FRANCESCO LORENZO PULLE'

La partecipazione alla Grande Guerra

Se non diversamente indicato i brani sono tratti dalla Tesi di laurea della N.D. Contessa Dott.ssa Lina Barbara Pullè . Le immagini della famiglia ed altri testi in consultazione provengono sempre dalla stessa fonte.Il testo integrale della tesi con i diari è consultabile al sito  http://pulle.filippoforlani.org/storia/TESI-LINA PULLE-DIARI FRANCESCO LORENZO PULLE.pdf  

 

GLI UFFICIALI
Come grande parte della letteratura relativa alla Prima Guerra Mondiale ha sottolineato, una delle finalità intrinseche del conflitto è quella di ricondurre le frange più estremistiche della società entro i limiti del tessuto sociale già consolidato. Le classi proletarie, dalle cui fila provengono i soldati, vengono comunque contenute e governate attraverso un atteggiamento di tipo repressivo, piuttosto che tramite un coinvolgimento ideologico. Quanto agli ufficiali, che per lo più provengono dalla classe media, essi vengono addestrati a svolgere un ruolo di mediazione fra i vertici e le masse dell'esercito. Particolarmente importante, nel quadro di questa struttura, è il ruolo dell'ufficiale di complemento di grado inferiore, che funge da cerniera fra il soldato e l'alto graduato. Viene spesso imputata a lui (anche nelle pagine del diario, cfr. ad es. 25/5/'17-27/8/'17) l'insubordinazione nella truppa come conseguenza di un atteggiamento poco responsabile nei confronti del proprio ruolo, incapace di fornire esempi di dignità e senso del dovere. Saranno comunque gli stessi ufficiali che, dopo la disfatta di Caporetto, riusciranno a rinsaldare le fila dell'esercito e diffondere di nuovo l'orgoglio e la forza di combattere, ridefinendo proprio le modalità di relazione fra truppe e graduati. Incertezze, contraddizioni e divisioni contraddistinguono anche i comportamenti degli ufficiali di grado superiore. La guerra non spegne, anzi, rinfocola i risentimenti, le frustrazioni e le velleità politiche dei massimi dirigenti militari, spesso in disaccordo sulle decisioni da prendere o, a volte, sui fini stessi della guerra.

 

Nelle pagine del diario compaiono non troppo velate critiche agli alti gradi dell'esercito. In data 21/10/'16 Pullè narra l'episodio nel quale il generale Ravazza infligge 10 giorni di arresti di rigore al comandante di battaglione, dopo aver rilevato alcune piccole manchevolezze nel vestiario degli uomini. E, si badi, l'episodio si svolge non in Accademia, ma in prima linea! Non appaia comunque ingeneroso fare qui il nome di un singolo: l'episodio si riporta in quanto emblematico di un comportamento diffuso fra tutti i comandanti. Più avanti (28/10/'16) l'autore dei diari mette in evidenza la ferocia dei tribunali militari di guerra e sottolinea il numero eccessivo dei processi; sono del resto innumerevoli e ben noti i riscontri storici in proposito. Non solamente la truppa viene guidata con pugno di ferro, ma vige un vero stato di soggezione in tutti gli ordini gerarchici, ed anche è in questa feroce pressione che molti storici individuano una delle cause della "rotta di Caporetto". In qualità di ufficiale di collegamento (portaordini-collegatore) fra il Comando Supremo e il fronte, Pullè frequenta sovente il C.S.: in più occasioni egli riporta nel diario i colloqui avuti con i massimi gradi dell'esercito. Il valore storico di tali annotazioni è assai alto.
A Udine, nel gennaio '17, più precisamente il giorno 12, egli incontra il Gen. Barbarich, il quale gli riferisce i temi affrontati nella Conferenza Alleata; si era discusso in particolare della necessità di un attacco imminente, "per dimostrare anche militarmente la superiorità degli Alleati". Il blocco degli Imperi Centrali era considerato vulnerabile solo dalla parte austriaca; di conseguenza l'offensiva doveva essere condotta dal Carso, per la via storica. Così fu: ancora una volta, il Pullè si dimostra buon testimone. Qualche mese dopo verranno annotati gli atteggiamenti diametralmente opposti dei generali e della truppa di fronte all'andamento della guerra. Il 26/5/'17, infatti, a Udine, Pullè si trova al Comando Supremo per conferire sulla battaglia tra Flondar e Medeazza cui aveva assistito il giorno precedente. Sia Cadorna sia Capello sono di ottimo umore, certo non presaghi dei fatti che pochi mesi dopo, a novembre, li porteranno alla rotta di Caporetto e alla fine delle loro carriere. Raccomandano a Pullè di sollecitare a Roma il Governo ad avere maggiore fiducia. Cadorna sottolinea che tutto è sotto controllo e che fino al '18 "ha già tutto provveduto". Come sarà differente la storia! L'ottimismo e la fiducia di Cadorna e Capello sono in palese contrasto con il terrore che si legge sui visi dei soldati in partenza per la prima linea, che Pullè descrive con triste realismo.

lavori alla strada militare in Val Dogna (vedi sotto come è adesso)

 

Ancor prima di prendere parte attivamente alla guerra, F.L. Pullè non celò le sue accese idee interventiste, come viene testimoniato da questo brano tratto da un discorso che tenne in Senato il 14 dicembre 1914 "La Nazione domanda solo a chi la guida chiara e ferma la indicazione della via pel destino, che essa ha coscienza di dovere, di volere, e di potere in questa crisi della storia". L'Italia, secondo Pullè, doveva tutelare i propri interessi vitali inerenti ai suoi confini naturali: Alpi e Mari. Al Mezzogiorno si doveva guardare con particolare attenzione, perché su di esso gravitavano gli interessi del nostro paese; così come bisognava prestare particolare attenzione a quei popoli europei con i quali ci si sarebbe trovati in contatto nel grande bacino Mediterraneo. La guerra gettava le poste per i commerci futuri. La conquista del Canale di Suez rappresentava per l'Italia la minaccia maggiore. Secondo Pullè la nostra nazione doveva prendere parte a quella espansione perchè grazie ad essa si aprivano i commerci nei mari dell'India e dell'Estremo Oriente. "le nostre colonie militari scaglionate con tanti sacrifici lungo le coste dell'Africa occidentale ed orientale devono considerarsi come tappe verso un più alto obiettivo commerciale". Il 24 maggio l'Italia entrò nel conflitto. Allo scoppio della guerra l'opinione pubblica italiana era divisa in due partiti: quello dei neutralisti, con a capo l'ex presidente del Consiglio Giolitti; e gli interventisti, con a capo Benito Mussolini, Filippo Corridoni, Leonida Bissolati, Cesare Battisti, ecc. Favorevoli alla neutralità erano i socialisti, i cattolici e i giolittiani, mentre erano per l'intervento i nazionalisti, gli irredentisti, i socialisti riformisti, i democratici e i repubblicani. In linea con il suo partito, i socialisti riformisti, Pullè caloroso interventista si apprestò ad arruolarsi. Fonte Cloisa in val Dogna scolpita dai bersaglieri del 15°
All'attività di combattente al fronte, egli alternò quella di parlamentare. In tale veste, il 16/12/'15 tenne un discorso in Senato intitolato Il nostro Esercito e la Nazione , in risposta alle Comunicazioni del Governo. Nel testo Pullè metteva in luce le maggiori difficoltà della nostra posizione rispetto alle frontiere delle altre Nazioni e come il balzo in avanti, compiuto dallo slancio delle nostre truppe, avesse salvato l'Italia dal flagello dell'invasione. "Già dopo le prove dei nostri attacchi del giugno-luglio, le ridotte austriache non risuonavano più nella notte, delle risate ironiche degli insulti e delle parodie delle nostre canzoni accompagnate dal mandolino e dall'organetto". Quegli italiani, di cui Radetzki millantava di aver veduto sempre le terga, divennero i valorosi soldati che incalzavano le imperiali truppe arretranti. F.L. Pullè continuava descrivendo due toccanti episodi di eroismo, riconosciuti come tali in primis dagli stessi austriaci e aggiungeva: "Io ho professato sempre una gran fede nel valore dell'uomo italiano, nella virtù del popolo, ricercato e studiato con amore nella sua varia e ricca psicologia. E per questo, per intima convinzione, politicamente mi sono trovato dalla sua parte. Ma io stesso sono rimasto sorpreso delle qualità nuove e insospettate nel contadino e nell'operaio improvvisati soldati". Nel suo discorso esaltava la truppa: "il fantaccino" che aveva la visione della grande linea di battaglia, nei campi aperti, sotto la luce del cielo e che ora si trovava invece in una oscura e fangosa trincea, in oscuri camminamenti con la morte che lo colpiva ogni volta che alzava il capo fuor dalla terra. Tale dedizione, rimarcava Pullè, era dovuta a tutta la resistenza provata, ai disagi e alle pene dell'emigrazione supportate grazie alla genialità e alla facoltà di adattamento dello spirito italiano
La popolazione nel Mezzogiorno sentiva la guerra contro l'Austria con lo stesso spirito patriottico di quella parte d'Italia, in cui i ricordi della dominazione austriaca non si erano ancora spenti. "Fu una sorpresa vedere come un grande sentimento comune avesse eguagliato la mentalità del soldato napoletano con quella del richiamato della valle del Po. L'unità morale delle masse italiane si era cementata e si rinnovava in questa guerra". Pullè sottolineava ancora come, appena assicurati i luoghi dalle bombe austriache, si fosse organizzata la vita civile. Innanzi tutto le scuole, che le autorità militari si erano apprestate a lasciare libere, perchè vi si svolgesse la vita scolastica come in tempo di pace. Spesso i soldati cucinavano "un rancio supplementare" per fornire agli alunni la "calda refezione", così come distribuivano indumenti fatti arrivare dai comitati in quelle "fredde e povere valli". Gli Austriaci ritirandosi avevano "desertato case e campi portandosi appresso, dai 12 anni in su, ogni uomo atto a lavorare". I soldati quindi, oltre a salvaguardare la difesa del nemico tendevano la mano ad ogni bisogno, alleviando ogni miseria, e si consolavano il dolore dei figli lontani portando sulle braccia i bambini del luogo e con essi dividevano il pane non sempre superfluo. L'impegno in questa guerra, definita da Pullè "sacra" , recava nel militante una "nuova educazione" ed una "trasformazione psicologica" che doveva invitare alla riflessione: Per Pullè la guerra avrebbe maturato un nuovo stato di coscienza: la difesa della patria era il primo passo verso l'uguaglianza sociale. L'Esercito e la Marina non domandavano altro che essere spalleggiati dalla Nazione: "Ma di lassù il soldato ha un altro bisogno: quello sul benessere de' suoi; ha bisogno di sapere che ritornando domani alle sue case non le troverà stremate delle risorse agricole; che non troverà le officine prive dei mezzi pel lavoro; che la necessità non gli porrà di nuovo in mano il bastone dell'emigrante, perchè egli torni ad armare ancora del suo braccio le industrie straniere". Ribadiva ancora nel suo discorso come siano stati moventi economici, industriali e commerciali ad ordire la trama della grande guerra, mettendo in rilievo l'importanza del dominio italiano in Adriatico, non tanto per fini politico-militari, quanto per quelli economici. Ecco perchè Trieste con la Dalmazia, la chiave marittima, era altrettanto necessaria come Trento, la chiave terrestre, alla vita dell'Italia. E concludeva tra applausi, congratulazioni ed approvazioni, con queste parole: "si cementerà, in pace, tra classe e classe, quella unità di spiriti, che la guerra ha cementato tra le masse da regione a regione; e che l'amore, la più bella delle discipline, ha fuso tra gli ufficiali e soldati, per cui ogni sacrificio è caro". L'interesse di Pullè, per le conseguenze gravissime dello scontro bellico sulla massa dei soldati, viene evidenziato in un altro discorso che terrà in Senato il 19/3/'17 al fine di promuovere una legge per l'istituzione di un ente "Per gli Orfani e gli Invalidi della Guerra", successivamente denominato "Opera nazionale". Egli sosteneva come tale ente non dovesse essere di beneficenza, ma di solidarietà da parte dello Stato. Doveva cioè tutelare gli orfani minorenni, che non avevano ancora la capacità giuridica di reclamare i propri diritti, mentre proponeva inoltre l'istituzione di una "opera intermediana" per gli invalidi che potevano agire nel proprio interesse.
Fonte Cloisa ad Cime Trincee
"Tutto si deve dare di quanto abbisognerà" .[...] " Perocchè nessuna spesa, di pace o di guerra, appare più doverosa e sacra di questa per gli orfani e gli invalidi della guerra;nel pensiero che a questi dopo i morti il più è dovuto di ciò che l'Italia sarà e potrà nel suo avvenire. [...] Ogni lavoratore della terra, e sono i più dei nostri combattenti, sogna come meta ideale per sè e pei figli il possesso della sua porziuncola. Se questo ideale schiettamente umano viene a sposarsi con quello della patria solidarietà, e, più in alto ancora - quale già cominciò a lievitare nella sua mente, - all'idea della lotta per la civiltà, egli si farà più intrepido ai perigli. [...] La morte lo guata da ogni zolla, didietro ad ogni sasso. In quell'attimo supremo il cuore anche del più forte trema, nel balenio di una rapida visione di tutto il passato, e di quel che attenderà la sua e le vite che dipendon dalla sua. Guai se in tal momento di perplessità e di esitazione la volontà vacilla; un arresto, e l'azione è compromessa, lo sforzo perduto. In quel punto è estremamente necessario portare la buona parola; forte, ma sicura; non di promessa,ma di fatto reale, compiuto: "O bravi, non esitate! La nazione ha provveduto pei vostri cari e per voi, che col vostro sacrificio ne avrete salvata la libertà e i suoi tesori di civiltà. "Non esitate! Fate il vostro dovere, la Patria ha fatto il suo!".

Nella tornata del 20 marzo il ministro dell'interno Orlando nel rispondere all'onorevole Pullè mise in risalto il vibrante sentimento patriottico del discorso. Lo ringraziò per le toccanti parole e gli assicurò tutto il suo consenso.

     
Lorenzo Del Boca Grande guerra, piccoli generali UTET Torino 2007
Pagina 46

Del resto l'esercito era sempre stato utilizzato come una gendarmeria che non andava nemmeno troppo per il sottile. Gli ufficiali servivano per guidare i soldati contro gli operai. Li picchiavano a piattonate e poi trascinavano la spada nei salotti, nei teatri, nei bordelli e nelle case da gioco.
In campo di battaglia, di fronte ai nemici veri che li combattevano ad armi pari, si lasciavano divorare dai dubbi e dall'impotenza. E il più delle volte scappavano con la coda in mezzo alle gambe, senza pudore e senza vergogna. Semmai, l'aspetto straordinario della questione stava nel fatto che riuscivano a fare ricadere la colpa del disastro bellico su qualche altro. E, se non rimediavano una medaglia al valore, almeno uscivano indenni da una sconfitta che, in qualunque parte del mondo, sarebbe risultata scandalosa.
Allontanandosi dal fronte, raggiungendo le piazze delle loro città, i conigli riprendevano vigore. Senza nemici da combattere, alle prese con operai o studenti che protestavano, il coraggio tornava nel cuore degli ufficiali. ... Non erano tagliati per i combattimenti veri, quei tromboni in divisa. Non disponevano di scuole dove imparare e non avevano l'umiltà di mettersi a disposizione per capire. Faceva loro difetto l'intelligenza, la fantasia, la duttilità per comprendere le situazioni e «leggere» il terreno dello scontro. In abbondanza soltanto vanagloria.
Ovviamente se non c'erano capi, dove trovare i gregari?. Mancavano gli ufficiali e non esistevano soldati.
 

La proposta della medaglia di Bronzo

Il capitano volontario di guerra Senatore Pullè, Conte Prof. Comm. Francesco Lorenzo, nella notte dal 1 al 2 corrente mese (novembre 1916) venne, dallo scrivente, lasciato nel vallone di Boneti perchè fosse di collegamento fra il Comando della Brigata Padova , agli ordini del quale il Reggimento era stato posto, e il Comando di questo che si trasferiva nella prima linea per dirigervi l’azione dei dipendenti battaglioni ordinata per quel giorno. A cagione del ritardo frapposto dai riparti della Brigata Valtellina a sostituire su Q. 208 Sud il 51° battaglione bersaglieri, il movimento che, a sua volta, questo doveva compiere, subì notevole ritardo e, non potendo il Comando di reggimento più oltre attendere, incaricò il capitano Comm. PulIè di sollecitarlo. Più volte, pertanto, egli si recò a Q. 208 Sud per conferire coi comandanti interessati, poscia raggiunse il Comando del reggimento verso Q. 208 Nord per ragguagliarlo in merito. Più tardi, dopo che il 51° battaglione ebbe raggiunto la nuova posizione assegnatagli, il capitano Comm. Pullè spontaneamente raggiunse ancora il Comando del reggimento che, frattanto si era spostato, recandosi sulla linea più avanzata, onde dovette percorrere un camminamento già quasi distrutto dall’artiglieria nemica ed ancora efficacemente battuto da quella e da frequenti raffiche di mitragliatrici. Rientrava poscia al suo posto di combattimento, rifacendo la medesima pericolosa strada. Il capitano Comm. Pullè non è più in giovane età, ne è ancora perfettamente guarito da una ferita riportata in precedente azione di guerra, e, per quanto ben portante, la sua attività in quel giorno deve avergli (essergli) costato non poca fatica che egli sopportò con evidente noncuranza e colla maggiore serenità di spirito, dando, così, esempio ai giovani di mirabile forza d’animo e di resistenza fisica. La sua condotta fu, adunque, ben degna della maggiore lode e pertanto io propongo che gli venga conferita la medaglia di bronzo al valor militare (per la motivazione allegata)

 

     

IL VALLONE

Il Vallone è stato per due anni, l’anticamera della prima linea, il luogo , dove si abbandona l’ultima speranza, e si dà, rassegnati , un addio alla vita. I costoni di Devetaki, di Palikisce, di Boneti, con quelle case sbrecciate e dirute, con quegli atiglieri a fianco dei pezzi, con quei radi alberi, che segnano la strada di Doberdò e abbelliscono Mikoli, parevano un mondo febbricitante, fantastico, innaturale. I reggimenti, che venivano dalle lontane retrovie, o da altri fronti, vi penetravano di mala voglia, chè né osterie c’erano, né cucine, né donne: e la morte pareva che ti stesse sempre sospesa sul capo, come una mannaia di ghigliottina. E però vi si sentivano a disagio, lo maledivano. Ma quando il Vallone, dopo dieci giorni di ospitalità, dovevano, una bella sera, lasciarlo per la prima linea, che cosa avrebbero dato per rimanervi! …Nel Vallone, di sera, faceva fresco e, dovunque ci si volgesse, un sorso d’acqua lo trovavi. Vallone non era ancora Carso, nel giudizio di qualche fante. Vi cadevano, a coppie, i 305: a mazzi , gli shrapnells e gli spring-granate. Ma, nel Vallone, in quelle centinaia di uomini che vi vivevano, la morte sceglieva appena i più segnati dal destino; e gli altri: potevano cantare, andar dal cantiniere, far quattro chiacchiere alla buona. … Tratto da : Il Vallone -Come ho visto il Friuli ,Roma,1919 Mario PUCCINI ( 1885-1953)

 

D.L. 1 gennaio 1917 Medaglia d’Argento al V. M.
”In giornata di aspro combattimento, quantunque non ancora guarito di una ferita riportata in un’azione precedente, disimpegnava le attribuzioni di ufficiale di collegamento con ammirevole resistenza ed esemplare fermezza d’animo dimostrando sereno sprezzo della vita e profondo sentimento militare, allorché per compiere il suo mandato dovette attraversare zone intensamente battute dall’artiglieria e dalle mitragliatrici avversarie.

[f.to il Duca D’Aosta]. Altopiano Carsico 2 novembre 1916”

I "nonni" della trincea

Questo non è l'inventario degli anziani al fronte ma solo il riassunto di quelli da noi incontrati durante il racconto e che sono appartenuti al corpo. Ci scusiamo se ne abbiamo dimenticato qualcuno. In linea a fianco dei giovani presta servizio un vecchio leone, decorato del 1866, Radamisto Stanislao, sergente di 72 anni (classe1843), ma anche un generale Cossu Giuseppe ( classe 1845) sottotenente a Custoza nel 1866, e un maggiore Francesco Lorenzo Pullè (classe 1850 volontario garibaldino nel 1866) con una carriera politica e d'insegnamento alle spalle. Un altro generale Marcello Prestinari (classe 1847) muore il 10 giugno 1916 a Gallio di Asiago al comando di una brigata territoriale.
 

     

 Dalle considerazioni del Diario a cura di Barbara Lina Pullè (tesi di laurea)
LA TRUPPA
Lo sguardo di Francesco Lorenzo Pullè nei confronti della truppa, e in particolar modo del corpo dei bersaglieri, è di affetto e stima. Tali sentimenti derivano anche dal ricordo del fratello più giovane prematuramente scomparso, Clemente (Mentino), colonnello dei bersaglieri, ricordato spesso, nelle pagine del diario, con infinito rimpianto. Pullè annota nelle prime righe del diario: (16/10/'16) "Sembriamo ranocchi! Ancora un giorno come questo e dovremo prelevare dei salvagente". Ma il distacco ironico è solo apparente, e subito dopo si leggono considerazioni che rilevano la tragicità del conflitto, e la durezza della trincea, luogo di sofferenza comune, assume tutto il suo spessore: "Si nuota... in un mare di guai. Il fetore è enorme. Molti cadaveri giacciono insepolti chi sa da quanto tempo!...I vermi sono tutti eguali e non sanno dire se è carne nostra, o di quei di là". Queste condizioni vengono condivise da tutti i soldati, siano essi impegnati da una parte o dall'altra del fronte. Le parole del diario non solo riportano alla mente i testi di storia, ma fanno sentire sulla nostra pelle quei tragici momenti passati dai soldati: giovani tolti dalle loro terre, il più delle volte inconsapevoli della calamità cui vanno incontro, chiamati a difendere quella Patria, della quale forse molti non riescono ad individuare il significato. Si ritrovano in guerra per la promessa, mai mantenuta, di ricevere in cambio del loro sacrificio un pezzo di terra, quella terra tanto sognata, indispensabile per la sussistenza delle loro famiglie e per sottrarli alla perenne umiliazione dell'emigrazione.
Pullè registra prima di ogni battaglia le notti passate senza dormire, in cui l'agitazione è accompagnata da conati di vomito o da un leggero stato febbrile, o da una nevrotica attività di sistemazione delle proprie cose. La paura, seppure mai il termine è menzionato esplicitamente, è qui fotografata con immensa efficacia, si veda ad esempio il 19/8/'17. Come già evidenziato in precedenza, in diverse pagine del diario troviamo sottolineato il pugno di ferro e il feroce autoritarismo usato dalle alte sfere nei confronti della truppa; e non senza commenti critici. In data 22/10/'16, viene riportato un episodio che fa riflettere: il gen. Ravazza, in un impeto di nervosismo, da un calcio ad un bersagliere; Pullè
commenta: "Nessuno gli dice nè gli può dire che quel bersagliere è da 16 mesi in combattimento ed è sceso ieri dalla trincea! E' evidente la prevenzione di Ravazza contro i Bersaglieri in massima, questo in ispecie. Fa comparazioni colla Fanteria che loda; e dichiara che il 15° gli ha fatto poco buona impressione. Gli ufficiali non si occupano di comprendere le ragioni della stanchezza dei soldati; essi sono solo strumenti da manovrare, non già uomini. Il soldato è per antonomasia il contadino che non ha mai fatto politica: "Che ha solo risposto ad un comando; e ora fa rassegnatamente la guerra come un duro mestiere, sacrificandosi più degli altri, sopportando più degli altri, ubbidendo più degli altri". M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, Il Mulino, Bologna, 1989, pag. 326.
Questo malcontento sfocerà in episodi sempre più consistenti di insubordinazione. In alcuni momenti prevale il desiderio di sdrammatizzare la situazione, e così subentrano i toni ironici. Nel descrivere il rientro della fanteria dalla prima linea, sul fronte tra Flondar e Medeazza (25/5/'17), Pullè commenta il passaggio dei reduci, "poveri soldati anneriti e lace
ri" con queste parole: "Un fantaccino ci marciava dinanzi coi calzoni completamente spaccati a triangolo: guai se non aveva le mutande!". Il giorno seguente, al Comando Supremo a Udine, Pullè, nel ruolo di portaordini-collegatore fra il C.S. e il fronte, conferisce sulla battaglia appena vista. Nelle truppe serpeggia la paura e lo scontento; il Pullè è consapevole, e descrivendo un battaglione di bersaglieri della sua divisione in partenza per la prima linea, osserva: "Il viaggio in camion è un pronostico poco lieto pel soldato...Sa che lo conduce al fuoco. Si vedono partire con un certo rimorso. Non son le facce più liete. Si sfogano a gridare: "Viva la Russia!". Però nessuno rileva l'intenzione. (27/8/'17). Il giorno dopo egli annota la ribellione di un gruppo di bersaglieri del reggimento destinati anche questi alla prima linea; la loro protesta riguarda non tanto l'orrore del Carso, quanto la ritenuta ingiustizia nella selezione. Il mancato riposo, il non rispetto dei turni di avvicendamento, le facili fucilazioni, come abbiamo visto, saranno alcuni tra i motivi dello sbandamento nelle truppe. I soldati stremati da mesi trascorsi nelle trincee, non hanno più la forza di combattere e finiscono per lasciarsi travolgere dagli eventi; nelle pagine del diario sopra riportate troviamo tutto il preludio della disfatta imminente. Molti mesi dopo (12/2/'18) Pullè avrà a registrare l'incontro avuto con alcuni soldati che combatterono con lui sia sul Podgora, sia a quota 208 sud, e si stupisce del loro mancato avanzamento nella carriera: "Sono sempre poveri semplici soldati dopo 33 mesi" I subalterni sono i primi a subire le ingiustizie del comando, e non vengono mai tenuti in considerazione; i diari sottolineano le discriminazioni cui sono sottoposti, il Pullè è purtroppo cosciente di non poter fare molto per loro. Crede fermamente nella disciplina e nell'obbedienza della truppa. Descrive i moti di ribellione nelle fila dell'esercito, ne comprende umanamente le ragioni, ma senza mai mettere in discussione la gerarchia militare ed il suo ruolo. Come molti altri intellettuali del periodo, egli comprende il disagio del soldato subalterno, ma lo giudica dall'alto della sua posizione sociale; non ritiene di rivestire un ruolo che gli permetta di partecipare ad un'istanza di cambiamento in comune, e rimane fermo nelle proprie posizioni di privilegio. L'ottica con cui viene analizzato il fenomeno è ancora frammentaria, raramente coglie la dinamica interna del conflitto e i processi sociali e psicologici che ne sono causa.

 

Ponte in Val Dogna

La gita a Chiout
mercoledì, 15 novembre 1916 a Chiout
Ciût: Scrivo a Gino: La etimologia di ciûts sarebbe clausum; ma cûb secondo la pronuncia locale suppone un latino volgare clotu.

(Il comune di Dogna è composto da molte piccole borgate sparse a raggiera intorno al capoluogo e lungo la valle; molte di queste borgate hanno nome Chiout che significa "luogo chiuso, recintato, protetto" in friulano infatti il Chiôt è la stalla dei maiali come per noi emiliani il Chius o cius è sempre luogo chiuso dove si tengono i maiali).
All'ospedale di Cassegliano sono (vedo) le tre dame: Soderini, Bartolomei, Carboni Librino. Fissati i particolari della gita alle trincee di Val Dogna.
sabato, 23 dicembre a Chiusaforte
Incontro alla dama della Croce Rossa contessa Soderini. Sfida il maltempo ed i pericoli!
domenica, 24 dicembre Vigilia del Natale a Plan Spadovai (m.1150)
lunedì, 25 dicembre Natale: da Chût alla Bieliga Partiti alle 8,50 giunti alle 10,30 Carovana a muli: contessa Soderini, cap. Rava, ten.ti Pullè, Malerba, serg. Zoppis, operatore Laurenti. Salmeria con doni. La messa finisce in una cappelletta costruita a spese della Regina Madre, presso la piccola spianata ove sorgeva la baracca bruciata della mia Compagnia.
martedì, 26 dicembre da Chiout a Chiusaforte (e ritorno) Accompagnata la contessa Sederini. A cavallo fino a Rio Mas la signora; il Colonnello e io a piedi; di là in camion.
 


L’IGNOBILE FERITA
lunedì, 9 aprile 1917
Sveglia in una bella nevicata. I 35 mitraglieri scesi da Cuel Tarod partono per la Bieliga (malga). Hanno dormito tutti per terra nella stanza della mensa e della cucina; e salvo qualche piccolo scherzo prima di addormentarsi, non si sono sentiti in tutta la notte. Escursione per la ricerca di legname.
giovedì, 12 aprile da Mincigos a Udine e Bologna.
Da Mincigos a Dogna un ora e mezza, prima su Polo, poi col mio solito mulo e mulattiere, un
dipendente del conte Bragadin di Cimon di Valmarana. Proprio alla fine, nella stretta presso il ponte sul Dogna, incontriamo un convoglio di carrette a due muli; passa la prima e la seconda, alla terza i muli ombrosi scartano, stringendomi fra la roccia e il carro. Ho creduto che il mulo fosse stritolato; invece nulla a lui, ma a me qualcosa di sporgente, credo la manovella del freno mi colpisce alla coscia. Magnifico sette ai calzoni nuovissimi, alle mutande e alla pelle. Fermata al posto di medicazione, dove mi fasciano e accomodano alla meglio il sette (ai pantaloni una donna). Vengono a visitare il ferito prima il tenente del Comando di Brigata, poi il capitano, poi il Generale Maggi. Arrivo a Moggio alle 11e10 dove aspetto l'automobile di Dario.
Si telefona a Chiout per far venire Bologna (attendente) alle 14 a Udine a portarmi i vecchi calzoni.
 

lunedì, 28 maggio 1917
Mincigos (Mincigos è un piccolo borgo situato in bella posizione alle pendici occidentali del Clap Forat). Il Montasio è coperto di nubi. La sezione è costituita: torpedini e bombe: capitano Pullé
Il col. Dompé è passato sul mulo alle 6 1/2 e
montato in teleferica a Cuel Tarond.- A mezzogiorno non discende; cala invece alle 16 1/2 dal sentiero della Bieliga per Costa Secca accompagnato da Cecon (guida). E' svelto come un pesce.
martedì, 29 maggio
a Mincigos Nebbia e pioggia - Gita a Chiout
Esame e dichiarazione del medico Mioni sui postumi delle ferite:
 

La catena montuosa che costeggiava la sponda destra della Val Dogna segnava gran parte del confine militare nel primo tratto delle Alpi Giulie. I comandi militari italiani capirono l’importanza di dover difendere le cime della val Dogna e fecero costruire al posto delle mulattiere di fondovalle una strada (ago. 1914 – primavera 1915) che, ultimata, risultò essere un’opera di grande e moderna ingegneria (ma la sezione non superava i 2 metri) con manufatti, in parte ancora esistenti (vedi sopra) che comprendevano: gallerie, ricoveri per truppe, piazzole di sosta ed una teleferica a supporto del rifornimento truppe che partiva dall’abitato di Chiout mt. 838 e, salendo fino a Cuel della Baretta mt. 1522, scendeva sulla statale in località Cadramazzo in comune di Chiusaforte.

     

 

 

L'esperienza di Fiume

Nel 1919 F.L. Pullè tenne in Senato un discorso a favore di Fiume, contro il Ministro dell'Interno Nitti. Pullè volle essere legionario di Fiume, dove ebbe importanti incarichi dopo essere stato un artefice della sua annessione, come ricorda un ritaglio di articolo, purtroppo non datato, de "Il Resto del Carlino della Sera" intitolato Un interessante episodio fiumano del senatore Pullè di cui riportiamo ampi stralci: "L'interruzione fatta dal senatore Pullè all'avv. Trombetti durante la sua conferenza per ricordare come l'approvazione del trattato di Rapallo al Senato avvenne con ventidue voti contrari, compreso il suo, ci ha mosso a illustrare un episodio che da molti è forse ignorato".
Il Senatore Pullè, maggiore del 6° bersaglieri dopo aver accompagnato il 9 novembre 1918, cinque giorni dopo l'armistizio, a Villa Italia i delegati di Fiume che portavano il messaggio del Governo Provvisorio che proclamava l'annessione di Fiume all'Italia, li seguì al ritorno a casa. La città era in balia delle soldatesche austriache, le quali spadroneggiavano e angariavano la città malgrado le proteste del Governo di Fiume e la presenza nel porto della nostra squadra colla "Emanuele Filiberto". Il senatore magg. Pullè, primo e solo ufficiale italiano, affrontò l'ufficialità austriaca. La tracotanza austro-jugoslava era giunta a tale punto da bandire l'uso delle bandiere e delle coccarde italiane. Il giorno 11 sulla piazza Dante il magg. Pullè accorse pure in aiuto di due cittadini fiumani malmenati da una grossa pattuglia di quella soldataglia; ne nacque un conflitto, in seguito al quale il comandante della nostra squadra si decise a far sbarcare i marinai e a far rimettere la bandiera italiana che era stata tolta dalla torre della città. Solo il 17 novembre le truppe italiane, come è noto, entrarono a Fiume, seguite poi da una rappresentanza interalleata. Il senatore Pullè ha ieri ricevuto dal senatore Grossich, Presidente del Comitato Cittadino Fiumano, il seguente telegramma: "Senatore Pullè – Bologna "Fiume memore suo primo assertore di redenzione oggi esultante ricoscente saluta amico sincero" Il senatore Pullè ha così risposto:"Senatore Grossich – Fiume Chi nel memorando 10 novembre 1918 primo raccolse il gran palpito di italianità di Fiume e la rivide nelle sue ore più angosciose, esulta oggi con essa nel sole dell'ideale raggiunto". "Il Resto del Carlino della Sera", data sconosciuta. E a proposito della sua impresa fiumana, mi piace ricordare un altro episodio. D'intesa con i delegati fiumani e Vittorio Emanuele Orlando, F.L. Pullè fu incaricato di recarsi a Fiume a constatare lo stato delle cose durante l'impresa di D'Annunzio. E così a 70 anni, il 24 settembre del 1919, raggiunse clandestinamente la città del Carnaro, occupata dai legionari del D'Annunzio, nascosto con altri tre alti ufficiali dei bersaglieri sotto il carbone sul tender della locomotiva. E racconta Pullè: "al presentarmi, D'Annunzio correndomi incontro esclamò: "Sei qui anche tu? Bravissimo. Resti?" "Sì, per ora come senatore, per documentare a Roma la verità, poi, dopo il Senato tornerò con Voi". C. Giovanardi, Il Prof. Sen. Francesco Lorenzo Pullè conte di San Florian, pag. 14

     
   


 
 

     
     
     

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