado gli mostrò le sue credenziali ed il militare lo salutò con gran sbatacchiamento di tacchi.

Il carabiniere raccolse sommariamente le testimonianze sull’accaduto e si sincerò che il ferito non versasse in pericolo di vita. Parlottò molto rispettosamente con Tornado e, dopo averlo nuovamente salutato militarmente, invitò gli astanti a liberare la sede stradale dal cavallo morto e dai resti del calesse.

In meno di cinque minuti la strada era sgombra e Tornado si accingeva a risalire sul suo bolide per riprendere il viaggio.

Mentre stava già sistemandosi al sedile di guida ci chiamò per nome facendoci cenno di avvicinarci.

“Dite un po’, dove state andando?”

Gli spiegammo le nostre intenzioni ed i nostri obiettivi non rimanendo nemmeno troppo sorpresi nell’apprendere che erano anche i suoi. Ci raccontò che, a causa di impegni di lavoro inderogabili, aveva accantonato l’idea di raggiungere Roma al seguito del suo grande amico Luca Pilli e che si era rassegnato all’idea di dover restare a Monza. Poi, all’ ultimo momento, era riuscito a liberarsi ed ora tentava anche lui di raggiungere la colonna con mezzi propri.

Ci propose di proseguire l’inseguimento assieme a lui, in modo da raggiungere Pilli velocemente per convincerlo ad attendere il sopraggiungere dei nostri due camion. Accettammo con gratitudine ed avvertimmo i nostri autisti del nuovo corso degli avvenimenti. Precisammo che contavamo di bloccare la colonna a Lodi , o poco dopo,  in modo da riunirci tutti prima di proseguire il viaggio per Roma.

Salimmo a bordo dell’Alfa Romeo e Tornado partì con gran stridore di gomme. Dopo meno di un chilometro mi ero già pentito amaramente di aver accettato quel passaggio inaspettato. Il colonnello guidava come un pazzo sorpassando a tutta velocità anche in prossimità di dossi, di curve e di tutti quei posti ove si poteva agevolmente rischiare la vita. Più di una volta rischiammo di collidere frontalmente con altri automezzi o con carretti vari. Ogni volta Tornado, dopo essersi riportato bruscamente sulla giusta carreggiata, si lasciava andare a fragorose risate ed urla di giubilo.

In breve, anche se a me parve un tempo lunghissimo, arrivammo a Lodi solo per scoprire che la colonna era già ripartita da un quarto d’ora in direzione Piacenza. Tornado si fermò in piazza a fare benzina ed io, con le gambe tremanti, scesi dall’auto.Mi girava la testa ed avevo un forte senso di nausea.

“Ascolti lei!” stava dicendo nel frattempo Tornado al benzinaio.

Come un lampo nella mia mente  i fantasmi del passato riaffiorarono subito evocati da quella frase.

“Ascolti lei!” mi disse il signor maggiore senza smettere di scrutare fuori dalla trincea con il binocolo “la prima compagnia è bloccata su quel costone.La vede?Bene, prenda i suoi uomini e passi ad est del reticolato e cerchi di far fuori quei maledetti mitraglieri austriaci.”

Io ero accucciato nel fango della trincea ed ascoltavo quelle parole con la speranza che fossero state pronunciate solo per scherzo. Erano dieci giorni che tentavamo di conquistare quelle postazioni austriache alle pendici della Bainsizza e non eravamo riusciti a conquistare che un centinaio di metri, pagandoli col sangue di almeno duemila morti.

Mi tirai su per spiare fuori da una feritoia fra i sacchetti di sabbia e mi trovai a contemplare l’inferno.

Altro che cariche eroiche fra i campi di grano baciati dal sole. Da giorni e giorni il cielo era coperto da nubi nere come se si fosse irrimediabilmente offeso con noi omuncoli che litigavamo sotto di lui.Il fango imperava ovunque, ti si appiccicava addosso come un’ amante lasciva e formava un tutt’uno con il tessuto delle divise rendendolo morbido come il cartone.

Le granate dei mortai nemici uccidevano indiscriminatamente. Venivano giù sibilando come serpenti ed esplodevano gettando all’aria terra e sassi come i lavoranti di mio padre facevano per separare il grano dalla pula.Di tanto in tanto qualcuna andava a segno centrando in pieno un fante sdraiato a terra. I brandelli dell’uomo volavano intorno e, se ti trovavi alla giusta distanza, una frustata di sangue e fango nebulizzati ti umettavano il volto come se fossero stati generati dalla sferzata di un’onda che si infrange violentemente sugli scogli. L’odore acre della carne bruciata dalla carica esplosiva ti invadeva orribilmente le narici come una brutta imitazione del profumo della salsedine.

La prima compagnia era rimasta immobilizzata dal fuoco incrociato delle mitraglie austriache.Non poteva ne avanzare ne retrocedere. Stavano tutti schiacciati in una foppa del terreno e chi aveva l’ardire di sporgersi veniva freddato dal fuoco nemico. Nel frattempo gli artiglieri avversari regolavano il tiro dei loro mortai avvicinandosi sempre di più ai nostri malcapitati commilitoni. Presi il mio cannocchiale per esaminare meglio la situazione e notai che, come aveva detto il maggiore Tornado, forse sarebbe stato possibile aggirare le postazioni di mitragliatrici ad est del reticolato.

“Sergente Frax!” urlai verso il dedalo di trincee al mio fianco “Cercate subito il sergente Frax e ditegli di venire qui da me urgentemente!”

I soldati al mio comando si passarono la voce e dopo pochi secondi vidi il mio sottoposto. Procedeva zigzagando piegato in due per non beccarsi una fucilata da qualche cecchino mentre teneva una mano sull’elmetto per non farselo cadere.Correva agilmente scartando le sentinelle e saltando i soldati seduti a terra.

“Comandi signor tenente.” Disse rannicchiandosi al mio fianco.

“Frax, mi ascolti bene.Dobbiamo raggiungere quella dolina laggiù …dove finisce il reticolato.Riesce a vederla?Perfetto, passando da lì dovremmo arrivare al fianco delle mitraglie degli austriaci.Dobbiamo eliminarle in modo da far sgusciar fuori i ragazzi della prima compagnia.Se rimangono lì ancora cinque minuti verranno massacrati.Organizzi subito una sortita e pronti ad avanzare al mio comando.”

“Signorsì” rispose il sergente e scese di nuovo lungo le trincee.Dopo un paio di minuti tutti i miei uomini, una sessantina di puzzolenti veterani con la barba lunga e le croste al culo, erano a ridosso della trincea pronti a saltar fuori come lupi affamati.

“Savoia!!” urlai con quanto fiato avevo in gola mentre saltavo fuori dalla trincea. Iniziò subito male e mi beccai una palla di striscio al braccio sinistro.Cazzo come bruciava. Fortunatamente era poco più che un graffio anche se sanguinavo come un maiale. Continuammo a correre piegati in due mentre le mitraglie tentavano di fermarci spostando il fuoco dalla prima compagnia verso di noi. Correvamo e saltavamo come lepri ed in pochi secondi raggiungemmo la fine del reticolato. Dalla foppa, dove era rintanata la prima compagnia, un ufficiale sbucò velocemente e gridando come un ossesso lanciò due granate verso i nidi di mitragliatrice austriache. Una esplose inutilmente mentre stava rotolando all’indietro verso la foppa, ma l’altra arrivò a centrare il bersaglio. L’esplosione scoperchiò il cranio di un mitragliere che per qualche istante continuò a palparsi la sanguinolenta materia grigia che gli colava sugli occhi come un gelato in fusione.Poi cadde al suolo come un sacco di patate. Temendo forse di fare la stessa fine, il suo compagno, che era rimasto miracolosamente illeso, girò l’arma verso la foppa e le sparò contro tutto un nastro di proiettili.

Il coraggioso ufficiale e due dei suoi caddero all’indietro colpiti dall’ inaspettata raffica nemica.Nel frattempo io avanzavo con i miei uomini alle spalle del reticolato. La seconda mitraglia attese di averci a tiro e poi ci cantò la sua nenia di morte. Io, che guidavo l’assalto (almeno in questo i miei sogni si avveravano), venni colpito ad una coscia e finii lungo e disteso per terra. Mi rotolavo urlando per il dolore mentre i miei ragazzi cadevano uno dopo l’altro.

Vidi Frax lanciarsi pancia a terra e continuare ad avanzare strisciando. Vidi altri non avere la stessa prontezza di riflessi e rendere l’anima al Dio degli eserciti. Mentre cercavo di tamponarmi la ferita con un brandello di camicia udii un grido esultante provenire dalle postazioni nemiche.

“Viva l’Italia!” urlava a squarciagola il sergente Frax  in piedi sulla trincea austriaca ormai espugnata “Viva il Re!”

Come una muta di cani troppo a lunga trattenuta quello che restava della prima compagnia si lanciò fuori dalla foppa e  su per il pendio e tutti insieme assaltarono e conquistarono l’intera linea di fortificazioni nemiche. Arrancai in qualche modo fino alle trincee occupate sperando in una vista più incoraggiante rispetto a quella che avevamo dal basso. Arrivato in cima potei solo constatare che avevamo ora dinnanzi un altro declivio uguale al precedente ed in cima ad esso altre postazioni di mitragliatrici nemiche ed altre giornate di sangue e dolore.

Mi lasciai scivolare a terra dove, a causa del troppo sangue sgorgato dalla ferita alla gamba, persi i sensi.

Mentre i ricordi suscitati da quella frase di Tornado si stemperavano nella mia  mente mi resi conto che Fulmine mi stava strattonando la divisa e mi guardava preoccupato con occhi da tonno.

“Tomàs? Che ti è successo? Non sentivi che ti stavo chiamando?”

“Ero soprappensiero”

“Alla faccia…mi parevi in bambola.Dai che dobbiamo proseguire.”

Salimmo nuovamente sul bolide rosso e lasciammo la piazza con un rombo ed una nuvola azzurra.

Tornado non aveva remore ed abbandonò il paese a più di cento all’ora aumentando la velocità appena fuori dall’abitato. Io vivevo la folle corsa come un incubo e mi immaginavo già spalmato su uno degli olmi che costeggiavano la strada. Poco prima di Casalpusterlengo raggiungemmo la colonna.

Si trattava di una colonna di dodici camion guidati dall’ auto del Camerata Pilli. Credi che la lunghezza del sorpasso abbia  preoccupato in qualche modo il nostro folle pilota? Nemmeno per sogno. Mentre gli autocarri erano a cavallo di un dosso Tornado scalò di marcia e scartò a sinistra. Chiusi gli occhi in attesa della mia fine imminente, senza aver visto Roma, senza aver partecipato alla Marcia. Li riaprii solo quando il colonnello scartò bruscamente a destra.

Eravamo in testa alla colonna ed eravamo sani e salvi.

Tornado fece segno a Pilli di fermarsi e dopo un centinaio di metri la colonna sostava sul ciglio della strada.

Scendemmo dalla fuoriserie cercando di imitare il balzo atletico di Tornado ma Fulmine inciampò, ed io con lui, e finimmo a rotolare nel fosso. Ci rialzammo di scatto facendo finta di niente, ma l’autista del camion in testa alla colonna si stava già sganasciando dalle risate.

Ci avvicinammo al colonnello che aveva appena finito di abbracciare il suo amico e che era passato ora a delle gran pacche sulle spalle ed a dei camerateschi cazzotti nello stomaco. Finita sta pantomima Tornado iniziò a spiegare la situazione dei due camion mancanti. Pilli non ne voleva sapere e piantò una tiritera sulla puntualità fascista. Tornado cercava di convincerlo a fare uno strappo alla regola, ma lui restava fermo sulle sue posizioni. A questo punto il colonnello, capita l’antifona, estrasse una rivoltella dall’interno del giaccone da aviatore e sparò un colpo al radiatore dell’ auto di Pilli. Una colonna di vapore uscì sibilando dal foro mentre il proprietario osservava esterrefatto Tornado infilarsi nuovamente l’arma all’interno del giaccone.

“Ma sei completamente deficiente?” urlò Pilli “Io sono anni che mi cullo nell’illusione che tu possa cambiare, ma vedo che sei sempre il solito pazzo impulsivo!”

“E dai”ribatté Tornado con un sorriso “ adesso prendiamo la mia auto ed andiamo in paese a farcelo aggiustare”

“Ma brutto somaro, ci vorrà almeno un’ora!”

“Può darsi, ma forse anche di più se non ci sbrighiamo”

Trafficarono qualche minuto nel cofano della vettura ed alla fine estrassero il radiatore bucato, lo caricarono nel bagagliaio della spider rossa e partirono di gran carriera. Nel rombo del bolide udimmo Pilli parlare con Dio.

Non sapendo che fare ci mischiammo alla folla di Camerati che aveva invaso la strada scendendo dai camion.

Salutammo i personaggi a noi noti e ci fermammo ad ascoltare i pettegolezzi sulle novità del partito.

“…e vi dico che sarà un successo!” diceva uno che pareva saperla lunga “Ormai i deputati nazionalisti son passati dalla nostra parte e gli ufficiali del Regio Esercito ci sostengono.”

“ E’ vero.” sosteneva un altro “ Solo quel Don Sturzo dei miei stivali ci ha rotto le uova nel paniere…e pensare che l’alleanza coi popolari era quasi fatta.”

“Ma per forza che militari stan con noi. Dopo quelle che gliene hanno dette dietro i socialisti e compagnia bella alla fine della guerra! Bel patriottismo….sfottere chi si è fatto un culo così sul Grappa o sul Piave!Dire che son state sprecate migliaia di vite….vergogna!”

“Io, io ero sul Grappa…ci siamo battuti come leoni.”

“Bastardi rossi, non han rispetto per niente.Ha ragione Mussolini a parlare di vittoria mutilata”

“Ma che cosa centra? Non è mica per quello…”

“E lo sciopero generale del primo di maggio? Solo il nostro intervento volontario gratuito ha salvato il paese dalla paralisi”

Le opinioni  e le convinzioni si accavallavano senza alcun senso logico.Ognuno voleva dire la sua ed interrompeva i discorsi degli altri pur di potere inserire la sua Verità, il suo contributo di testimonianza alla causa. In breve la discussione si trasformò in rissa verbale. Ognuno cercava di gridare più forte dell’altro per rendere noto al mondo il “suo” pensiero sugli avvenimenti da poco trascorsi. Quando si arrivò alla storia, trita e ritrita, della marcia su Ferrara il clima divenne incandescente. Balbo era un eroe e Dino Grassi un vigliacco. No, Balbo era un cretino a cui era andata bene. Mussolini era contrario alla marcia perché non credeva nel suo successo. Balle, Mussolini non voleva schierare il partito così spudoratamente a favore degli agrari. Le marce di Ferrara e Carrara furono fatte in barba a Mussolini. Ma va là, pistola, è stata una mossa politica astuta e preparata da lui a bella posta. Michele Bianchi era un gioppino nelle mani di Mussolini. Mussolini era un gioppino nelle mani di Bianchi. Ed a questo punto due tizi si afferrarono per i colletti strattonandosi violentemente.Altri intervennero per separarli e la discussione si trasformò in una mischia furibonda.

Fulmine ed io ci guardammo con un sorrisone e ci lanciammo a capofitto nel parapiglia.

La baruffa venne sedata da un colpo di pistola sparato in aria da Tornado.

I due ci avevano messo meno del previsto ed il colonnello era già incazzato dal fatto che il suo espediente non aveva prodotto il risultato sperato.Non c’era, infatti, traccia dei due camion ritardatari.

“Tutti sui mezzi!”urlava Pilli fuori di se “Brutte bestie imbecilli..a calci nel culo vi prendo! Ad uno ad uno!”

Senza fiatare ed a testa bassa tutti i Camerati tornarono sui cassoni degli autocarri.Tutti tranne due.

Con le divise stazzonate, mezzi pesti ed impolverati, Fulmine ed io rimanemmo allo scoperto come due babbei.

“Ma guarda ‘sti due!” sbottò Tornado additandoci a Pilli con aria canzonatoria “Ed erano ufficiali al mio comando…”

“Bella roba.” Si limitò a ribattere l’altro mentre continuava a lanciare occhiate di fuoco a coloro che si attardavano a tornar sui cassoni.

Mentre ci ricomponevamo e ci davamo una spazzolata, ed i due capoccia rimontavano il radiatore stagnato, arrivarono i due camion mancanti con gran strombazzare di clacson.

Vittorio e Daca ci raggiunsero di corsa. Titano arrivò zoppicando.

Raccontammo loro del viaggio a folle velocità e della rissa, suscitando l’ilarità dei nuovi arrivati.

Come sentimmo il rombo del motore della macchina di Pilli ed il botto del cofano che si richiudeva, ci avviammo verso i nostri automezzi in fondo alla colonna.

“Ehi! Dove credete di andare voi due?” ci urlò dietro Tornado strofinandosi le mani in uno straccio “Voi proseguite con me. Arriviamo a Roma prima di tutti.”

“Ma i nostri camion…” tentai di replicare

“I vostri camion seguiranno la colonna. Non mi va di viaggiare da solo…e fine della discussione!”

“Ma signor colonnello…”

“Ho detto fine della discussione”

 

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