SE MI CHIEDERETE QUALCHE COSA











GIOVANNI 14,14





 

GIOVANNI 14,14

 

 

 

SE MI CHIEDERETE QUALCOSA NEL MIO NOME LA FARÒ

SE CHIEDERETE QUALCOSA NEL MIO NOME LA FARÒ

 

 

Cosa dicono i testi originali del "mi"

 

 

 

Il με (mi)[1]:                                                                    

 

·        è presente nel P66 o Papiro II Bodmer (II secolo), nel Codice Sinaitico (א del IV secolo), nel Codice Vaticano (B del IV secolo), nella Vulgata latina (IV secolo), nella Pescitta siriaca (V secolo), nella Versione siriaca filosseniana-harclense (VI secolo), nel Codice di Washinghton o di Freer (W del V secolo), nel Codice Sangallensis (Δ del IX secolo), nel Codice Korideth (Θ del IX secolo) ed in alcuni manoscritti minori (28, 33, 700, …);

 

·        è stato sostituito con τον πατερα (al Padre) in due manoscritti minori (249 e 397);

 

·        non si trova nel Codice Alessandrino (A del V secolo), nel Codice Beza (D del V secolo), nella Vetus latina (II secolo), nel Codice Cyprius (K del IX secolo), nel Codice Regius (L del VIII secolo), nel Codice Athous Laurae (Ψ del VIII secolo), nel Codice Petropolitanus (П del IX secolo) e nel Textus Receptus (XVI secolo).

 

 

Quali sono i testi più affidabili?

 

Si noti come, tra i codici più antichi, la Vetus Latina ed il Codice Beza siano scarsamente affidabili. Il papa Damaso commissionò infatti una nuova traduzione della Bibbia a San Gerolamo proprio per la scarsa affidabilità della Vetus Latina e del Codice Beza: lo stesso Girolamo, nella prefazione alla sua traduzione dei quattro Vangeli, osservava come ci fossero quasi tante versioni quanti manoscritti (tot enim sunt exemplaria paene quot codices). La critica testuale è abbastanza concorde nel riconoscere come il Codice Beza (o Cantabrigiensis) sia caratterizzato da gran numero di aggiunte ed omissioni di parole, frasi ed episodi. L'assunzione di una superiorità assoluta dei Codici Sinaitico e Vaticano sul Codice Alessandrino, sulla Vulgata e sul Textus Receptus sembra invece fortemente condizionata dalle ipotesi testuali dominanti. Secondo alcune critiche e non poche riflessioni successive al lavoro di Hodges e Farstad (che hanno recentemente ricostruito un testo bizantino alternativo al Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam e al testo critico di Nestle Aland), il testo bizantino potrebbe non essere né il testo originale né un testo completamente secondario. Potrebbe trattarsi, come per la Settanta, di un testo molto antico e indipendente, degno comunque di tutto rispetto. Come hanno ammesso a denti stretti, soprattutto negli ultimi anni di vita, Martini e Metzger, occorrerebbe pertanto lasciare aperta la possibilità che, in alcuni casi, altre famiglie testuali (rispetto a quelle ufficialmente riconosciute come le più autorevoli) possano aver conservato alcune lezioni molto antiche.[2].

 

 

Cosa insegna la Bibbia

 

La preghiera fatta direttamente a Gesù non sembra in contrasto con l’insegnamento della Bibbia. Dopo la guarigione di uno storpio presso la porta del tempio detta “Bella”, attuata nel nome di Gesù Cristo (Atti 3,6), Pietro disse al popolo: “Uomini d'Israele, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest'uomo? Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni. Proprio per la fede riposta in lui , il nome di Gesù ha dato vigore a quest'uomo che voi vedete e conoscete; la fede in lui ha dato a quest'uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi”. (Atti 3,12-16).

 

È evidente che, nell’episodio in questione, Gesù Cristo venne invocato direttamente, senza ricorrere alla tradizionale formula della preghiera al Padre nel nome del Figlio (Giovanni 16,23). Di fatto lo stesso Cristo disse "Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me" (Giovanni 14,1), l'apostolo Pietro insegnò di fronte al Sinedrio che “Questo Gesù è la pietra scartata dai costruttori, che è diventata testata d'angolo e in nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (Atti 4,11-12), il diacono Stefano invocò Cristo dicendo: "Signore Gesù, accogli il mio spirito" (Atti 7,59) e la Chiesa di Corinto è ricordata come la congregazione di coloro che sono "chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo" (1 Corinti 1,2).

 

 

Cosa insegna la Chiesa Cattolica

       

Certuni infine dicono che le nostre preghiere non devono essere dirette alla stessa persona di Gesù Cristo, ma piuttosto a Dio o all’eterno Padre per mezzo di Cristo, poiché il nostro Salvatore, in quanto Capo del suo Corpo mistico, dov’essere considerato semplicemente "mediatore di Dio e degli uomini" (I Tim. II, 5). Ma ciò non solo si oppone alla mente della Chiesa e alla consuetudine dei cristiani, ma offende anche la verità. Cristo infatti, per parlare con esatto linguaggio, è Capo di tutta la Chiesa (cfr. S. Thom. De Veritate, q. 29, a. 4, c.) secondo l’una e l’altra natura insieme, la divina e l’umana, e del resto Egli stesso asserì solennemente: "Se mi domanderete qualche cosa in mio nome, io lo farò" (Joan. XIV, 14). E sebbene le preghiere sian rivolte all’eterno Padre per mezzo del suo Unigenito di preferenza nel Sacrificio eucaristico, nel quale Cristo, essendo Egli stesso Sacerdote ed Ostia, compie in modo speciale l’ufficio di conciliatore, tuttavia non poche volte e persino nello stesso santo Sacrificio, si usano preghiere rivolte allo stesso Divin Redentore, giacché tutti i Cristiani devono conoscere e comprendere chiaramente che l’uomo Gesù Cristo è lo stesso Figlio di Dio e il medesimo Dio. Anzi, mentre la Chiesa militante adora e prega l’Agnello incontaminato e la sacra Ostia, sembra che in certo modo risponda alla voce della Chiesa trionfante che canta in eterno: "A colui che siede sul trono e all’Agnello, la benedizione e l’onore e la gloria e il potere per i secoli dei secoli" (Apoc. V, 13)[3].

 

 

 

Confronto tra alcune versioni bibliche

 

Il confronto tra alcune versioni bibliche mostra come il “mi” fosse presente nella Vulgata, mentre manca nelle versioni protestanti tratte dal Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam  (fortemente legato al Codice Alessandrino) , salvo ricomparire nelle nuove traduzioni ricavate dal testo critico di Wescott e Hort e di Nestlé-Aland. Per amor del vero va comunque notato che sia l'antica Bibbia cattolica del Martini che la recente Revised Standard Version Catholic Edition (stampata con tanto di imprimatur, note, libri deuterocanonici e revisioni cattoliche) evitarono di introdurre il "mi" nel versetto citato. La RSV Catholic Edition, seguendo la Revised Standard Version protestante, si limitò infatti a segnalare, in nota, la presenza del "mi" in alcuni antichi codici e manoscritti. Il "mi" manca poi e nelle Bibbie protestanti di Diodati e di Luzzi. Non troviamo, infine, il "mi" neppure nelle famose King James, Darby, American Standard Version, New English bible e New King James.

 

 

 

Si quid petieritis me in nomine meo hoc faciam [Vulgata]

Se voi chiedete cosa alcuna nel nome mio, io la farò. [Diodati]

Se alcuna cosa domanderete nel nome mio, io la farò. [Martini]

Se chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò Riveduta [Luzzi]

Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. [C.E.I.]

Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. [N.V.B. Paoline]

Se chiedete qualche cosa nel nome mio, io la farò. [Nuova Diodati]

Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. [Nuova Riveduta]

 

 

If you shall ask me any thing in my name, that I will do. [Douay Reims]

If ye shall ask any thing in my name, I will do [it] [KJV]

If ye ask anything in my name I will do [it] [Ylt]

If ye shall ask anything in my name, I will do it [Darby]

If ye shall ask anything in my name, that will I do. [ASV]

If you ask anything in my name, I will do it. [RSV]

If you ask anything in my name, I will do it. [NEB]

If you ask anything in my name, I will do it. [NKJV]

If you ask anything of me in my name, I will do it [NAB]

If you ask me anything in my name, I will do it. [NASB]

If in my name you ask me for anything, I will do it [NRSV]

 

 

 

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[1] Vedasi B. M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, 2nd. edition, 1994, pag. 208.

 

[2] Nel Codice Alessandrino il "mi" nel versetto Giovanni 14,14  fu probabilmente eliminato per non entrare in contraddizione con Giovanni 16,23.Vedasi a tal proposito B.M. Metzger, Il testo del Nuovo Testamento, Brescia, 1996, pp. 55-56.   Sulla assoluta superiorità del Codice Sinaitico e del Codice Vaticano sul Codice Alessandrino e sugli altri codici vedasi B.F. Westcott e F.J.A. Hort, The New Testament in the Original Greek, Introduction and Appendix, II, Cambridge, 1881,  pag. 225. Per un’analisi critica del testo bizantino maggioritario è possibile consultare gli eccellenti lavori lavori di Wilbur Pickering, The Identity of the New Testament Text, Nashville: Thomas Nelson, 1977; 2nd edition, 1980 e D. B Wallace, The Majority!Text Theory:History, Methods And Critique, in Journal Of The Evangelical Theological Society, June 1994, pp. 185-215. Un'esposizione abbastanza equilibrata delle varie posizioni è contenuta in H. A. Sturz, The Byzantine Text-Type and New Testament Textual Criticism, 1984, anche se l'autore mostra chiaramente di prediligere l'ipotesi testuale bizantina.

 

[3] Pio XII, Mystici Corporis, 1943.