... Brevissima storia (seconda parte)...

"Del Piemonte e della sua lingua"

brevissime note di un dilettante ..."
... per cui non si esclude la presenza di qualche errore (questo è un eufemismo)

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La crescita politica nell'esperienza comunale

Si è visto come i Comuni cittadini raggiungano rapidamente un peso notevole nel quadro politico del momento, capaci di tenere testa ai Principi ed all'Imperatore. Ma le città sono comunque dipendenti dalle campagne circostanti, innanzitutto per l'approvvigionamento di cibo, e poi per libertà di transito per i commerci, per la difesa e così via. Le autorità comunali tendono dunque ad avere il controllo dei castelli ove risiede la nobiltà rurale. Sono molti i cittadini che posseggono terre nelle campagne, e chi acquista un fondo non accetta che il signore ne abbia la giurisdizione. Un po' alla volta quote del territorio agricolo vengono sottratte alla giurisdizione del signore locale.
La città esercita una pressione politica ed economica che convince molti nobili locali ad aderire alla cittadinanza comunale, rinunciando a parte dei privilegi per ottenere sicurezza. Si arriva al punto che qualche nobile locale cede il suo castello al comune di cui diventa cittadino e da questo comune lo riceve in feudo. Abbiamo già visto come, in questo contesto, in Piemonte siano nate nuove città da gruppi di persone che si sottraggono alla signoria dei nobili locali, ma questo meccanismo fà nascere anche molti piccoli Comuni rurali, di solito con l'incoraggiamento o la pressione dei grandi Comuni cittadini. Il grande Comune acquista un'area, vi edifica un nuovo paese e vi trasferisce gli abitanti di altri villaggi (che scompaiono), oppure riordina un villaggio già esistente ed estende la cittadinanza al nuovo Comune con accordi di alleanza e collaborazione, garantendo la libertà da ogni signoria, ed associando gli abitanti ai diritti e doveri dei cittadini.
Così i grossi Comuni piemontesi si trovano ad amministrare, oltre alla città, una serie di borghi, e terre delle quali il signore è diventato vassallo del comune, oppure ha ceduto a questo parte dei diritti e della giurisdizione. Questo insieme viene chiamato il "distretto cittadino", e tende ad assomigliare a ciò che sono le dominazioni dei Principi e dei Vescovi, con le quali entra in concorrenza. I Comuni che assumono la giurisdizione su comunità rurali e ne diventano i nuovi signori, per garantirsene la fedeltà tendono ad abolire i privilegi signorili ed a fare accordi con la comunità stessa. Su questa falsariga molte comunità rurali si organizzano per ottenere dai signori delle franchige e per codificare per iscritto diritti e doveri, limitando l'arbitrio del signore stesso. I rapporti di forza che si sono stabiliti in questo periodo consentono di ottenere tutto questo. Nei Comuni nasce la figura del Podestà, che gestisce il potere esecutivo per un anno e viene fatto venire da un altro luogo, per evitare, il più possibile, conflitti di interessi o compromissioni. Fra la gente nascono società di mutuo soccorso, di carattere a volte piuttosto bellicoso, che spesso hanno una notevole influenza sulla vita del Comune.

I Valdesi in Piemonte

Pietro Valdo inizia la sua predicazione a Lione nel 1173. Inizialmente la sua predicazione è una esortazione alla povertà ed alla essenzialità della vita religiosa, a volte irruenta. Rapidamente viene in contrasto con il locale Vescovo, che nel 1176 lo caccia dalla città con i suoi seguaci. Pietro Valdo si rivolge al Papa, il quale condiziona la sua possibilità di predicare alle decisioni del Vescovo locale, che naturalmente sono contrarie. Fino a questo punto la situazione è analoga a quelle che si verificano in vari posti, Piemonte compreso, di critica decisa nei confronti della moratità e coerenza dei Vescovi. Ma intanto Valdo elabora le sue teorie teologiche che su alcuni punti sono inconciliabili con quelle cattoliche (come, ad esempio, le teorie sulla Confessione e sull'ordinazione sacerdotale) ed è questo che provoca la rottura. Queste teorie vengono dichiarate eretiche dal concilio di Verona (tenuto dal Papa Lucio III) nel 1183 e la cosa sarà ribadita dal Papa Innocenzo III nel 1215. I Valdesi vengono dunque messi al bando, si rifugiano in Provenza, e già pochi anni dopo alcuni di essi sono in Piemonte, nelle valli del pinerolese.
Presto la Provenza è sconvolta dalla crociata contro gli Albigesi, altro gruppo di eretici, ed anche i Valdesi ne rimangono coinvolti. Questi cercano rifugio in modo più massiccio, al di qua delle Alpi, nelle valli del Pellice e del Chisone. All'inizio i Valdesi sono probabilmente accolti con un certo favore dai signori locali, non certo per affinità religiose ma perchè si tratta di gente forte, disposta a lavorare sodo e mettere a coltura terre di montagna per lo più selvagge. Già a partire dal 1220 inizia però la reazione dei Signori contro il loro espandersi e, naturalmente, l'opposizione da parte della Chiesa.

Carlo d'Angiò

Abbiamo visto che in Piemonte le guerre interne sono continue. Alcuni comuni aderiscono alla Lega Lombarda (la seconda), ma questa è battuta dall'Imperatore Federico II (27 novembre 1237). I Savoia riescono dapprima ad ottenere qualche feudo, ma subiscono una pesante sconfitta da parte di Asti, che si espande ai loro danni, e che nel 1258 occupa anche Alba. La politica di Asti e la sua potenza coninciano seriamente a preoccupare. È il periodo nel quale è più accesa la lotta tra Papato ed Impero. Abbiamo visto che le forze in campo sono molto frammentate e divise in innumerevoli controversie, con alleanze molto facilmente mutevoli.
In questo contesto si affaccia in Piemonte Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, che ha sposato una figlia del Conte di Provenza. Carlo ha acquistato, nel 1258, la signoria di Tenda e di Briga dal Conte di Ventimiglia. A partire da Nizza, lungo la valle del Roya, attraverso il colle di Tenda e giù nelle valli del cuneese, l'ingresso degli Angioini in Piemonte è favorevolmente accolto dalla gente. La possibilità di transitare liberamente sul colle di Tenda è importante per l'approvvigionamento del sale e per lo smercio dei prodotti verso la costa. Da parte loro i nizzardi vedono aprirsi uno sbocco commerciale non indifferente verso Piemonte e Lombardia. Inoltre, nel periodo comincia a diffondersi l'idea, nei comuni piemontesi, che per garantirsi lo sviluppo, o anche solo la sopravvivenza, forse sia meglio rinunciare almeno in parte all'autonomia e cercare la protezione di qualche principe. Questo, oltre ad un grande lavoro diplomatico con il quale i provenzali hanno successo nel presentarsi come amici, facilita l'azione di Carlo d'Angiò. In effetti la presenza degli angioini garantisce una più grande facilità e redditività dei commerci tra Piemonte e la costa, con benefici per tutti. Inoltre alcuni comuni possono ottenere protezione dalle le mire del Marchese di Monferrato e di Genova, ed infine Carlo d'Angiò pare essere l'unico in grado di tenere a bada le mire espansionistiche di Asti. In successione riconoscono la signoria di Carlo d'Angiò i comuni di Cuneo (1259), Alba, Cherasco, Savigliano, i Marchesi di Ceva, i Conti di Biandrate e le città di Bene e Mondovì. L'aggregazione politica che si forma, alla quale tendono ad aderire anche quei Vescovi che sono stati "espropriati" dai comuni, si dimostra subito molto efficente dal punto di vista economico.
Questo espandersi avviene ai danni dei marchesi di Saluzzo, di Monferrato e dei Savoia, ma questi non hanno la possibilità di ostacolare la penetrazione dei provenzali, che già nel 1260 riescono a sconfiggere gli Astigiani. Il marchese Guglielmo VII di Monferrato, che forse sarebbe in grado di contrastare Carlo d'Angiò, è impegnato a cercare di ottenere Alessandria, e preferisce una sorta di patto di reciproca tolleranza. I Savoia hanno problemi di successione (vi sono tre "eredi": Tommaso, Amedeo e Ludovico) e non sono in grado di intervenire.
Quando poi nel 1264 Papa Urbano IV invita Carlo D'Angiò a conquistare l'Italia meridionale contro gli Svevi, questi stabilisce un patto di non belligeranza con Saluzzo e Monferrato. In Italia meridionale gli Angioini conseguono una vittoria definitiva sugli Svevi. Sulla scia di questa vittoria ottengono una nuova espansione in Piemonte, ed alcune città tra cui Torino (1270), Alessandria e Vercelli (1271), passano sotto la signoria di Carlo d'Angiò. La politica degli Angioini è molto accorta, essi non stravolgono gli ordinamenti delle città, ma lasciano comuni e Vescovi a continuare l'amministrazione secondo le tradizioni e gli statuti precedenti, limitando al massimo la loro interferenza. Si tratta della politica del reciproco vantaggio, per la quale quella angioina non può essere neppure considerata una occupazione.
La politica di Carlo d'Angiò preoccupa però il nuovo Pontefice Gregorio X, che ora si sente minacciato dalla presenza degli Angioini in Italia meridionale, ritenendoli più pericolosi degli Svevi, e che riesce ad organizzare una lega contro di loro, nel 1271. A questa lega partecipano anche il marchese di Monferrato e la città di Asti. La lega ha successo, dopo alterne vicende ed i soliti cambi d'alleanza, ed i Provenzali devono abbandonare il Piemonte (anni 1275 - 1278). Questa sarà ancora una buona occasione per le aspirazioni dei Savoia, ma intanto il marchese di Monferrato sta acquistando una notevole potenza, e la sua signoria si estende fino a Torino ed Ivrea, mentre anche Asti ritorna potente.

Il Monferrato

Con l'uscita di Carlo d'Angiò dal Piemonte, i Savoia potrebbero adesso essere in grado di riprendere Torino ed il suo territorio. Il problema è costituito dal Marchese di Monferrato Guglielmo VII che, dopo aver partecipato alla lega anti-angioina, è stato molto abile nello sfruttare la rivalità degli alleati riuscendo ad estendere i suoi domini o la sua influenza su di una notevole parte del Piemonte. Si impadronisce di Vercelli, Casale, Alessandria, Tortona ed Acqui e quindi, nel 1276 arriva a Torino. Alleandosi con il Vescovo di Ivrea riesce a prendersi anche quella città, nel 1278. Diventa capitano generale dei ghibellini ed estende la sua influenza anche alla Lombardia. Anche questa rapida espansione è attribuibile al fatto che ora le città hanno rinunciato alla difesa ad oltranza delle loro libertà, ma tendono a mettersi sotto la protezione del signore che al momento può garantire la migliore convenienza.
Con un colpo di mano Tommaso III di Savoia riesce a catturare il Marchese di Monferrato, dal quale ottiene Torino in cambio della liberazione (anno 1280). Tommaso III rientra in Torino ed il Marchese di Saluzzo riesce a riprendersi Cuneo, che poi torna sotto l'influenza di Asti. Ma il Marchese di Monferrato, appena liberato, riacquista rapidamente la sua potenza, impadronendosi anche di Alba nel 1283. Anche in questo caso alcune città si sottomettono spontaneamente al Marchese di Monferrato per avere protezione. Di fronte al pericolo rappresentato dal suo espanderi, nel 1287 si forma una lega contro di lui, alla quale partecipa anche il conte di Savoia Amedeo V.
La città di Alessandria grazie a forti somme di denaro pagate dagli alleati della lega (Asti in particolare), si ribella. Vi accorre Guglielmo VII e quì, tratto in inganno da influenti famiglie (Dal Pozzo ed altre), viene catturato e morirà prigioniero nel 1292. In seguito si ribellano Pavia, Vercelli, Novara, Tortona. Il motivo di queste rivolte è ancora il fatto che il Monferrato non è più, adesso, in grado di garantire protezione.
Il figlio di Guglielmo VII, Giovanni primo, cerca di riprendersi Alessandria, ma senza riuscirvi perchè la città si consegna a Matteo Visconti, che aveva già occupato Casale. Da questo momento il Marchesato di Monferrato comincia a perdere il suo peso, e tramonta definitivamente la sua possibilità di diventare la Casa dominante in Piemonte, cosa che era concreta fino a pochi anni prima. Mentre ad est Novara e Vercelli entrano nella sfera d'influenza milanese, ad ovest i Savoia consolidano i loro domini in Piemonte, con l'acquisizione della signoria su Pinerolo e Torino.

La contrapposizione Guelfi - Ghibellini

Abbiamo visto che nel secolo XIII si cominciano a formare, a livello internazionale, due schieramenti fra Signorie e città, da una parte la fazione che appoggia l'Imperatore e dall'altra la fazione che appoggia la Chiesa. Fra Imperatore e Papa, infatti, le divergenze sono sempre più profonde, non a livello ideologico ma a livello di potere. Si tratta di due schieramenti molto forti, e le città si rendono conto che non possono sopravvivere autonomamente senza schierarsi, e si vedono costrette a scegliere una delle due parti. Questa è una delle ragioni per cui le città cominciano a rinunciare alle proprie autonomie e cercano appoggi in uno dei due schieramenti. La scelta è dettata dall'opportunità del caso, volta per volta.
Principi, Signori, città e famiglie schierate con la Chiesa prendono il nome di Guelfi e l'altra parte è quella dei Ghibellini. Questa divisione si riscontra anche all'interno delle città tra famiglie importanti. La scelta di parte, che per i Signori è dettata dal'opportunità di alleanze del momento, con a volte improvvisi cambiamenti di fronte, nel caso delle famiglie cittadine finisce per essere piuttosto casuale, nel senso che si è dei Guelfi se l'avversario appoggia i Ghibellini. La lotta è sempre accanita nel tentativo di prendere il controllo della città. Spesso succede che la parte perdente esca dalla città o ve ne sia cacciata, e si ritiri nei possedimenti di campagna, disposta a tutto pur di rientrare nella città, riprendervi il controllo e vendicarsi. Le case degli avversari battuti sono spesso distrutte.
È chiaro che questa situazione è destabilizzante e favorisce le mire dei Signori sulle città, disposti a fornire aiuto al gruppo di famiglie in cambio di sottomissione al loro potere in caso di vittoria. Sarà questa una delle cause che porterà al tramonto dei comuni e all'affermarsi delle Signorie su tutto il territorio. La parte guelfa ha come riferimento, in Piemonte, gli Angioini, mentre la parte ghibellina fa capo, di solito, ai Savoia, sostenitori dell'Impero di cui sono Vicari.

I Savoia e gli Acaja

In questo periodo sorgono complessi problemi di successione in Casa Savoia. Tommaso III muore nel 1282 i domini del Piemonte vanno al figlio Filippo, mentre il titolo comitale, secondo le complicate regole della successione, spetta ad uno zio, che però subito dopo muore anche lui. Sono in gara per il titolo tre pretendenti, rispettivamente figlio e fratelli di Tommaso III. Anche per evitare una guerra civile, lo stato viene suddiviso in tre parti, ciascuna affidata ad uno dei pretendenti. Il 24 maggio 1286 viene convocata una assemblea a Giaveno ove sono convocati castellani, Signori e rappresentanti dei comuni. Viene comunicata la decisioni presa dai Savoia. A volte si indica questa assemblea come un primo parlamento, ma in realtà i convocati non hanno nulla da decidere, ma solo ascoltare e riferire. La convocazione è stata fatta a titolo prudenziale, per evitare (togliere pretesti a) malintesi e lotte interne.
Casa Savoia si suddivide così in tre rami, di cui uno rimane signore della Savoia francese, un secondo è quello di Vaud (località svizzera) ed il terzo ottiene i territori piemontesi, ad eccezione di Susa e di Aosta, che sono sulle strade dei valichi, e che restano associati ai territori savoiardi. I territori piemontesi sono concessi come feudo dal titolare dei territori sabaudi. Titolare dei territori piemontesi è Filippo di Savoia. Il suo stato è molto piccolo e comprende, in pratica, Torino, Pinerolo, Cumiana e le basse valli di Susa e Chisone. Lo stato rimane sotto la tutela di Amedeo, fratello di Tommaso III, poiché il figlio Filippo è minorenne. Filippo raggiunge la maggiore età nel 1294 e nel 1295 è a Torino. Considerato poi che Torino sembra non molto sicura, porta la sua residenza a Pinerolo. Durante il suo governo lo stato migliora un poco le sue condizioni, sebbene ci sia qualche attrito con il Conte di Savoia.
Nel 1301 Filippo sposa Isabella di Villehardouin che è, a sua volta, titolare di una signoria su Morea e Acaja (terre greche). Filippo tenta di entrare in possesso di queste terre, ma non ottiene che la signoria diventi reale. Egli si dichiara comunque "Principe di Acaja". Il ramo Savoia in Piemonte si chiamerà dei principi di Acaja (a partire dall'anno 1304 fino all'estinzione della famiglia).
Filippo, approfittando delle lotte interne tra le famiglie astigiane dei Solaro e dei De Castello, (che vedremo sotto) riesce ad avere nel suo "raggio di azione" anche il comune di Asti, con cui ha, in genere, buoni rapporti e che lo nomina "Capitano del popolo". Deve poi abbandonare Asti, ma estende la sua signoria su Ivrea, Fossano, Savigliano e Bra. La divisione nei tre rami della famiglia Savoia non è tanto un indebolimento, quanto piuttosto una "razionalizzazione" dello stato, nel quale comunque la Savoia mantiene un ruolo egemone (il Piemonte è feudo concesso dal Conte di Savoia).

La vita nei comuni piemontesi

La vita comunale porta rinnovamento nei rapporti fra persone, e "voglia di vita". Si afferma ovunque la lingua volgare, usata anche per statuti ed atti ufficiali, volgare che (come dice lo stesso Dante nel "De vulgari eloquentia") non ha nulla a che fare con l'italiano. Nasce un certo fermento culturale, connesso con i poeti provenzali e piemontesi in lingua d'oc. In particolare i Marchesi di Monferrato proteggo questi "trovatori" e ne ospitano sempre a corte, ma anche i Marchesi di Saluzzo ed i Principi di Acaja non si fanno mancare a corte qualche poeta provenzale.
Nei comuni la scuola inizia a non essere esclusivamente lasciata ai religiosi. Alcuni comuni, come quello di Fossano, hanno nel loro statuto indicato il diritto di chiunque ad insegnare. Nel periodo si cerca di avviare anche alcune sedi di Università, ma senza grande successo.
I Piemontesi, a quanto pare, non si fanno scappare occasione per fare festa (a Torino la festa di San Giovanni, con tanto di falò tradizionale, risale, secondo noitizie certe, almeno al 1325, ma sicuramente è più antica) si corre il palio in varie città (e ad Asti resta celebre e si tiene ancora oggi), si gioca a vari "sport" fra cui pallamano, bocce e birilli, si fanno corse di buoi, corse a cavallo e varie altre. Molte feste, per i loro contenuti o le loro satire, vengono censurate dal clero, ma si tengono ugualmente. Nascono confraternite provocatorie e ridanciane. Si gioca a tarocchi e a dadi, ed il gioco d'azzardo è molto diffuso, Questo provoca vari divieti che tendono a mettere freno al dilagare di questo vizio ma che non risolvono il problema.
Non sembra che la moralità pubblica sia molto in auge. Ripetuti sono gli interventi del Vescovo che richiama gli ecclesiastici ad uno stile di vita più "confacente". In compenso sorgono numerose "confraternite" (queste sono serie) a tenere vivo lo spirito religioso. La superstizione è diffusa, e si crede nelle "masche" (le streghe piemontesi). Vi è qualche processo in qesto senso, dove le condanne sono di solito concretate in pagamento di multe. In questo periodo la giustizia in generale tende il più possibile a condannare i colpevoli al pagamento di multe per buona parte dei reati. In effetti i comuni hanno sempre bisogno di soldi.
Una cosa che non viene molto perseguita a quei tempi è l'igiene. L'uso (e spesso la possibilità) di lavarsi è limitato a pochi benestanti. I regolamenti comunali, comunque pongono regole severe per mantenere un livello igienico accettabile dell'ambiemte, e sono particolarmente severe per la tutela dell'acqua potabile.
Gli statuti comunali poi, prevedono una serie di tasse su beni mobili ed immobili, dazi su transito di merci, e così via, per avere la fonte di copertura delle spese. All'interno dei vari comuni, differenti da comune a comune, vi sono distinzioni in gruppi e classi sociali, non tutti aventi gli stessi diritti. Non è facile salire i gradini della scala sociale, e questo dimostra come non si possa parlare di "democrazia " nel senso inteso oggi.
Una caratteristica dei comuni, in particolare i maggiori, è la suddivisione delle famiglie influenti in Guelfi e Ghibellini, come abbiamo già accennato, non per convinzioni politiche ma per antiche rivalità tra famiglie, per appoggi illustri, e così via. Questa suddivisione porta a lotte senza quartiere ed influisce su guerre ed alleanze. Ad Asti la lotta è tra Solaro, banchieri e mercanti, il cui gruppo di famiglie comprende anche i Malabayla, i Falletti etc. e il gruppo De Castello, con gli Alfieri, i Cacherano, gli Isanardi etc.
Ad Alessandria si fronteggiano i guelfi Dal Pozzo, Guasco etc. ed i ghibellini Lanzavecchia, Mercali, etc. Ad Acqui si trovano i Blessi contro i Belligeri. Questo si ripete più o meno in tutti i comuni. La fazione "perdente" a volte si ritira nei suoi castelli a volte è espulsa dalla città, e cerca alleanze per riprendersi il potere. Queste alleanze sono cercate fra i signori più potenti, e questo mina ulteriormente la capacità dei comuni a mantenersi autonomi. Così infatti i comuni finiscono per entrare nell'orbita di qualche signore più potente. Ma questo lo abbiamo già detto. Il popolo comune rimane estraneo a queste lotte, e piuttosto compatto, con forse una piccola propensione a stare con i Guelfi.

Carlo II d'Angiò - il secolo XIV

Con le lotte interne alla città di Asti tra le famiglie De Castello e Solaro, ed i contemporanei problemi di successione nel Marchesato di Monferrato (come vedremo) , dove anche il Marchesato di Saluzzo si impegola in una inutile guerra, Carlo II d'Angiò vede l'opportunità di rientrare in Piemonte. Ancora, in Piemonte, vi è una situazione di rivalità interne che lo favorisce.
Nella città di Asti all'inizio del XIV secolo i Solaro, guelfi, hanno la supremazia e stanno cacciando i De Castello dalla città, ma nel 1303 i De Castello chiedono aiuto ai Marchesi di Monferrato e Saluzzo per riprendere il potere in Asti, e così cacciano i Solaro. Questi si rifugiano ad Alba, dove si impadroniscono della città, si rivolgono e si sottomettono a Carlo II d'Angiò e riprendono il potere ad Asti. Per garantirsi il potere poi cercano l'appoggio di Filippo d'Acaja
In questo clima Carlo II d'Angiò, che ora è Conte di Provenza e Rè di Napoli, nuovamente ottiene facilmente la signoria su parecchie terre, prima delle quali è la città di Alba (1304 come abbiamo visto). La signoria degli Angiò non si basa su una forza militare, che in realtà in Piemonte è molto piccola, ma su un governo generalmente buono, che favorisce gli scambi commerciali di cui le città piemontesi hanno bisogno, come si è detto, ma soprattutto sulla mancanza di veri avversari, capaci di fermarla. Ora gli Angioini hanno alleati in Piemonte, ed occupano facilmente vaste zone del cuneese, nonché Cuneo stessa (1305). Carlo II d'Angiò fà qualcosa per migliorare le condizioni della popolazione e tenta persino di provvedere con generi alimentari fatti venire d'oltralpe, alla carestia del 1306, sempre nella politica del reciproco vantaggio.
Successivamente il figlio di Carlo II, Roberto d'Angiò, estende nuovamente la sua influenza su Asti. Filippo d'Acaja ha infatti dovuto lasciare le sue speranze sulla città, in quanto non sostenuto dalla gente. Nel 1310 anche Alessandria entra nell'area angioina grazie ai Guelfi della città che cercano appoggio contro i Ghibellini
Intanto, nel Marchesato di Monferrato, rimasto senza eredi Aleramici, un parlamento di Nobili e Rappresentanti dei Comuni si riunisce (1305) e decide di offrire il governo dello stato a Teodoro Paleologo, figlio dell'Imperatore di Costantinopoli Andronico Paleologo e di Jolanda, sorella dell'ultimo degli Aleramici.
Nella sempre complicata ed agitata storia del Piemonte, ora gli attori sono i Savoia, che intervengono in più situazioni, gli Acaja, che cercano spazio, gli Angiò, i Marchesi di Monferrato, i Marchesi di Saluzzo, i Visconti di Milano, un certo numero di comuni che a volte sono più o meno indipendenti ed a volte cercano la protezione di qualche signore, nonché una certa quantità di famiglie importanti, feudi di antica provenienza che non devono rispondere a signori locali, e piccoli signori, nessuno in grado di primeggiare, ma tutti con un certo peso. Ancora vi sono i beni delle diocesi e quelli delle abazie, ai quali spesso è riconosciuta una amministrazione indipendente. Con queste premesse intrighi e guerre sono garantiti per un buon periodo, nonostante l'intervento dell'Imperatore Enrico VII che mira a riportare ordine e pace.
In Piemonte vi sono Signori e Città ghibelline, che si appoggiano all'Imperatore, di cui Amedeo V di Savoia è rappresentante (vicario imperiale), i Signori e le Città guelfe si appoggiano agli Angioini. Il Principe d'Acaja, irrequieto ed irruento, si lancia in varie guerre, prima con Amedeo V occupa Ivrea, poi cerca accordi con i Visconti, cerca di occupare Savigliano, batte gli Angioini, ma si accorge che i Visconti stanno diventando pericolosi, allora cerca di accostarsi agli Angioini, e così via (questa è la politica del tempo), finche Filippo d'Acaja, a forza di cambi di bandiera, si trova isolato.
Filippo d'Acaja interviene in problemi di successione nel marchesato di Saluzzo, e si trova contro Roberto d'Angiò, senza aver potuto approfittare delle discordie dei pretendenti Marchesi di Saluzzo. Continuano guerre tra i soggetti citati prima, ma i principi di Acaja non riescono ad accrescere più di tanto la loro importanza e presenza nella regione. Filippo d'Acaja riesce a sventare una congiura contro di lui, ordita da famiglie dissidenti torinesi, appoggiate da Monferrato e Saluzzo.
Nell'anno 1343 si verifica una situazione problematica per Savoia ed Acaja. Il marchese di Saluzzo cede il suo marchesato in feudo al Delfino, in cambio di una cospicua cifra in denaro. Poco dopo il Delfino, alla morte prematura del figlio unico erede, cede all'erede al trono di Francia il Delfinato, diventandone feudatario. Il Delfino aveva rafforzato poco prima le sue posizioni nelle alte vallate alpine piemontesi, impossessandosi del territorio dei signori di Bardonecchia. Aimone di Savoia e Giacomo d' Acaja si trovano ora a dover fare i conti direttamente con la potente Francia.
Nello stesso anno muore Roberto d'Angiò e gli succede la figlia Giovanna. Gli Angiò, gli Acaja e varie città, nel 1345 si organizzano contro Tommaso II di Saluzzo, Giovanni II di Monferrato e Luchino Visconti. In ogni città vi sono, ovviamente, delle parti perdenti che parteggiano per l'avversario. Gli Angiò hanno dei primi successi. Ma in questo periodo Savoia ed Acaja si trovano spesso in conflitto fra di loro. I Savoia ottengono il controllo diretto di alcune terre piemontesi ed impediscono a Giacomo d'Acaja di combattere contro il Monferrato. Già nel 1346 gli Angioini sono sconfitti. Nella lotta permanente i capovolgimenti di fronte ed i cambi di bandiera sono frequenti. Gli Acaja perdono molto della loro importanza, gli Angioini sono nuovamente sopraffatti, i Visconti estendono le loro occupazioni, i Savoia, a partire da Amedeo VI detto il Conte Verde, riacquistano peso, in aperto contrasto ed a spese degli Acaja. In Europa si combatte la guerra dei cent'anni, che sarà seguita dalle guerre tra Francia e Spagna, guerre che coinvolgeranno ancora pesantemente le terre piemontesi.
I conti di Savoia hanno tentato di estendere la loro influenza verso la Francia e la Svizzera, ma hanno visto questa strada preclusa da signori più potenti, dunque riprendono a coltivare le loro mire sul Piemonte, dove gli Acaja sono un loro avamposto. Di fatto Amedeo VI ha spodestato gli Acaja che restano signori solo formalmente.
In Savoia il potere dei Conti è ben radicato, come lo è nella valle di Susa. Non così in valle d'Aosta, dove le autonomie locali sono molto vive. Nelle città vi sono opposizioni, ed alcune famiglie feudali sono antecedenti ai Savoia, e non sono legate a questi da particolari obblighi di vassallaggio. La politica del Conte Verde è un barcamenarsi tra Angiò, Visconti, Monferrato e Saluzzo, che porta ad aumentare la sua importanza. Nel 1382 riesce a riottenere Cuneo.
In questo periodo la città di Asti entra nell'orbita dei Visconti, che sono alleati del Marchese di Monferrato, nel 1377 ma subito dopo, nel 1387, passa sotto la signoria del Duca d'Orleans come dote di sua moglie Valentina Visconti. La città sarà poi effettivamente occupata da Carlo d'Orlens nel 1447.
I successi militari e politici dei Savoia sono in contrasto con la situazione sociale del Piemonte. A partire dal 1348 diventa ricorrente, in Piemonte, la peste, con quattro epidemie, la prima della quale elimina circa un terzo degli abitanti. Vi sono ricorrenti carestie ed il numero di mendicanti è sempre maggiore. La precedente crescita demografica delle campagne lascia ora molti braccianti senza terra e contadini con fondi troppo piccoli. La produzione agricola è male organizzata e si sviluppano colture destinate ai benestanti (vite, etc.) mentre sono insufficienti le produzioni di cereali. I borghesi cittadini che si sono arricchiti iniziano ad investire il loro denaro in acquisto di terre, e comincia a formarsi il latrifondo, che pur non giungendo alle dimensioni che questo fenomeno assume fuori del Piemonte, tende a peggiorare il tenore di vita dei contadini.
Tutti i centri urbani sono decisamente piccoli, Torino ha circa 4500 abitanti, Chieri è una delle maggiori città ed ha 6500 abitanti circa. La povertà è molto diffusa, e se la vita delle campagne molto dura, le città non offrono molto alla povera gente. I commerci ristagnano o si riducono. Le vie di comunicazione sono poche ed in cattivo stato. Complessivamente la situazione, vista dalla parte della gente, non è affatto buona.
Amedeo VII detto il Conte Rosso, nel 1388, riesce ad acquisire Nizza ed il suo circondario. Quindi si sottomettono ai Savoia, successivamente, i centri della valle che da Tenda scende a Cuneo. Questo sarà per i Savoia un importante acquisto. Ma nel 1386 nel Canavese scoppia una rivolta, con forti spinte sociali prodotte da miseria, fame, distruzioni provocate da bande di briganti e da guerre. La rivolta é (forse) fomentata dal Marchese di Monferrato, ovviamente avverso allo stato sabaudo. Si tratta della così detta rivolta dei Tuchini, unica rivolta contadina che si registra nel periodo, contro i soprusi dei signori locali. La rivolta si protrae per anni, e la mediazione del Conte si dimostra inutile. Amedeo VII riesce a venirne a capo solo nel 1391. Il Conte rosso governa, per espressa volontà del padre, a fianco della madre Bona. In effetti è uno scapestrato piuttosto irresponsabile, spreca enormi quantità di denaro al gioco d'azzardo. Quando è senza soldi vende gioielli, ricorre agli usurai e vende cariche e compiti.
Il Conte rosso muore nel 1391, probabilmente di tetano, ma a quei tempi la malattia non è descritta come tale, e c'é chi sospetta Bona d'aver fatto avvelenare il figlio. L'erede è minorenne e dunque la situazione promette lotte. La madre è Bona di Borbone e la vedova è Bona di Berry. I duchi di Borbone e di Berry hanno modo così di intervenire pesantemente negli affari dei Savoia, contro cui si trovano ora anche gli Acaja.
Nasce una confusa guerra, non dichiarata, condotta da bande che appaiono come agire di propria iniziativa, ma evidentemente al soldo dei Visconti, dei Marchesi di Monferrato e di Saluzzo. Le cose cambiano quando Amedeo VIII raggiunge la maggiore età.
In questo secolo la guerra, che pure ha accompagnato il Piemonte per tutto il Medioevo, diventa molto più distruttiva per le popolazioni, molto più "cattiva", e così resterà per lungo tempo. A parte un generale scadere di "regole cavallerische" più o meno leggendarie, i Signori sono ora in grado di condurre operazioni militari su scala maggiore e si servono di mercenari, spesso stranieri, che senza scrupolo alcuno devastano e saccheggiano le terre dove passano, senza curarsi di chi è il proprietario delle terre stesse, se amico o nemico. Le loro violenze, di ogni genere, sono senza freno, e spesso continuano anche a guerra finita, quando queste milizie rimangono come gruppi sbandati, anche consistenti, a vagare per il territorio arrivando fino ad occupare paesi e castelli. Non esiste infatti una forza superiore che possa imporre un rispetto delle leggi, ed ancora sempre qualora queste leggi ci siano. Mai più approppriata che per questo secolo l'invocazione del popolo nelle sue processioni : " a peste, fame et bello libera nos Domine".

Influenza sulla lingua

Abbiamo visto prima che una vecchia forma di piemontese è usata nel secolo XII per scrivere testi, essenzialmente di carattere religioso. Abbiamo anche visto che durante il periodo dei comuni il Piemontese è anche usato per regolamenti e statuti, ed altri documenti simili. Certo il Francese ed il Provenzale, nel periodo degli Angioini, hanno avuto modo di influenzare la lingua del Piemonte. Lo stesso succede nel' area di Saluzzo, quando il Marchesato diventa un feudo della Francia. In ogni caso questa influenza è quasi solo sul lessico piemontese, ed è marginale sulla sua struttura. Infatti possiamo notare qualche influenza sulla sintassi, ma la grammatica rimane in pratica originale, con particolarità che non sono presenti né in Francese né in Provenzale, e naturalmente, nemmeno in Italiano.
Un ulteriore influenza del Francese e del Provenzale si ha quando i Valdesi sono obbligati a lasciare la Francia e rifugiarsi nelle vallate alpine piemontesi. Ancora oggi, in Piemonte, le valli valdesi sono di madre lingua Francese. Infine non dobbiamo dimenticare l'origine d'Oltralpe della casa Savoia. Oltre al Piemontese (e al Provenzale sulle montagne), in questo periodo in Piemonte il Francese è più usato dell'Italiano. La cultura francese e quella provenzale hanno pesantemente influenzato la cultura piemontese, che però, in ogni caso, rimane originale.

Nasce la prima idea di Piemonte come stato sabaudo

La signoria del ramo Savoia passa ad Amedeo VIII, che è abile politico, che chiede ed ottiene dall'Imperatore l'investitura dei feudi, e la riconferma dei diritti, ed appoggiandosi all'Imperatore tenta di neutralizzare i vicini ostili. Attua una saggia politica di collaborazione con gli Acaja. Il nemico è sempre il marchese di Monferrato che si serve dei servizi di un Capitano di ventura abile e spregiudicato, Facino Cane. Nelle alterne vicende di questo periodo, nel 1410 il principe Ludovico d'Acaja conquista Pancalieri. L'impresa, di per sé, non è nulla di particolare, ma la citiamo perchè dà origine ad una canzone che ci è pervenuta come uno dei più antichi documenti scritti in lingua piemontese.
Nel 1416, il 10 luglio, la Savoia viene eletta a Ducato dall'Imperatore Sigismondo, ed il Conte Amedeo VIII diventa Duca di Savoia. Nel 1418 la dinastia degli Acaja si estingue per mancanza di eredi legittimi, ed Amedeo VIII di Savoia riacquista le relative terre. Il primogenito dei Duchi di Savoia, da quel momento, assume anche il titolo di Principe di Piemonte.
All'inizio di questo secolo, il Visconti, che si appoggia sulla banda dell'avventuriero noto come il conte di Carmagnola, rafforza la sua posizione in Piemonte. Ma nel 1424 il Carmagnola abbandona Milano, si rifugia in Piemonte e cerca di convincere il marchese di Saluzzo e poi Amedeo VIII a portare guerra a Filippo Maria Visconti. Il Duca Amedeo temporeggia, mentre si costituisce una Lega contro Milano. Amedeo VIII è con il piede in due scarpe: alleato della Lega ma prende accordi con Milano, ed alla fine ottiene Vercelli. Il Visconti è battuto dal conte di Carmagnola a Maclodio il 12 ottobre 1427 (episodio rievocato dal Manzoni nella tragedia "Il Conte di Carmagnola" - ricordiamo il "coro" La battaglia di Maclodio: "S'ode a destra uno squillo di tromba - a sinistra risponde uno squillo - d'ambo i lati calpesto rimbomba - da cavalli e da fanti il terren. - Quinci spunta nell'aria un vessilo - quindi un altro s'avanza spegato - ecco appare un drappello schierato - ecco un altro che incontro gli vien." -.....").
Il duca Amedeo VIII si rende conto, a questo punto, che sta iniziando a delinearsi un possibile Piemonte sabaudo, grazie al (sempre momentaneo) sostegno imperiale, nonostante la presenza dei marchesati di Saluzzo e Monferrato, la presenza dei Visconti a Vercelli, Novara, Alessandria, e Tortona, nonché Asti, che è sotto l'influenza di Carlo, figlio di Luigi d'Orleans, occupata poi da Filippo Maria Visconti. Lo stato si è dotato di strumenti istituzionali ed amministrativi importanti. L'obiettivo è comunque ancora lontano, ed il Ducato rischierà ancora di scomparire.
Con una politica di inganni e ricatti nei confronti del marchese di Monferrato, il Ducato di Savoia si allarga ancora nel 1435. Lo stato si è modernizzato ed i suoi centri sono Chambery e Torino. Lo Stato si dota di una serie di Statuti che regolano le principali materie. Viene definita una struttura di Magistratura e varie norme di procedura, nonché alcune norme atte ad evitare conflitto di interessi (gia a quei tempi c'era il problema !!!...). Verso la fine del secolo XV viene introdotta la coltura del riso nel vercellese, ma sono pochi i miglioramenti che vi sono stati nell'agricoltura in generale. Le attività industriali sono ancora più arretrate. È invece migliorato l'aspetto delle città. Fin dall'inizio del secolo Torino ha la sua Università, realizzata da Ludovico d'Acaja che ha chiesto tanto al papa di Avignone quanto all'Imperatore ed al Papa legittimo l'autorizzazione. L'Università sarà poi trasferita a Savigliano e quindi riportata a Torino. A Torino sono anche sistemati i luogotenenti del Duca ed il Consiglio cismontano, che opera come organo di governo e tribunale d'appello per tutti i domini sabaudi in Piemonte e che è ben più consistente dell'analogo di Chambery. Da questo momento Torino diventa la principale città sabauda in Piemonte. In questo secolo, sul finire, nascono specifiche caratteristiche piemontesi in architettura e nelle arti figurative, con artisti di rilievo (Martino Spanzotti, Defendente Ferrari, Gaudenzio Ferrari, etc.). Un po' alla volta l'asse dello stato si sposta dalla Savoia al Piemonte.

La seconda metà del secolo XV

A partire dal 1427, anno in cui I Visconti cedono Vercelli ai Savoia, sono proprio i Savoia ad avere la supremazia sulla regione, i Visconti di Milano (e poi gli Sforza) hanno una presenza importante, mentre il Marchesato di Monferrato e quello di Saluzzo sono ridotti a poca cosa. I Savoia (Carlo I) riescono anche nel 1487 ad occupare Saluzzo togliendolo al Marchese Ludovico II, ma devono subito dopo restituire il maltolto grazie all'appoggio francese al Marchese.
Dopo Amedeo VIII, sotto Ludovico di Savoia, lo stato perde buona parte del prestigio acquistato, mantenendo comunque il territorio. Il Duca preferisce lasciare che del poter si occupi la moglie Anna di Lusignano, che favorisce tutta una serie di suoi protetti, creando scontenti interni e perdita di prestigio all'estero. A Milano gli Sforza sostituiscono i Visconti. Il Duca Ludovico di Savoia si è intromesso nella questione cercando di ottenere terre dei Visconti, ma chiude la questione in perdita, ed a fronte di poche terre ottenute nel Novarese, si trova gli Sforza ad Alessandria. Le terre acquisite nel novarese sono subito perse. Anche il Monferrato esce sconfitto dalla questione.
In questo periodo i Savoia si imparentano con i Re di Francia. Luigi d'Orleans, che diventerà Luigi XI, sposa Carlotta, figlia del Duca Ludovico di Savia, mentre Amedeo, figlio di Ludovico e principe di Piemonte, sposa Jolanda, sorella del futuro Luigi XI. Il nuovo Re di Francia, Luigi XI, comincia ad ingerirsi nelle questioni piemontesi, mira a ridurre il Piemonte ad una sua base di operazioni militari. Il quartogenito di Ludovico, Filippo di Bresse, reagisce all'interferenza francese nel Ducato ed entra in una sorta di congiura, probabilmente senza rendersene conto, ordita dagli Sforza. Filippo, con un colpo di mano, elimina influenti personaggi filofrancesi fra cui il cancelliere sabaudo. I piani francesi in Piemonte falliscono, ma Luigi XI riesce ad isolare Filippo, ad arrestarlo ed imprigionarlo per circa due anni (1464).
Il successore Amedeo IX di Savoia è negato per il potere, ed è malato. La moglie, Duchessa Jolanda, è abile ed affianca il marito nel governo. lo sostituirà assumendo la reggenza nel 1469. Le vicende della politica di Jolanda sono varie e sfortunate, tenta di sottrarre lo stato dall'influenza francese ma senza troppo successo. L'influenza francese è pesante, forti sono i contrasti tra Piemontesi e Savoiardi. I Piemontesi pensano che lo stato sia troppo condizionato dai Savoiardi e questi non sono contenti di combattere per uno stato che vuole espandersi verso la Lombardia.
Filippo di Bresse diventa filofrancese, ed accusa Jolanda di cercare alleanza con Venezia, convinto da Luigi XI si prepara a marciare contro i Savoia, ma riceve da questi allettanti offerte e cambia bandiera. Sempre sotto la regia di Luigi XI gli Sforza ed i Marchesi di Monferrato e Saluzzo muovono contro i Savoia. Situazione confusa che nel 1467 porta alla pace con nulla di fatto da ambedue le parti.
Il primogenito del Duca, Carlo muore a quindici anni ed i due fratelli Filiberto e Carlo sono ancora bambini. Segue un periodo molto confuso nel quale Jolanda tenta di mantenere lo stato fra gli Sforza, il Rè di Francia, il Duca di Borgogna. Filippo di Bresse tenta di portare Jolanda dalla parte francese, ma Jolanda non cede. Gli Svizzeri entrano in guerra contro la Borgogna e la Savoia, con alterne vicende le terre presso il lago di Ginevra verranno poi perse. Il Duca di Borgogna, temendo capovolgimenti di alleanze, fa catturare Jolanda. La cosa è secondo i piani di Luigi XI che ora riesce a prendere la tutela del principe Filiberto e Filippo di Bresse diventa luogotenente nel Ducato di Savoia. Jolanda sarà liberata nel 1476 e morirà nel 1479.
Anche quando Filiberto diventa maggiorenne non è in grado di governare lo stato, che rimane in mano ad ufficiali francesi, fino a quando Filippo di Bresse ne diventa, in pratica il Signore. Viene nominato Governatore della Savoia, e suo fratello, Vescovo di Ginevra, diventa governatore del Piemonte. Ma subito dopo Filiberto muore e la successione nel Ducato passa al fratello Carlo I. Siamo nel 1484.
Il secolo si chiude con la guerra tra i Savoia ed il marchesato di Saluzzo, già citata, nonché con le manovre dei Savoia per espandersi in Monferrato. Carlo I muore giovanissimo, ma è riuscito ad ottenere titolo e diritti sul regno di Gerusalemme e Cipro, avuto in dono dalla zia, regina Carlotta, vedova di Ludovico di Savoia, morta senza eredi. Il titolo, senza conseguenze pratiche, sarà vantato dai Savoia fino ai giorni nostri. L'erede ha solo otto mesi, la reggenza spetta alla madre Bianca, già di Monferrato ora di Savoia. La situazione si fà difficile, e nel 1490 Bianca deve cedere i territori del saluzzese, conquistati da Carlo I, a Ludovico II (di Saluizzo), che è aiutato da Francesi e Milanesi (Ludovico il Moro). Carlo VIII re di Francia intende scendere in Italia e riprendersi il regno di Sicilia, come eredità degli Angiò. I Francesi sono in Piemonte, che rimane neutrale (Savoia e Monferrato, in quanto Saluzzo appoggia i Francesi), e combattono contro una lega antifrancese nella quale sono Venezia e Milano, oltre ad altri. Il Piemonte savoiardo deve fornire risorse ai Francesi. Intanto muore l'erede dei Savoia ed il ducato passa a Filippo di Bresse, ultimo erede di Ludovico di Savoia, spregiudicato ed intrigante da giovane, come abbiamo visto, ora più responsabile. La reggente Bianca si ritira dalla scena. Alla morte di Filippo di Bresse diventa Duca Filiberto II. Prima costretto ad assecondare la politica francese, inizia a staccarsi dalla Francia e ad avvicinarsi all'Austria, con il suo matrimonio. Filiberto II morirà senza eredi nel 1504.
Il secolo XV, in Piemonte come nel resto d'Europa, è caratterizzato da una frequentissima ricorrenza della peste. Nel secolo la peste compare a Torino 17 volte, ma viene segnalata quà e là nel Piemonte almeno una cinquantina di volte. Man mano, però, diventa meno virulenta anche perchè aumentano le persone immunizzate naturalmente (non esiste altro tipo di immunizzazione in quel tempo). La popolazione, che era diminuita fino a metà del secolo, (nei primi anni del '400 Torino aveva, forse, 3000 abitanti) riprende a salire di numero. Nelle campagne, comunque, sono scomparsi i borghi minori, e gli abitanti si sono concentrati nei paesi. In tutto il Piemonte si riduce la superfice coltivata a grano e crescono i prati per il foraggio. Diventa rischiosa, infatti, la transumanza del bestiame dalle pianure alle montagne in estate, e dunque aumenta l'esigenza di foraggio in pianura. Nasce l'industria della seta, che permette una integrazione del reddito dei contadini tramite l'allevamento dei bachi. L'industria della lana e quella del fustagno sono già bene avviate.
In questo periodo le autonomie comunali sono ormai scomparse ed i Principi hanno consolidato a sufficenza il loro potere, da poter intervenire come arbitri nelle contese tra comunità rurali e nobiltà locale, quando questa alza troppo le sue pretese, e questo in ogni area dei loro domini. Lo Stato ha un apparato giudiziario ben attrezzato, ed è anche interesse del Principe il ridimensionare il potere dei nobili rurali ed apparire come protettore del popolo. D'altro canto ora le comunità sono in grado di procurarsi degli esperti di diritto ed affrontare anche lunghi e costosi processi. La litigiosità in questo campo è molta e molto diffusa. Si hanno casi, in particolare nel Piemonte orientale, di comunità che hanno la possibilità di scavalcare il feudatario trattando direttamente con il Duca circa i loro obblighi fiscali.

Una nuova nobiltà - I tre stati

Abbiamo già visto che nei comuni le famiglie più importanti si costruivano castelli e si comperavano terreni e Signorie dai Signori rurali. Ora nelle città vi sono famiglie di banchieri che hanno accumulato notevoli ricchezze e dispongono di grande liquidità. D'altro canto i Signori, compresi i Savoia ed i Marchesi di Saluzzo e Monferrato, hanno sempre bisogno di soldi, in qualche caso con urgenza, per finanziare le loro imprese o stipulare i loro contratti. Il finanziare i Signori diventa un grande affare, ma non sempre questi sono in grado di restituire denaro liquido, e ripianano i debiti con concessione di titoli e diritti, che da una parte consentono al banchere di entrare a far parte della nobiltà, e dall'altra possono rendere anche molto denaro. Fra le Signorie acquistate dai banchieri in questo periodo vi è, per esempio, quella dei Cacherano, una famiglia originaria di Asti, che diventano signori di Bricherasio. Troveremo un Conte Cacherano di Bricherasio alla battaglia dell'Assietta nel 1747. Alcune di queste signorie acquisite dunque sono durature, mentre altre, invece si dissolvono presto travolte dagli eventi.
In compenso, le famiglie importanti dei Comuni cittadini che avevano acquisito possedimenti e castelli dai Signori rurali non legati ai Signori principali e gli stessi nobili rurali ancora indipendenti, sono costretti a sottomettersi a una delle Signorie (essenzialmente Savoia o Monferrato) che sempre di più tendono ad occupare tutto il territorio, eliminando il più possibile le zone su cui non hanno potere.
Questo affermarsi del potere"centrale" è ben visto dal popolo, che è sempre in urto con il signore locale per le sue pretese, e ha la possibilità, quando queste sono esagerate, di appellarsi al Principe. Da parte sua il Principe ha interesse a far valere la "giustizia" ed affermarsi quale sovrano del territorio e di tutti, acquistando così prestigio.
Intanto, già a partire dal '300, in Piemonte si assiste ad un fenomeno che non è presente in altre parti d'Italia. Per alcune questioni che riguardano l'andamento dello stato, il Principe (ci riferiamo a Savoia, Monferrato, Saluzzo) convoca rappresentanti dei Vassali e delle varie comunità per informare o per discutere di qualche questione. L'assemblea viene chiamata "dei tre stati", in quanto si riferisce ai nobili, ai borghesi ed al clero, quantunque il clero esprima una partecipazione molto marginale.
Nei territori sabaudi queste assemblee trattano, di solito, di finanziamenti allo stato. Il Principe (e poi il Duca), attraverso un suo rappresentante, deve spiegare il perché lo stato ha bisogno di soldi (il Duca, infatti, è tenuto a mantenersi del suo e non può chiedere soldi per lui), deve convincere innanzitutto (magari anche con il ricorso a qualche regalo) i rappresentanti ad accettare e quindi si discute per stabilire come l'onere, che viene chiamato "sussidio" deve essere suddiviso. La convocazione dell'assemblea è piuttosto frequente.

Documenti del periodo in lingua piemontese

Si diffonde, in questo periodo la lauda piemontese, componimento sacro in poesia, di ispirazione francescana, che nel tempo si modifica fino ad arrivare ad essere prettamente piemontese, ci sono giunte alcune di queste laude. Si diffondono sacre rappresentazioni e processioni figurate, nelle quali si fà largo o esclusivo uso della lingua piemontese. Come vedremo anche nell'apposita sezione, è particolare l'impostazione del "Gelindo" ove i personaggi nobili usano l'italiano, mentre i personaggi non nobili usano il piemontese. Tra i documenti non "letterari", ci è stata tramandata la "sentenza di Rivalta", che è una sentenza in materia di promesse di matrimonio emessa dal vicario del monastero di Rivalta e scritta in schietto piemontese e che è datata 1446. Sul finire del secolo appaiono le opere letterarie dell'astigiano Gian Giorgio Allione. Costui scrive in francese, in latino maccheronico ed in piemontese.

Il primo '500, mezzo secolo difficile

Nel 1497 il Duca d'Orleans, signore di Asti, è diventato Luigi XII Rè di Francia. Filiberto II di Savoia era stato costretto ad una alleanza con la Francia, che ora occupa Milano (1499). Filiberto non ha ottenuto nulla, se non le devastazioni portate dall'esercito francese di passaggio. Come abbiamo accennato, Filiberto tenta di svincolarsi dalla Francia con il suo matrimonio con Margherita d'Austria, ma muore, come già detto, nel 1504 senza eredi. Nel Ducato di Savoia succede a Filiberto II il fratello Carlo II, che tutto vorrebbe fare meno che il Duca.
I Francesi, nella loro guerra d'Italia, continuano ad attraversare e devastare il Piemonte, mentre Carlo II non può intervenire. Non ottiene vantaggi neppure con la successiva pace a Noyon e Cambrai, dove le grandi potenze si accordano per dominare l'Europa, sacrificando la Savoia.
La situazione adesso è quella della guerra tra Francia e Spagna, Carlo I di Spagna diventa l'Imperatore Carlo V alla morte dell'Imperatore Massimiliano nel 1519. Carlo V reclama per l'Impero la Borgogna ed il Ducato di Milano. Un potentissimo Impero e la Francia vengono a farsi guerra in Piemonte spesso e volentieri. Il Piemonte infatti, grazie alla sua posizione, è strategico per ambedue le potenze in gioco. Il Duca Carlo II tenta di rimanere a galla, ma il Ducato di Savoia è ora quasi un incomodo per tutti.
Francesi e Spagnoli tentano di accaparrarsi le piazzeforti del Piemonte. Il Duca Carlo II si trova in situazione imbarazzante quando, ottenuto per il fratello Filippo il Marchesato di Saluzzo, che l'Imperatore dichiara confiscato, Filippo passa improvvisamente alla Francia e la cosa sfuma. Nel 1528 Filippo sposa Carlotta d'Orleans e viene investito Duca di Nemours.
Il vincitore è Carlo V, e dalla politica di compromesso che ha portato avanti, Carlo II spera di ottenere qualche vantaggio, ma ottiene solo promesse.La moglie Beatrice riesce comunque ad ottenere da Carlo V le città di Asti e Ceva, che diventano sabaude.
In quel periodo (anno 1533) nel marchesato di Monferrato la dinastia dei Paleologhi si estingue. Spetta all'Imperatore Carlo V decide sul Marchesato, e Carlo II di Savoia si trova fuori gioco, sicuramente senza capacità diplomatiche, finisce per trovarsi troppo isolato. Anche le pretese del Marchese di Saluzzo vanno a vuoto ed il Marchesato di Monferrato viene assegnato al Duca di Mantova per lodo imperiale. In Monferrato il Duca di Mantova è considerato uno straniero.
La situazione sociale ed economica è tragica in tutto il Piemonte. Il Duca di Savoia cerca inutilmente di migliorare la situazione, in quanto mancano risorse e le guerre sono continue. Il Marchesato di Monferrato si trova adesso ad essere soltanto sfruttato dai Gonzaga di Mantova, e le cose non vanno meglio neppure per il Marchesato di Saluzzo. Anche per questo Marchesato vi sono lotte di successione, di cui si fà arbitro il Re di Francia, al quale Saluzzo è sempre stato legato. A tutti questi problemi si aggiunge il fatto che in questo periodo ritorna la peste, già apparsa a Torino nel 1493, ma ora più virulenta. Il Piemonte è anche percorso da bande di sbandati che si dichiarano a volte con i Francesi, a volte con gli Spagnoli, ma sempe compiono saccheggi e violenze. Sono bene organizzati e godono di sicure protezioni.
I Francesi scendono di nuovo ad occupare il Piemonte nel 1536, Torino è in mano ai Francesi e Carlo II di Savoia si ritira a Vercelli . Negli anni successivi si sposta da un luogo all'altro tra Vercelli, Milano e Nizza, in attesa di poter tornare in possesso delle sue terre, che sono ridotte ora a poca cosa ed il Piemonte diventa, in pratica, francese.
In questo periodo si ha anche un avvicinamento dei Valdesi alla riforma di Lutero e Calvino. I Valdesi iniziano a ricevere appoggi dagli stati di religione protestante (in particolare da Inghilterra e Svizzera). Alle guerre viste si sommano guerre e persecuzioni religiose, come vedremo più in dettaglio. Intanto alla prima reazione di Carlo II contro i Valdesi segue un periodo più tranquillo, in quanto alcuni comandanti francesi che hanno invaso il Piemonte sono protestanti, ed uno di questi è in pratica il governatore delle valli valdesi.
Buona parte del Piemonte verrà considerato praticamente francese per 27 anni. Pare comunque che in questo periodo, nonostante le distruzioni della guerra, l'economia piemontese sia abbastanza florida. Nel 1548 anche la dinastia dei Marchesi di Saluzzo si estingue, dopo lotte interne non indifferenti fra i membri della famiglia marchionale. Il Marchesato, che era già diventato feudo francese, viene direttamente annesso alla Francia. La Francia comunque non occupa l'intera regione, in quanto la parte di Piemonte a sud è nella sfera degli imperiali.
Tutto si accanisce contro il Piemonte in questo mezzo secolo. Vi sono carestìe ed inondazioni a cui si aggiungono, nel 1536 e nel 1543, due invasioni di cavallette che riescono a distruggere tutti i già magri raccolti. Manca poco che in questo periodo il Piemonte venga semplicemente eliminato e spartito "sottobanco" tra i Francesi e gli Spagnoli che dominano a Milano.
Il figlio di Carlo II e suo successore designato, Emanuele Filiberto, passa al sevizio degli imperiali, e con questi combatte e si distingue (1552 in Piemonte, e successivamente nelle Fiandre nel 1557 dove, come governatore delle Fiandre per conto di Filippo II, batte l'esercito francese in una battaglia risolutiva).

Il secondo '500, Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I

Al termine della guerra franco-spagnola (trattato di Cateau-Cambrésis nel 1559) Emanuele Filiberto di Savoia rientra in possesso delle terre sabaude, ma non tutte. Alcune città, fra cui Torino e Pinerolo, restano come piazzeforti Francesi, mentre Asti e Vercelli restano agli Spagnoli, Alessandria rimane sotto Milano.
Per il Duca Emanuele Filiberto tramonta ogni possibilità di espandere lo stato oltralpe, e dunque rimane soltanto la possibilità di rafforzarsi in Italia, ma solo dopo aver riacquistato un po' di peso politico: lo Stato infatti è ora molto vulnerabile, ed il Duca si rende conto che potrebbe essere eliminato nei giro di una giornata. Emanuele Filiberto lavora molto a riorganizzare e modernizzare lo Stato. Dopo anni di guerre e di sbando, è necessario far rinascere un senso morale ed un senso dello stato. A questo Emanuele Filiberto lavora con decisione ed autoritarismo. Il suo assolutismo accentra molto il potere a scapito dei benefici feudali precedenti, e questo, per la gente comune, finisce per essere un vantaggio. Tratta lo sgombero del Piemonte da parte dei Francesi e riacquista Torino nel 1562. Torino viene scelta come capitale dello stato, in vista di una futura espansione al di quà delle Alpi (e poi perché Chambery è troppo esposta ai Francesi). Prima di tutto Emanuele Filiberto, che verrà detto "Testa di ferro" (testa 'd fer), si occupa della ricostituzione dell'esercito, convinto che lo stato deve poter contare su sue forze significative per sopravvivere e rinforzarsi. Nei piani del Duca l'esercito non deve più essere mercenario, ma una forza nazionale basata su soldati che fanno servizio per la loro terra. Viene così potenziata e ristrutturata la milizia paesana, di cui sono fatti responsabili i nobili locali. Ai nobili viene fatta l'offerta, in pratica irrinunciabile, di servire come ufficiali, unica strada che permetta successivi miglioramenti di posizione. L'organizzazione prevista dal Duca, infatti, tende a portare i nobili al servizio dello stato, togliendo loro il più possibile il potere privato. Molto viene investito nella disciplina e nella convinzione dell'esercito, mettendo le basi di quello che diventerà il mito dell'esercito piemontese, sempre piccolo ma estremamente valido e determinato. Lo stile militaresco viene esportato alla vita civile.
La seconda metà del secolo XVI vede Spagnoli, il duca di Mantova e Francesi, occupare larga parte del Piemonte, con scontri armati in Monferrato e nel Marchesato di Saluzzo, ora controllato dalla Francia. Nel Monferrato il Duca di Mantova tenta di eliminare le istituzioni comunali di Casale, il comune reagisce ed il Duca di Mantova passa ad una feroce repressione. Molte terre monferrine sono cedute dal Duca come feudi. Emanuele Filiberto, nel tentativo di ottenere qualche vantaggio, si propone come protettore della città di Casale. Nel Monferrato il Duca di Savoia ottiene appoggio e simpatie. La sua politica è altrettanto assolutistica, ma se non altro non viene considerato straniero come il Duca di Mantova. Inoltre le consuetudini di governo dei Savoia non ammettono certe brutalità messe in atto dal Duca di Mantova.
La città di Casale è costretta a piegarsi al Duca di Mantova, e perde così le sue libertà comunali, siamo nel 1568, senza che i Savoia possano intervenire. Molti Monferrini emigrano nel Ducato di Savoia e nel Marchesato di Saluzzo. Nel saluzzese lotte interne per il controllo del marchesato si intrecciano con lotte di religione. Estinta la casata dei Marchesi di Saluzzo, lo stato è amministrato da ufficiali francesi, fra di loro in lotta. Anche in questo caso Emanuele Filiberto tenta di proporsi come mediatore ed ottenere dei vantaggi. La situazione però è che i grandi stati non hanno interesse a che il Ducato di Savoia si rafforzi. Nel 1571 la piccola marina piemontese, basata a Nizza, partecipa con onore alla battaglia di Lepanto. Nel 1575 comunque il Duca ottiene la restituzione delle piazzeforti francesi di Pinerolo, Perosa, Savigliano, e poi quelle spagnole di Asti e di Santhià. Questo grazie ad un intenso lavoro diplomatico Muore nel 1580. Non ha ottenuto grandi vantaggi territoriali, ma ha trasformato lo stato dall'interno, lasciandolo ben organizzato e più solido. Verrà ricordato con favore dai Piemontesi, che ora si sentono più "nazione".
Verso la fine del '500, oltre alla Savoia francese, il Ducato comprende il tutto il Piemonte ad eccezione delle zone a est (Novara, Tortona, Alessandria), del marchesato di Monferrato, ancora sotto i Gonzaga, e dell'ex marchesato di Saluzzo, ora territorio francese. Il Delfinato comprende ancora le alte valli di Susa e Chisone. Ancora caratterische di questo periodo sono le lotte contro i Valdesi, con esiti alterni, che portano ad un primo "trattato di tolleranza" che, per il momento, dà un certo riconoscimento ai Valdesi, che comunque restano confinati nelle loro valli. Ma anche in questo campo, presto le guerre riprendono, ed episodi di sangue da ambo le parti si verificano sulle montagne della val Chisone e valle Susa, come vedremo.
Ad Emanuele Filiberto succede il figlio Carlo Emanuele I. La politica da lui adottata sarà avventurosa e spregiudicata, che mirerà ad approfittare di ogni circostanza che dia l'opportunità di ottenere vantaggi per il Ducato. Dove non potrà arrivare con la diplomazia (e con l'inganno) proverà con la guerra. Dunque un susseguirsi di scontri ed accordi (non sempre palesi) con Francia e Spagna, cercando appoggi da Inghilterra e Venezia. Suoi obbiettivi sono i territori di Saluzzo ed il Monferrato, ma anche Genova ed i territori sul lago di Ginevra. È impegnato su ogni fronte militare e diplomatico, in quanto si rende conto che solo così può tenere testa alle grandi potenze e conservare l'indipendenza (o la sopravvivenza stessa) dello stato. Per quanto riguarda l'organizzazione dello stato segue la politica paterna, e con il suo potere assoluto si propone di ridurre privilegi e forza delle classi nobili, inquadrandole nella organizzazione amministrativa e militare dello stato, mentre favorisce la crescita delle classi borghesi e tenta di migliorare il livello delle classi popolari.
Le guerre richiedono soldi, ed in Piemonte spuntano tasse e gabelle, le guerre portano distruzione e morti ed il Piemonte paga anche quì il suo prezzo. Nonostante questo il Duca riesce a completare l'opera del padre nel legare a sè i sudditi che, almeno per il momento, si sentono fieri di essere Piemontesi ed appartenere al Ducato di Savoia, cosa che viene anche notata dai diplomatici forestieri nelle loro relazioni.
Anche Carlo Emanuele I lavora a migliorare le condizioni del Piemonte, pensa alla cultura, scrive lui stesso (anche in piemontese), espande Torino, ma essenzialmente tenta di rafforzare le difese dello stato. Le spese militari si fanno sempre più alte.
Le guerre di religione e le lotte interne al marchesato, danno pretesto al Duca di attaccare ed impadronirsi di Saluzzo nell'anno 1588. Un vero colpo di mano che suscita la riprovazione in tutta Europa e negli altri stati italiani, che non vedono per nulla bene un rafforzamento del Piemonte. Inevitabile lo scontro armato con la Francia. Alterne vicende militari e diplomatiche con Francia e Spagna (invero poco chiare), portano a concludere il trattato di Lione del 1601, con il quale il marchesato si Saluzzo diventa sabaudo, in cambio di alcune terre d'oltralpe ed una somma di denaro, con un bilancio finale che può dirsi favorevole al Ducato di Savoia.
Lo stato è comunque molto mal ridotto, non solo dalla guerra, ma anche dalla peste che si abbatte sul Piemonte nel 1598 e 1599, seguita da una gravissima carestia nel 1602. I problemi sono tanti, e Carlo Emanuele dà mano ad alcune riforme e provvedimenti in vari campi. Torino ha assunto il suo ruolo di capitale, si abbellisce e vi convergono artisti e letterati.

La Sindone a Torino

Si hanno notizie confuse sulla Sindone a partire dal VII secolo d. C. e si sà che nel Medio Evo esistevano varie "sindoni". Quella di Torino, per vari riscontri, è quella che offre la maggior probabilità di autenticità, sebbene con molti interrogativi. Nel 1204 compare per la prima volta alla vista dei crociati che entrano in Costantinopoli, ed è descritta da Roberto di Charny. Si dice quindi che sia stata portata in Francia e tenuta dai Templari. Soppresso l'ordine dei Templari, la Sindone sarebbe stata affidata alla famiglia Charny.
La prima data certa per la Sindone di Torino è il 1353, quando si trova a Lirey. Il Vescovo di Troyes ne proibisce l'ostensione nel 1389, per via delle superstizioni che, all'epoca, alimenta. Margherita di Charny affida la sindone ad Anna di Lusignano, moglie di Ludovico di Savoia forse nel 1453, mentre un documento del 1464 attesta che la Sindone è proprietà dei Savoia. Nel 1502 la Sindone è a Chambery, custodita nella Sainte Chapelle.
Antonio di Lalaing, signore di Montigny dice di essere stato testimone di un "Giudizio di Dio" sulla Sindone, che viene bollita in olio e liscivia per vedere se l'impronta scompare, cosa che sarebbe successa se si fosse trattato di una pittura. Nel 1532 viene parzialmente danneggiata da un incendio, e quindi viene restaurata dalle suore clarisse.
Viene portara a Milano, a Nizza, a Vercelli da Carlo II che teme possa venire sottratta. A Vercelli, alla morte di Carlo II, viene avventurosamente salvata dai saccheggi francesi, da un certo canonico Costa. Quindi torna a Chambery.
Nel 1578, avendo il Cardinale di Milano Borromeo espresso l'intenzione di visitare la Sindone, Emanuele Filiberto la fà portare a Torino, onde il cardinale non debba attraversare le Alpi. La Sindone non tornerà a Chambery. Dal 1694 viene posta nella cappella del Guarini, dove si trovava fino all'ultimo incendio dei giorni nostri, che ha rischiato di distruggerla. Tuttora si trova in locali del duomo tenuta in una teca in atmosfera artificiale, per evitarne l'ulteriore ossidazione.

Guerra di religione sulle Alpi

Dal 1532 i Valdesi hanno aderito alla Riforma di Lutero e Calvino, come abbiamo visto, e possono contare su un qualche appoggio internazionale. Nel Piemonte occupato dai Francesi (prima parte del secolo XVI) i Valdesi hanno qualche vantaggio iniziale a scapito dei Signori locali. Presto comunque riprendono le persecuzioni, in particolare nelle valli Chsone e alta valle Susa, che sono dominio del Delfinato. Molti Valdesi emigrano in Svizzera (a Ginevra si forma una larga colonia piemontese).
Nel 1557 sale al trono di Francia Francesco II, che organizza subito una spedizione anti Valdese. Molti dei Valdesi francesi si rifugiano nelle valli del pinerolese e nell'alta val Chisone. A questo punto i Valdesi decidono di attrezzarsi per difendere con le armi non solo la propria libertà di religione, ma anche la propria terra.
Salito al potere, Emanuele Filiberto si trova in una situazione problematica. Ha bisogno di pace interna per le sue riforme e dunque non intenderebbe fare guerra ai Valdesi, ma ad Augusta, nel 1555 è stato stabilito il principio che la popolazione deve seguire la religione del sovrano, e per di più i Valdesi sono appoggiati da Ginevra, città che la Riforma ha sottratto ai Savoia. Dopo qualche tentativo di risolvere la questione senza armi, nel 1560 inizia la guerra. Viene organizzata una spedizione anti Valdese, che non risolve nulla se non di favorire una alleanza tra i Valdesi piemontesi e quelli del Delfinato. La guerra si trascina senza successi per i ducali, di fronte ad un nemico sfuggente, in grado di colpire e scomparire.
Intanto però in Francia è ora reggente Caterina de Medici, che ha una politica di tolleranza nei confronti dei Riformati, ed anche Emanuele Filiberto pensa alla pace, che gli è necessaria per riformare lo stato. A Cavour, nel 1561, viene fatto un trattato di pace che, con molte limitazioni, è il primo atto di tolleranza religiosa europeo, un principio nuovo. Questo risolve momentaneamente il problema nel Ducato di Savoia, ma non nel Delfinato, che per quanto riguarda il Piemonte comprende le alte valli di Susa e Chisone. Qui la guerra continua per altri due anni, con violenze e distruzioni da ambedue le parti. nel 1563 Caterina de Medici emana un editto che concede la libertà religiosa ai Riformati.
Ma la guerra riprende nel 1569. Con un colpo di mano i Riformati attaccano ed occupano Exilles (all'epoca nel Delfinato), comandati dal capitano Nicola Colombin. I cattolici hanno come comandante La Casette, che prontamente riesce a riprendere la fortezza. Il Colombin afferma che una potenza straniera ha assicurato denaro in cambio della cessione della fortezza. È probabile che dietro il colpo di mano vi sia stata l'azione di Emanuele Filiberto.
Dopo la Notte di San Bartolomeo a Parigi, i Valdesi, nel 1572, riprendono le incursioni, e si hanno alcuni anni di guerriglia e di distruzioni.

Il '600, la questione del Monferrato. Madama Cristina, l'ingerenza francese

Carlo Emanuele di tenta di approfittare di una situazione ereditaria confusa per avanzare pretese sul Monferrato. Il gioco diplomatico non gli dà frutti e dunque Carlo Emanuele I riprende la guerra. Conta su di un appoggio francese che si rivela non effettivo, e dopo alterne vicende, gravi danni e moltissimi soldi spesi, il tutto si conclude con nulla di fatto, salvo la fama ottenuta dal Duca, di aver tenuto testa agli Spagnoli. A questo punto, però, dopo le distruzioni subite, i monferrini cominciano a considerate nemici i piemontesi degli stati sabaudi.
Inizia la guerra dei trent'anni. Il Duca Carlo Emanuele nutre progetti ambiziosi, ed entra in una lega con Francia e Venezia nel 1623, mentre in Francia, il Cardinale Richelieu diventa l'ispirstore politico del Rè (in effetti ha lui il potere). Lo scopo del Duca è quello di espandersi a spese di Genova. Qualche successo, che invoglia il Duca a pensare ad una espansione in Lombardia, poi i Francesi lasciano l'impresa (a loro serviva solo un diversivo). Carlo Emanuele I ritorna allora ai progetti sul Monferrato, e si accorda quindi con gli Spagnoli per una sua spartizione, ed inizia la guerra nel 1628. Gli Spagnoli dovrebbero occupare Casale, e Carlo Emanuele occupa rapidamente Alba, Trino, ed altri territori mentre gli Spagnoli assediano Casale. I Francesi tentano di impedire la caduta di Casale, i Piemontesi si oppongono al passaggio delle truppe francesi, mentre segretamente mettono in atto quanto possibile a che Casale non cada in mano spagnola. Si ha uno scontro con la Francia (chi dice poco più che simulato) ove appare una Francia vittoriosa. Si giunge ad un successivo trattato (Susa) nel quale si evita la caduta di Casale e Carlo Emanuele ottiene un piccolo incremento territoriale a spese del Monferrato (1629), frutto del doppio gioco messo in atto (almeno così pare).
Il contrasto franco-spagnolo si riaccende e Carlo Emanuele, dapprima neutrale, passa con gli Spagnoli, mentre i Francesi ritornano in Piemonte. Si arriva al 1630, quando il problema, per la gente, diventa di nuovo la peste. Nello stesso anno il Piemonte rimane in balia dei Francesi e Carlo Emanuele I muore.
La peste devasta il Piemonte. Prima della malattia vi erano stati anni di carestia ed alluvioni. Si fermano gli scambi e cresce un sottofondo di delinquenza, di persone che speculano sulla situazione. Si distinguono anche persone valide e caparbie che lottano contro le avversità per la loro comunità. Il sindaco di Torino, Francesco Bellezia, è uno di questi. Le possibilità sanitarie dell'epoca non possono evitare che interi paesi vengano spopolati dalla morìa. In Torino si giunge al livello di 150 morti al giorno (su una popolazione rimasta in città di 10 o 12 mila abitanti, essendo gli altri andati fuori città).
A Carlo Emanuele succede il figlio Vittorio Amedeo I, sposato con Cristina, strettamente legata alla Francia, essendo la sorella del Rè Luigi XIII.. Il Duca cerca un riavvicinamento alla Francia, che è dinuovo presente in Piemonte, spinto dalla moglie, mentre i suoi fratelli il Principe Tommaso di Carignano ed il cardinale Maurizio sono contrari a questa politica. La politica di Vittorio Amedeo I diviene asservita alla Francia . Il Duca ottiene di essere riconosciuto rè di Cipro, titolo effimero già posseduto "in teoria", e la moglie diventa Sua Altezza Reale o Madama Reale (titolo senza stato, che in Europa sucita qualche ironia). Passa alla storia con il nome di Madama Cristina.
Vittorio Amedeo si trova nei giochi del Cardinale Richelieu, che ha mire sul Ducato di Savoia, la sua politica filofrancese, condizionata spesso dalla moglie, pone le basi della successiva guerra civile. Il Duca, incoraggiato dalla Francia, spinge le sue mire verso Milano, ma l'appoggio francese non è determinante, in quanto per la Francia questo, come al solito, è solo un diversivo nella sua azione contro la Germania. Sfumata la possibilità di vittoria in Lombardia, il Duca tenta l'espansione verso Genova, ma muore nel 1636.
Alla morte di Vittorio Amedeo I, il figlio Francesco Giacinto è di pochi anni. La reggenza spetta a Madama Cristina. Il primogenito morirà ragazzo e la successione passerà a Carlo Emanuele II, il secondogenito. La reggenza dunque diventa un periodo lungo. Si formano due fazioni in guerra: i madamisti (madama Cristina - Francesi) ed i principisti (principe Tommaso - Spagnoli). Il principe Tommaso, appoggiato dagli Spagnoli, arriva ad assediare ed occupare Torino, ma deve ritirarsi perchè l'appoggio spagnolo viene meno. I principi Tommaso e Maurizio ottengono comunque dall'Imperatore la loro nomina a tutori del giovane Carlo Emanuele II e la reggenza, in opposizione alla reggenza di madama Cristina. Ora la guerra civile è ufficializzata. Cristina si firma "Cristina di Francia", il cardinale Richelieu medita di annettere definitivamente il Piemonte alla Francia. Cristina cede alcune piazzeforti alla Francia e questo fà trovare ai principi Tommaso e Maurizio appoggi in molte città piemontesi, che passano dalla loro parte. Continua la guerra contro la Spagna, con una posizione ambigua della Francia nei confronti del Piemonte. In realtà nei piani francesi non è previsto che il Piemonte, riprenda un suo peso. Vercelli viene occupata dagli Spagnoli. La politica del Richelieu si fà sottilmente pericolosa, ma Cristina evita comunque, e non ostante tutto, le trappole principali.
Nel 1642 si giunge ad un accordo di pace che si dimostra inutile. La moralità di Madama Cristina non gode certo di buona fama, ma nel periodo le calunnie si sprecano da parte dei tanti avversari che si è procurata ed è difficile (e di scarso rilievo) saper quanto di ciò che si dice corrisponde alla verità. Nel 1648 si giunge alla pace di Westfalia, con la quale rimane pesante la presenza francese in Piemonte (Pinerolo ed altre piazze). Ciò che resta del Monferrato passa ai Savoia, ma Casale rimane al Duca di Mantova.
Carlo Emanuele II sale al potere, sempre nella scia della madre e riottiene, occupandola, Vercelli nel 1660. Madama Cristina muore nel 1662. Un figlio del principe Tommaso, Eugenio di Savoia-Carignano passa al servizio degli Asburgo e riapparirà successivamente nella storia del Piemonte. Carlo Emanuele II tenta l'espansione territoriale ai danni di Genova, (1672) ma fallisce. Muore nel 1675, quando il figlio Vittorio Amedeo è ancora ragazzo. Si ha una nuova reggenza della madre Maria Giovanna Battista di Savoia -Nemours. In questo periodo ancora una volta il Piemonte subisce una pesante ingerenza francese (Luigi XIV è il Rè di Francia in questo periodo), e si trasforma, in pratica, in Provincia della Francia, che giunge a controllarne persino il bilancio.
Sono di questo periodo la resistenza armata alla tassa sul sale nella zona di Mondovì fra il 1680 ed il 1699, e la guerra contro i Valdesi, decisa per sudditanza alla Francia, e di cui diremo.
Vittorio Amedeo II assume il potere solo nel 1684. Il duca inizia subito a prendere le distanze dalla Francia e ristabilisce i rapporti con il principe Eugenio, suo cugino, che milita in campo avverso alla Francia, essendo al servizio dell'Austria.

L'assolutismo e la fine delle libertà comunali

Per tutto il '500 ed il '600 si assiste, in Piemonte all'affermarsi dell'assolutismo ducale, tanto negli stati dei Savoia come nel Monferrato dei Gonzaga. Progressivamente vengono eliminati tutti i residui di libertà e privilegi acquisiti dalle citta nel corso dei secoli precedenti e che ancora sono rimasti in vigore in alcune città. Si è già visto come il Duca di Mantova abbia soppresso le istituzioni comunali di Casale con una brutale repressione. Qualcosa di analogo capita alla zona di Mondovì, e di cui abbiamo accennato prima. Questa è l'ultima area piemontese in cui, ancora alla fine del '600, sussistono istituti comunali. La gente del posto, abituata a gestirsi da sola la tassa sul sale (la zona vive anche di un contrabbando tacitamente tollerato) si ribella e la conseguente repressione è brutale. Questi sono due casi limite, che dimostrano però l'accresciuto potere dei governi centrali. Intanto i Duchi riorganizzano l'apparato statale che diventa più efficente e burocratico, e comincia a crescere il carico fiscale imposto alle comunità locali. Queste si trovano senza risorse economiche e cercano di ottenere favori per alleggerire il carico, e così si forma una rete di clientele e dipendenze che di fatto elimina le autonomie.
Il Duca è ormai in condizioni tali da poter imporre prelievi e regole senza più consultare l'assemblea dei tre stati (che non viene più convocata), ed elimina, a livello centrale, ogni organo che sia in qualche modo di rappresentanza. Questo vale tanto per i cittadini borghesi quanto per i nobili, i quali vengono in pratica posti al servizio dello Stato, e di conseguenza al servizio del Duca, che accentra in sé tutto il potere e prende le sue decisioni al più dopo avere consultato qualche consigliere fidato.
Nel periodo lo Stato ha un crescente bisogno di soldi per le spese di corte e dell'apparato burocratico, molto cresciuto, per la realizzazione di palazzi e chiese nelle città, ove trionfa il barocco piemontese, ma soprattutto per l'apparato militare, che sta subendo una profonda trasformazione.
Vengono istituite le province, con un funzionario che inizialmente ha compiti di giudice d'appello. L'apparato si trsforma in breve nell'organo di controllo territoriale del Duca.
In Torino vi è un contrasto tra Municipio, che perde il suo significato, e la Corte, che giunge ad appropriarsi persino delle processioni religiose (in particolare quella del Corpus Domini, nella quale la Corte occupa il posto d'onore). La Corte lascia al Municipio l'organizzazione della festa di San Giovanni, alla quale peraltro non partecipa.

L'evoluzione dell'apparato militare

Le nuove artiglierie di cui si dotano gli eserciti rendono inutili i vecchi castelli che sono diventati caratteristici del paesaggio piemontese, e rendono altrettanto inutili le mura cittadine, così come erano concepite nel Medioevo. Le nuove tecniche di guerra richiedono eserciti composti da un gran numero di soldati. Vi è una corsa a fortificare le città con bastioni e cittadelle, con terrapieni in fronte al nemico, atti a limitare i danni dell'artiglieria, ed a costruire nuove fortezze nei punti strategici del territorio. L'assedio, che richiede un alto numero di uomini, assume più importanza che la battaglia in campo aperto. Tutte queste opere hanno un costo altissimo di per sé, ed inoltre suppongono un esercito numeroso, capace di operazioni a vasto raggio. Abbiamo visto che, a partire da Emanuele Filiberto, si tende a fare meno conto su soldati di professione ingaggiati al momento, ma a puntare su di una milizia nazionale composta, oltre che da professionisti, anche da soldati arruolati con il sistema della leva obbligatoria. Si vede l'opportunità di disporre di un esercito pronto anche in tempo di pace, e questo comincia ad essere costituito. Il mantenimento di questo esercito aggiunge nuove spese al bilancio dello Stato.

La situazione economica e sociale del Piemonte nel '500 - '600

Nel periodo si alternano fasi di sviluppo e fasi di crisi. Nelle soste fra le guerre e le epidemie si assiste ad un rapido rifiorire del Piemonte, che dimostra un'alta produttività della regione, la cui economia continua ad essere essenzialmente agricola, almeno nella prima parte del periodo. Quando Emanuele Filiberto assume il potere, la regione è ridotta molto male, ma già una ventina d'anni dopo il Piemonte viene descritto come terra ricca ed opulenta, la cui agricoltura alimenta le esportazioni, fiere e mercati. Essendo la ricchezza piemontese basata principalmente sull'agricoltura, questa non patisce molto le congiunture economiche internazionali, quanto piuttosto è sensibile ai danni della guerra combattuta sul territorio. Il periodo di tranquillità nel regno di Emanuele Filiberto ne favorisce dunque una rapida ripresa.
Sono proprio le ultime guerre di Carlo Emanuele I, e la successiva peste, che innescano invece un periodo di regressione profonda ed una involuzione generale. Il periodo delle due reggenze vede crescere i privilegi dei nobili, elargiti dalle reggenti in cerca di appoggi. Assieme cresce la litigiosità ed anche la delinquenza fra le classi nobili. Si contano omicidi, violenze e liti tra famiglie e dentro le famiglie dell'aristocrazia piemontese. Anche il clero non brilla come esempio, e fra la gente la religiosità viene sostituita dalla superstizione e dal folclore. Il brigantaggio è molto presente e spesso impunito, perchè i briganti facilmente ottengono la libertà pagando semplicemente una somma di denaro, di cui lo stato ha sempre bisogno.
Le guerre e la peste sono accompagnate da carestia (che comunque in Piemonte ha effetti meno devastanti che altrove), e le campagne si spopolano, ma anche le città perdono abitanti. L'unica città che continua a crescere è Torino, che ormai supera di gran lunga tutte le altre. La povertà è enormemente cresciuta e le malattie fanno stragi. La mortalità infantile nel primo anno di vita raggiunge in alcune zone il 50%. Alcune città sono semi-diroccate. Le attività industriali ed artigiane sono frenate da scarsezza di comunicazioni, da dazi e balzelli e dalle azioni militari, sempre distruttive. Le vie sono disastrate ed il brigantaggio diffuso ne sconsiglia l'uso. Le tasse sono alte per mantenere le ingenti spese militari e le spese di corte. Il sistema fiscale è male organizzato e pesante. Vengono sì tassati redditi e patrimoni, ma anche, a volte, le attività stesse in modo indipendente dal loro reddito, e si giunge ad avere tasse più alte dei guadagni. Ogni comune si regge con proprii ordinamenti e proprii privilegi. La giustizia è amministrata con estrema severità ed è frequente il ricorso alla condanna a morte, non solo per reati gravi. Le prigioni sono assolutamente disumane, e la tortura è pratica giudiziaria comune. Solo nell'ultima parte del secolo le cose iniziano a migliorare, ed il miglioramento è subito piuttosto rapido.
La popolazione riprende a salire, e nonostante l'aumento dei lavoratori nelle campagne, salgono anche i salari agricoli, segno di un deciso miglioramento della situazione. La produzione di cereali pregiati aumenta, mentre si riduce la produzione di cereali poveri. La "melia " (il mais arrivato dall'America) viene coltivato principalmente per l'alimentazione degli animali. Comincia a crescere la produzione del riso, mentre l'allevamento di bovini comincia a sostituire quello di ovini.
Ciò che continua ad essere curato ed organizzato è l'esercito, con l'introduzione di varie specialità, regole per la suddivisione in reggimenti. Viene organizzata e potenziata l'artiglieria e grande cura è posta nel progetto e costruzione delle fortificazioni.
Si incrementa la coltura del gelso, che alimenta l'industria della seta. L'industria della seta sta raggiungendo notevoli livelli, e quella piemontese diventa rapidamente la miglior seta prodotta in Europa. L'industria della lana e del cotone si espandono pur non producendo, in quel periodo, prodotti di alta qualità. Anche la siderurgia, associata all'industria mineraria, riceve un forte impulso dalle esigenze di rinnovamento militare.
Viene introdotto in Piemonte (Ducato di Savoia) il gioco del Lotto, prima dato in concessione a fronte del pagamento di un canone, poi proibito, poi ancora dato in concessione. Constatata poi la sua redditività nasce quindi il Lotto di Stato. Una cosa analoga succede per la vendita del tabacco.
Continua la vendita di feudi e di titoli associati, con meccanismi e clausole che se da una parte pare che rallentino l'accentramento del potere, dall'altra danno al Duca o Marchese, secondo i posti, strumenti per avere una nobiltà più legata a lui, e non al territorio. Nasce un vero mercato dei feudi controllato dal Signore, che diventa subito molto redditizio. Per inciso, i Benso comprano la Contea di Cavour solo nel 1649.
Alla fine del '600 Torino è di gran lunga la città più popolosa del Piemonte. A fine secolo è arrivata a 44000 abitanti, mentre Asti, al secondo posto, ha intorno agli 8000 abitanti.

La questione valdese

Le idee della Riforma protestante (Luteranesimo e Calvinismo) si diffondono anche in Piemonte con qualche difficoltà, ma sono presto soffocate dall'azione dello Stato. La questione valdese invece riveste aspetti differenti. Oltre agli aspetti religiosi, per i Valdesi vi è anche una questione di territorio e di identità già molto radicate. Questo periodo è caratterizzato da un accentuarsi delle violenze tra cattolici e valdesi. I Valdesi sono in espansione, a causa dei molti arrivi dalle nazioni in cui i valdesi sono perseguitati e quindi, dalle valli dove viene loro riconosciuto un certo diritto a professare il loro culto, scendono verso la pianura, disponendo anche di sufficente denaro per acquistare case e terre nelle aree cattoliche. Ma l'ostilità e le incomprensioni fra le due confessioni provocano incidenti (nelle aree di Bibiana e Bricherasio). Anche sulle montagne si verificano gravi incidenti, in uno dei quali viene ucciso anche il parroco di Oulx (1650) in territorio delfinale. I Duchi di Savoia, che avevano mostrato una certa tolleranza, sono ora (sec. XVII) molto dipendenti dagli umori francesi.
Nel 1655 il governo ducale impone ai Valdesi di lasciare la pianura, quindi si prepara una spedizione nelle valli. I soldati ducali (compagnie mercenarie) compiono eccidi nei paesi valdesi, e così il Ducato si trova isolato dall'Europa, in particolare quella protestante, salvo ovviamente la Francia. Inghilterra e Svizzera si organizzano per portare aiuto alle valli valdesi. Si giunge ad un nuovo accordo di "convivenza", che ristabilisce il vecchio trattato di Cavour, ma che è destinato a durare poco. In effetti gli scontri continuano, e nel 1685 Luigi XIV, re di Francia, riprende le ostilità, togliendo di fatto le libertà ai valdesi, e cerca di spingere il Duca di Savoia a fare altrettanto. Vittorio Amedeo II dapprima esita e poi constata di non avere altra via che seguire Luigi XIV. I valdesi respingono le imposizioni e si organizzano a difesa, sebbene tra due fuochi, sotto la guida di Enrico Arnaud. La sconfitta dei Valdesi è inevitabile, molti sono i morti e molti vengono imprigionati, mentre prosegue la guerriglia di piccoli gruppi. Guerriglia estremamente tenace, fino a diventare leggendaria (nei pressi di Bobbio Pellice si trova un "Vallone degli Invincibili"). Ancora per la pressione di Svizzera e Germania, ai Valdesi superstiti è concesso di riparare in Svizzera mentre le loro terre vengono confiscate e ridistribuite a Cattolici fatti lì immigrare. Dai pressi di Ginevra, ove i Valdesi sono ora profughi, questi progettano il rientro alle loro terre. La situazione politica li favorisce in quanto in Europa si costituisce la Grande Alleanza con Guglielmo d'Orange, ora re d'Inghilterra che guida la lega e diventa il protettore del protestantesimo. Nel 1689, sotto la guida dell' Arnaud, i Valdesi rientrano nelle valli del Pellice con una lunga marcia dall'area di Ginevra, aprendosi la strada con l'astuzia e la forza. Contro i Valdesi vi sono i Francesi, ed il Duca di Savoia. I Valdesi rientrano nelle loro terre e ne riprendono possesso. Il Duca di Savoia cerca di prender tempo, perchè la situazione stà mutando. Il Duca è pronto a svincolarsi dalla Francia e finirà per fare una pace separata con i Valdesi stessi, rompendo ogni alleanza con la Francia, che è sempre una pericolosa vicina. Ai Valdesi viene concessa la possibilità di vivere nei territori del Pellice e Chisone senza particolari minacce. Questo è già qualcosa, anche se non è ancora il riconoscimento di una libertà religiosa, e comunque permangono motivi di attrito e sospetto fra Valdesi e Cattolici piemontesi.. Siamo nel 1690 e Vittorio Amedeo II ha rotta l'alleanza con la Francia dichiarandole guerra. Da questo momento le milizie volontarie valdesi, finanziate dall'Inghilterra, si troveranno sempre a fianco dei Piemontesi nelle guerre contro la Francia.

Il punto sulla lingua piemontese

Il '600 è il secolo nel quale la lingua piemontese è completamente formata e matura. In sostanza si tratta dello stesso piemontese che si parla ai giorni nostri. La produzione letteraria in piemontese, a partire da quest'epoca, diventa abbondante. Non ostante la presenza di variazioni locali (cosa che si verifica in tutte le lingue) il piemontese è diffuso a tutta la regione, anche se questa è ancora suddivisa in diversi stati (nel novarese sono comunque forti le influenze del lombardo occidentale). Dalle ultime vicende narrate qui sopra, si vede come, nei secoli precedenti, sia stato forte l'influsso francese e provenzale. Anche gli spagnoli hanno lasciato nel lessico piemontese parole derivate dalla loro lingua. Questo però non ha influito sulla struttura della lingua piemontese, che ha sviluppato una sua grammarica ed una sua sintassi. Nel periodo è ancora molto scarsa l'influenza della lingua italiana.L'italiano poi, alquanto impacciato e goffo, è lingua limitata a pochi, ed agli atti ufficiali (quando questi non sono in francese). Si può concludere che il lessico piemontese è stato arricchito da parole di varia provenienza, ma principalmente di provenienza francese e provenzale. Il nucleo principale rimane costituito da parole direttamente derivate dal latino, secondo regole di derivazione che ricalcano (ed a volte sono identiche) a quelle relative alle lingue neolatine del gruppo occidentale (mentre l'italiano appartiene al gruppo orientale). Grammatica e sintassi hanno mantenuto caratteristiche proprie, con significative differenze rispetto a quelle delle lingue vicine. Ufficialmente si utilizza il francese, in particolare nel ducato sabaudo e certamente nelle terre piemontesi del Delfinato (ove si usa come lingua corrente il provenzale o occitano), oppure l'italiano, che Emanuele Filiberto ha dichiarato lingua ufficiale per il Piemonte con notevole malumore dei piemontesi stessi, che continuano ad ignorarla. Sempre più ridotto l'uso del latino. Il Piemontese è comunque l'unica lingua conosciuta e parlata dalla totalità della popolazione, senza distinzioni di ceto sociale. Il suo uso scritto è ora piuttosto diffuso. A fine secolo XVII compare, ad opera del Conte Tana, una commedia in piemontese "Ël Cont Piolet", che è una gustosa satira circa i nuovi nobili che si sono acquistati "due punti di nobiltà ".

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