Per le molte cose che NON HO CAPITO e che continuo a non capire,

credo sia molto utile leggere, rileggere e rileggere

la seguente conferenza del vero pontefice dei nuovi tempi...

Buona Pasqua a tutti!

Nereo Villa, Castell'Arquato, 31 marzo 2018

 

EDUCAZIONE PRATICA DEL PENSIERO
 

Conferenza di Rudolf Steiner tenuta a Karlsruhe il 18 gennaio 1909

 

Titolo originale della conferenza:

"Praktische Ausbildung des Denkens" (Opera Omnia n. 108)
Traduzione di Willy Schwarz

 

A cura di Nereo Villa

 

 

Karlsruhe, 18 gennaio 1909

 

Può sembrare strano che l'antroposofia si senta chiamata a parlare di educazione pratica del pensiero; le persone estranee, infatti, hanno assai spesso l'idea che l'antroposofia sia qualcosa di eminentemente non pratico e che non abbia nulla a che fare con la vita. Una simile opinione può sussistere però solo se si considerano le cose superficialmente da un punto di vista esteriore. In realtà si tratta invece, nell'antroposofia, di una norma per la vita dì tutti i giorni; in ogni momento l'antroposofia deve potersi convertire, per noi, in sensibilità e in sentimenti atti a farci affrontare la vita con sicurezza, e a farci attenere saldamente ad essa.

 

Le persone che si dichiarano pratiche credono di agire secondo i principi più pratici. Ma se si guardano le cose più da vicino, si scoprirà che il cosiddetto "pensiero pratico" spesso non è affatto un pensiero, ma solo un persistere in giudizi tradizionali e in abitudini di pensiero. Se si osserva del tutto oggettivamente il pensiero delle persone pratiche, se si esamina quello che abitualmente si chiama un pensiero pratico, vi si troverà spesso ben poca vera pratica; quella che si chiama pratica consiste spesso solo nell'aver appreso come la pensasse il maestro, o come la pensasse chi, in precedenza, sia stato inventore di questo o quello, e come ci si debba di conseguenza orientare. E chi pensa diversamente, è considerato una persona non pratica; perché il pensiero non sempre concorda con quanto è stato una volta inculcato nella gente.

 

Ma se realmente, una volta, qualcosa di pratico è stato inventato, non è affatto detto che lo sia stato da una persona effettivamente pratica. Prendiamo per esempio i nostri francobolli. La cosa più ovvia sarebbe di pensare che essi siano stati inventati da una persona pratica della posta. Ma non è così. All'inizio del secolo scorso la spedizione di una lettera era ancora un vero cerimoniale. Se si voleva mandare una lettera, si doveva andare in un luogo apposito dove le lettere venivano consegnate; lì poi si dovevano consultare molti libri, attenendosi a un complicato cerimoniale. Solo da circa sessant'anni siamo abituati, per la spedizione delle lettere, a una tariffa unitaria. E il nostro attuale francobollo, che rende possibile ciò, non è stato inventato da un uomo pratico del servizio postale, ma da un uomo che ne era lontano, dall'inglese Hill (Sir Rowland Hill, 1795-1879). Quando fu inventato il francobollo, il ministro che allora era addetto alle poste dichiarò al parlamento inglese che innanzitutto non si poteva supporre, con questa semplificazione, che il traffico sarebbe realmente aumentato come quell'Hill, mancante di ogni senso pratico, se lo figurava; e che in secondo luogo, supposto che così fosse, l'ufficio postale di .Londra non sarebbe stato certo sufficiente per un tal traffico.


Ma a quel grande uomo pratico non veniva neanche lontanamente in mente che l'edificio della posta dovesse regolarsi sul traffico, e non il traffico sull'edificio della posta. Ora, in un periodo di tempo relativamente brevissimo, quel che allora dovette essere strappato a fatica ad un pratico da un non pratico, entrò nell'uso; e oggi è assolutamente ovvio spedir le lettere coi francobolli.


Similmente per quanto riguarda la ferrovia: nel 1835, quando in Germania si trattava di costruire la prima ferrovia da Norimberga a Fürth, l'associazione medica bavarese, interpellata, dichiarò in una perizia che non era consigliabile costruire ferrovie; se tuttavia se ne aveva l'intenzione, allora per lo meno si doveva erigere un'alta staccionata a destra e a sinistra della ferrovia, affinché i passanti non avessero a patire choc nervosi e commozioni cerebrali.
 

Quando poi si doveva costruire la linea ferroviaria Potsdam-Berlino, il direttore generale delle poste Nagler disse: "Ogni giorno partono per Potsdam due diligenze postali e non sono mai complete; se si vuole assolutamente buttare il denaro dalla finestra, tanto vale, allora, farlo direttamente". I fatti reali della vita percorrono strade diverse da quelle della cosiddetta gente pratica, della gente che crede di essere pratica. Bisogna distinguere quello che è il vero pensare dal cosiddetto pensare pratico, che è solo un giudicare secondo abitudini di pensiero inculcate.

 

Racconterò un fatterello, capitato proprio a me, col quale inizierò queste nostre considerazioni. Quando ero studente, venne un giorno da me un mio giovane collega, tutto allegro, come capita a chi abbia avuto un'idea molto astuta, e mi disse: "Devo andare subito dal professor X (che teneva allora la cattedra universitaria: di costruzione di macchine) perché ho fatto una grande scoperta: ho scoperto che con l'impiego di una quantità minima di forza di vapore trasformata si può eseguire, con una macchina, una straordinaria quantità di lavoro". Di più non poté dirmi, perché aveva una gran fretta di andarsene. Non trovò però il professore che cercava; tornò indietro e mi spiegò tutto quanto. Il ragionamento mi sembrava puzzare un po' - per così dire - di moto perpetuo; tuttavia, una cosa del genere non avrebbe potuto, dopo tutto, anche attuarsi un giorno? Dopo che mi ebbe spiegato ogni cosa, non potei fare a meno di dirgli: "La faccenda, vedi, è, sì, acutamente escogitata, ma in pratica in questa condizione le cose stanno come se qualcuno si mettesse in un vagone ferroviario, spingesse terribilmente dall'interno, e pensasse poi di esser stato lui a far partire il vagone. Altrettanto poco valido è il principio su cui si fonda la tua pretesa scoperta". Anche lui si rese poi conto della cosa; e non tornò più dal professore.

 
In tal modo ci si può per così dire incapsulare col proprio pensiero. Questo incapsulamento si rende anche evidente in certi casi specialissimi; ma nella vita molti uomini si incapsulano in modo simile e non sempre questo salta all'occhio come nel nostro esempio. Chi però è in grado di osservare le cose più profondamente, sa che molte e molte volte, negli uomini, il procedimento di pensiero si svolge così; e spesso vede che gli uomini stanno sempre, per così dire, in un vagone, spingono dall'interno credendo poi di esser loro a far muovere il vagone. Molto di quanto avviene nella vita andrebbe in modo ben diverso, se gli uomini non fossero appunto come quelli che stanno in un vagone e che credono di muoverlo, spingendo sulla parete interna.

 
Una vera prassi del pensiero presuppone che si abbia verso di esso il giusto atteggiamento, il giusto sentimento. E come si può conseguire una giusta posizione verso il pensiero? Non si può avere un giusto senso del pensiero se si crede che il pensiero sia qualcosa che si svolge solo dentro l'uomo, dentro il suo capo o dentro la sua anima [nota per i subumani: "anima" = attività interiore - ndc]. A chi ha quest'opinione, un falso sentimento impedirà sempre di ricercare una corretta prassi del pensiero, e di pretendere dal proprio pensiero che esso risponda alle necessarie esigenze. Chi voglia conseguire il giusto sentimento rispetto al pensiero, dovrà dirsi: se sono in grado di farmi dei pensieri intorno alle cose, se con pensieri io posso stabilire qualcosa intorno alle cose, questi pensieri devono pure esserci, prima, nelle cose. Le cose devono essere state costruite secondo i pensieri, e solo allora io potrò anche estrarre i pensieri dalle cose.

 
L'uomo deve immaginarsi che gli oggetti del mondo esterno sono paragonabili, in un certo senso, a un orologio. Si è usato assai spesso questo paragone dell'orologio per l'organismo umano; ma la gente per lo più dimentica il più importante, cioè che esiste anche un orologiaio. Bisogna rendersi conto chiaramente che le ruote non si sono radunate, non si sono combinate da sole per far andare l'orologio; ma che prima è esistito un orologiaio che ha composto l'orologio. Non si può dimenticare l'orologiaio. L'orologio è stato creato mediante pensieri, i pensieri sono per così dire fluiti nell'orologio, nelle cose. Bisogna rappresentarsi in un modo simile anche tutte le opere, tutti i fatti di natura. Nell'opera dell'uomo la cosa è subito evidente, ma nelle opere di natura non la si può tanto facilmente osservare; eppure anch'esse sono effetto di attività spirituali e dietro ad esse stanno entità spirituali. Quando pensa intorno alle cose, l'uomo riflette solo su ciò che prima è stato riposto in esse. Solo l'opinione che il mondo sia stato prodotto da pensieri e sia ancora in tal modo continuamente prodotto, rende feconda la vera pratica interiore del pensiero.


L'incredulità rispetto alla spiritualità del mondo produce sempre, anche su terreno scientifico, il pensiero praticamente peggiore. Se per esempio si dice che il nostro sistema planetario è sorto così: che prima c'era una nebulosa primordiale che ha cominciato a roteare e sì è contratta in un corpo centrale; che da questo poi si sono separati anelli e sfere e così è sorto meccanicamente l'intero nostro sistema planetario - se si dice così, si commette un grave errore di pensiero. La cosa è presentata agli uomini, oggi, in modo assai leggiadro; in ogni scuola si fa questo bell'esperimento: si mette in un bicchier d'acqua una goccia di grasso; si fa passare un ago in questa goccia di grasso e si fa rotare il tutto. Allora dalla grossa goccia si separano piccole gocce; si ottiene un piccolo sistema planetario; e si è mostrato con evidenza allo scolaro - così almeno si crede - come un sistema planetario si possa formare in modo puramente meccanico. Soltanto un pensiero inesperto potrà, da questo bell'esperimento, trarre tali conclusioni; chi infatti trasferisce la cosa al nostro grande sistema planetario, dimentica per lo più qualcosa che forse - di solito - è assai bene dimenticare: dimentica se stesso, dimentica di essere stato lui stesso a porre il tutto in rotazione! Se non ci fosse stato lui a compiere tutto l'esperimento, la suddivisione della goccia di grasso in tante goccioline non si sarebbe mai verificata. Se l'uomo osservasse anche questo e lo riportasse al sistema planetario, allora, sì, il ragionamento sarebbe perfetto. Tali errori di pensiero hanno oggi una parte straordinariamente grande; anche, specialmente, in quella che oggi chiamiamo scienza. Sono assai più importanti di quanto abitualmente non si creda.

 
Se si vuol parlare di vera praticità del pensiero, bisogna riconoscere che i pensieri possono essere estratti solo da un mondo in cui essi già siano presenti realmente. Come si può attingere acqua solo da un vaso che veramente già la contenga, così si possono attingere pensieri solo da cose in cui essi già siano. Il mondo è costruito su pensieri; solo perciò dal mondo si possono anche estrarre pensieri. Se non fosse così, una prassi del pensiero non potrebbe in genere neppure effettuarsi. Quando l'uomo finalmente comprenderà quanto abbiamo detto ora, allora gli sarà facile distogliersi da ogni pensare astratto; quando l'uomo avrà la piena fiducia che dietro alle cose stanno pensieri, che i fatti reali della vita si svolgono secondo pensieri, quando sarà pervaso da questo sentimento, allora facilmente si convertirà ad un esercizio del pensiero fondato sulla realtà.
 

Presenteremo ora qualche esempio di prassi del pensiero, importante specialmente per chi stia su un terreno antroposofico. Chi è persuaso che il mondo dei fatti reali si svolge secondo pensieri, riconoscerà l'importanza di un'educazione al retto pensare. Supponiamo che qualcuno si dica: io voglio fecondare il mio pensiero in modo che esso riesca sempre veramente ad orientarsi nella vita. Quel tale dovrà allora attenersi a quello che diremo ora. E le cose che addurremo sono da intendersi come principi concreti, come principi pratici; sono da intendersi come principi che, se sono usati sempre di nuovo, se danno la direzione al nostro pensare, producono determinati effetti; così che il pensiero sarà pratico, anche se ciò forse in principio non apparirà. Se si attuano tali principi, si presentano al pensiero esperienze del tutto nuove.


Supponiamo che qualcuno oggi osservi accuratamente un fenomeno naturale a lui accessibile, un fenomeno che egli è in grado di osservare con la massima precisione, per esempio l'andamento meteorologico. Egli osserva, la sera, la configurazione delle nuvole, il modo in cui il Sole è tramontato, ecc.; in tal modo si fa un quadro preciso di ciò che ha osservato. Per un certo periodo di tempo egli cerca di trattenere questa rappresentazione, questo quadro, in tutti i particolari; ne trattiene quanto più gli è possibile e cerca di conservarselo fino all'indomani. L'indomani poi, egli osserva ancora le condizioni meteorologiche, più o meno alla stessa ora, o anche in ora diversa, e cerca nuovamente di formarsi un quadro esatto della situazione.


Quando si sarà fatto in tal modo dei quadri esatti delle successive condizioni meteorologiche, gli risulterà molto evidente quanto si vada interiormente arricchendo e rafforzando il suo pensiero; l'imperizia del pensiero è, infatti, dovuta alla circostanza che l'uomo di solito è assai incline a trascurare, nello svolgersi dei fenomeni naturali, i particolari e di conservarne solo in modo generico rappresentazioni confuse. Quel che ha valore, quel che è essenziale, quel che feconda il pensiero è, di formarsi appunto immagini esatte dei fenomeni che si susseguono, e poi di dirsi: - ieri le cose stavano così, e oggi stanno così -, e intanto anche di richiamarsi all'anima [idem - ndc], quanto più vivamente è possibile, le due immagini che nel mondo della realtà, sono separate.


Dapprima questo non è se non un dimostrar fiducia nei pensieri della realtà. L'uomo non dovrebbe poi subito trarre delle conclusioni e, da quanto ha osservato oggi, dedurre quel che sarà domani la situazione meteorologica. Ciò altererebbe il suo pensiero; egli dovrebbe invece aver fiducia nel fatto che nella realtà esteriore le cose sono connesse, che il domani è connesso in qualche modo all'oggi. Non dovrebbe specularci sopra; ma dovrebbe in un primo tempo solo ripensare in se stesso, con immagini rappresentative quanto più possibile esatte, quel che si sussegue temporalmente; e poi, dovrebbe presentarsi queste immagini l'una accanto all'altra e farle trapassare l'una nell'altra. Questo è un ben determinato metodo di pensiero che si deve usare se si vuole realmente esplicare un pensare concreto. È bene usare questo sistema per le cose che non si comprendono ancora e i cui nessi interiori non ci risultano ancora. Perciò, proprio per i fenomeni di cui non si comprende ancora nulla (come per esempio la meteorologia), bisogna aver fiducia che essi, essendo connessi in natura, effettuino connessioni anche in noi; e queste devono rivelarsi soltanto mediante le immagini, astenendoci dall'esplicare una nostra speculazione. Bisogna dirsi: - non conosco ancora il nesso fra questi fenomeni, ma li terrò presenti in me, ed essi effettueranno in me qualcosa, se veramente io mi eserciterò ad astenermi da ogni speculazione. Potrete persuadervi facilmente che quando l'uomo, astenendosi dallo speculare, si fa delle rappresentazioni quanto più possibile esatte di due fenomeni che si succedono, qualcosa accade nei suoi invisibili elementi costitutivi. Il corpo astrale umano [nota per i subumani: "corpo astrale umano" = complesso corporeo di tutta l'attività interiore dell'uomo - ndc] è portatore della vita di rappresentazione. Finché l'uomo è dedito a speculare, il corpo astrale [idem - ndc] è schiavo dell'io. Esso però non si esaurisce tutto in questa attività cosciente, ma sta anche in un certo rapporto col cosmo intero.

 

Ora, quanto più noi ci asteniamo dall'esplicazione di ogni arbitrio di pensiero, quanto più, con totale rilassamento, ci facciamo immagini rappresentative dei fenomeni che si succedono, tanto più gli intimi pensieri del mondo operano in noi e, senza che lo sappiamo, si improntano nel nostro corpo astrale [idem - ndc]. Quanto più, mediante l'osservazione dei fenomeni naturali, ci congiungiamo al divenire del mondo, e ne accogliamo in pensieri le immagini nel modo più puro, tanto più saggi diventeremo in quelle parti di noi stessi che si sottraggono alla nostra coscienza. Se poi riusciremo, riguardo a due processi naturali che sono fra loro intimamente connessi, a far trapassare una immagine nell'altra, conforme al trapasso che è avvenuto fra loro in natura, dopo qualche tempo noteremo che il nostro pensiero avrà conseguito una certa elasticità.

 
Così dobbiamo comportarci riguardo alle cose che ancora non comprendiamo; riguardo invece a quelle che già ci sono note, dovremo comportarci un po' diversamente, per esempio riguardo ai fatti della vita quotidiana che si svolgono intorno a noi. Supponiamo che qualcuno, per esempio un vicino, abbia fatto qualcosa. Noi riflettiamo: perché l'avrà fatto? Pensiamo che forse egli l'abbia fatto come preparazione a qualcos'altro da farsi l'indomani; non dobbiamo allora dir nulla, ma rappresentarci in modo distinto quello che egli ha fatto, e cercare di formarci un quadro di quanto farà domani. Dobbiamo rappresentarci ciò che egli farà domani, e aspettare che cosa realmente farà. Può darsi che l'indomani notiamo che egli faccia realmente quanto ci siamo immaginati. Può anche darsi che faccia qualcos'altro. Ciò che accade lo vedremo e, conseguentemente, cercheremo di migliorare il corso dei nostri pensieri.

 
In tal modo, osserviamo oggi dei fatti che vogliamo poi seguire con pensieri nelle loro conseguenze future; e aspettiamo quel che accade. Possiamo farlo nei confronti di azioni umane o di altre cose. Quando ci è noto un dato atto, noi cerchiamo di farci un quadro di quel che, secondo la nostra opinione, ne deriverà. Se la nostra previsione si avvera, vuol dire che il nostro pensiero era giusto; ed è bene. Se accade qualcosa di diverso dalla nostra aspettativa, allora dobbiamo cercare di riflettere dove ci siamo sbagliati; e cerchiamo di correggere i nostri pensieri sbagliati mediante una tranquilla osservazione, esaminando dove è stato commesso l'errore, e quale ne è stata la causa.

 
Se abbiamo colto nel segno, dovremo però con grande cura evitare di vantarci della nostra profezia: "Eh sì, l'avevo detto io che le cose sarebbero andate così!".

 
Anche questo esercizio di pensiero deriva dall'aver fiducia che nelle cose e nei fatti stessi sia riposta una necessità interiore, che nei fatti stessi sia riposto un "quid" che fa andare avanti le cose. Sono le forze del pensiero a operare nelle cose, fra l'oggi e il domani. Se ci immergiamo nelle cose, diventeremo consapevoli di queste forze di pensiero. Con tali esercizi presentiamo queste forze di pensiero alla nostra coscienza; quando quel che abbiamo previsto si avvera, significa che ci siamo conformati ad esse; in tal caso siamo in un intimo rapporto con la reale attività di pensiero della cosa stessa. Così ci abituiamo a pensare non in modo arbitrario, ma muovendo dall'intima natura delle cose.

 
Ma possiamo educare il nostro pensiero anche in altre direzioni. Quanto avviene oggi sta a sua volta in rapporto con quanto è avvenuto ieri. Un ragazzo, per esempio, è stato sgarbato; quali possono esserne le cause? Cerchiamo di risalire i fatti a ritroso da oggi a ieri, e di costruirci le cause che non conosciamo. Diciamo: ciò che avviene oggi, io credo che sia stato preparato, ieri o l'altro ieri, da questo o da quel fatto...

 
Ci si informa poi di quel che realmente è avvenuto, e si constata se si è pensato in modo giusto. Se si è scoperta la giusta causa, bene; se invece ci si è fatta una rappresentazione falsa, si cerchi di rendersi conto degli errori, di scorgere come il processo si sia svolto nel pensiero dentro di noi, e come si sia svolto invece nella realtà.

 
L'importante è di esercitarsi secondo questo metodo, di trovare davvero il tempo di considerare le cose in questo modo (cioè come se noi fossimo dentro esse col nostro pensiero); l'importante è che noi ci immergiamo nelle cose, nell'intima attività di pensiero che è dentro le cose. Se lo facciamo, osserviamo via via che noi ci andiamo congiungendo veramente col divenire delle cose; e non avremo più il senso che le cose siano fuori e noi dentro, a riflettere su di esse, ma avremo il senso che il nostro pensiero si muova entro le cose. Se all'uomo ciò sarà possibile in alta misura, molte cose gli si spiegheranno.


Goethe fu un pensatore che conseguì in alta misura tutto ciò, fu un pensatore che sempre stette coi suoi pensieri dentro nelle cose. Lo psicologo Heinroth, nel suo libro "Antropologia", disse nel 1822 che il pensiero di Goethe era un pensiero oggettivo; e Goethe stesso si rallegrò molto di vedere definito il suo pensiero come un pensiero che non si separa dalle cose; come un pensiero che rimane entro le cose, che si muove entro la necessità delle cose. Il pensare di Goethe era insieme anche un guardare e il suo guardare un pensare.

 
Goethe fece molti passi avanti, sviluppando in tal modo il suo pensiero. Più di una volta capitò che prevedesse qualcosa; mentre era intento a tutt'altro, capitava che andasse alla finestra ed a chi era lì in quel momento dicesse: - Fra tre ore pioverà. - E dopo tre ore pioveva. Dalla piccola striscia di cielo che vedeva dalla finestra, poteva prevedere il mutarsi della situazione meteorologica nelle ore successive. Il suo pensiero che rimaneva fedelmente congiunto con le cose, gli permetteva di sentire, di fiutare quasi il prepararsi di un avvenimento successivo da uno precedente.


Con un pensiero pratico si può ottenere veramente molto più di quanto abitualmente si creda. Se si possiedono i principi fondamentali del pensiero descritto ora, si noterà che veramente il pensiero diventa pratico, che l'orizzonte si allarga e che si comprendono le cose del mondo in modo del tutto diverso. Si acquista a poco a poco tutta un'altra posizione rispetto alle cose e anche agli uomini. Si tratta di un processo reale che avviene in noi e che trasforma tutto il nostro atteggiamento. Può essere di grandissima importanza che si cerchi in tal modo concretamente di congiungersi col divenire delle cose; il fare questi esercizi è un principio eminentemente pratico per l'educazione del pensiero.

 
Quelli a cui di solito non viene la giusta idea nel giusto momento, dovrebbero fare un altro esercizio. Dovrebbero soprattutto cercare di pensare, non soltanto abbandonandosi in ogni istante a quello che le condizioni esterne, a quello che le cose fuori di loro li stimolano a pensare. È un fatto comunissimo che l'uomo, quando riesce a sdraiarsi una mezz'ora per riposarsi, dia libero corso al gioco dei suoi pensieri. Questi allora vagano all'infinito. Oppure può darsi il caso che egli sia disturbato da una preoccupazione; ecco che di volo essa gli si insinua nella coscienza, ed lui ne è tutto preso. Se l'uomo si comporta così, non arriva mai ad avere la giusta idea nel momento giusto. Se vuole conseguire ciò, quando ha una mezz'ora per riposarsi, dovrebbe dirsi: ogni volta che ne ho il tempo, voglio pensare a qualcosa sono io a scegliere, che io stesso introduco nella mia coscienza solo per mia volontà. Voglio per esempio ripensare a qualcosa che mi è successa tempo fa, forse due anni fa, durante una passeggiata; voglio introdurre nel mio pensare, del tutto deliberatamente, le esperienze di allora, e voglio ripensarci, sia pure solo per cinque minuti. Per quei cinque minuti, si allontani dunque tutto il resto. Mi scelgo io quello su cui voglio riflettere. Come ho detto, non occorre che si scelga un oggetto tanto difficile. Non importa affatto, in un primo tempo, che si agisca sul proprio processo di pensiero con esercizi difficili, ma importa che ci si strappi da ciò in cui si è trascinati dalla vita; l'oggetto del nostro pensiero dovrà essere solo qualcosa che si stacchi da ciò in cui si è quotidianamente impigliati. E se ci mancano idee per la scelta, se non ci viene in mente nulla, ci si può aiutare prendendo un libro, e riflettendo su ciò che ci cade sott'occhio aprendo il libro. Oppure potremo dire: oggi voglio pensare a quello che ho visto stamane a una certa ora in ufficio e che altrimenti avrei lasciato inosservato. Staccandoci così dal corso ordinario della giornata, pensiamo a qualcosa cui altrimenti non avremmo pensato.

 
Se si fanno sistematicamente e ripetutamente questi esercizi, allora capita che ci vengano le idee al momento giusto, che proprio al momento giusto ci vengano le idee opportune. In tal modo il pensiero acquista mobilità, e questo è straordinariamente importante per gli uomini nella vita pratica.


Un altro esercizio, poi, è adatto specialmente per la memoria. Si cerchi di ricordarsi, dapprima alla buona come si fa di solito, qualche fatto accaduto per esempio ieri. Normalmente i ricordi degli uomini sono come un grigio su grigio; per lo più ci si accontenta di ricordarsi solo il nome di una persona incontrata il giorno prima. Ma se vogliamo educare la nostra memoria, non possiamo accontentarci dì ciò. Dobbiamo renderci conto di un dato fatto, esercitarci sistematicamente, e dire: - voglio ricordarmi con grande esattezza la persona che ho visto ieri, voglio ricordarmi anche l'angolo in cui l'ho incontrata e quel che c'era intorno. Voglio farmene un quadro esatto; rappresentarmi con precisione anche il suo abito, ed il suo panciotto. - Ma la maggior parte degli uomini noterà allora che non è affatto in grado di farlo, che non ci riesce. Noterà quanto le manchi per poter ottenere una vera rappresentazione, una vera immagine di ciò in cui si è imbattuta, di ciò che le è accaduto il giorno prima.

 
Dovremo dunque prendere atto che per lo più non siamo in grado di richiamarci alla memoria ciò che ci è accaduto il giorno prima. L'osservazione della gente è davvero massimamente inesatta (un esperimento fatto da un professore universitario sui suoi uditori, ha rivelato che, su trenta presenti, soltanto due avevano osservato rettamente il fenomeno in questione; gli altri ventotto lo avevano osservato in modo errato). Una buona memoria è dunque frutto di un'osservazione fedele. Per lo sviluppo della memoria è perciò importante osservare con esattezza. Con un'osservazione fedele si ottiene una buona memoria; per via animica indiretta [nota per i subumani: "per via animica indiretta" = attraverso attività interiore indiretta - ndc] avviene dunque che una memoria fedele nasca dalla buona osservazione. Ma quando non si è in grado di ricordarsi esattamente di ciò che ci è accaduto ieri, che cosa si può fare?

 
Si cerchi innanzitutto di ricordarsi quanto più precisamente possibile la cosa, e se non la si ricorda, si tenti allora veramente di fingersela, in modo però che il quadro sia completo. Supponiamo, ad esempio, che vi siate dimenticati come fosse vestita una persona che avete incontrato, se di rosso o di marrone. Immaginatevi allora che indossasse una giacca rossa e calzoni marroni; che avesse certi bottoni sul panciotto e una cravatta gialla. E dietro che ci fosse una parete gialla, che a sinistra passasse un uomo alto, a destra uno piccolo...
 

Si inserisca nel quadro quello di cui ci si ricorda e lo si completi con quello di cui non ci si ricorda, per avere, solo in spirito, un quadro completo. Il quadro, naturalmente, all'inizio non è corrispondente alla realtà; ma se ci si sforza di ottenere un quadro completo, si è poi portati a osservare le cose con maggiore esattezza. E si deve continuare a fare tali esercizi: avendoli fatti per cinquanta volte, alla cinquantunesima si saprà con assoluta precisione come si presentasse e come fosse vestita la persona incontrata; ci si ricorderà di tutto con precisione, perfino dei bottoni del panciotto. Allora non accadrà più di sorvolare sulle cose, ma ogni particolare si imprimerà in noi. Con questi esercizi avremo anzitutto affinato il nostro senso dell'osservazione; e da questo affinamento avremo anche ottenuto, come frutto, un miglioramento nella fedeltà della nostra memoria.

 
Importante è di non trattenere solo i nomi e i principali tratti di ciò che si vuole ricordare, ma cercare di conservare immagini quanto più vive possibile e comprendenti tutti i particolari; e se non si è in grado di ricordarsi qualcosa, si cerchi, in principio, di integrare l'immagine, di formarsene un quadro completo. Presto allora vedremo - la cosa si presenta per via indiretta - che la nostra memoria a poco a poco diventerà fedele.

 
Vediamo così che esistono espedienti che possono rendere sempre più pratico il pensiero umano. E ancora una cosa particolarmente importante: quando l'uomo riflette su qualcosa, gli viene un certo desiderio di ottenerne un risultato. Egli pensa e ripensa come debba eseguire quella cosa e vuole arrivare a un certo risultato. È un desiderio ben comprensibile. Ma non porta a un pensiero pratico. Ogni precipitazione nel pensare non porta avanti ma indietro. Bisogna avere pazienza.

Supponiamo che si debba fare una cosa: possiamo farla in un certo modo, o in un certo altro (vi sono diverse possibilità). Si abbia però pazienza e si cerchi di immaginarsi che cosa avverrebbe se la si facesse in un modo, e come andrebbero le cose nell'altro modo... Ora, ci saranno sempre ragioni per preferire una soluzione all'altra; ma per il momento ci si astenga dal prendere subito una decisione, e ci si sforzi invece di farsi un quadro delle due possibilità e poi dirsi: "Ora basta, ora la smetto di penserci". Ci sono persone che si agitano; ed è ben difficile vincere l'agitazione; ma è straordinariamente proficuo vincerla e dirsi: "Che succeda in questo modo, oppure in quest'altro, per un po' non ci voglio pensare".

 
Se si può, si rimandi la decisione fino al giorno dopo e poi di nuovo ci si presentino le due possibilità; si troverà che le cose nel frattempo si sono cambiate e che possiamo decidere diversamente, o per lo meno più fondatamente che non il giorno prima. Le cose portano in sé  una necessità interiore, e se non agiamo arbitrariamente e con impazienza, ma se lasciamo operare questa necessità interiore (ed essa opererà in noi) allora il giorno dopo essa avrà arricchito il nostro pensiero e ci darà la possibilità di una decisione più giusta. Questo è straordinariamente proficuo.


Supponiamo che, per esempio, si venga richiesti di un parere su una certa cosa. Si abbia la pazienza di non intervenire subito con le proprie decisioni, ma di proporsi prima varie alternative; e di non decidere nulla per proprio arbitrio, ma di far tranquillamente che le varie possibilità esercitino il loro influsso. È un detto popolare che bisogna dormirci su, prima di decidere. Ma il dormirci su, soltanto, non basta. È necessario riflettere su due o meglio su più alternative, le quali poi continueranno ad operare in noi quando, per così dire, non saremo presenti col nostro io cosciente; e più tardi sarà bene ritornare sulla cosa. Si potrà constatare che in tal modo si mette in moto una forza pensante interiore e che il nostro pensiero ne risulta più concreto e più pratico.

 
Qualunque sia la posizione sociale di un individuo, che sia un operaio o un contadino, o che appartenga ai cosiddetti ceti privilegiati, se egli si esercita in tal modo diventerà un pensatore pratico riguardo ai fatti più quotidiani. Esercitandosi così, egli comprenderà e vedrà in modo del tutto diverso le cose del mondo. Per quanto intimi questi esercizi possano a tutta prima apparire, essi sono invece adatti al mondo esterno, ed hanno la massima importanza e le più decisive conseguenze proprio per quel mondo.

 
Mostrerò con un esempio quanto sia necessario pensare intorno alle cose in modo realmente pratico. Qualcuno sale su un albero per farvi qualcosa, cade giù, e si abbatte al suolo morto. Ora è ovvio pensare che egli sia morto in seguito alla caduta. Si dirà che la caduta è stata la causa, e la morte l'effetto. In questo caso sembra che causa ed effetto siano in connessione fra loro. Ma si possono fare in ciò orribili confusioni. Può averlo colpito un attacco al cuore ed egli essere deceduto in conseguenza di quello. L'apparenza è la stessa che se fosse caduto giù vivo. Nel cadere egli ha attraversato le stesse vicende che avrebbero potuto veramente essere la causa della sua morte. Così causa ed effetto si possono assolutamente confondere. In questo caso la confusione è evidente; ma spesso l'errore non lo è altrettanto. Tali errori di pensiero avvengono straordinariamente spesso; anzi bisogna proprio riconoscere che oggi nel campo scientifico si esprimono quotidianamente giudizi in cui causa ed effetto sono veramente confusi fra loro in modo analogo. Gli uomini non lo comprendono, solo perché non si rendono conto quali siano veramente le possibilità del pensiero
[«Per EVOLUZIONE intendiamo il REALE svilupparsi, per via di leggi naturali, di ciò che è posteriore da ciò che è precedente. Nel mondo organico, per evoluzione si intende il fatto che le forme organiche ultime (più perfette) sono vere discendenti delle più antiche imperfette) e sono derivate da esse secondo leggi naturali. Il seguace della teoria dell'evoluzione organica dovrebbe propriamente rappresentarsi che ci sia stata una volta sulla terra un'èra in cui un essere avrebbe potuto seguire con gli occhi la graduale derivazione dei rettili dai protoamnioti, supposto che avesse potuto esser presente come osservatore e che fosse stato dotato di una corrispondente longevità. [...] A nessun sostenitore della teoria dell'evoluzione dovrebbe passare per la mente di dire che dal suo concetto del protoamnioto egli potrebbe trarre quello del rettile con tutte le sue qualità, anche senza aver mai visto un rettile. [...] Chi professa la teoria dell'evoluzione, se pensa coerentemente, deve ritenere che da fasi di evoluzioni precedenti si evolvano realmente le successive; e che, se noi abbiamo come dati il concetto dell'imperfetto E quello del perfetto, possiamo comprenderne il nesso; ma non dovrebbe ammettere a nessun costo che il concetto ottenuto dalla fase precedente sia sufficiente per dedurne le fasi successive. [...] I rettili sono derivati dai protoamnioti, ma il naturalista non può trarre il concetto dei rettili da quello dei protoamnioti» (R. Steiner, "La realtà della libertà", cap. 12° de "La filosofia della libertà") - ndc]


Faremo ancora un esempio che ci renderà evidente come avvengano questi errori di pensiero e ci mostrerà che a chi abbia fatto esercizi come quelli ora descritti, non capiterà più di farne. Supponiamo che una persona dotta affermi che l'uomo d'oggi deriva dalla scimmia; cioè che quello che noi notiamo nelle scimmie, che le forze presenti nelle scimmie si perfezionano e ne nasce poi l'uomo. Ora, per dimostrare in questa cosa l'importanza del pensiero, facciamo una supposizione: immaginiamo che il dotto che cerca di giungere a una tal conclusione si trovi per qualche straordinaria circostanza ad essere tutto solo sulla Terra; che oltre a lui ci siano solo quelle scimmie da cui - secondo la sua teoria - potrebbero scaturire uomini. Egli studia con assoluta meticolosità le scimmie e si forma, fin nei singoli particolari, un concetto di quel che è in esse presente. Ora dovrebbe cercare di far scaturire dal concetto della scimmia il concetto dell'uomo, non avendone mai visto uno. Constaterà che questo non gli riesce: il suo concetto di scimmia non si trasforma mai nel concetto di uomo.
 

Se avesse delle giuste abitudini di pensiero, egli dovrebbe dirsi: se il mio pensiero non si trasforma dentro di me in modo che dal concetto di scimmia possa nascere il concetto di uomo, allora anche ciò che io vedo nella scimmia non può diventare uomo; se così fosse, anche il mio concetto di scimmia dovrebbe potersi trasformare in quello di uomo. Deve perciò esserci anche qualcos'altro che io non sono in grado di vedere. Quella persona in verità dietro alla scimmia sensibile dovrebbe vedere un "quid" di sovrasensibile che non è in grado di percepire coi sensi; solo questo potrebbe evolversi dalla scimmia all'uomo.


Non vogliamo qui esaminare l'impossibilità dell'ipotesi, ma solo mostrare l'errore di pensiero che sta dietro a quella teoria. Se l'uomo pensasse in modo corretto, sarebbe portato a riconoscere che non gli è lecito pensare in quel modo, senza presupporre un "quid" di soprasensibile. Se si riflette su ciò, si riconosce che, in questo campo, da tutto un gruppo di uomini è stato fatto un madornale errore di pensiero. Errori come questo non saranno più commessi da chi educhi il suo pensiero nel modo indicato.

 
Per chi è in grado di pensare correttamente, gran parte della nostra letteratura attuale (e specialmente quella scientifica), a causa di tali storti e assurdi pensieri esercita su chi la legge un influsso doloroso fin nel fisico. Sia ben chiaro, per altro, che con ciò non si vuol dire assolutamente nulla contro la stragrande somma dì osservazioni fatte dalla scienza e dai suoi metodi oggettivi.

 
Veniamo ora ad un capitolo che è connesso con la miopia del pensiero. L'uomo normalmente ignora che il suo pensiero non è proprio per nulla conforme alla realtà, e che in gran parte è solo frutto di abitudine. Così, chi è in grado di comprendere il mondo e la vita pronuncerà giudizi che avranno forma ben diversa dai giudizi pronunciati da chi non comprende il mondo e la vita, o li comprende solo un po'; per esempio da un pensatore materialista. Convincere un tale pensatore con argomenti sia pur solidi e buoni, non è certo facile. Cercare di persuadere con argomenti chi conosce poco la vita, è spesso un'inutile fatica, perché egli non vede affatto le ragioni per cui è possibile pronunciare questo o quel giudizio. Assuefatto com'è a scorgere in ogni cosa, per esempio, soltanto materia, ormai egli aderisce a questa abitudine di pensiero.
 

Oggi in generale non sono delle vere ragioni a condurre la gente a determinate asserzioni, ma sono - dietro le ragioni - delle abitudini di pensiero le quali influiscono senza residui sul sentimento di chi abbia preso tali abitudini di pensiero. Egli accampa magari delle ragioni, ma è in realtà la maschera della consuetudine di pensiero a porsi davanti al suo sentimento. Così, spesso, non solo il desiderio è padre del pensiero, ma tutti i sentimenti e le abitudini di pensiero ne sono i genitori. Chi conosce la vita sa quanto poco si possa persuadere la gente con argomenti logici. Nell'anima umana [nota per i subumani: "anima umana" = attività interiore umana - ndc] è un "quid" di più profondo a decidere piuttosto che gli argomenti logici.

 
Se guardiamo per esempio il nostro movimento antroposofico, vediamo che ci sono delle buone ragioni perché esso esista, e perché esso operi attraverso i suoi gruppi. Dopo aver collaborato per un certo periodo al movimento antroposofico, ognuno potrà notare di essersi acquistato un altro modo di pensare e di sentire; lavorando nei gruppi antroposofici, infatti, ci si occupa non solo di scoprire gli argomenti logici, ma si acquista un più ampio sentimento, un senso più profondo.

 
Capita talora che qualcuno, udendo per la prima volta una conferenza di scienza dello spirito, ne rida; ma dopo un paio d'anni, quante cose gli sono diventate chiare e trasparenti, che forse poco tempo prima avrebbe ancora considerate assurde! Collaborando al movimento antroposofico, non solo trasformiamo i nostri pensieri, ma impariamo a dare a tutta la nostra anima [idem - ndc] una più ampia prospettiva. Noi dobbiamo sapere con chiarezza che la colorazione dei nostri pensieri deriva da cause più profonde di quanto abitualmente non si creda. Sono certe sensazioni profonde, certi sentimenti ad imporre all'uomo un'opinione. Le ragioni logiche sono spesso soltanto una frangia, sono solo maschere per i sentimenti e per le abitudini di pensiero.

 
Per essere indotti ad attribuire alle ragioni logiche un significato decisivo, occorre prima che si impari ad amare la logica stessa. Solo se si imparerà ad amare l'oggettività, le ragioni logiche potranno diventate decisive. A poco a poco si apprenderà a pensare in modo oggettivo, indipendentemente dalla nostra preferenza per l'uno o per l'altro pensiero; allora. l'orizzonte si allargherà e si diventerà pratici; non pratici nel senso di quella gente che continua a giudicare solo attenendosi alla tradizione, ma pratici nel senso che si imparerà a pensare in conformità alle cose stesse.


Una vera capacità pratica è frutto del pensiero oggettivo, del pensiero che ci fluisce dalle cose stesse. Impariamo a farci stimolare dalle cose, soltanto se facciamo gli esercizi descritti; e questi esercizi si devono fare proprio su cose naturali. Cioè su cose, su cui la civiltà umana influisca il meno possibile, sulle cose meno pervertite: su oggetti di natura. Esercitarsi su oggetti di natura nel modo descritto, ci rende pensatori pratici. Questa è la vera pratica. L'occupazione più quotidiana sarà esplicata nel modo più pratico se noi educheremo l'elemento fondamentale: il pensare. Educando in tal modo l'anima umana [idem - ndc], il pensiero si orienterà in modo pratico.

 
Frutto del movimento antroposofico deve essere che esso si inserisca nella vita in modo realmente pratico. Non è importante che l'uomo ritenga vera una cosa piuttosto che un'altra, ma che riesca a guardare le cose in modo giusto. È più importante che l'antroposofia penetri in noi guidandoci a un'attività dell'anima [idem - ndc] e ampliandoci la visuale, piuttosto che ci si dedichi a teorizzare al di là delle cose sensibili e sulla spiritualità. In questo l'antroposofia è veramente qualcosa di pratico.

 
È un'importante missione del movimento antroposofico che per suo mezzo il pensare umano sia messo in movimento, sia educato in modo che si pensi che lo spirito sta dietro alle cose. Se il movimento antroposofico favorirà questo atteggiamento, esso fonderà una civiltà dalla quale mai deriverà il pensiero di voler spingere un vagone dal di dentro. Questo atteggiamento fluisce da solo nell'anima. Se l'anima [idem - ndc] ha imparato a pensare sui grandi fatti della vita, penserà in modo giusto anche sugli oggetti più banali; si imparerà anche a battere un chiodo in modo più pratico, ad appendere un quadro praticamente meglio di quanto non si facesse prima. È di grande importanza che impariamo a considerare la vita animico-spirituale [nota per i subumani: "vita animico-spirituale" = vita sovrasensibile o immateriale dell'attività interiore - ndc] come un tutto, e che per tale modo di vedere impariamo a fare più praticamente ogni cosa.