Parte quinta
Regole e stato moderno
Thomas Hobbes vive nell’Inghilterra del XVII secolo, segnata dallo scontro tra il potere preteso dal sovrano e le libertà richieste dai sudditi. Nel Leviatano (1) egli sostiene che la convivenza umana può darsi solo entro lo stato. Per dimostralo identifica i motivi che rendono necessario fissare regole nei rapporti tra gli uomini.
La natura ha fatto gli uomini così uguali nelle facoltà del corpo e della mente che, benché talvolta si trovi un uomo palesemente più forte, nel fisico, o di mente più pronta di un altro, tuttavia, tutto sommato, la differenza tra uomo e uomo non è così considerevole al punto che un uomo possa da ciò rivendicare per sé un beneficio cui un altro non possa pretendere tanto quanto lui. Infatti, quanto alla forza corporea, il più debole ne ha a sufficienza per uccidere il più forte, sia ricorrendo a una macchinazione segreta, sia alleandosi con altri che corrono il suo stesso pericolo.
Quanto alle facoltà della mente (…) trovo che tra gli uomini vi sia un’eguaglianza ancora più grande di quella della forza fisica. Infatti, come la prudenza non è che esperienza la quale, in tempi uguali, viene dispensata in egual misura a tutti gli uomini per le cose cui si applicano in egual misura (…).
Da questa uguaglianza di capacità nasce un’uguaglianza nella speranza di raggiungere i propri fini. Perciò, se due uomini desiderano la medesima cosa, di cui tuttavia non possono entrambi fruire, diventano nemici e, nel perseguire il loro scopo (che è principalmente la propria conservazione e talvolta solo il proprio piacere) cercano di distruggersi o di sottomettersi l’un l’altro (…).
A causa di questa diffidenza dell’uno verso l’altro, non esiste per alcun uomo mezzo di difesa così ragionevole quanto l’agire d’anticipo, vale a dire l’assoggettare, con la violenza o con l’inganno, la persona di tutti gli uomini che può, fino a che non vede nessun altro potere abbastanza grande da metterlo in pericolo; ciò non è niente più di quanto esiga la conservazione di se stesso, ed è cosa in generale ammessa (…). Cosicché, troviamo nella natura umana tre cause principali di contesa: in primo luogo la rivalità; in secondo luogo la diffidenza; in terzo luogo l’orgoglio (…).
Da ciò, appare chiaramente che quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione chiamata guerra: guerra che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo (…).
Da questa guerra di ogni uomo contro ogni altro uomo consegue anche che niente può essere ingiusto. Le nozioni di diritto e torto, di giustizia e di ingiustizia non vi hanno luogo. Laddove non esiste un potere comune, non esiste legge; dove non vi è legge non vi è ingiustizia (…).
Le passioni che inducono gli uomini alla pace sono la paure della morte, il desiderio di quelle cose che sono necessarie a una vita piacevole e la speranza di ottenerle con la propria operosità ingegnosa. E la ragione suggerisce opportune clausole di pace sulle quali si possono portare gli uomini a un accordo. Queste clausole sono quelle che vengono, in altri termini, chiamate le leggi di natura.
T. Hobbes, Leviatano, a cura di A. Pacchi, Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 99-104.
Esercizi di analisi del testo (da compiersi individualmente a casa, dopo la lettura in classe):
descrivi i caratteri che rendono gli uomini uguali tra
loro, in natura;
indica i motivi del contrasto tra gli individui, le conseguenze che ne derivano, la possibile soluzione.
Esercizio di sintesi:
prova a spiegare perché “laddove non esiste un potere comune non esiste legge; dove non vi è legge non vi è ingiustizia!”.
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La condizione originaria presentata da Hobbes individua nella ragione il riferimento unico per evitare il rischio di estinzione della specie. E’ la ragione, infatti, che detta le regole generali di convivenza.
Il DIRITTO DI NATURA è la libertà che ciascuno ha di usare il proprio potere a suo arbitrio per la conservazione della sua natura, cioè della sua vita e conseguentemente di fare qualsiasi cosa che, secondo il suo giudizio e la sua ragione, egli concepisca come il mezzo più idoneo a questo fine (…).
Una LEGGE DI NATURA è un precetto o una regola generale scoperta dalla ragione, che proibisce ad un uomo di fare ciò che distruggerebbe la sua vita o che gli toglierebbe i mezzi per conservarla, e di non fare ciò che egli considera meglio per conservarla (…).
Finché dura questo diritto naturale di ciascuno a tutto, nessuno può avere la sicurezza, per quanto forte o saggio sia, di vivere per tutto il tempo che la natura permette solitamente di vivere agli uomini. Di conseguenza, è un precetto, o una regola generale della ragione, che ciascuno debba cercare la pace per quanto ha speranza ottenerla, e che, se non è in grado di ottenerla, gli sia lecito cercare e utilizzare tutti gli aiuti e i vantaggi della guerra. La prima parte di questa regola contiene la prima e fondamentale legge di natura che è cercare e perseguire la pace. La seconda contiene l’essenziale del diritto di natura che è difendersi con tutti i mezzi di cui si dispone.
Da questa legge di natura fondamentale, con cui si comanda agli uomini di cercare la pace, deriva la seconda legge, che si sia disposti, quando altri lo siano, a rinunciare, nella misura in cui lo si ritenga necessario alla pace e alla propria difesa, al diritto su tutto e ci si accontenti di avere tanta libertà nei confronti degli altri quanta se ne concede agli altri nei confronti di se stessi.
Ibidem, pp. 105-106.
Esercizi:
che cosa distingue diritto di natura da legge
di natura?
quali sono i comportamenti, in positivo e in negativo, che la “prima regola generale della ragione” e “la seconda legge” richiedono?
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La “rinuncia al diritto su tutto” è condizione necessaria per garantire la sopravvivenza del genere umano. Tale rinuncia si concretizza nella decisione di trasferire a chi detiene il potere sovrano i propri diritti con un patto che vincola ogni individuo, e quindi tutto la collettività.
L’unico modo di erigere un potere comune che possa essere in grado di difenderli dall’aggressione di stranieri e dai torti reciproci (…) è quello di trasferire tutto il loro potere e tutta la loro forza a un solo uomo o a una sola assemblea di uomini (che, in base alla maggioranza delle voci, possa ridurre tutte le loro volontà a un’unica volontà). Il che è quanto dire che si incarica un solo uomo o una sola assemblea di uomini di dar corpo alla loro persona; che ciascuno riconosce e ammette di essere l’autore di ogni azione compiuta, o fatta compiere, relativamente alle cose che concernono la pace e la sicurezza comune, da colui che dà corpo alla loro persona; e che con ciò sottomettono, ognuno di essi, le proprie volontà e i propri giudizi alla volontà e al giudizio di quest’ultimo. Questo è più che consenso o concordia, è una reale unità di tutti loro in una sola e stessa persona, realizzata mediante il patto di ciascuno con tutti gli altri (…). Fatto ciò, la moltitudine così unita in una sola persona si chiama STATO (…): una persona unica, dei cui atti [i membri di] una grande moltitudine si sono fatti autore, mediante patti reciproci di ciascuno con ogni altro, affinché essa possa usare la forza e i mezzi di tutti loro nel modo che riterrà utile per la loro pace e per la difesa comune.
Ibidem, pp.142-143.
Esercizi:
descrivi i passaggi che portano dalla condizione naturale
alla nascita dello stato;
quali vantaggi gli individui ottengono dall’appartenenza
allo stato?
a che cosa devono rinunciare?
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1. Il Leviatano è un mostro marino dall’aspetto di serpente, simbolo della potenza del re d’Egitto (dal nome biblico, citato da Giobbe, 3,8 e 40,20). Il termine leviatano, ripreso nel titolo del trattato di Hobbes sulla politica, è diventato simbolo del potere autoritario dello stato assoluto.