GENERATO NON CREATO
Generazione sessuata e
generazione asessuata
La generazione del Figlio
di Dio
La generazione del Re
Messia e la Settanta
Anche se nel parlare comune i verbi "creare" e "generare" vengono talora utilizzati in modo improprio, la differenza tra generazione e creazione è notevole. L'atto di creare è opera eslusiva di Dio ma si sente spesso dire, soprattutto in senso figurato, che l'uomo crea un'opera d'arte, un'invenzione o un capolavoro musicale. Allo stesso tempo, sempre in senso allegorico, è possibile leggere addirittura nella Scrittura che Dio genera la terra e le montagne, che l'uomo genera l'iniquità e la sventura, che la concupiscenza genera il peccato e che la legge genera ira.
Se però si utilizzano le parole "creare" e "generare" nella loro etimologia originale, si ha generazione solo quando uno o più genitori danno vita ad un essere simile, mentre si ha creazione solo quando un essere vivente o una cosa inanimata
vengono all'esistenza dal nulla.
Gesù Cristo è l'unico Figlio di Dio in senso naturale,
generato da Dio e di natura divina, mentre gli angeli e gli uomini sono
di natura inferiore a Dio e, poiché creati, sono figli di Dio solo in senso
adottivo [1] [2].
Unitari, neoariani ed antitrinitari hanno spesso considerato la differenza tra generare e creare come puramente teorica e speculativa,
risentendo soprattutto di alcuni condizionamenti filosofici e patristici emersi durante i primi secoli dell'Era Volgare. Dal rifiuto di ogni differenza tra i concetti di azione creativa ed azione generativa,
sono così scaturite inevitabili conseguenze logiche e teologiche alquanto eterodosse e del tutto discutibili. Il Logos di Dio è così, per alcuni, diventato un essere spirituale prodotto dal Padre allo stesso modo degli Angeli,
con l’unica prerogativa di esser venuto all’esistenza prima delle altre creature celesti. La condizione divina del Verbo, chiaramente attestata dalle Sacre Scritture (Giovanni 1,1; Giovanni 1,18; Filippesi 2,6; Colossesi 2,9)
è venuta quindi a coincidere solo con la sua gloriosa esistenza preumana. I concetti di Figlio Primogenito ed Unigenito sono stati poi reinterpretati in senso riduttivo per evitare ogni riflessione sull’ontologia del Verbo. Colui che è il Primo ed Unico Generato
dal Padre è diventato l’Unico nel Genere, cioè l’unica creatura prodotta direttamente da Dio. Il chiaro insegnamento secondo cui Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui neppure una delle cose fatte è stata fatta (Giovanni 1,3) è stato relativizzato,
includendo la Parola di Dio tra le cose create, quale unica eccezione alla regola chiaramente enunciata dall’apostolo Giovanni. Si è trattato (e si tratta) evidentemente di un’analisi cristologia alternativa, che volutamente prescinde dalla tradizione della chiesa,
dalla fede dei cristiani dell’antichità, dalle riflessioni dei Padri e dalle decisioni dei primi Concili, rifiutando e precludendo ogni possibile indagine sulla natura del Figlio.
L’accettazione di tale schema interpretativo è evidentemente legata alle scelte logiche, filosofiche e teologiche di coloro che lo hanno costruito, elaborato ed adottato.
L'incompresione tra unitari e trinitari è comunque spesso legata ai concetti di generazione e di creazione, che sono definiti, spesso in modo circolare, solo secondo categorie ontologiche. Gli equivoci non sussisterebbero se si utilizzassero categorie economiche o funzionali: generato è il Logos, perché prodotto direttamente da Dio, mentre creato è il restante universo spirituale e materiale, perché prodotto dal Padre attraverso o per mezzo del Logos: qualificante della generazione sarebbe quindi il rapporto diretto tra Dio ed il Logos, mentre caratterizzante della creazione sarebbe invece il rapporto tra Dio e l'Universo, mediato attraverso il Logos. Se comunque pensiamo che la creazione vada intesa in senso ampio, comprendendo la produzione diretta del Logos (prima) e la creazione dell'Universo tramite il Logos (dopo) non dobbiamo cercare spiegazioni teologiche o linguistiche particolari. L'errore di molti è pensare che si possano separare i due eventi: Dio produce prima la sua Parola e tramite essa crea il Mondo e tutto questo fa parte di un'unica opera creatrice. La generazione del Verbo è diversa dalla creazione perché sgorga direttamente dalla mente dell'Eterno, senza artefici, architetti, collaboratori o intermediari.
Di fatto, Dio creò angeli e uomini e li considerò suoi figli. Sebbene la Bibbia
chiami figli di Dio anche esseri creati come gli angeli (Giobbe 1,6;
Salmo 29,1; Salmo 89,7) e gli uomini (Galati 4,5; Efesini 1,5; Romani 8,14), la
loro figliolanza è adottiva. Gesù Cristo è invece l'unico vero figlio di Dio,
generato e non creato, della stessa natura del Padre, unigenito e primogenito:
la sua figliolanza è pertanto naturale. Gesù Cristo è infatti chiaramente detto
Figlio Unigenito e Primogenito, cioè Figlio unico generato e primo generato
(Colossesi 1,15 e Giovanni 1,14, Giovanni 1,18, Giovanni 3,16, Giovanni 3,18 e 1Giovanni 4,9). Che Cristo non faccia parte della creazione emerge chiaramente leggendo il prologo del Vangelo di Giovanni:
"Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta" (Giovanni 1,1-3).
La generazione sessuata
o gamica richiede due genitori ed un rapporto sessuale per generare una nuova
creatura, cronologicamente più giovane. La generazione sessuata o gamica è
comune ai mammiferi, agli uccelli, ai rettili, agli anfibi, ai pesci e agli
insetti ma non è l'unica forma riproduttiva inventata da Dio.
Anche se la generazione asessuata
fornisce un'immagine meno distorta della generazione sessuata, non bisogna
credere che la generazione del Figlio di Dio possa essere descritta con
esattezza guardando solo la riproduzione delle creature.
Basilio (329-379), chiarì in modo molto semplice ed efficace il concetto della generazione eterna del Logos, sottolineando come la priorità del Padre rispetto al Figlio è come quella della causa rispetto all'effetto,
cioè allo stesso modo di come avviene per la luce, la quale è effetto del fuoco. I due fenomeni, collegati in modo inscindibile da un vincolo naturale,
si possono distinguere su un piano logico ma non su quello temporale perché sono perfettamente simultanei.
Inoltre, sempre secondo Basilio, non si può parlare di posteriorità del Figlio rispetto al Padre, perché la sua generazione è atemporale,
essendo egli stesso preesistente al tempo, in quanto generato prima di tutti i secoli [Basilio, Contro Eunomio, I, 20 e II, 12-13]. Anche Agostino sottolineò come la generazione del Verbo al di fuori del tempo rese la vita del Figlio coeterna a quella del Padre, così come la processione dello Spirito Santo, avvenuta quando non esisteva il tempo, rese coeterne, uguali, incorporee, immutabili ed indivisibili tutte le persone della Santissima Trinità [Agostino, La Trinità, XV, 26, 47-48].
A ciò va aggiunto il fatto che la generazione del Verbo non portò ad un impoverimento di Dio o ad una scissione
dal Padre.
Giustino (100-165 d. C.),
parlando della Parola di Dio, osservò come “è stato più volte dimostrato…….
che il Cristo, che era Signore e Dio Figlio di Dio e che già prima si era
manifestato in potenza come uomo e come angelo, è apparso anche nello
splendore del fuoco, come, ad esempio, nel roveto e in occasione del
giudizio su Sodoma….questa potenza è indivisibile ed inseparabile dal
Padre, così come la luce del sole sulla terra è indivisibile ed
inseparabile dal sole che è in cielo…..si tratta di una potenza
generata dal Padre con la sua forza e volontà ma non per amputazione, come se
l’essenza del Padre si fosse suddivisa, come succede per tutte le altre cose
che, una volta divise e tagliate, non sono più le stesse di prima ….un esempio
è quello del fuoco che vediamo appiccare altri fuochi: dal primo se ne possono
accendere numerosi altri senza che esso
risulti sminuito, ma rimanendo sempre lo stesso” (Giustino, Dialogo
con Trifone, 128, 1-4). A proposito della generazione del Figlio, simili
argomenti addusse pure il teologo alessandrino Teognosto (247-280),
secondo il quale “la sostanza del Figlio non è qualcosa di apparsa
dall’esterno, né fatta uscire dal nulla, ma è nata dalla sostanza del Padre,
come lo splendore dalla luce e come il vapore dall’acqua. Infatti né lo
splendore è il sole stesso né il vapore è l’acqua stessa, ma neppure sono
qualcosa di estraneo. Né la sostanza del Figlio è il Padre stesso né gli è
estranea ma essa è una emanazione (Sapienza 7,25 e Ebrei 1,3) della sostanza
del Padre, senza che la sostanza del Padre subisca alcuna divisione. Come
infatti il sole rimanendo se stesso non è diminuito dai raggi che si effondono
da lui, così neppure la sostanza del Padre ha subito alcun cambiamento avendo
il Figlio come propria immagine” (Atanasio, Epistula de decretis
nicaenae synodi, V, 25).
A tal proposito è interessante confrontare:
·
Giustino che paragona la
generazione della Parola alla nascita di più fuochi da una sola fiamma (Giustino,
Dialogo con Trifone, 61 e 128);
·
Taziano
che
paragona la Parola di Dio al fuoco di una torcia che procede dal fuoco di
un'altra torcia, senza impoverirla (Taziano, Discorso contro i Greci, V);
·
Taziano
che
paragona la Parola di Dio alla parola di un uomo che manifesta il suo pensiero,
senza impoverirlo (Taziano, Discorso contro i Greci, V);
·
Tertulliano che paragona la
generazione del Logos ai raggi di luce partiti dal sole ma ancora legati al
sole (Tertulliano, Apologia del Cristianesimo, XXI, 12; Tertulliano, Contro Praxeas, VIII);
·
Tertulliano che paragona la
generazione del Logos alle acque di un fiume, ancora unito alla sorgente (Tertulliano,
Contro Praxeas, VIII);
·
Tertulliano che paragona la
generazione del Logos ai rami e alle radici di una pianta che crescono ma
rimangono ancora unite alla pianta stessa (Tertulliano, Contro Praxeas, VIII).
Della
generazione del Verbo di Dio si parla chiaramente in Proverbi 8,22 (Il Signore
mi ha generato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera), nel
Salmo 2,7 (tu sei mio figlio, oggi ti ho generato) e nel Salmo 110,3 (a te il
principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno
dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato).
Nel testo ebraico di Proverbi 8,22 è
usato קנה= quanah che vuol dire comprare, possedere,
stabilire, fondare, formare, costruire o generare, mentre in Genesi 1,1
per creare è usato ברא = barà. La
differenza tra generare e creare è semplice e comprensibile: la generazione
avviene da un essere precedente, mentre la creazione avviene dal nulla. La
traduzione esatta del testo ebraico è pertanto: mi possedette, mi ebbe con
sé, mi generò. Tale traduzione, fu seguita scrupolosamente dalle versioni
greche di Aquila, Teodozione e Simmaco che resero קנה=quanah
con ektesatò (εκτήσατό =
possedere da κτησις = proprietà). La Versione dei
Settanta tradusse quanah (קנה) con ektisen (εκτισευ
dal verbo κτιζω) cioè mi fece, mi costruì, mi
fabbricò, mi edificò, mi partorì, mi diede alla luce. Pur essendo tale
verbo molto efficace dal punto di vista figurato, la Settanta aprì la strada ad
interpretazioni carnali e giustificò
traduzioni ariane o semiariane errate (mi creò), peraltro anche
presenti in alcuni Padri della Chiesa (Tertulliano, Clemente Alessandrino,
Taziano, Origene, Eusebio di Cesarea) [3] e in
non poche autorevoli Bibbie antiche e moderne. La Versione dei Settanta fu
quindi seguita dal Targum, dalla Vulgata Siriaca e dalla Vetus Latina. L’errore
della Settanta si propagò poi anche ai libri deuterocanonici, dove la
traduzione dell’ebraico quanah (קנה) con ektisen
(εκτισευ o
κτισευ = creare) invece che con ektesatò
(εκτήσατό o
κτήσατό = possedere) si ritrova in vari punti
(ad esempio Siracide 1,4 e Siracide 24,8). Il primo a rendersi conto del
carattere fuorviante della traduzione greca fu Dionigi Papa (259-268) che
chiarì il vero significato del verbo ebraico quanah (קנה) in una lettera alla comunità di Cesarea in Cappadocia e in due
lettere al Vescovo Dionigi di Alessandria. L'errore non sfuggì neppure a
Gerolamo, che nella Vulgata rese Proverbi 8,22 con "Dominus possedit me
in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio".
Il termine ebraico contenuto nel Salmo
110,3 è identico a quello contenuto nel Salmo 2,7: il significato
di ילדתיך (yldthyk) senza vocali
è infatti “generare” in entrambi i casi. Le traduzioni fornite dalla Settanta e
dalla Vulgata: “tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Salmo
2,7) e “a te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori;
dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato” (Salmo 110,3) sono
pertanto legittime ed accettabili. L’applicazione del Salmo 110,3 alla generazione del Figlio
è poi testimoniata da prove antichissime risalenti al II secolo dopo Cristo
(Giustino, Dialogo con Trifone, 63 e Ireneo, Esposizione della
predicazione apostolica, 43). In seguito
le traduzioni di Aquila, Teodozione e Simmaco (II secolo d.C) e la
vocalizzazione del testo masoretico (X-XI secolo) resero impossibile la
versione accreditata: il verbo ילדתיך vocalizzato si trasformò nel
sostantivo “generazione” o “gioventù”. La traduzione esatta dal testo ebraico
del Salmo 110,3 diventò così: “dal seno dell'alba la tua gioventù
viene a te come rugiada”, perdendo larga parte del fascino messianico
lasciato intravedere dalla Settanta e dai Padri della Chiesa [4].
[1] Si veda, a tal proposito, Atanasio, Epistula
de decretis nicaenae synodi, II, 10.
[2] Ad un vescovo ariano, un cristiano
dell'antichità replicava: "A proposito del Figlio tu dici: Se fosse uguale
al Padre, certamente sarebbe identico; se fosse identico, certamente non
sarebbe nato: ciò significa che, poiché [il Padre] non è generato, non è
identico [al Figlio]. Potresti [però] dire che non era uomo quello generato da
Adamo, dato che lo stesso Adamo non fu generato, ma creato da Dio? Se Adamo
poté esistere senza essere generato, e tuttavia poté generare un essere come se
stesso, non vuoi che per Dio [Padre] sia stato possibile generare un Dio uguale
a sé?" (Agostino, Polemica con
Massimino, Libro I, 20)
[3]
Clemente Alessandrino, Stromata, V, 14 (Sapienza creata per prima);
Taziano, Orazione, V (Opera primigenia); Tertulliano, Contro Prassea, VI
(Sapienza seconda persona creata); Eusebio di Cesarea, Storia
Ecclesiastica, I, 2, 6 (Sola creatura di Dio preesistente al mondo).
[4]
Per il Salmo 110,3 i cristiani possono legittimamente sospettare che la
vocalizzazione dei masoreti abbia tentato di indebolire la forza messianica di
questo versetto. In molti altri punti della Scrittura numerosi (e clamorosi)
furono però gli abbagli presi dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa. In
Isaia 53,8, ad esempio, il termine ebraico ורר (dwr), cioè generazione nel senso gruppo di persone
della stessa età, fu ingiustamente tradotto dalla Settanta in senso messianico
con “la sua generazione chi potrà narrarla?” invece che “tra quelli della sua
generazione chi rifletté?”. Un altro errore presente in moltissime Bibbie
moderne (spesso anche tratte dai testi originali) riguarda poi la traduzione
dell’ebraico בר
nel Salmo 2,12. Il termine בר (bar) si può infatti rendere con “figlio”
solo nell’aramaico più recente, mentre nell’ebraico del tempo di Davide
significava semplicemente “puro”. La traduzione corretta sembra pertanto
quella fornita da Gerolamo nel salterio ebraico “adorate pure” cioè “adorate
con purezza” e non quella proposta dalla Settanta e seguita dalla Vulgata nel salterio romano“Apprendete la
disciplina”, anche se la lettura messianica oggi diffusa in quasi tutte le
versioni protestanti “Rendete onore al Figlio”. non può essere esclusa a priori, soprattutto se si considera Proverbi 31,2 dove il termine figlio è reso con l'aramaico "bar". Non tutta la Bibbia dei Settanta si
prestava poi a sostenere il
messianesimo individuale e la lettura cristiana delle profezie. Se si
esclude l’esempio classico di Isaia 7,14 in cui עלמה
(almah) cioè “giovane donna” venne reso dalla Settanta con
παρθενος (partenos), cioè
“vergine” (aprendo la strada alla profezia della nascita verginale di Gesù),
molto spesso la Settanta si rivelò troppo libera e, in alcuni casi, decisamente
fuorviante. San Girolamo osservò come in moltissimi punti il testo ebraico
fosse decisamente più affidabile del testo greco della Settanta e della Vetus
Latina (ricavata dalla Settanta). Degni di rilievo sono, ad esempio, i casi di
Isaia 9,5 dove il testo ebraico porta “Dio potente” ed il testo greco “Angelo
del gran consiglio”, di Isaia 42,1 dove il testo ebraico ha “mio
servitore e mio eletto” ed il testo greco “mio servitore Giacobbe e mio
eletto Israele”, di Daniele 2,22 dove l’ebraico ha “la luce è con Dio”
ed il testo greco “il riposo è con Dio”, di Osea 11,11 dove il testo
ebraico porta “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” ed il testo greco “dall’Egitto
ho chiamato i miei figli” e di Proverbi 8,22 dove il testo ebraico ha “Dio
mi generò” o “Dio mi ebbe con se” ed il testo greco “Dio mi creò”.