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- 2° CAPITOLO -
Finalmente è giunta l’ultima delle sei ore di torture giornaliere. La sfiga però continua a perseguitarmi e l’insegnante mi ha sgamato e interrogato. Con grande stupore da parte mia scopro che, nonostante io non abbia studiato un gran che, conosco in maniera perfetta l’argomento trattato in questa materia. Finito il processo vengo assolto con un ottimo voto che mi rende talmente entusiasta che farei dei salti di gioia. Il suono della campana giunge appena in tempo per impedirmi di fare pazzie. Con passo veloce raggiungo casa e senza molti indugi mi siedo a tavola. Incomincio a mangiare cercando di evitare il più possibile il terzo grado, da parte di mia madre, che come argomentazione cade sempre sul mio andamento scolastico. Quello che lei non comprende è che, dopo che mi sono sparato sei ore di sclero, non ho per niente voglia di passarne altre per parlargliene. Dopo esser riuscito a svincolarmi da un nuovo attacco da parte del generale della casa, mi dirigo al bar dove trovo una parte della congrega. Caffè e brindisi al solito con crema di Whisky e si riparte con direzione impostata per il parco. Arrivati a destinazione giungono alle nostre orecchie urli e imprecazioni femminili. Ci dirigiamo verso il punto incriminato e lì scoviamo alcuni elementi della fazione avversaria che infastidiscono una delle nostre ragazze. Cerco, con le buone, di fargli capire che non gli conviene andare avanti con quel tipo di atteggiamento ma lui, credendosi superiore, mi risponde estraendo dai suoi pantaloni da finocchio un coltello a serramanico. A quel punto, mantenendomi sempre calmo, gli faccio notare, mostrandogli il cannone infilato nei pantaloni, che non gli conviene poi tanto uno scontro armato con me. Gli propongo, allora, un vero incontro di lotta di strada. Quel poco di buon senso che gli è rimasto riesce a fargli funzionare ancora quel microbo di cervello che si ritrova facendogli ritirare lo stuzzicadenti e accettando la sfida. Dopo qualche minuto di sana e buona violenza, la faccia del povero sfigato è talmente mal ridotta che neanche sua madre sarebbe capace di riconoscerlo. Mi avvicino al corpo inerte dello stupido e, appoggiando il mio piede sul suo bel visino, gli ordino di uscire immediatamente con la sua combriccola dal nostro territorio. Levando il piede il tipo ha ancora la forza per minacciarmi ma io, sollevandolo di peso da terra, gli faccio capire, guardandolo fisso negli occhi, che non ho per niente paura di giungere in anticipo all’eterno buio 6. Liberatosi dalla mia presa l’individuo, ormai sottomesso, raccoglie gli ultimi barlumi di forza e si
6) Eterno buio: sinonimo di morte
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