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    Giulio Ferroni "Dizionarietto di Robic" - edizione Piero Manni
    Recensione di Gabriella Bona
        

    Jean Robic correva in bicicletta, vinse il Tour de France nel 1947 ma più che per le sue imprese sportive fu famoso per le sue cadute, per le sue fratture, per “la facilità a cadere e a rompersi la testa” fino a conquistarsi il soprannome di “testa di vetro”. Per due anni, dal ’96 al ’98, Giulio Ferroni ha firmato con lo pseudonimo Robic la sua rubrica sulla rivista “Il diario della settimana”: un omaggio ad un ciclista di altri tempi ma anche una forma di autoironia verso quelle “teste intellettuali, la loro fragile e testarda pretesa di giudicare il mondo, di criticarlo e correggerlo”. 
    Oggi gli articoli di “Diario” sono diventati un libro: il “Dizionarietto di Robic – centouno parole per l’altro millennio” pubblicato da Piero Manni. 
    Centouno parole, da Amato a volgarità, analizzate con attenzione, con competenza, con un’approfondita ricerca etimologica, cercando di “notare incongruità, paradossi, stranezze, colpendo presunzioni, sufficienze, arroganze, partiti presi”, il tutto condito da un’ironia che rende piacevole la lettura. E leggere queste pagine a distanza di tre o quattro anni da quando sono state scritte, ci permette anche una riflessione sul nostro recente passato, sui fatti che si sono velocemente succeduti, trovando anche doti di sorprendente lungimiranza da parte del loro autore. 
    Le parole che hanno particolarmente colpito l’attenzione di Ferroni sono di varia natura e a loro sono dedicati precisi metodi di analisi. Ci sono le parole che tendono a rendere nuovo e moderno ciò che è rimasto assolutamente immutato, come i pubblicitari che ora si definiscono creativi (ma ci fu già chi sottolineò che, anche se si facevano chiamare stilisti, i sarti rimanevano sarti). Ci sono le parole che hanno completamente cambiato significato, andando a coprire situazioni diverse dalle originali (come codino, cubista, riformista), dimostrando uno scarso senso storico e provocando talvolta equivochi e confusioni. Ci sono le parole che hanno coperto uno spettro talmente ampio di situazioni da aver perso non soltanto il significato originale ma ogni possibile significato, che sono state svuotate di senso, come mito, scomodo, transizione, trasgressione. E ci sono le parole inutili, le frasi sentite ripetere talmente spesso da non riuscire più a far presa sulla nostra attenzione, che per quanto buone e intelligenti non servono più.  
    Giulio Ferroni, insegnante di letteratura all’Università La Sapienza di Roma e critico letterario è anche un attento osservatore della vita politica e, sebbene si collochi in quell’area che per ora si definisce centrosinistra, non risparmia le sue critiche a chi tenta di fare una politica nuova inventando Cose e Case, che guarda ad un centro senza aver capito dov’è, rilevando un’imprecisione che non è soltanto lessicale ma politica e programmatica. 
    Tra un Giro e un Tour e qualche scampagnata in bicicletta, dopo aver controllato lo stato dei freni perché le cadute dalla bicicletta sono molto dolorose, qualche “parola” di Robic diventa un intelligente e piacevole momento di riposo. 
        
    gabriella bona


 
 
 
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