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Introduzione

Analizzeremo in questo studio il rapporto intercorrente tra due realtà istituzionali, politiche e sociali del Seicento lombardo; due realtà ``locali'': la provincia (o contado, termine all'epoca più usato) di Vigevano e la comunità di Gambolò. I contadi sono stati oggetto fra gli anni Settanta e Ottanta del passato secolo di notevoli attenzioni da parte della storiografia1.1, sorte dopo anni di assenza di studi sull'argomento1.2. In seguito, tuttavia, nonostante si fosse ben lontani da un esaurimento della documentazione e dei temi l'argomento è stato abbastanza accantonato (contrariamente all'analisi del ``fratello'' istituzionale del contado lombardo, il Territorio veneto). Qui proponiamo una lettura del contado visto attraverso la comunità, ovvero Gambolò, che era il centro principale del Vigevanasco. Come periodo è stato scelto il Seicento, quando entrambi gli organismi furono (tutto sommato indipendentemente l'uno dall'altro) soggetti a tensioni notevoli, che ne ridefinirono in buona parte la fisionomia. Il termine «contado» è in ambito lombardo essenzialmente ambiguo, poiché può indicare indifferentemente tre tipi di organismi: il territorio tradizionalmente soggetto alla città; l'istituzione, sorta nel Cinquecento per combattere questo predominio; ancora, il territorio sottoposto a quest'ultima per la sua amministrazione (tipicamente fiscale). Una volta che i contadi si resero indipendenti dalle città per quel che riguarda il fisco e alcune competenze minori, essi divennero organismi politici a tutti gli effetti, dotati di loro istituti e di una (o più) rappresentanza, nonché di un territorio su cui esercitare tali prerogative. Il contado inteso in questi ultimi due sensi, cioè come istituzione e territorio governato da tale istituzione, era dunque organismo staccato dalla città, ed è perlopiù in questa accezione che qui lo considereremo.

Ciò vuol dire che quando useremo il termine di provincia di Vigevano, Vigevanasco o contado di Vigevano, non intenderemo includervi anche Vigevano, perché quest'ultima non era ``compresa'' nel contado (fiscalmente parlando), ma a sé stante. Parlando di «contado di Vigevano» intenderemo invece una provincia formata da undici comunità e dotata di proprie istituzioni, sorta nel 1532 contestualmente alla nomina a Città di Vigevano da parte di Francesco Sforza II, e in seguito staccatasi dagli organismi cittadini in concomitanza con le lotte di emancipazione dei contadi di metà e fine Cinquecento. Le undici comunità erano Gambolò, Palestro, Cilavegna, Confienza, Robbio, Cassolnovo, Cassolvecchio, Villanova, Vinzaglio, Nicorvo e Gravellona; originariamente vi era compresa anche Turrione, che altro non era però che una frazione di Vinzaglio, e ben presto non venne più nominata1.3. La provincia non aveva un suo capoluogo fisso o un centro eletto come sua sede (come sede cioè dell'istituzione); buona parte di questo lavoro sarà però dedicata a dimostrare come Gambolò fosse il centro principale del contado, sia dal punto di vista economico come politico. Una dimostrazione in realtà non fine a sé stessa ma tesa a osservare l'oggetto «contado» dall'angolo visuale di una comunità, e anzi della sua comunità maggiore.

Come è stato giustamente rilevato da Germano Maifreda, lo studio di un'istituzione così tipicamente intermedia come il contado lombardo, o il Territorio veneto, dovrebbe consistere nell'analisi di un doppio rapporto: con il Centro da un lato (lo Stato, e i suoi organismi) e con le comunità dall'altro1.4. Di fatto, la storiografia lombarda ha posto l'accento per i contadi pressoché esclusivamente sul primo dei due punti. Questo, ci sembra, per almeno due ragioni: l'una, la scarsezza di fonti esistenti sulle comunità a livello di archivi centrali. L'Archivio di Stato di Milano, in particolare (ma anche i vari archivi dei capoluoghi di provincia), ne appare singolarmente sprovvisto: non esistono fondi organici che raccolgano materiale sulle comunità, come, tanto per fare un esempio, quello del Magistrato dei Nove a Firenze1.5. Questa mancanza si può far risalire, per l'età moderna, oltre che a motivi di storia d'archivio (i danni provocati dall'impostazione peroniana: motivo non valido però per gli archivi dei capoluoghi), anche a una certa assenza di garanzie tutorie e di un generale paternalismo dello Stato nei confronti delle comunità. L'unica traccia di un simile atteggiamento è così rimasta, tutto sommato, il residuo del fondo Deroghe all'interno del fondo Senato in Archivio di Stato a Milano: si tratta delle licenze che le comunità dovevano richiedere per poter alienare beni comunali e anche per poterne in generale disporre per costituire censi.

Visto il grande attivismo delle comunità al proposito, soprattutto nel Seicento, dovremmo trovarci di fronte a un fondo imponente: invece, esso consta di ben poche cartelle. Questo è in massima parte da attribuirsi, pare, ad altre dispense concesse dal Senato o dal Magistrato Ordinario dal chiedere ulteriori deroghe per ogni singolo atto di vendita o censo, cosa che avrebbe bloccato le attività degli organi del Centro per anni1.6. A sua volta, tali disposizioni, assieme alla rinuncia a costituire una magistratura specifica che si occupasse della materia e tutelasse le comunità, ben sottolineano, per così dire, alcuni importanti ``caratteri originari'' dello Stato di Milano d'Antico Regime1.7. Le notizie sulle comunità restano così in massima parte confinate nei vari fondi notarili, negli atti dei notai pubblici delle varie terre, nonché negli Archivi Storici, molti dei quali sono proprio in questi anni in fase di pesante riordinamento. Scarsa o quasi nulla, però, è stata l'attenzione della storiografia verso queste possibilità.

Resta quindi a livello centrale un'ulteriore ``visione'' del locale: quella delle comunità e delle campagne in quanto ``feudi''. Qui, per motivi in massima parte di finanza straordinaria, che si incontravano col forte interesse da parte dei particolari all'infeudazione (prodromo di una possibile e futura nobilitazione), lo Stato approntò nel '600 efficienti procedure per la conoscenza delle risorse locali, la consistenza demografica, agricola e ``industriale'' delle terre. Istituzione delegata era il Magistrato Straordinario, che nel corso del secolo, grazie a un gran numero di visite di suoi funzionari presso i feudi, finì per produrre un'ingente quantità di informazioni sulle comunità sotto forma di «interrogationes», cioè verbali di interrogatori a persone che si ritenevano particolamente bene informate sulle attività feudali, poi riassunte a beneficio del Centro in documenti più sintetici e narrativi. I documenti così prodotti servivano a fornire una stima del valore del feudo, per poterlo prezzare e quindi alienarlo1.8.

Da un'altra parte, la scarsezza di studi sul rapporto comunità-contadi è dovuta anche ad una propensione della storiografia verso, invece, il tema del conflitto con la Città, e il ruolo giocato dalla provincia nella formazione dell'estimo: un ruolo, quindi, che vedeva implicate le rappresentanze in un rapporto verso l'alto con una serie di interlocutori quali Madrid, il Governatore, il Magistrato Ordinario, e ancora le Città1.9. Questo punto di vista ha portato a un maggior interesse storiografico per il problema della nascita e delle origini delle istituzioni del contado piuttosto che per quello del successivo consolidamento, un consolidamento che a seconda delle realtà locali nonché delle griglie interpretative possiamo datare a partire più o meno dagli anni 1600-201.10.

Per quanto riguarda il Vigevanasco buona parte di questo ``consolidamento'', e di definizione del rapporto con Vigevano, avveniva nelle diatribe di metà anni Venti per la scelta del luogo dove tenere la congregazione generale, cioè la riunione dei rappresentanti delle undici terre del contado. L'importanza legata al luogo era data dal fatto che da esso derivava il potere di convocare la congregazione stessa. Riunendosi a Vigevano, tale potere sarebbe spettato al Podestà di Vigevano, nonostante l'assemblea consistesse unicamente in rappresentanti del contado (quindi rurali e non cives1.11). Nel 1626, tuttavia, dopo varie frizioni, su iniziativa di Agostino Cassini, notaio di Gambolò, il contado otteneva dal Magistrato Ordinario di poter tenere le proprie riunione fuori della Città, dato che, come si spiegava «non esser utile al contado perseverare in farlo in detta Città massime havendo da trattare negotij contro essa»1.12. Dopo aver ottenuto facoltà di riunione extra-cittadina, il contado organizzerà le congregazioni, sia quella Generale che quella ristretta (e alla fine esecutiva, formata da quattro deputati, il cancelliere e il sindaco) in una molteplicità di luoghi, molti dei quali anche al di fuori della provincia stessa1.13. La struttura del contado, composta da undici sole terre, era infatti abbastanza leggera da poter avere una rappresentanza itinerante1.14.

Principio essenziale della rappresentanza era la ``ruralità'' dei deputati; un criterio, questo, solo fino a un certo punto fondato sulla ``qualità'' della persona, quanto piuttosto sulla tipologia della proprietà1.15.


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2005-06-27