La mafia papabile

 

 

Data la scemenza dell'attuale pensiero italiota, perfino Violante è "cliccato" oggi  a prendere il posto di Napolitano. Perché? Perché è la scelta peggiore possibile, e pure perché in Italia primeggia la mafia.

 

In Italia, patria di spiritualità e di contraddizioni, mascherate dalla ragion di Stato e da una troppo proclamata emergenza, le degenerazioni legislative si sono inclinate in modo prono verso l'angolo più buio di questa mentalità mafiosa. Ciò è avvenuto ed avviene da un lato grazie all'indifferenza generale - sintomo dell'odio - e, dall'altro, grazie al prefichismo sadduceo che col clamore della sua enfasi protestataria distrae l'attenzione dalla vera realtà della posta in gioco.


Mi riferisco al decreto legge: DL 15 dicembre 1979, n. 625 (GU, 17 dicembre 1979, n. 342): "Misure urgenti per la tutela dell'ordine democratico e della sicurezza pubblica", successivamente convertito in Legge (6 febbraio 1980, n. 15 - Gazzetta Ufficiale, 7 febbraio 1980, n. 37) con alcune modifiche più formali che sostanziali.
Al di là degli isolati rilievi lodevolmente mossi a suo tempo a questa Legge dagli stessi esperti (vedi a proposito della carcerazione preventiva, F. Cordero, Procedura penale, Milano 1985, p. 130 e segg.) e dell'esito favorevole di alcune sentenze processuali in parte emendanti la medesima, quel che mi spaventa non è tanto la legalità o meno del ricorso al "pentitismo", alla carcerazione preventiva (o alle altre misure indicate dalla Legge come strumenti di lotta alla mafia e al terrorismo), ma i retroscena interiori che hanno mosso questi legislatori, fra i quali Violante, appunto, verso una direzione colludente con il subumano, estranea alla tradizione occidentale del Diritto, nonché a ciò che l'Italia dovrebbe riconoscere a se stessa e scaturente dall'osservazione della composita natura geografica ed etnica, dalla sua persino evidente conformazione di spina dorsale d'Europa.


La suddetta Legge significava e significa per l'Italia quel che per il singolo essere umano significavano e significano per es., il trapianto d'organi, la conseguente predazione degli stessi, la manipolazione genetica, e così via: la minaccia che la vita immateriale non possa pervenire a plasmare con la regolarità che le è propria, l'interna unità, l'armonia delle funzioni, la personalità creativa dell'individuo.


È illusorio, inoltre, voler sopraffare il "male" mediante la repressione di quelle forze vitali - sempre presenti in un evento patologico - che il male stesso sollecita per la propria guarigione; è come tentare di guarire un organismo malato mediante la violenza indiscriminata di un inopportuno trattamento chemioterapico o radiologico, spesso destinato ad accelerare il processo di degenerazione.

 

La Legge sul pentitismo è un' immagine speculare - una sorta di ritratto di Dorian Gray - della nostra Italietta odierna, in cui si riflette il destino di un intero popolo, luminoso quanto al passato ed alle potenzialità inespresse, ma ancora oscuro in quel lato di sé dove l'Italia ha il privilegio di incontrare quel limite, sconosciuto ad altri, da sempre sollecitante le prove della fedeltà, della fraternità civile, del perdono come momento trascendente gli interessi della fazione, del partito, della famiglia.
Tale legge sancisce dunque uno stato di fatto, decreta con la sua logica quello che l'uomo può però superare in forza di amore, ma tradisce la sua naturale funzione e ispessisce la già cospicua consistenza del limite sopra accennato, con il minacciare pene più aspre di quelle già previste dal Codice per gli stessi reati (art. 1 del Decreto) - quasi il suo fine fosse la vendetta e non la giustizia -, con il sedurre il " concorrente " (vedi art. 4-5) promettendogli parziale immunità qualora "aiuti le autorità nella raccolta di prove decisive per l'individuazione o la cattura dei concorrenti", con l'infierire sull'innocente - ché è tale fino a quando non se ne sia dimostrata la responsabilità - violandone la libertà mediante l'umiliazione del fermo, della perquisizione, della carcerazione preventiva (art. 6 e sgg.).

 

Se i legislatori si proponevano, come è lecito supporre, di rafforzare la fedeltà alle istituzioni, di promuovere la pacificazione sociale, di tutelare la libertà, il risultato, e le conseguenze ben visibili, provano il contrario (il caso Tortora ne fu solo un esempio).


In sostanza la Legge 6 febbraio 1980 si presentò come un male peggiore di quello che intendeva curare, e così è rimasta... La fedeltà allo Stato può forse essere promossa nella coscienza di un popolo dall'invito al tradimento? O  l'idea della libertà dal sospetto indiziario o dalla minaccia di pene più spaventose? La delazione è infatti roba da URSS...

 

Il Diritto dovrebbe invece conciliare i contrasti e, con la sua certezza, pacificare gli animi, non produrre ulteriori divisioni, paure, ed odio.

 

Quando il Diritto viene meno al suo assunto, si invera quanto affermato da Paolo di Tarso: "la legge produce l'ira" (Romani 4, 15)! E la produce in quanto negli uomini non trionfa il primato del libero pensare, che non può non essere amore reale: "Le pene che oltrepassano la necessità di conservare il deposito della salute pubblica, sono ingiuste di loro natura; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi", scriveva Cesare Beccaria ("Dei delitti e delle pene") amplificando la voce di una genialità tutta italiana ben diversa dalla Legge in questione, che incoraggia (o  costringe al) tradimento dell'amicizia, facendosi infamia.

 

Tale legge infatti non riguarda che in minima parte i cosiddetti "pentiti", ma coinvolge uomini ed istituzioni nell'identica responsabilità di volersi sottrarre alla missione dell'Italia, quella cioè di realizzare l'unità dalla sua triarticolazione dei poteri sociali (diritto dell'uguaglianza fra uomo e uomo, economia della divisione fraterna e scientifica del lavoro, scuole libere). Non stupisce quindi che siano così mobilitate tutte le forze, legali o clandestine, antroposofiche fittizie ed antroposofiche finte, cioè statalizzate come le recenti scuole steineriane, a contrastare tale disegno scientifico e spirituale.

 

Siamo di fronte a grandi prove, e se l'Italia oggi vive la contraddizione di essere il paese della mafia, del potere contrattato, della latente guerra civile affioranti persino nella sua legislazione, è perché "attraverso tali prove essa potrà accedere a quella più alta parte di sé dove tutto questo è già superato e realizzato nella virtuale unificazione di genti tanto diverse, riunite dalla storia sul suo suolo per intendersi attraverso l'universale favella dell'arte e del pensiero, il cui respiro continua ad esaudire l'ansia di spirito di chi inconsciamente guarda al nostro paese come alla speranza ed alla promessa di una individuale catarsi nell'esistenza restituita alla vastità della sua cosmica origine" (cfr. "La Legge dell'ira e il destino dell'Italia" in "Graal, Rivista di Scienza dello Spirito", Anno IV, n. 15, settembre 1986).

 

"La legge produce l'ira; dove non vi è legge, non vi è neppure violazione" (Romani 4, 15).

 

Questa affermazione di Paolo di Tarso è una presa d'atto, che manca ai legulei di oggi, sia a quelli delle leggi positive (deve fare questo e quello), sia a quelli delle leggi negative (non devi fare questo e quello).

 

Nel passo citato, Paolo afferma che in assenza delle leggi non può verificarsi trasgressione, e quindi neppure il castigo e l'ira, che di quelle sono l'immediata conseguenza.


La semplicità paradossale di questa affermazione mira a dimostrare la possibilità della libertà umana di scegliere, ancor prima che la legge ad essa lo imponga, il proprio destino nella fedeltà (pistis).

 

La fedeltà alla libertà ed all'io umano (fede in se stessi) consentono di liberare il destino dalla necessità della legge: la legge e la trasgressione da essa implicitamente provocata, mostrano all'uomo un limite, la cui consapevolezza dovrebbe muovere il giudice e il giudicato verso il diritto del terzo millennio, consistente nel diritto di epicheia, reale politica o concezione giuridica del Cristo, cioè dell'io umano "indiato" ("Voi siete dei"; Gv. 10, 34; S. 82,6).


Quando è invece il logismo ad improntare la legge, sia nel momento formativo che in quello esecutivo, questa finisce con l'imporsi con gli autoritarismi derivanti dal prevalere in essa dell'ovvio ed implacabile giudizio materialisticamente inteso.

 

La fedeltà alla più intima essenza umana - che non appartiene al mero mondo sensibile, ma al ben più vasto dominio che consente all'uomo di pensare, sentire e volere oltre la natura stessa - è allora tradita, comprata dal soldo del mondo, dove la regola della quantità ha buon gioco sulla incommensurabile qualità.


Leggi e logismi esauriscono così la loro funzione pertinente alla sfera sensibile dell'esistenza. E questo non è altro che il sintomo del subumano che signoreggia sull'umano che odia: il subumano odia l'umano, e tenta quindi di ipnotizzarlo mediante mitologie astratte ed impersonali del diritto e del formalismo logico.

 

La libertà e l'amore dovrebbero invece irrompere ed illuminare il rinnovato intelletto, l'unico che possa occuparsi della custodia e della vita del pensare, cioè della più intima essenza dell'uomo.

 

Con ciò si ingenera nell'uomo il terrorismo di Stato, una tal paura da fargli preferire di adeguarsi e soggiacere a queste mitologie, come ad autorità che benevolmente concedano poi - nel do ut des del voto e del numero - l'esenzione da impegnative responsabilità individuali... Ma questa autorità è la stessa preferita dai maiali di Indra alla possibilità di tornare uomini offerta dal dio...


La via da seguire è pertanto unica e imprescindibile: l'epicheia. È la via del "liberare la legge dalla fatale necessità in cui la costringe il suo essere scritta con plumbei ed immutabili caratteri, di restituirla alla vita immaginativa in cui possa respirare come legge non-scritta e come tale possa essere assunta dalla più alta responsabilità della coscienza individuale. Questa, nella fortuna e nella sventura, affidandosi alla forza che tutto sostiene, alla sovranità dell'io, riconosce la legge come il limite da trasformare, come l'istanza ad incontrare, intrepidamente, senza cedimenti, quanto incede dall'esistenza, così da ripristinare l'originaria gerarchia tra norma interiore e norma esteriore e vanificare l'immutabilità del precetto e l'inevitabilità della violazione. Come nel corpo umano gli organi del ricambio o quelli della vista rispondono ad una precisa funzionalità, come il sonno succede alla veglia per temperarne le fatiche, e come la natura esplica invariabilmente ed insensibilmente le sue necessità, così diritto e logica assolvono ad una funzione fisiologica indispensabile per la conduzione dell'esistenza ordinaria e per l'edificazione della vita sociale. La possibilità di trascendere il livello fisiologico inerente all'assetto giuridico, riguarda il grado di moralità di un popolo e delle sue guide: la sua capacità di elevarsi, attraverso fedeltà ai principi che ne hanno informato l'immagine sovrasensibile, all'interpretazione dei reati che turbano la "logica" degli ordinamenti come simboliche istanze alla guarigione di mali antichi e dimenticati. Il fatto che quel livello sia oggi frequentemente superato in basso dipende dalla serie infinita di tradimenti - questi sì veri reati - perpetrati dai popoli e dalle guide ad essi preposte. Attraverso il tradimento, il subumano ha modo di espropriare la legge e di servirsi della logica degradata a razionalità istintiva, come di altrettanti, terribili strumenti di vendetta e ritorsione contro coloro che, incarnando l'errore, loro malgrado indicano la via della salvezza. Il subumano ha buon gioco nell'unire in basso gli uomini, nel renderli "massa" compatta contro chi è accusato - a torto o a ragione, non importa - di insidiare la saldezza di questa complicità ed i vantaggi che ne derivano. Pertanto, dovunque tale infera forza si è organizzata, manovrando all'unisono le istintività collettive, mobilitando le infinite risorse della ragione sempre pronta a giudicare e a reclamare sangue riparatore, nel grembo della memoria del mondo sono state deposte le spoglie degli innumerevoli condannati senza appello: da Giordano Bruno a Giovanni Gentile, dalle vittime dei tribunali parigini del Terrore, a quelle profanate sul luogo stesso del loro martirio. Questi citati sono solamente alcuni esemplari vertici - il più grande, Gesù di Nazaret, crocifisso anch'egli in nome della Logica del Diritto - prodotti dall'umano, decaduto oltre la soglia inferiore, e poi faticosamente risollevatosi proprio in virtù di tali immolazioni" (ibid).