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COME ENTRARE NEL CINEMA….…. e restarci fino alla fine

 PARTE QUINTA

CAPITOLO XXIV

Sia io che Mara abbiamo una mamma, lei più fortunata ha anche un padre. E son tutti concordi che la nostra situazione di concubinaggio è scandalosa, specialmente da quando Mara è un pochino incinta.

Poiché Mara è sposata solo in Municipio, immagino che, in mancanza di divorzio, la cosa si possa sistemare con un bell'annullamento ma l'avvocato mi leva ogni illusione: siamo nei mitici anni Sessanta e il matrimonio civile è assolutamente indissolubile dopo tre mesi, termine entro cui uno dei due coniugi potrebbe protestare se si accorge di aver preso una fregatura. Mara è sposata da due anni e nessun giudice crederà mai alla verità e cioè che il marito sia riuscito ad abbindolare la moglie per ventiquattro mesi negandosi all'atto sessuale con la scusa di voler prima celebrare il matrimonio religioso alle Hawaii. Sa troppo di presa in giro. L'azzeccagarbugli ci dà un consiglio: se Mara sposasse Quasimodo in chiesa subito dopo si potrebbe chiedere l'annullamento alla Sacra Rota per matrimonio rato e non consumato il che annullerebbe automaticamente anche il vincolo civile. Noi vogliam dio che è nostro padre, noi vogliam dio che è nostro re.

Io non voglio che Mara si sposi di nuovo con un altro e anche lei dice che la cerimonia in chiesa con abito bianco e fiori è il matrimonio vero, sognato fin da bambina e non ne vuol fare uno finto.

L'avvocato scuote la testa: allora bisogna che Mara diventi cittadina straniera e divorzi, come han fatto Ponti e la Loren in Messico.

- Avvocato, il divorzio in Italia non verrà mai?-

L'avvocato ride pessimista e indica il panciolino di Mara:

- Quando quello farà il soldato. - Per poco non ci piglia davvero…

Vado in parrocchia e chiedo al prete se ci può sposare: siamo in peccato mortale. Il prete è in imbarazzo: potrebbe ma è cosa delicata perché si tratta di fare un affronto allo stato italiano. Mi vien da ridere: e quando mai la Chiesa si è fatta scrupoli simili? Mi manda da un cardinale e io ci vado.

Il cardinale è vecchissimo ma arzillo e mi chiede se ho fede. Tanta fede, come quel paralitico agnostico che andò a Lourdes sperando ugualmente nel miracolo e il prete che l'accompagnava gli chiedeva sempre se aveva fede. Tanta fede! Ma quando, entrato in acqua, mollò le stampelle e cadde, imprecò: l'avrei giurato!

Tanta fede, eminenza. Sogghigna nella sbèsciula imporrita e si stringe nelle spalle:

- Perché capisci figliolo, se io ti sposo con quella donna che è già sposata con un altro in municipio, tu resti libero di sposarti con un'altra legalmente che a sua volta resterà libera di sposarsi in chiesa e così via... che facciamo? La catena di Sant'Antonio?-

- Io vivo in peccato mortale e reclamo il sacramento.-

- Nobile proposito. Smetti immediatamente di vivere in peccato mortale e rivolgiti ad un prete che ti conosca e che si possa fidare di te.-

Mi congeda. Io conosco solo un prete che mi conosce: quello che mi ha dato la prima comunione, l'arciprete di Biella.

Carico sulla Cinquecento moglie incinta, suocera e bagagli e mi arrampico verso il passo del Bracco. Niente autostrade nei mitici anni Sessanta! Sedici ore di scossoni e arriviamo a Biella con Mara che singhiozza.

Don Botta è sulla novantina e l'età avanzata lo fa assomigliare all'angelo di seconda classe del film di Frank Capra.

Ascolta la nostra storia, si accarezza le mani diafane e sussurra con una vocina tornata bianca e infantile:

- Va bene per giovedì?

Va bene!

Piovicchia ma è giovedì. Mara nel suo abito bianco stretto in vita e aperto poi in uno sbuffo di organza è splendida. Un mazzolino di fiori freschi candidi sono sbocciati sulla sua nuvola rossa. I miei amici biellesi mi guardano a bocca spalancata: come diavolo avrò fatto a convincere una così?

Dichiaro che la voglio sposare e anche Mara conferma analogo proposito. Don Botta ci benedice e i fotografi fan scattare i flash.

Una settimana dopo, la vendetta di Quasimodo: sui giornali appaiono le fotografie del nostro matrimonio con grandi titoli: in Italia ci si può sposare due volte.

Quasimodo ci fa causa per bigamia, ma il reato non sussiste. Ci fa causa per concubinaggio e qui, dice l'avvocato, siamo in reato di tipo continuato e ci consiglia di tenere in casa un divano letto sempre pronto, così quando farà irruzione la polizia uno di noi due potrà giurare che quello è il suo letto, separatissimo e non concubinante. Sull'irruzione della polizia l'avvocato ha pochi dubbi: non hanno niente da fare, ad irrompere mentre due scopano si divertono e lo raccontano a casa. Le teste di cuoio sono ancora lontane. E anche l'avvocato si diverte raccontandoci l'irruzione della settimana prima nel nido d'amore di altri due suoi clienti. I poliziotti entrarono da una finestra e intimarono l'alt ai due amanti, stesi sul letto uno sopra l'altro. Il fatidico "nessuno si muova", bloccò i due nell'inestetica posizione. Il brigadiere allora prese una cordicella e la passò tra i due corpi avvinghiati, partendo dalle teste.

L'avvocato sogghigna, il cliente fu fatto salvo dalla paura che gliel'aveva fatto diventare borghese, ossia piccolo piccolo e la cordicella passò indenne tra i due corpi senza trovare ostacoli: in mancanza della prova assoluta del coito non si potè procedere.

Di questo si occupa la giustizia nei primi felici anni Sessanta quando Rutelli va all’asilo.E tu Pannella, dove sei?

Spiego all'avvocato che in casa ho solo una brandina a una piazza e che ci dormiamo in due. In caso di irruzione dirò che io dormo in piedi.

Devo cercar casa e abbandonare il coinquilinaggio con gli amici, so che sto chiudendo la mia boheme e una parte di me piange.

Per trovar casa mi affido al mio sesto senso. Visito con Mara decine di appartamenti. Entro e aspetto l'onda dei ricordi provenienti dal futuro. Se l'onda non arriva vuol dire che in quell'appartamento non ci vivrò e non ci sono mai vissuto.

L'onda arriva chiarissima da un bicamere con terrazzo. Solo dopo scopro che è di proprietà di Ettore Scola.

Il vento soffia lasco e mi accollo un fitto di quarantacinquemila lire al mese, l'intero mio stipendio di bancario di cinque anni prima. Sono stati cinque anni così densi di esperienze che Biella e la Banca Sella mi sembrano una vita fa.

Ugo Guerra mi fa scrivere un film sui lupi mannari. Si chiamerà "Lycanthropus", diretto da Paolo Heusch che ama partecipare alle chiacchiere di sceneggiatura sdraiato come Paolina Borghese.

Dai vampiri ai licantropi, sarà un andare avanti o indietro nella carriera? Avanti, perché il film è discreto.

Ormai il telefona suona di suo. Non devo più elemosinare attenzione. I produttori mi chiamano e mi "pregano" di andare da loro "appena ho tempo". Roba da fare impazzire Clementelli…

Vado da Donati e Carpentieri e mi chiedono una storia suspense però un po’ più suspense del solito. I due produttori sono assolutamente differenti uno dall’altro. Carpentieri dolce, calmo, accomodante. Donati fumantino e violento. Si racconta che abbia rotto un braccio a un tizio che a suo avviso l’aveva truffato minacciando di riromperglielo se si faceva rivedere. Lo rivide allo stadio col braccio ingessato e glielo riruppe davanti a 80mila spettatori! Tengo le braccia dietro la schiena e lo affronto impavido.

Scrivo venti pagine: "Raptus" un soggetto in cui si tratta di necrofilia. Roba che scotta per l’epoca, con una censura che taglia anche i baci troppo lunghi.

Piace. Mi ordinano la sceneggiatura e pagano senza tirare sul prezzo. Piace anche il copione, ora serve un regista e chiamano Riccardo Freda.

I critici anglosassoni e non si interrogano sul passaggio artistico di Freda dal supsense all’horror e infine alla necrofilia e parlano della rottura di un tabù. In realtà nessuno si accorse ti tanto travaglio. Donati disse a Freda che aveva un copione un po’ spinto, dove si parlava di un dottore che amava fare l’amore coi morti e guardò Riccardo con aria interrogativa. Freda si strinse nelle saplle e rispose che stava da un po’ di tempo con la bellissima Gianna Maria Canale e che era sulle spese, quindi avrebbe girato anche l’elenco del telefono…. Quando si dice della macerazione spirituale dell’artista… Il film diventerà un cult (un film del "cult"… la battuta è scontata..).

Intitolato "L’orribile segreto del dr. Hichcock" presenta una Barbara Steele assolutamente eccezionale. Freda l’ha girato in due settimane in una villa ai Parioli. Mi ha chiamato sul set una sola volta per chiedermi se poteva eliminare otto pagine dalla sceneggiatura. Do un’occhiata: sono le pagine finali delle spiegazioni.

- Fa come vuoi, ma se levi quello non si capisce più niente.-

- Perfetto. – mi risponde l’estroso Riccardo e strappa.

Aveva ragione lui. Il film è bellissimo proprio perché non si capisce un tubo.

Anche Luciano si sposa, con Wandisa, miss cinema degli anni di Centro, e passa subito alla produzione associandosi con Ugo nella Vox Film. Io sono incaricato di scrivere il primo copione della neonata società e Mario Bava sarà il regista.

La Vox è una società fatta di mormorii e di parlottii continui negli angoli in penombra dei lussosi uffici. Dico ad Ugo di cambiare la denominazione sociale in Sottovox ma l'idea non piace. Così tra un bisbiglio e l'altro scrivo le memorabili pagine di "La frusta e il corpo". Un po' di erotismo, un po' di sentimento, un pizzico di suspense e un lieto fine. E come con l'angostura, gocce di orrore.

Bava é uomo delizioso, attentissimo alla fotografia e agli effetti speciali, e discreto anche nella direzione degli attori. Christopher Lee è il protagonista, un asso nel suo genere. Il film ha un enorme successo, soprattutto internazionale e diventa anche questo un film "cult".

Ugo e Luciano per diventare produttori hanno dovuto rinunciare alla pacchia del contratto Royal, io torno da Giambartolomei per accompagnare Mara che ha avuto una tipica parte della Sgnuffi nel film "Venere imperiale" a paga doppia perché l'organizzatrice generale è Jone Tuzi e mi ha preso in simpatia. Chiamo "tipica parte della Sgnuffi" quel ruolo recitato dalla mia metà per cui bisogna assistere al film con estrema attenzione, pronti allo scatto, col dito già teso sul bracciolo della poltrona. Mara appare: un nanosecondo per indicarla e urlare: là! E la parte è terminata.

Mara non apprezza questo mio umorismo ma non si sottrae all'abbraccio riparatore susseguente.

Col passaggio di Ugo alla produzione il mio volto è ormai splendidamente "ariano" (per usare un termine caro agli imbecilli).

Propongo un'idea che mi ronza in mente da tempo: perché non facciamo un western?

Ugo ride, Luciano ride. Ridono tutti: se c'è una cosa che noi italiani non potremo mai fare sono i film western. Troppo americani, a copiare siamo bravi ma a tutto c'è un limite. Eppure io mi ricordo i culi dei cavalli di Avandero e so che possiamo, ma sono un viso pallido di nessuna importanza.

- Perché allora non facciamo un film di fantascienza?- Non capiscono:

- Un film di vampiri?-

- No, di fantascienza. -

- Come Godzilla?-

- No, di fantascienza. -

Ho pubblicato un altro romanzo su Urania che si intitola "Una Storia da non credere" e "Tempo Zero" su Cosmo e qualche racconto sull'americano Fantasy and Science Fiction Magazine ma nell'ambiente del cinema siamo all'anno zero meno meno. Cerco di spiegare che fantascienza è solo un modo diverso di guardare le cose, sono affascinato dai viaggi nel tempo e ho scritto una storia d'amore dove il protagonista incontra i suoi genitori ancora adolescenti...

Scuotono tutti la testa. La risposta più chiara me la dà Amati fissandomi il fondo dell'anima:

- E' inutile cucinare piatti strani. La gente quando va al ristorante finisce sempre per chiedere fettuccine burro e sugo..-

Poiché mi nasce Amarilli scrivo i film burro e sugo: un'ondata di film con Talegalli, poi una seconda con Tiberio Murgia e, dopo il successo del primo James Bond di Sean Connery, una terza di film di spionaggio.

Mi chiama l’amico Tonino Valerii: un produttore ha letto un nostro soggetto e vuole parlaci. Magari è l’occasione per Tonino di debuttare alla regia! Macché, il produttore vuole solo sapere se abbiamo già pronta la sceneggiatura perché deve cominciare a girare in pochi giorni. Non ce l’abbiamo ma guardo Tonino che annuisce: come no! Domattina ce l’hai sul tavolo!

Ci precipitiamo a casa mia: sono ormai le sette di sera e sul terrazzino tramonta il sole. Sistemo la mia Olivetti sul tavolo di ferro smaltato, una bella risma di carta e si parte! Ticchetteremo a turno tutta la notte, Mara ci porta un caffè ogni ora, ma all’alba il copione è pronto. Lo chiameranno "La cripta e l’incubo" e diventerà….? Ma sì, un film cult!

Tonino, con l’aurora fra i capelli biondi alza al cielo gli occhi azzurri e canta: "Sarà forse Cedricche, sarà invece il cattivo Fredricche, o sarà la Rovena che le succhia la vena? Il sospetto più atroce è che si tratti di froceeee!". Ha riassunto la trama del film in un sonetto. Ma non bisogna farlo sapere in giro dove ci pagano come persone serissime.

La Vox tace per sempre. Adesso Luciano si è messo in società con Mino Loy. Ugo ha fondato la Daiano Film, in via Chinotto 1. Sulla carta intestata si legge il logo: DAIANO, 1 Chinotto, che mi sembra un'offerta fallimentare.

Luciano e Loy fanno la regìa dei film che producono, per risparmiare. Il mio modesto "Le spie uccidono a Beirut" è un successo clamoroso. Il telefono squilla adesso con allarmante frequenza e il lavoro monta.

"A come Assassino" viene messo in scena a teatro da Spaccesi e Brandi mi compra i diritti per il film che realizza in bianco e nero con la Quattrini e pochi quattrini. Non se ne accorge nessuno.

Aumento il cachet: la parola milione non mi fa più effetto e neppure mi pongo più la domanda se sono o no entrato nel mondo del cinema.

 

CAPITOLO XXV

Oggi mi telefona Jone, aggressiva e burbera come sempre:

- Tu volevi fare quella cosa là, come si chiama, fantascienza?-

Annuisco al telefono tanto lei va avanti lo stesso.

- Ponti sta facendo "La Settima Vittima" ma non gli piace il copione. Gli ho detto che conosco uno che può sistemarglielo. Vieni giù all'Aracoeli e non farmi fare figure del cazzo.-

Ponti! Il cinema con la C maiuscola mi sta entrando in casa!

Carlo Ponti siede incastonato in un barocco veneziano in fondo al salone dietro ad un tavolo preziosamente intarsiato, contornato da oggetti d'arte. Per andare a stringergli la mano devo percorrere dieci metri di salone con vetrate sul Campidoglio e lo faccio senza staccare lo sguardo dai suoi occhi diffidenti, seminascosti sotto l’ala di un improbabile cappellone texano.

Me la stringe senza alzare il culo e rispondendo a uno dei telefoni che si è messo a trillare.

- Ciao. - mi dice.

- Ciao.- rispondo e mi siedo fissando Jone che sta sbracata su una poltroncina settecento. Mi fa una smorfia che non so interpretare e che mi lascia sulle spine. Adesso Ponti parla in inglese ad un altro telefono, poi pigia un pulsante e subito una segretaria bella e sottomessa si inchina dalla soglia.

- Allora tu sei Gastaldi.- e poi alla bella vittima- Ma perché tutti i più cretini lavorano per me?-

La dolce schiava sorride e tace. Io sono ancora in piedi.

- Allora tu sei Gastaldi. Mi sembri un palo del telegrafo.-

- E tu un fungo porcino. – rispondo di getto.

Ride ma suona un altro telefono e stavolta parla in francese e chiama un'altra segretaria. Guardo Jone: la mia risposta sarà andata oltre il dovuto? Jone capisce e fa una smorfia che può voler dire qualunque cosa.

Ponti mi scruta ma pensa ad altro. Non mi sembra offeso. Mi allunga un copione:

- Guarda, questa secondo me è una cagata. Dobbiamo cominciare a girare tra quindici giorni e con questa roba non giro. Tu lo leggi e poi proponi delle modifiche. To’...- mi allunga una risma di fogli azzurri- le scene che cambi le scrivi su questa carta qui così si distinguono bene.- mi allunga la mano e il colloquio, ma si può chiamare così?, è chiuso.

Chi non ha letto il racconto di Robert Scheckley "La Settima Vittima" deve correre a rimediare. E lungo poche pagine, bello, con un finale a sorpresa.

Chi invece non ha letto il copione che ne han tratto famosi sceneggiatori nostrani, e nel gruppo c'è anche il mio padrone di casa, può restare seduto. Sfogliando le pagine di questo incredibile intruglio comincio a pensare che abbia ragione quel tizio dell'enfaticamente non.

Hanno cercato di farne una commedia all'italiana: un po' di erotismo, un po' di sentimento, qualche volgarità ( che con l'evolversi del costume è già manciata) e il lieto fine.

E la fantascienza? Niente, la caricatura di un mondo futuro mai immaginato come se si potesse ridere sui luoghi non ancora comuni di un genere che cinematograficamente ancora non c'è. Il titolo del copione mi pare l'unica cosa azzeccata. L'han chiamato "Perché vuoi rovinare questa storia d’amore?". Già, perché????

Otto giorni dopo riporto a Ponti un copione tutto azzurro.

- Vedo che hai lasciato il titolo. -

- Anche i nomi degli autori. -

Sogghigna e mi dà un'occhiata in cui mi pare di cogliere un lampo di sorpresa. Annuisce:

- Devi restare incognito. Se no piantano un casino mai visto. - poi a Jone, sempre sbracata sulla poltroncina settecento- Gli ho detto che la revisione la sta facendo un americano. -

Jone sorride.

- Entrando son passato sui piedi di Petri. Sarà lui il regista?-

Ponti annuisce e mi tende la mano, stando col deretano bene incastrato sulla sua poltrona.

Il giorno dopo mi telefona Jone tutta contenta. A Ponti il copione blu è piaciuto tanto e lo ha sbattuto davanti agli sceneggiatori urlando che un americano ha fatto in otto giorni quello che loro non han saputo fare in otto mesi.

Io sono contento anche per Jone: non le ho fatto fare una figura del cazzo. Sono contento anche per il bell'assegno che Ponti mi dà personalmente una settimana dopo. Io sono un patito di Sheckley e vorrei sapere come va a finire il film. Ponti alza le spalle: ora il copione non lo interessa più, ha appena firmato un contratto di due milioni di dollari con Levine, l'affare per lui è chiuso.

Due mesi dopo Jone mi fa vedere il film e capisco che il danno è irreparabile: mai più fantascienza in Italia. Ogni volta che tenterò di proporre una storia di SF mi sbatteranno sul muso questa cosa ignobile che ora hanno intitolato "Decima Vittima", sette non bastavano a Petri.

Come consolazione mi arriva l'invito del Festival Cinematografico di Fantascienza di Trieste, prima edizione. Sono otto giorni entusiasmanti, passati a chiacchierare con persone eccezionali: da uno scatenato Jacques Bergier ad un giovanile eruditissimo Umberto Eco di cui si parla un gran bene a proposito di un librino di fantascienza intitolato "Diario minimo". Conosco la grande Roberta Rambelli, traduttrice di fantascienza che si comincia a chiamare Science Fiction, anzi SF. Conosco Harry Harrison che si offre benignamente di tradurre alcuni racconti miei in inglese e di farli pubblicare in America.

Allora non è vero che tutto il nostro mondo intellettuale si interessi solo di come Mario levi le mutande a Maria, del perché lei se le faccia togliere e dei complessi che si radicano nel desiderio che avevamo di farci nostra madre!

Galvanizzata dal mio successo con Ponti, Jone mi propone a Rizzoli. Non direttamente al cumenda ma ai suoi scrittori di corte Benvenuti e DeBernardi. Entrare nella corte del cumenda è una delle più grandi aspirazioni del cinema italiano, perché solo là si sente profumo di solido denaro lombardo. I due grandi mi accolgono con tipica cordialità toscana e mi mettono al corrente del problema: il cumenda ha un occhio particolare per Camerini, coetaneo di passate glorie, e gli ha dato dei soldi per un vecchio soggetto, roba scritta agli albori del sonoro. Camerini ha preso la cosa sul serio e ci vorrebbe lavorare sopra ma loro non ne hanno né la voglia né il tempo, tanto è un film che non si farà e che quindi posso scrivere io.

Niente negro però, alla luce del sole, con contratto Rizzoli giurando di non togliere al vecchio Camerini l'illusione di essere ancora creativo. Giuro e incontro Mario che è anziano ma vivacissimo. Ho letto il soggetto e non è più banale di tanti altri, anzi c'è un amore per il racconto stupendamente fuori moda: niente agenti segreti, niente vampiri, niente mitologie fasulle. Un raccontino divertente, stile commedia anni Trenta. Io mi impegno e scrivo un trattamento proprio come se si dovesse fare il film.

Due settimane dopo nuovo incontro coi toscani. Ridono ma sono un po' irritati: il trattamento è piaciuto al cumenda e il film si fa. Firmiamo in tre un contratto per la sceneggiatura. Camerini vuol partecipare alle sedute e capisco l'irritazione di Benvenuti e DeBernardi. Mario è un pignolo testardo e non c'è verso di fargli cambiare idea. Peggio di me.

- E allora lei dice "Non mi hai mandato neppure una cartolina illustrata"- afferma categorico il vecchio regista.

- Mario, che basta dire "non mi hai mai mandato neppure una cartolina", oggi "illustrata" non lo dice più nessuno.-

Camerini non cede, lui la vuole illustrata. Si va avanti per un'ora finchè i due lo prendono di peso e lo portano in un'altra stanza proibendogli di tornare a disturbare.

- Peccato che non c'è più Assia Noris....- sospira uno dei maledetti toscani. Alla mia faccia interrogativa, ridono. Pare che la bell'Assia, in casi simili, lo trascinasse da qualche parte per riportarlo in assemblea beato e spompato.

- Vai avanti tu. Noi faremo la revisione. - mi dicono sorridendo i due gran toscani- Però stai attento, le tue battute non sono parlate. - e partono per la Sardegna. Certo che non sono parlate, io ho parlato in piemontese fino alla prima elementare mentre i due bischeri han sempre parlato toscano.

La Sardegna è bella e la revisione non si farà mai, così Camerini gira il film con le mie battute poco parlate e fa dire alla Tiffin che nessuno le manda cartoline illustrate.

Mario è ancora bravo, intitola il film "Delitto quasi perfetto" non diventerà un cult ma ha un buon successo di pubblico.

Nel frattempo qualcuno è riuscito a convincere qualcun altro a copiare i western. Ne escono un paio con pseudonimi rigorosamente americani, attori poco noti e incassano benino. Il grosso del pubblico c'è cascato e li ha scambiati per western autentici.

Esplode "Per un pugno di dollari". Sergio Leone lo ha girato in Spagna coi produttori romani mugugnanti e scontenti. Loro volevano Raimondo Vianello come protagonista e invece il regista si è impuntato per un americano, e quando gli presentano quello che hanno scelto commenta che ha la faccia da coglione: si chiama Clint Eastwood.

Anche di Giancarlo Giannini i nostri grandi cineasti diranno lo stesso al suo debutto in "Libido"!

I coproduttori jugoslavi che dovevano coprodurre al settanta per cento "Per un pugno di dollari" all'ultimo momento si sono "saggiamente" tirati indietro....

La cascata di milioni al botteghino suona la carica per i produttori romani: Giulio Cesare va in soffitta con Ercole e 007. Gli attori posano pepli e radiospie e si ficcano in testa gli stetson. Si allacciano le Colt sulle cosce e respirano aria di prateria.

Peppo Sacchi lavora alla televisione svizzera e nessuno si ricorda del suo "Cowboy story" che vinse la coppa Agis a Montecatini un bel po' di anni fa.

Ugo mi chiama e mi dà la grande notizia: vuole produrre un western! Che me ne pare? Sì, ricorda ancora le risatacce che fece quando glielo proposi io ma i tempi cambiano.

Luciano mi chiama e mi dice che vuole produrre un western e mi porta a vedere in anteprima "Una pistola per Ringo" di cui è protagonista un certo Montgomery Wood.

- Che dici? Faccio un contratto a quell'attore?-

Giro lo sguardo sulla platea affollata di gente divertita: la risposta è là. Però Martino è perplesso, l'agente di quello sconosciuto gli ha sparato sette milioni.

- Firma subito!- lo esorto. Ci pensa qualche giorno e poi decide di accettare, ma il film sta andando forte e la richiesta è di dodici milioni. Torna in ufficio irritato-

- Ecco com'è il cinema!- protesta- Basta che un film vada bene e subito pompano i prezzi degli attori!-

Tuttavia Luciano sa che anche a dodici milioni è sempre un affare ma l'infame agente adesso ne vuole diciassette. Intanto Montgomery Wood, che in italiano fa Giuliano Gemma, è partito per l'Emilia per girare un film sui partigiani. E' uno degli ultimi copioni che avevo scritto come negro e si intitola "La ragazzola". Martino prende il treno e va a firmare un contratto per un western. Riesce a chiudere a venti milioni. Quelli che vengono dopo pagano trenta, poi cinquanta, poi cento.

Nei teatri di posa si girano gli ultimi scampoli dei film in costume: vecchi contratti ormai inarrestabili, film che non si possono non fare, ma tutti han fretta di finire per far sparire arene, senati e colonne e impiantare saloon e main street.

In mezzo all'ultimo Senato, alla DePaolis, un giovane regista ha dei problemi. Si chiama Michele Lupo e Scardamaglia suo produttore, mi manda a vedere che cosa posso fare. Trovo l'organizzatore urlante:

- A Micheleeee! Te metti qui e raddoppi il Senatoooo!- è Piero Lazzari con un bellissimo cappello di feltro grigio calcato in testa. Mi porta al bar con un chilo di pagine di copione sciolte e stazzonate. Bisogna far presto. Bisogna chiudere i "filmi". "i" perché il povero Michele ne sta girando due contemporaneamente per risparmiare sulle scene e sugli attori, ma adesso bisogna tagliare, trovare un finale e chiudere. Il boia devo essere io e calo l'ascia sull'ultimo peplo.

Sono assediato da pistoleri. Gli intrecci sono elementari, i sentimenti primitivi: odio, vendetta, abilità e forza fisica. Ma tutto può essere raccontato in un western. E’ come l’antico teatro greco.

Seguendo la strada aperta da Duccio Tessari ci metto anche la vena ironica ed esce fuori "Arizona Colt". A dirigerlo è chiamato proprio Michele Lupo.

Il mio è un lavoro curioso. Quando scrivo un film me lo immagino e quando vado in proiezione ci resto sempre male. Regista, attori, problemi materiali di scenografia non permettono di realizzare un copione così com'è scritto: "Arizona Colt" mi piace ma all'inizio ho temuto il peggio.

Avevo immaginato che una banda di terribili banditi usasse assaltare piccole prigioni per riempire i vuoti e ricomporre l'organico ed invece Lazzari ha cominciato con una scena di massa che sembra la battaglia di El Alamein, in cui banditi completamente stronzi muoiono a dozzine per liberare alcuni sconosciuti al solo scopo di .... riempire i vuoti che lasciano morendo! Ma ha ragione Lazzari, la platea applaude a scena aperta. Mi ricordo uno degli ammonimenti del maestro Alesetti Blasandro: primo non annoiare.

Tutti i giorni mi telefona qualcuno e mi dice di aver avuto un'idea: produrre un western.

Tutto diventa western, dai tre moschettieri fino a Ulisse, passando per Amleto.

Quando mi telefona Ponti, me lo vedo col cappellaccio sugli occhi, cigarillo all'angolo della bocca e mani poggiate sui calci delle pistole. Invece no, vuole che scriva un giallo brillante per Mastroianni dove le uniche taglie sono quelle dei vestiti di una sfilata di moda. Per discutere della sceneggiatura, Carlo mi invita a Marino, nella sua villa, dove oltre alla piscina hollywoodiana, l'argenteria, gli splendidi quadri, c'è anche Sofia Loren. Oggi è domenica e Sofia studia inglese. Uno pensa: chissà che fa Sofia di domenica. Bene, studia inglese.

Verso le sei andiamo tutti insieme a vedere "Ciao Pussycat", in inglese ovviamente. Sofia ride, io no. Ma sono contento lo stesso: seduto sulle sontuose poltrone della saletta privata di Sofia, mi sento proprio nel cuore del mondo del cinema.

 

CAPITOLO XXVI

Un direttore di produzione mi porta in casa un roscetto, in doppio petto scuro e cravattino rosso. E' Vittorio Salerno, fratello del notissimo attore Enrico Maria. Ha un soggetto sotto il braccio, la storia di un abete che, coltivato dal portiere di un palazzo, cresce fino al soffitto e per non farlo morire bucano tutti gli appartamenti mettendo in comunicazione le famiglie del palazzo che vivono là da decenni senza conoscersi. E' un'idea poetica che non si realizzerà mai, tuttavia a volte mi sento poeta anch'io e lo aiuto a sceneggiarlo. Vittorio dice che Enrico gli farebbe il protagonista gratis. Questo è un argomento non poetico ma certamente importante.

Martino e Loy hanno una divergenza di opinioni su una questione squisitamente teorica: Mino sostiene che un bravo tecnico può facilmente fare il regista e Luciano che i migliori registi vengono dalla sceneggiatura.

Poiché sono di passaggio in ufficio vengo interpellato come arbitro e propongo una prova: dirigano un film per uno, Mino è un tecnico e Luciano un ex-sceneggiatore. Luciano dice che potrei provare io.

Accetto subito. Non perché sia ansioso di fare il regista ma perché ho a casa un'attrice che ha rifiutato un contratto in bianco con Vadim e lo va ripetendo con allarmante frequenza. Mino cerca di tirarsi indietro: non vuol rischiare milioni per una prova. Ma io faccio un po' di conti: per fare un piccolo film giallo, in bianco e nero, con attori nuovi si può stare dentro una spesa di circa venticinque milioni che loro potrebbero farsi dare come minimo garantito da una ditta di noleggio.

I due produttori si guardano, affacciati sulle scrivanie scrupolosamente paritetiche e scuotono la testa:

- "Le spie uccidono a Beirut", diretto da noi in economia strettissima, è costato sessantadue milioni. Nessuno può fare un film con venticinque.- Mino ha la certezza assoluta nella voce.

Scrivo un soggetto insieme a Mara e chiamo un direttore di produzione di fiducia di Mino e Luciano. Spiego come vorrei girare e il direttore scrive le cifre. Totale ventisei milioni.

- Però i gialli italiani non esistono...- obbietta ancora Mino.

- Be’, esisteranno.- rispondo - Poi con quel costo, bastano le vendite all'estero per guadagnare. In più ho la possibilità di avere Enrico Maria Salerno gratis nel cast.-

Mi danno il via e chiamo Vittorio. Gli offro di fare la regìa a quattro mani e portiamo il soggetto a Enrico Maria nella sua villa sull'Appia Antica.

Fondiamo una società: io, Mara e il Vitt. La chiamiamo NUCLEO FILM, centomila lire di capitale sociale, carta intestata e timbrino componibile preso da un gioco di Amarilli. Io sono l'Amministratore Unico, l'unico che capisce qualcosa di conti grazie ai miei vilipesi studi ragionieristici.

Luciano ci trova un piccolo noleggio con la Metheus Film di Mario Siciliano e il distributore ci propone diciassette milioni di cambiali per l'Italia a patto che nel cast ci sia almeno un nome di richiamo, ad esempio Barbara Steel o Dominique Boschero, gli altri dieci milioni verranno anticipati metà da Luciano e metà da Mino. Ne avanza uno sul preventivo per gli imprevisti. Poiché Dominique è amica di Luciano puntiamo su di lei spacciando il mio gialletto per un film d'arte. L'abbiamo intitolato "Libido" proprio per dargli un tono freudiano e ricordare "Psycho" di Hitchcock. Dominique si arrende per un milione e mezzo a settimana, due settimane di lavoro.

Però la sceneggiatura prevede una costosa stanza tutta di specchi, come fare? E' il clou del film. Ancora Luciano viene in nostro soccorso: lui è figlioccio del Grande Goffredo che, dopo il disastro di "Sodoma e gomorra" si è rimpannucciato, come direbbe la mia signora di Varese, vendendo il complesso della Farnesina.

Varco per la prima volta la soglia dell'ufficio del Grande Goffredo che mi accoglie con cordialità appena velata da un po' di fretta. La mia richiesta è banale: vorrei un teatrino piccolo piccolo in cui farci una modestissima costruzioncina e pagare pochissimo quasi niente.

Da dietro la scrivania ad arco, in perfetto controluce, Goffredo annuisce e solleva uno dei telefoni. Dice qualcosa e poi si alza e mi sorride: posso andare alla Scalera e portare i disegni, avrò un preventinvo a prezzi di costo.

Gli stringo la mano colmo di gratitudine e mi metto al tavolino col Vitt per disegnare piante e alzate.

Quando tutto è pronto vado alla Scalera a parlare col direttore Pastrovich. Accoglienza calorosa, Lombardo gli ha detto che bisogna aiutare i giovani. Ottimo inizio. Vuole parlare domani col mio scenografo per studiare le scene in modo che possano essere trasformate le une nelle altre per diminuire i costi.

Il mattino dopo mi ripresento coi disegni. Pastrovich guarda alle mie spalle: non è venuto lo scenografo?

- Certo che è venuto!- e apro la cartelletta.

Pastrovich ride: faccio anche lo scenografo?

Mi è parso il modo migliore per risparmiare. Chiama il capo delle costruzioni e prendiamo i dovuti accordi. Per gli specchi si potrà noleggiarli ad una vetreria vicina e poi restituirli, così non costano quasi nulla. Il preventivo è veramente basso e Pastrovich vuole concordarlo l'indomani con il mio direttore di produzione.

Quando mi rivede puntualissimo con la borsa da ragioniere sotto il braccio, ride di gusto. Sono anche direttore di produzione?

- Sì e per farla breve sono anche aiuto di me stesso, ispettore e segretario di produzione, segretario di edizione, montatore e amministratore della società.-

Pastrovich mi chiede se sono previsti attori o se reciterò io tutte le parti. Gli mostro le foto di Mara e di Dominique e Pastrovich punta un dito sulla faccia di Mara:

- Questa è brava! E poi è una ragazza seria. Ci han provato tutti ma non c'è stato niente da fare. Sono contento che cominci a lavorare. La conosci bene?-

- Un po'. L'ho sposata e abbiamo una bambina.-

Ci manca l'attor giovane e la ricerca è laboriosa. Io e il Vitt facciamo il giro degli agenti e delle scuole di arte drammatica. Penso ai compagni del Centro ma proprio non ce n'è uno passabile. Ci immergiamo in sguardi foschi, luminosi, intensi, ritoccati dal fotografo. Ci fermiamo su due facce: una più volitiva e l'altra più interiore.

I loro nomi non li abbiamo mai sentiti. Il primo è un certo Franco Sparanero e il secondo un tal Giancarlo Giannini. Diamo loro appuntamento.

Franco Sparanero è molto teso, cerca di convincerci ad affidargli il ruolo dicendo che sulla sua faccia non si vede ma che lui sente molto. Mi fa simpatia per questa frase ridicola ma il personaggio sembra più adatto all'altro sconosciuto che si chiama Giancarlo Giannini. Quando Sparanero diventerà Franco Nero sparirà il senso di rimorso che sento quando devo togliere un'opportunità a qualcuno.

Far debuttare un attore sconosciuto in un ruolo da protagonista non costa nulla, è lui che dovrebbe pagare! Tuttavia un rimborso spese è giusto concederlo e firmo il contratto con Giannini: quattro settimane, centoventimila lire.

Ora non ci resta che firmare con Enrico Maria Salerno e il cast è completo.

Enrico ci accoglie sul bordo della sua piscina, piuttosto sorpreso che il film si faccia davvero. Sorride carogna e ci dice che caratterizzerà molto il personaggio mettendosi una benda nera su un occhio e una parrucca irsuta in testa. Vittorio lo fissa allibito ma non fiata.

- Ma è una splendida idea, caro Enrico!- esclamo io fingendo ammirazione- E che dici di un uncino al posto della mano destra?-

Enrico strizza gli occhi sotto le sopracciglia folte, un'occhiata sicula che tradisce le sue origini.

Appena fuori Vittorio mi afferra per un braccio accorato: non sarà troppo l'uncino?

Gli batto una mano su una spalla: i fratelli minori e sconosciuti non dovrebbero mai fare la regia prima dei fratelli maggiori e famosi e per la parte del cattivo gli presento Luciano Pigozzi, più noto come Alan Collins famoso anche come controfigura di Peter Lorr, usuale cattivo nei film di Martino.

Porto al Ministero dello Spettacolo la mia brava denuncia di inizio lavorazione sopportando lo sfottò degli impiegati perché il mio nome e quello del Vitt appaiono dovunque.

- Come Chaplin.- ribatto serafico.

Siamo all'esatta metà degli anni Sessanta e possiamo ancora fare come Chaplin, autori dal soggetto all'edizione, possiamo perfino assumere come troupe solo due elettricisti e due macchinisti col banale motivo che non ne servono di più.

Poi verranno gli obblighi sindacali del minimo di troupe e la fine del piccolo cinema libero e artigianale.

Diamo il primo giro di manovella. Grido:

- Ciak! Motore! Azione!- e tutti obbediscono. Se mi vedesse ora quel Giorgio di Biella, operatore dilettante, che mi intimava il silenzio perché di cinema non capivo niente!

Mara è deliziosa e sexy. Giancarlo bravissimo, Dominique impegnatissima e il Peter Lorr nostrano se la cava bene.

La stanza degli specchi è un rompicapo: dove mettere la macchina da presa perché non si veda? Troviamo un punto magico e Mara balla una danza sensuale mentre Giancarlo si pianta le unghia nelle mani per resistere al desiderio.

Il terzo giorno arrivano Loy e Martino, sono molto critici. Loy dice che ha veduto il girato e che è invedibile, Luciano annuisce:

- Quel Giannini ha una faccia da pirla...-

- Sei venuto per incoraggiare?- gli chiedo. Si blocca e arrossisce, chiede scusa e va via. Ma il terzo giorno è proprio scarso in incoraggiamenti. La sera Mara vede una scena dei giornalieri in proiezione e scopre che abbiamo tagliato le favolose gambe sue con la sagoma del letto. L'ingrata strilla che al Centro avrei dovuto almeno imparare ad inquadrare un paio di gambe.

- E a conoscere meglio le attrici!- aggiungo io.

L'inesperienza, il matrimonio e un senso troppo largo di democrazia mi spingono a portare alla proiezione serale anche gli attori che non guardano il film ma solo le loro facce e le loro gambe.

Il nostro operatore è una tartaruga. Impiega quattr'ore per illuminare un'inquadratura. Non troviamo altra soluzione che montare un carrello e far muovere la macchina da presa su e giù cambiando intorno le pareti di scena e gli abiti degli attori in modo che i riflettori siano sostanzialmente sempre a posto.

La nostra piccola troupe si lega di simpatia e collaborazione. Dominique, che è pur sempre una piccola diva, in mancanza di asciugacapelli scioglie le trecce morbide davanti a un termosifone e Giannini ci costruisce un pupazzo semovente a forma di grillo parlante.

Alla fine della prima settimana gli operai ci regalano le ore straordinarie, roba da DeAmicis.

Gli esterni li giriamo parte alla villa Manzolin sulla Cassia e parte al Circeo, e nei rari momenti di pausa Dominique ci racconta i suoi folli amori con l'Avvocato a un milione a notte o i tre giorni che ha passato chiusa con Barbara Steel nella sua mansarda al Babuino.

Lavoriamo sedici ore al giorno e in tre settimane Mara accoppa il marito e Dominique, sperando di beccarsi il Giancarlo con la grana e invece lui la lascia legata sul letto al centro della stanza degli specchi e si va a buttare dalla scogliera. Poiché, magia del cinema, la villa Manzolin sembra ergersi su precipiti scoglioni oceanici.

Monto nelle moviole di Loy e mi rendo conto che il film è corto. Sul contratto di noleggio c'è una clausola a pena di nullità: il film deve essere lungo almeno un'ora e mezza.

Un paio di volte al giorno si affaccia Mino ghignante e chiede con simpatia:

- Come va il carosello?-

Va che, tutto montato, non arriva ad un'ora e un quarto. E ho anche pochi doppi, per risparmiare sul negativo spesso io e il Vitt abbiamo dato buona la prima, il che significa che non abbiamo girato la seconda. Ci sono solo gli scarti e le interrotte. Mi consulto coi miei due soci e siamo d'accordo: qui ci vuole un professionista. Chiamiamo Cinquini, il più famoso montatore di Roma dopo Serandrei e gli chiediamo per favore. Non potremmo pagare i suoi cachet.

Esamina il problema e comincia il lavoro di allungamento: trova quattro inquadrature uguali di Mara in bikini che chiede a Giannini "Perché?" spostando graziosamente la mano che ne regge il corpo a clessidra sulle punte torturanti delle rocce circeiane. Le monta tutte e quattro e io invento del dialogo. Mara dirà la prima volta "perché?", la seconda "ma no!", la terza "ah sì?" e la quarta "chissà!" e Giancarlo risponde a tono ristampando tre volte un campo lungo. Una fatica improba che ci regala un minuto e quaranta di film! Ci vuol ben altro. Cinquini guarda pensoso la sequenza della danza di Mara nella stanza degli specchi e fa stampare due volte le stesse inquadrature che poi monta in due modi diversi raddoppiando la durata della danza e migliorandola perfino! Guadagna così altri tre minuti scarsi. Ho un'idea: sotto finale si sente la mancanza di un dialogo chiarificatore e non c'è niente come un bel dialogo per fare minutaggio. Cinquini inventa letteralmente la sequenza incollando insieme tutti i primi piani degli attori che riesce a trovare, li monta in modo che sembrino guardarsi e parlarsi.

Passo una settimana in moviola ad inventare il dialogo che sia giusto per il film, per le facce degli attori e per i movimenti labiali. Cinque minuti!

Non c'è rimasto più nulla da montare. Invento una lunga didascalia iniziale che girerà lentamente su rullo con musica d'atmosfera: "Spesso i traumi dell'infanzia...ecc."

Nel battere il testo ci scappa un errore e vien fuori "Spesso i trumi dell'infanzia...". Siciliano ci convoca nel suo ufficio per stabilire insieme il manifesto e mi chiede serissimo che cosa siano i trumi.

Non posso rispondergli che i trumi sono i traumi con una a in meno, sarebbe offensivo, e allora mi lancio in una dotta dissertazione in cui i trumi diventano i grumi di psicocoscienza analitica inquadrati nella teoria junghiana. Ecco dove mi tornano utili le folli lezioni del Centro Sperimentale.

Siciliano annuisce convinto e passa a questioni più pratiche: Mara può chiamarsi Mara Maryl come piace a lei perché non sembra italiana, Dominique Boschero è la star e va bene così, ma quel Giancarlo Giannini con la faccia da fesso non pretenderà mica quel suo nome così banale sul manifesto? Giancarlo non è ancora in grado di pretendere niente e viene tradotto in inglese diventando John Charlie Johns. Anche Gastaldi e Salerno sono nomi che tradiscono una chiara origine italiana e diventiamo un solo regista sotto il nome di Julian Berry Storff. Julian Berry sono io e Storff è il nome della madre slava di Vittorio.

Messi i titoli di testa il noleggiatore può "visionare" il film. Di nascosto Martino e Loy l'hanno già visto.

Martino è incerto nel giudizio ma Mino no: il noleggiatore protesterà il film e non pagherà le cambiali di minimo garantito e sarà così dimostrato il suo assunto: non basta essere buoni sceneggiatori per diventare buoni registi.

La sera dell'anteprima abbiamo il cuore il gola. Siciliano ha fatto le cose in grande, affittando un'arena e invitando mezzo cinema italiano. Appena le luci cominciano ad abbassarsi, tira fuori il suo Roskoff da tasca e pigia la lancetta del contaminuti. Un crampo stiracchia il mio stomaco: tra titoli, didascalie e rullo finale, il film arriva ad un'ora e ventinove. Mara, elegantissima con la sua nuova stola di volpe bianca, è bianca come la stola. Giancarlo si schiaccia i foruncoli, Dominique ride al centro di un mazzo di uomini eccitati e Pigozzi è chiuso in un austero doppio petto grigio con panciotto. Luciano è impassibile, accanto alla bella Wandisa e Loy è illuminato da un sorriso ironico. Poi è il buio ed esplodono i titoli musicati da Rustichelli.

LIBIDO, anche il titolo adesso mi sembra stupido. Poi parte la didascalia e il crampo lavora più forte: c'è scritto i traumi, mica potevo lasciare i trumi! Scruto il volto di Siciliano nei bagliori discontinui della proiezione: è sereno, non se n'è accorto.

La proiezione è una tortura: mai un film mi è parso più brutto. Gli allungamenti adesso mi sembrano così evidenti che temo che Siciliano si alzi e se ne vada. Accendo sei sigarette durante il primo tempo.

La platea tace e non capisco se per noia o indifferenza. Poi la liberatoria parola FINE sul pupazzo del grillo che saluta dà la stura ad un'assurda cascata di applausi.

Chino il capo imbarazzato: gente che non ha pagato il biglietto, applaude per cortesia o rispetto. Ma Siciliano mi tocca su una spalla e mi tende la mano: è raggiante.

- Bravo!- esclama- Bravi!- allarga il complimento a Vittorio, Mara e tutti gli altri. Va da Mara e la abbraccia. Mara non sta più nelle volpi. Punta il dito sulla faccia foruncolosa di Giancarlo e giudica:

- Anche tu lo sai che non sei male?- Va verso Martino e Loy con un dito al cielo, stile Padre Cristoforo e annuncia alla platea ad alta voce:

- Avete visto come si fa? Imparate a far la regìa voi due!- Siciliano ride ma è lui che ha distribuito "Le spie uccidono a Beirut" diretto dal tandem Martino-Loy. Luciano esulta, ha vinto la scommessa. Si volta per dirlo a Mino ma è già scappato via, verso la moto che ha parcheggiato fuori dall'arena. Ci salta sopra, dà gas e va a sbattere dopo venti metri.

Per noi è vittoria completa e il nostro film uscirà, come si dice ancora, prossimamente su tutti gli schermi.

Prima però bisogna passare la censura. Un gruppetto di personaggi incredibili si riunisce nei sotterranei del ministero dello Spettacolo e due di loro si alzano in piedi a mezzo film gridando scandalizzati:

- Ha detto culo! Ha detto culo!-

- Ma no, signori! Ha detto, guardando un quadro di Rubens, "Però che culoni dipingevano una volta". Culoni è affettuoso non volgare!-

- Ha detto culo!- seguitano a sbraitare gli indignati censori e per questo, assolutamente soltanto per questo, ci vietano di proiettare il film ai minori di diciotto anni! Ancora celati nelle pieghe del futuro i pornografi con bustarella facile stanno preparando i loro filmetti a cazzo di cane. I censori saranno ancora gli stessi ma intascheranno lasciando passare tutto. E magari adesso "culo" lo dicono perfino loro.

Iniziano settimane di ansia e consultazione febbrile dei giornali tecnici: quanto a incassato a Brescia? E ad Agrigento che è la città natale di Mara? A Biella è uscito? Quelli che contano sono gli incassi di Milano, Roma e Torino e poi Napoli, Bologna e Firenze.

Il film incassa benino e in rapporto ai capitali investiti sono lauti guadagni. Poi c'è l'estero. Tradotto in inglese il film acquista finalmente per me una sua esistenza oggettiva. Ora che non capisco più quello che dicono mi sembra un film accettabile. "Libido" varca i confini e viene venduto in tutto il mondo, perfino in USA da dove arrivano ben venticinquemila dollari. E' la ricchezza, perché io e il Vitt abbiamo il cinquanta per cento della proprietà del film.

Gongoliamo, ma non posso immaginare che questo filmettino ino ino diventi un giorno un "cult" e che un bel dì mi avrebbe telefonato Tim Lucas, giornalista di Chicago per dirmi che aveva il poster di "Libido" nel suo living poiché lo riteneva il giallo meglio costruito della storia del cinema!

Luciano Martino ha drizzato le orecchie: se un gialletto da due soldi ha portato frutti sul capitale pari a circa l'ottocento per cento, che succederà con un giallo come si deve, a colori, con attori importanti?

Nasce così l'idea de "Il dolce corpo di Deborah" interpretato da un'ancor pimpante Carrol Baker. Gli incassi sono un vero boom e Martino e Loy imboccano la strada della grande produzione.

E' nato il giallo all'italiana. A "Il dolce corpo di Deborah" fa subito seguito "Così dolce, così perversa" dove alla Baker viene affiancato Trintignant e poi "Lo strano vizio della signora Wardh" che segna il debutto nel genere di Edwige Fenech.

Nonostante le mie insistenze, Martino e Loy restano convinti che i gialli debbano essere ambientati all'estero e così perdono la più bella delle occasioni. La coglierà Argento con "L'uccello dalle piume di cristallo".

Mara ha molte offerte di lavoro ma, ahimè, si comincia a vedere la pancia per la seconda volta... sarà maschio?

Con la famiglia in crescendo mi tuffo nelle sceneggiature: i western fioccano e gli 007 tirano ancora.

Di tanto in tanto la mia strada, che ormai chiamo professionale, incrocia quella dei miei compagni di Centro, anche loro in marcia per entrare nel mondo del cinema.

Oggi incrocio quella di Tonino Valerii. Ha già girato un piccolo western andato piuttosto bene e› lo han chiamato i fratelli Sansone per farne un altro.

Il soggetto è mio e dovrà essere interpretato da quel Lee Van Cleef che è stata la seconda scoperta del secondo western di Sergio Leone. Si intitola "Il ragazzo e il pistolero", quindi se Van Cleef è il pistolero occorrerà cercare un ragazzo. Ma i Sansone firmano un contratto di coproduzione con la Germania e là vogliono Giuliano Gemma. Sono costretto a far crescere il ragazzo. Anche il titolo deve cambiare. Lo chiamo "I giorni dell’ira" e proietta Tonino in serie A con un incasso bomba.

Mi sento chiamare per strada con esclamazione cordiale. E' Pugliese, il mio primo produttore da viso pallido. Non ci vediamo dai tempi di "Marte, il dio della guerra". Un abbraccio affettuoso e mi fa salire nei nuovi uffici della nuova società.

Il cinema è un mondo vivo e in continuo ricambio. Pugliese mi presenta Luciano Ercoli, suo nuovo socio e mi espongono il loro problema: hanno bisogno di un buon copione subito, per fare un film che costi poco e renda molto. Sorridono ma tornano subito seri e mi guardano speranzosi. Io ce l'ho una cosa pronta ma esito perché l'ho scritta per Mara. Decido di sacrificare sull'altare del ricordo del mio contratto importante e porto a Pugliese il copione. Due settimane dopo stanno già girando e intitolano il film "Le foto proibite di una signora perbene" che si comporterà proprio com'era nei loro desideri: costando poco e rendendo moltissimo.

Quando le cose van bene tutti ti corrono dietro e mi pregano di scrivere altri gialli. Così Luciano Ercoli dirige "La morte cammina coi tacchi alti" e "La morte accarezza a mezzanotte" che costano un po' di più ma rendono tre volte tanto.

Spesso parlo ai produttori di fantascienza e Pugliese presta attenzione ai miei racconti. Ne ho fatti leggere alcuni a Giuliano Gemma e piacciono tanto a sua moglie. Giuliano si offre di interpretarli in partecipazione.

Interessato Pugliese mi porta dal cumenda in persona, da Angelo Rizzoli. Rizzoli non legge, annusa. Accenno alla trama e mi interrompe:

- Va bene, va bene... è sempre uno spataccino...- forse vuol dire che è sempre avventura, chissà. Ma ha detto che va bene. Pugliese è raggiante, sente aria di grande affare.

Purtroppo è una delle ultime decisioni del cumenda che qualche giorno dopo dice "Basta!" si alza dalla scrivania, va a casa, si mette a letto e muore: il destino sta dalla parte delle fettuccine burro e sugo, di Spielberg e Lucas.

Pugliese cerca di coinvolgere altri distributori e venditori esteri. Ce n'è uno che si chiama Pane e che si complimenta con me:

- Bella storia! Fino a pagina 42 stupenda! Ma poi quella cosa temporale... io devo vendere ai negri, capito? E che ci racconto ai negri?-

Divento padre per la seconda volta e lo chiamo Costantino in ricordo di mio padre che mi pareva irraggiungibilmente vecchio quando fu ucciso da Franco Moranino e assassini suoi, ma che aveva solo qualche anno in più dei miei di adesso.

Mi diverto a guardare le foto dei Grandi sui libri di scuola di Amarilli. Cavour per esempio, lo vidi la prima volta sul mio sussidiario con tanto di barba, e aria assorta da vecchio saggio. Sui libri della Media mi accorsi che non era tanto vecchio, solo un uomo maturo. Adesso, sul libro di mia figlia, scopro che era assai giovane sotto la sua famosa barba: lui continua a fissarmi pensoso mentre io lo raggiungo e lo sorpasso. So già che tra dieci anni mi sembrerà un ragazzino con la barba.

Mara allatta e per consolarla io e il Vitt le scriviamo una parte da protagonista. Tentiamo la grande produzione volando a Barcellona per fare un accordo coi fratelli Balcazar. Bello il viaggio, difficile la coproduzione. Torniamo in Italia a battere le vecchie strade facendo il giro dei noleggi.

Mi chiama Moris Ergas, mi dà un pugno di dollari e mi manda a Praga, ospite del governo di Novotnj. Riesco a far ospitare anche Mara: dovrò fare dei sopralluoghi col regista locale Giri Sequenz per un film su Formis, maestro di dizione di Hitler assassinato da sicari nazisti proprio a Praga.

Quando il vecchio Viscount tocca la pista della città delle cupole d'oro e ci fanno entrare in un lugubre stanzone insieme ad una ventina di tedeschi, avverto una sensazione di claustrofobia

Dopo un'ora arrivano due uomini in tuta e aprono degli sportellini, sul fondo. Ci guardano e ci mettiamo in fila. E' il nostro battesimo dell'allucinante burocrazia comunista. Uno degli impiegati chiede ai visitatori due foto e sorride meccanicamente qualcosa come "nemo foto" poi passa il passaporto all'altro che lo compita tutto ad alta voce prima di timbrarlo. Due ore dopo siamo in dogana. Le valigie arrivano portate da inservienti e l'addetto si pesca un cilindretto di legno da un taschino, lo apre svitandolo, ne estrae un timbro col quale marchia i bagagli, poi rimette il timbro nel cilindro, lo riavvita e se lo rimette in tasca. Alla prossima valigia ripete tutta l'operazione con assurda precisione: è vietato lasciare in giro il timbro, mi sussurra un turista tedesco interpretando il mio stupore e biascicando in francese. Due ore dopo io e Mara facciamo la fila davanti al Cambio. Chiedo di cambiare una cinquantina di dollari ma la donna che sta dietro al vetro del banco mi fa segno di no con la testa, aggiungendo una smorfia di complicità. Sono perplesso e chiedo di cambiare trenta dollari. La donna ripete la smorfia e mi sconsiglia con cenni del capo.

- Dieci dollari...- balbetto incerto e allungo una banconota. Adesso me la cambia in corone. Fuori c'è una limousine nera con autista ad attenderci col regista Sequenz che parla perfettamente francese.

Giri mi spiega l'arcano del cambio: non si devono cambiare dollari al cambio ufficiale perché è dieci volte più caro di quello corrente in tutte le hall degli alberghi.

Guardo Praga attraverso il finestrino dell'auto e divento triste: gente tutta vestita di blu cammina lungo strade disadorne davanti a vetrine attraenti come quelle dei nostri uffici postali, decine di ciclisti pigiano sui pedali scansandosi al nostro passaggio e a quello di vecchi autobus, antichi palazzi in decadenza, palizzate reggono facciate crollanti e nuvole di vapore salgono dai tombini come buchi aperti sull'inferno.

Giri spia le nostre espressioni sgomente: nessuno immagina lo squallore dei Paesi comunisti finchè non lo vede, neppure i più accesi anticomunisti ci riescono. Giri bolle di rabbia repressa e ci spiega: i praghesi quest'anno vestono di blu perché lo Stato ha tagliato il blu. Forse il prossimo anno taglierà il grigio e si troveranno nei negozi solo abiti grigi. Le case circondate dalle palizzate sono quelle private: lo Stato non le aggiusta perché non sono sue, i privati neppure perchè tanto non si possono vendere e il fitto è simbolico.

Veniamo ospitati al Praha Hotel, un grande albergo moderno in vetro e cemento. Il direttore ci informa che il costo del soggiorno completo è di 220 corone. Gli dico che siamo ospiti del Governo. Sospira imbarazzato: il fatto è che il Governo paga per i suoi ospiti soltanto 180 corone al giorno.

- Mi indichi allora un albergo da 180 corone e ci trasferiamo là. Non abbiamo intenzione di pagare la differenza.-›

E' sempre più infelice: non è possibile, la legge obbliga gli ospiti del Governo a stare al Praha Hotel.

Lo guardo sbalordito. Il direttore mi consiglia:

- Possiamo fare così: voi avete diritto a telefonare gratis e qui ci sono molti turisti che invece pagano le telefonate. Dirò al centralino di segnare le telefonate dei turisti come se fossero vostre e di incassare i soldi delle telefonate come se se venissero da voi per la differenza del costo del soggiorno.-

Detto in francese a Praga a due italiani risulta molto complicato.

Giri ci porta col ministro della cultura a visitare gli studi Barendoff, la Cinecittà di Praga. Sul piazzale antistante c'è una folla di tecnici e di operai che ci applaudono in segno di benvenuto. Il ministro indica una grande scritta scolpita sul portale, la legge e poi dice poche altre parole per me incomprensibili che scatenano un applauso scosciante. Guardo Giri:

- Che ha detto?-

- Ha letto quella scritta che dice "Film per il popolo" e poi ha aggiunto che questo è un esempio di come si mente nei regimi socialisti. -

Qualcosa non quadra. Si sente nell'aria l'oppressione di un regime poliziesco e poi un ministro dice ad alta voce una cosa così? La prossima primavera sarà quella di Dubcek e questi sono i segni premonitori ma a noi danno soltanto un senso acuto di insicurezza.

A Praga restiamo un mese. Ceniamo quasi sempre all'hotel sotto gli occhi di centinaia di praghesi che ci guardano da fuori, incollati alle vetrate. Siamo spesso inseguiti da qualcuno che ci offre mazzi di corone per qualche dollaro da spendere nei pochi negozi per stranieri, pieni di luci e di merci.

Il comunismo applica il supplizio di Tantalo. Nella mia fantasia le facce dei nostri dirigenti comunisti storici hanno una riga in mezzo sempre più profonda.

Torniamo a rivedere le luci e l'allegria confusa di Roma con una gioia da piangere.

Ugo Guerra ha letto il copione che abbiamo scritto per Mara e mi porta da Gurgo Salice, che nonostante il nome si occupa di cinema ad alto livello, dirigendo sia la Lux Film a Roma che la Lux France a Parigi e in pochi giorni ci troviamo in tasca un bel contratto di noleggio e anche uno di coproduzione con la Francia. Contratti non troppo generosi ma che, associandomi con la Daiano Film di Ugo, mi permettono di fare un film ricco e a colori. Mara è una deliziosa bounty killer, in parodia ai film di Leone, ed è usa a far fuori i cattivi mettendo del cianuro nello champagne, da qui il titolo Cin cin...cianuro!"

Mi fa da organizzatore generale quell'Armando che mi mantenne per alcuni mesi col bridge.

Ho appena finito di girare che il bravo Gurgo Salice smette di pagare le cambiali fallendo con bella simultaneità sia qui che in Francia. Io e Ugo ci guardiamo pallidi: ci sono sessanta milioni di cambiali da pagare. Sessanta milioni sul finire degli anni Sessanta valgono un miliardo degli anni Duemila.

Mi stringo nelle spalle: è la fine della NUCLEOFILM. Non ci siamo impegnati personalmente. Ma Ugo scuote il capo: la sua Daiano Film ha appena firmato un grosso contratto con la RAI per fare "Ulisse". Se non lo aiuto a pagare, pagherà da solo.

Questo non posso permetterlo, Ugo è quello che mi ha introdotto nel cinema. Lo abbraccio, pagheremo insieme se mi aiuta a trovare più lavoro.

Più lavoro significa scrivere giorno e notte. Scrivo ventotto film in due anni e poiché il novanta per cento fanno guadagnare bene i produttori, il mio cachet seguita a crescere.

Una dopo l'altra le maledette cambiali tornano pagate nel mio cassetto e di tanto in tanto le mostro a Mara che fa spallucce: che colpa ha lei se Gurgo Salice è fallito? D'altra parte se avesse accettato l'offerta di Vadim...

Nel ricambio continuo delle società cinematografiche, anche quella dei fratelli Sansoni è travolta proprio mentre scrivo per loro l'ennesimo western. Alfonso mi chiama e mi comunica la triste notizia. Devo sospendere la stesura al primo tempo, mi paga la metà e chiede venia.

Sei mesi dopo gli indomiti fratelli mi richiamano d'urgenza in un nuovo e più modesto ufficio. Mi presentano Carlo Pedersoli, nuovo idolo delle platee perchè è appena uscito "Mi chiamano Trinità". Mi felicito con lui anche se ha dovuto battezzarsi Budd Spencer, d'altra parte Mario Girotti ha dovuto diventare Terence Hill. Chissà quando gli americani costringeranno i propri attori a mettersi soprannomi italiani?

Il fratelli Sansone han bisogno di una storia western per Budd Spencer, ne han bisogno subito perché devono portarla alla Cineriz prima delle sette di sera. Guardo l'orologio: sono le undici del mattino.

- Non è proprio possibile anche perché non ho ancora visto Trinità e quindi non so neppure quali siano le corde del personaggio del signor Pedersoli...-

Si scambiano sguardi e ridacchiano, poi spiegano: la storia di Trinità non è altro che quel mezzo copione rimasto tale per chiusura della loro società e che Pedersoli raccontò ad altri in buona fede. Quando lo chiamarono ad interpretarlo non si è preoccupò di chiedere se avevano comprato i diritti.

Adesso, come riparazione, per evitare grane e cause legali, Pedersoli è disposto a fare per loro un western a paga zero o quasi.

Il fratello Sansone più ironico conclude, masochista:

- Siamo davvero dei grandi produttori: una sola volta abbiamo protestato un regista. Era Sergio Leone ne "Il Colosso di Rodi". Una sola volta abbiamo interrotto un copione e ne hanno fatto un film da sei miliardi di incasso.-

Non ho più scuse e devo correre a casa a scrivere. Qualcosa per le sette è pronto e la Cineriz approva, un mese dopo stanno già girando "Si può fare, amigo!" che riconfermerà la simpatia del pubblico per il corpulento Budd Spencer.

Intanto Mara con bella cadenza si sta arrotondando per la terza volta e io so che per tirarla su di morale devo prepararle un film. Stavolta la storia la sceglie lei. E' un soggetto di Vittorio Salerno e si chiama "La lunga spiaggia fredda". Storia tragica di una donna violentata su una spiaggia da un gruppo di hippy. Facciamo una nuova società, la Synthesis.

Il capo elettricista di "Libido", mi porta da un certo Petti che ha una distribuzione che si chiama King.

Combiniamo subito. Stavolta, fatto esperto dalla fregatura precedente, le cambiali del signor Petti non le voglio neppure girare come società e le porto direttamente alla Telecolor che deve scontarle.

Mara partorisce un altro maschio che vuol chiamare Sciltian. Bisogna accontentarla e pochi mesi dopo siamo sulla spiaggia gelata di Sabaudia a girare la nostra tragedia. Robert Hoffmann ci fa da protagonista e Armando mi fa di nuovo da organizzatore generale. I soldi sono pochi e ci installiamo tutti in un alberghetto vuoto perchè siamo in bassissima stagione.

Guardo le facce della gente che passa sulla provinciale e mi vedo coi loro occhi: un matto pelato lungo due metri che corre con un gruppo di esaltati appresso a dei depravati in moto che rombano sulla sabbia umida intasando i carburatori.

C'è una drammatica scena notturna in cui uno degli attori insegue a calci l'altro dentro il mare e l'operatore con l'Arriflex si sdraia su una coperta e si fa trascinare fin dentro le onde gelate da due operai. Sarà serio un mestiere così?

Il vincitore crolla sulle ginocchia levando i pugni al cielo in una specie di biblica preghiera, ma urla: Merda! Merda! Merda!

Per questa particolare inquadratura ci spostiamo su un pontile per poter mettere la macchina da presa all'asciutto e si forma subito un capannello di curiosi a cui, per tagliar corto,diciamo che stiamo girando un carosello.

Quando l'attore urla la sua battuta, scuotono la testa e se ne vanno brontolando:

- Poi magari in televisione gli faranno dire "Bella! Bella! Bella!"-

Sarà serio un mestiere così?

A coronamento della fatica c'è sempre lo scontro censorio. Siamo a metà degli anni di piombo, culo ormai lo dicono alla TV dei Ragazzi ma disgraziatamente l'ultimo film distribuito dalla King si chiamava "Erika" ed era decisamente porno per l’epoca. Per farlo passare il rappresentate della King ha regalato ad un intermediario trecentomila lire. I membri della commissione di censura sono otto, basta comprarne quattro perché il rappresentante dei produttori vota sempre a favore del film. Trecentomila lire a metà degli anni Settanta sono più o meno tre milioni anni Novanta, che diviso quattro fa meno di un milione a testa. Si vendono per poco, però "visionano" anche tre film al giorno. Se questi sono i probi viri democratici vuoi vedere che le Brigate Rosse hanno qualche ragione? Per "Erika" scoppia uno scandalo.

Un pretore ha sequestrato il film e ha incriminato la commissione che ha dato il nulla osta, per questo sono avvelenati contro la King che, pare, ha anche aggiunto scene porno dopo il passaggio in censura manomettendo, altra bustarella, la copia che resta nella cineteca del Ministero a fare testo.

I più incazzati sono i membri che non han preso i soldi, non so se per la rabbia di essere stati esclusi o per dignità civile.

Dopo la proiezione del mio film, pulito come può esserlo un film dove la propria moglie, madre dei propri tre figli, fa la protagonista, l'alto magistrato che presiede la commissione pontifica sulla violenza sottintesa nelle scene e mi dice che mi fa un favore costringendomi al taglio di mezzo film perché mi aiuta ad evitare il mio innato cattivo gusto.

Mi bolle il sangue e mi ficco le mani in tasca per non stamparle su quella faccia da imbecille. Chiedo alla commissione che si formi la stessa maggioranza che ha dato, pochi mesi prima, il nulla osta a "Erika" poiché quella stessa maggioranza non può che essere d'accordo che La lunga spiaggia fredda" è film per tutti.

E' una bomba. L'alto magistrato, paonazzo, urla che egli votò contro "Erika". Io insisto: metà più uno di quella commissione deve dare il nulla osta al mio film e per tutti.

- Tota capita, tota sentenzia!- esclama l'alto magistrato e mi ingiunge di mantenere la calma.

Sono calmissimo e con voce gelida chiedo:

- Devo mantenere la calma o devo mantenere quello delle trecentomila lire?-

E' il caos. Mi rifiuto di accettare i tagli ed esco con l'onda della confusione mentre qualcuno invoca la forza pubblica per oltraggio ad un magistrato.

Rifiutare le imposizioni di un branco di corrotti ha come conseguenza la perdita di un mese e così saltano tutte le uscite del film.›

Un mese dopo si riuniscono altre due commissioni per l'appello e mi chiamano al Ministero. L'alto funzionario mi guarda benigno: possibile che ci siano ancora degli ingenui che danno scandalo in commissione? Possibile che ci sia ancora qualcuno che non sa che si possono consegnare i testi dei dialoghi con le parolacce, che tanto nessuno li legge, e aggiungerle poi in colonna sonora dopo il visto di censura? Possibile che ci sia ancora qualcuno che non sa che si possono mettere panoramiche delle Dolomiti al posto delle scene erotiche per poi rimettere le cose a posto nelle copie che vanno in distribuzione? Insomma possibile che ci siano ancora dei rompiscatole in un momento così drammatico per il Paese? Io annuisco:

- E’ possibile, perché ho fatto un film che può essere proiettato anche in un convento di monache.-

Mi ride in faccia e mi prende sottobraccio:

- Qui lo dico e qui lo nego, ma quelli lì censurano anche Pinocchio se nessuno gli passa la mazzetta!-

Al termine della nuova visione in censura un nuovo alto magistrato, conciliante ma in perfetta malafede, mi dice che qualche piccolo taglio me lo deve ordinare e vuole che li facciamo sotto il suo controllo.

Il montatore del Ministero esita: il magistrato vuole che tagli un bacio. Protesta:

- Ma questa è roba che si vede dai tempi di Rodolfo Valentino!-

L'alto magistrato snuda un dito che sembra un membro e impone il taglio.

E' strano come si soffra nel vedere tagliare un pezzetto di scena di un film che si è diretto. Anche di un film come questo, fatto per compiacere la moglie.

Quando il film è pronto non è più pronta la King che ne frattempo ha comprato un film di Jancso con Monica Vitti. Un film bruttissimo che ha scatenato gli spettatori nelle sale, con botte al direttore di un cinema e scardinamento delle poltrone. E' un bagno di decine di milioni e la King può combinare un buon fallimento redditizio.

Così va il cinema verso la metà degli anni Settanta.

 

CAPITOLO XXVII

Mi è venuta un'idea maledetta. Ho scritto per Ugo un giallo inventando la storia di un uomo completamente paralizzato, che non può parlare e a cui un assassino sadico dice che la notte seguente gli ammazzerà la figlia. Il paralitico riuscirà a salvarla comunicando con il battito delle palpebre nel codice dell'alfabeto Morse.

E' un'idea maledetta perché oggi Scardamaglia mi telefona che Ugo ha avuto un ictus cerebrale e sta morendo all'ospedale.

Lo trovo steso su una barella, rigido, gli occhi sbarrati e fissi. Mi chino su di lui sconvolto: uno dei suoi occhi è appannato dall'asciugarsi del liquido lacrimale ma l'altro ha in fondo una luce disperata di intelligenza che mi grida "come nel tuo soggetto! come nel tuo soggetto!"

Urlo agli infermieri che Ugo non è morto, li obbligo a fissare quell'occhio e lo portano in rianimazione.

E sarebbe stato meglio lasciarlo morire. Ugo sopravvive con un buco nella trachea e totalmente paralizzato.

Esce "Odissea nello spazio" con uno strepitoso successo di pubblico e di critica. Sarà piaciuto ai negri del signor Pane?

Luciano si è staccato da Loy e sta diventando un grande produttore. Sostiene che il cinema lo fanno soltanto quelli che non sanno far niente. A me pare invece che a Roma tutti facciano il loro mestiere più il cinema.

Si rischiano soldi in un film come al casinò. Moltissimi lasciano anche perdere l'accento.

-E se è un asso?- mi dice pieno di speranza il produttore di un western che produce normalmente tortellini, e gira la mano di scatto all'insù.

Ponti invece dice a Tonino, che gli ho portato oggi in ufficio, che per essere un grande regista bisogna essere stupidi, o almeno essere stupidi aiuta molto.

- David Lean per esempio- sogghigna- ci ha messo sei mesi a leggere il dottor Zivago.-

- Attento! Son tre mesi che ti ho dato da leggere "La fine dell’eternità" e ancora non l'hai letto....-

Ride e promette ma non leggerà: è fantascienza.

E' uscito "Arancia Meccanica", ma dicono che non è fantascienza. Quando un film fa i soldi non è mai fantascienza.

Mi telefona Jone Tuzi e mi chiede di scrivere una sceneggiatura dal racconto "Collared" di Woolrich. Esistono già due versioni pagate ma al Grande Goffredo non sono piaciute e non vuole più sentire parlare del progetto. Eppure il racconto è molto divertente e i diritti sono stati comprati. Jone vorrebbe proporlo a Ponti, far restituire i soldi dei diritti a Lombardo, e produrlo con due grossi attori. Dovrei scriverlo nel tempo libero.

Prometto ma il tempo libero è sempre più scarso. Mi ha chiamato Lazzari fissandomi un appuntamento col grande Sergio Leone. Mi avverte che son già stati messi alla prova e scartati ventidue sceneggiatori, evidentemente sono uno degli ultimi della lista. Lazzari mi toglie anche questa illusione: non ero propio in lista e mi ha proposto lui.

Sergio è diventato un mito. Durante il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti ha ricevuto l'abbraccio di Ford che ha dichiarato pubblicamente di poter morire in pace perchè finalmente c'è un regista in grado di continuare la sua epopea sul West. Variety dedica a Sergio monografie dibattendo intorno a "Leone's religion" "Leone's philosophy" "Leone's ethics" e roba così.

Sergio si nasconde dentro una grande barba e gli stringo la mano mascherando l'emozione. Non ci bada e attacca subito: vuol produrre un western con Terence Hill, ma non una delle solite stronzate che interpreta il fortunato protagonista della serie Trinità, lui vuole raccontare il confronto tra un pistolero dell'epoca d'oro del West e il nuovo modo di affrontare la vita del giovane Terence Hill.

Ha già chiaro l'inizio. Stende le gambe e leva le mani ad interrompere l'atmosfera discorsiva. Stiamo tutti zitti per un intero minuto. Poi comincia con voce profonda, da narratore di antiche fiabe:

- Un grande sole rosso. I picchi delle montagne si stagliano scuri contro il cielo di fuoco. Tlic-tloc. Tlic-tloc. Tlic-tloc.-

Sono cavalli in avvicinamento e nessuno fiata. Sergio precisa che sono tre, poi:

- Poche case. Un villaggio sperduto. Una pensione. Una barberia. Qualche vacca che torna alla stalla.-

Lunga pausa. C'è un clima di tensione nel piccolo villaggio e sento il soffio del vento della prateria in quel tramonto drammatico. Restiamo tutti immobili a guardare Sergio che riprende con tono intrigante:

- Contro il vetro sporco rosso di sole di una delle finestrelle della pensione, una faccia.-

Altra lunga pausa che dà importanza a quella faccia appena distinta oltre il vetro impolverato.

- Più di cinquant'anni. Rughe intorno agli occhi chiari. Guarda la pianura arida cercando di mettere a fuoco i tre cavalieri ancora lontani. Tlic-tloc. Tlic-tloc. Tlic-tloc. Ha qualche difficoltà con la vista. Si stacca dalla finestra che resta vuota. Tlic-tloc. Tlic-tloc. Tlic-tloc. I tre cavalieri si stanno avvicinando. Si vedono i particolari: i larghi cappelli sporchi di polvere e sudore, i fucili infilati nelle selle, ma i loro volti sono ancora scuri nel controluce della sera.

Dalla barberia si affaccia un bambino con un catino pieno di acqua sporca che butta nella polvere della strada. Guarda i tre a cavallo. Uno si ferma accanto al corral, gli altri due seguitano ad avanzare. Il bambino torna dentro di corsa per mettere in allarme il padre, avvolto in un sudicio camice da barbiere.

Troppo tardi! Ueeeiigh! La porta si spalanca. Vediamo i due in faccia. Gente dura, violenta. Acchiappano il bambino, gli ficcano un pezzo di sapone in bocca e lo spingono col padre in uno stanzino. Li legano e infilano il pennello insaponato in bocca al barbiere terrorizzato. I due si scambiano un cenno d'assenso, uno si infila un camice prendendo un rasoio. L'altro esce e si va ad appoggiare al muro della casa di fronte.-

Indubbiamente siamo in un film di Sergio. Il ritmo lento, il clima teso è tutto suo e si attarda in particolari ambientali per tendere al massimo la corda dell'attenzione, prima di far uscire il vecchio pistolero dalla pensione.

Cammina a passi misurati, tranquillo, apparentemente inconsapevole della trappola. Perché non c'è dubbio che la trappola sia per lui. Lo si è capito fin da quel suo primo sguardo sfocato sui tre cavalieri in controluce nel tramonto color sangue.

- Tranquillo, il vecchio pistolero entra nella barberia e non degna il falso berbiere di un'occhiata. Si va a sedere sulla sedia e si lascia avvolgere intorno al collo un pezzo di tela lurida. Il falso barbiere apre lentamente il rasoio.-

Sergio fa scattare le dita e vedo distintamente la lama perfida di quel rasoio.

- Il bandito che si è fermato nel corral non stacca gli occhi dalla porta della barberia. L'altro si fissa la punta delle scarpe ma tiene le mani a ciondolare sui calci delle pistole. Aspettano. Aspettano che la lama di quel rasoio affondi nella gola ingenuamente offerta del vecchio pistolero. La lama scende lungo la sua guancia, lentamente, radendolo. Sfiora la pelle rugosa di quella gota cotta dal sole e dagli anni.-

Sergio si interrompe ancora per descrivere piccole cose in strada, per esasperarci.

- Poi la lama continua a scendere lungo la gola del vecchio... ma non preme, scende dolce, radendo. Il falso barbiere è contratto, teso. Suda. Pulisce piano la lama insaponata e poi torna a puntarla verso la gola della sua vittima che sembra essersi appisolata. I due fuori hanno dei lievi tic per la tensione dell'attesa. Ma il falso barbiere sta terminando con cura la rasatura. Il vecchio pistolero apre gli occhi, si sorride nello specchio soddisfatto e solo ora vediamo la sua mano che impugna una colt ben premuta fra i coglioni del falso barbiere.-

Sergio non ci dà il tempo di sorridere che esplode frenetica l'azione: il falso barbiere tenta di estrarre, il vecchio spara tre colpi in rapidissima successione. Col primo fa fuori il falso barbiere e con gli altri due centra i suoi complici all'esterno. Poi rinfodera tranquillo, si controlla allo specchio e prima di uscire spalanca lo sgabuzzino dove stanno con gli occhi sbarrati il vero barbiere e suo figlio.

Il pistolero se ne va senza un parola. Il bambino sputa il sapone e balbetta ammirato:

- Papà, c'è qualcuno più veloce di lui?-

Il barbiere sputa il pennello e sorride sicuro:

- Nessuno!-

Sergio spalanca le braccia facendoci sussultare:

- Titolo: "Il mio nome è Nessuno"!-

Aspetto incantato il seguito ma Sergio si alza e mi guarda sardonico:

- Vai avanti tu. Basta che mi porti un soggettino fra una settimana. -

E' una sfida in piena regola e a me piacciono le sfide. Azzardo una battuta:

- Che numero ho di maglia?-

Sergio capisce al volo e sorride nella barba:

- Ventitrè.-

Me ne vado. Mi precipito sulla fedele macchina per scrivere e butto giù parola per parola tutto quello che ha raccontato.

Sergio non ha raccontato quasi niente, eppure andare avanti è facile: è come essere entrati in un mondo e guardarlo vivere.

Una settimana dopo sono pronto. Sergio si sistema sulla sua poltrona, accanto a lui c'è Fulvio Morsella, suo cognato e socio, accanto a me Piero Lazzari con un feltro nuovo sulla testa. Ha la mania dei cappelli.

Leggo cercando di dare il massimo significato alle parole. Sergio è visibilmente compiaciuto della mia fedeltà alla sua scena iniziale e Piero mi fa segni di OK sotto il livello del tavolo. Prendo fiducia e procedo. Io so quando una storia mi è venuta bene e infatti al termine ricevo l'investitura ufficiale: da domattina, tutti i giorni alle nove, dovrò trovarmi ad Acilia dove abita Sergio per le sedute di sceneggiatura.

Da casa mia alla casa di Sergio, facendo il raccordo anulare son quasi sessanta chilometri. Sergio vuole che mi fermi a pranzo ma io so che Mara non ama pranzare da sola e non accetto quasi mai. Così verso le due mi siedo al tavolo di casa mia e di chilometri ne ho già fatti centoventi. Alle quattro sono di nuovo nel salone di Sergio ad inventare battute e ci resto fino alle nove di sera. Quando ceno a casa mia verso le dieci mi son fatto duecentoquaranta chilometri di auto e chissà quanti di cavallo insieme ad Henry Fonda e Terence Hill.

Il nome di Henry Fonda come protagonista è venuto fuori dall'evidenza della sceneggiatura: chi altri potrebbe mai essere quel vecchio pistolero classico dallo sguardo d'acqua, le mani veloci e la giustizia nel cuore? Io mi ricordo "Sfida infernale" e mi sento tremare al pensiero che forse Fonda reciterà delle battute mie.

Sceneggiare con Sergio e per Sergio non è facile. Non si scrive niente, si recita. Anzi lui recita la scena cento volte, cercandone i punti deboli. Spesso invita qualche grande del cinema, lo fa sedere sul divano e attacca dall'inizio:

- Un grande sole rosso. I picchi delle montagne si stagliano scuri contro il cielo di fuoco. Tlic-tloc. Tlic-tloc. Tlic-tloc...- e via fino al punto in cui siamo arrivati a sceneggiare. Sergio recita fisso sul volto dell'ospite, per captarne i minimi segni, le emozioni. Per capire quali sono i punti forti e quelli deboli del racconto.

Se l'ospite è uno sceneggiatore magari aggiunge qualche consiglio.

Sergio incamera tutto e io con lui. Non sempre siamo d'accordo e quando io son certo di una cosa divento testardo e non posso dire che va bene se per me non va bene.

Le discussioni diventano scontri.

- Questa è una scena da serie C!- sbraita Sergio paonazzo nella grande barba.

- Perché tu dove credi di giocare?- ribatto io fuori di me- Tu giochi in serie B e ancora devi vincere il campionato! In serie A ci sono Chaplin, Fellini, Kubrick, DeSica...- si rovescian le sedie, si sbatton le porte.

Ho acquisito delle astuzie. Il giorno dopo la lite è più facile riprendere il discorso se faccio passare per sua l'idea che era mia:

- Come dicevi tu ieri - premetto, e poi dico la mia tesi. Di solito passa.

A volte Sergio è maligno. Siamo tutti a tavola e c'è la televisione francese. E' con noi un suo aiuto regista che ha debuttato nel western con un altro mio copione "Il grande duello" con Van Cleef.

Il film non è venuto molto bene e l'aiuto si è fatto crescere una gran barba uguale a quella di Sergio che da qualche minuto lo fissa irritato. Poi in una pausa dell'intervistatore francese, lo apostrofa con una delle sue frasi preferite:

- Giancarlo, chi porta una barba così o è un genio o è uno stronzo.-

Il povero Giancarlo diventa viola ma continua a masticare in silenzio e in quel silenzio mi sento dire a voce chiara:

- Sergio, non penserai di essere un genio!-

Tuttavia la collaborazione prosegue fino alla fine. Otto mesi di viaggio quotidiano fino ad Acilia per un totale di 57.600 chilometri circa. Però il copione è un gioiello. Sergio l'ha raccontato trentasette volte e adesso ha cominciato a raccontarlo ai registi perché ne cerca uno che lo realizzi come dice lui. Mario Girotti lo supplica invano di dirigerlo personalmente. Ne passano molti sulle poltrone di cuoio del salone e si avvicina la data di inizio riprese senza che Sergio ne abbia trovato uno di sua fiducia. L’ultimo è Michele Lupo. Segue il lento racconto di Sergio e sembra entusiasta, poi fa una domanda tragica:

- Non ho capito quella cosa della miniera… perché portano là la refurtiva per poi tirarla di nuovo fuori? –

A domanda tragica segue spesso un silenzio più tragico. Piero Lazzari balza in piedi in soccorso del suo protetto:

- Michele è uno che capisce piano, ma poi capisce bene…-

L’affare della miniera era un trucchetto niente male che non avevamo inventato né io né Sergio, bensì la grande Mara Maryl, mia moglie. Mentre si andava a Biella in macchina avevo buttato là una sfida: un regalo di tre milioni in giocattoli o in pellicce a chi avesse risolto l’empasse in cui mi trovavo da due giorni nello sviluppare la sceneggiatura! La Sgnuffi (Mara Maryl) trovò la soluzione: i banditi che rubavano gli ori dalle chiese in combutta con un grosso proprietario, compravano una miniera aurifera ormai esausta e poi fingevano di aver trovato un nuovo filone aurifero! Fondevano i candelabri e gli ex-voto e tiravano fuori oro legale dalla miniera!

La Sgnuffi avrà la sua sontuosa pelliccia di tredici volponi canadesi comprati da un amico di Sergio ma Michele Lupo ha perso la regia. Leone è agitato: mancano due settimane alla partenza della troupe per le riprese ed è senza regista!

Gli propongo il mio amicone e compagno di Centro Tonino Valerii: è stato suo aiuto ed è bravo. Ha girato anche alcuni stupendi western.

Sergio si accarezza la barba e annuisce: si può provare.

Stavolta la prova va bene e Tonino firma il contratto. Loro partono per l'America a far recitare ad Henry Fonda le mie battute e io mi imbarco per la Sicilia sulla barca a vela che mi sono appena comprato.

- Palermo radio chiama la Sgnuffi. Palermo radio chiama la Sgnuffi.- La Sgnuffi è il nome che ho dato alla barca. Io sono al largo di Vulcano, che vorrà Palermo da me? Mi metto in contatto radio e Palermo mi passa Albuquerque. Vengo investito dalla voce tonante di Sergio:

- Che cazzo scrivi sulle sceneggiature! Come fa Fonda a tenere la pistola puntata tra i coglioni del killer che gli fa la barba se il barbiere per completare la rasatura deve girare intorno al cliente?-

Non ho risposta, sarebbe inutile ricordare a Sergio che quella scena è sua. Quando uno firma una sceneggiatura ne assume per intero la responsabilità. Fisso un appuntamento radio per la sera, ammaino la vela e dò motore, puntando su Cefalù. Sbarco e corro dal barbiere. Mi siedo sul seggiolone ottocentesco e ordino una rasatura. Il barbiere mi insapona e mi rade: prima una guancia e poi l'altra, senza muoversi, semplicemente facendomi inclinare la faccia da un lato e dall'altro. Salto giù dal seggiolone felice, abbraccio lo sbalordito barbiere, gli regalo diecimila lire e corro a chiamare Albuquerque.

- Ma che cazzo di barbiere avete chiamato in quel buco di culo di mondo in cui state girando!- sbraito al microfono, felice di farmi sentire da tutto il Mediterraneo, l'oceano Atlantico fino nello sperduto west americano.

In autunno vedo il primo montaggio: il film è bello. Tonino è stato fedele al copione e Fonda è Fonda! Anche Terence Hill è perfetto. Peccato che abbiano aggiunto una stupida scena inventando una giostra in un villaggio del vecchio west! Sentire la voce di Fonda che dice le mie battute mi mette il batticuore. Da bambino vedevo i suoi film tre o quattro volte di seguito, affascinato.

Mi gusto il film in presa diretta, poi verrà doppiato. Terence Hill, si aggira tra le tombe di un cimitero indiano legendo i nomi sulle lapidi, nomi impronunciabili, poi dice "Sam Peckimpah". Trasalgo e protesto con Sergio e Tonino: ho messo quel nome in sceneggiatura solo per assonanza, scrivendo chiaramente che avrebbero dovuto sostituirlo con nomi navajo. Sergio annuisce:

- In doppiaggio lo cambiamo. -

L'edizione è lunga e laboriosa e il film deve uscire per Natale. Di cambiare quel Sam Peckinpah non si ricorda nessuno e così arriva sugli schermi.

Le critiche sono ottime, alcune divertenti. Del Buono scrive:

- Non a caso Sergio Leone seppellisce Sam Peckimpah in un cimitero indiano...- a caso, caro Oreste, a caso! E poi perché Sergio Leone, semmai il regista Tonino Valerii. Sergio ha girato solo due scene del film con la seconda troupe per finire nei termini preventivati ma molti critici parlano de "Il mio nome è Nessuno" come di un film di Sergio e sulla sceneggiatura insinuano che io sia un suo parente o un suo pseudonimo. In fondo sono grandi complimenti sia pure molto indiretti.

Spielberg dichiara addirittura, parlando al telefono con amplificato in teleconferenza, che "Il mio nome è Nessuno" è il miglior film di Sergio Leone!

Il film ha un successo trionfale in tutto il mondo. Sergio mi dice, in un pomeriggio di grande espansività, che ha già guadagnato trenta miliardi. Ne mettiamo subito in cantiere un altro ma nell'intervallo scrivo il copione per Jone Tuzi e lo intitolo "La Pupa del gangster".

Il Grande Goffredo mi ha sconsigliato di metterci le mani, poiché ci han già provato in molti e bravi ma io ho un debito di gratitudine con Jone.

Ponti approva la sceneggiatura e chiama Giorgio Capitani per la regìa. Gli attori saranno Mastroianni e Monica Vitti. Non conosco personalmente la bionda Monica e soprattutto lei non conosce me. Io copione le piace ma chiede la consulenza di Age e Scarpelli. Incontro Monica a casa dei due più bravi scrittori del cinema italiano: è simpatica e mi invita a lavorare tranquillamente senza lasciarmi emozionare dall'idea che sto scrivendo per lei. Le assicuro che di queste cose quando scrivo non me ne frega niente. Ride scuotendo i bei capelli biondi.

- Ma lo sai che è proprio bello!- mi dice Ponti un pomeriggio pieno di sole- Lo voglio far leggere a Sofia che sta a Londra, per avere un parere. -

Chiamo Giorgio Capitani per annunciargli che il film lo farà Sofia e non Monica. Giorgio mi dice che sono matto: che c'entra Sofia in quel ruolo? Eppoi ormai è pronto il contratto per Monica. Insisto: se non conosco male Ponti il film lo farà Sofia.

Una sera suona il telefono.

- Pronto sono Monica.-

- Monica chi?- chiedo io distratto La donna ride:

- Ma come chi? Sono Monica Vitti.-

Vorrei sprofondare. Balbetto:

- Oh scusa... è che non sono abituato...- Ride ancora di più e mi invita a vedere una guepière che pensa di mettere per il film. Non ho il coraggio di dirle che non lo farà e neppure quello di andarle a vedere la guepière….

Sono facile profeta. Alla vigilia dell'inizio delle riprese, Ponti scarica la Vitti e affida il ruolo alla moglie. Capitani deve abbozzare e si mette di impegno a fare di Sofia un personaggio da commedia brillante. Ci riesce bene. Sofia, Mastroianni e Maccione formano un trio davvero divertente.

Adesso il Grande Goffredo mi sorride da sopra la sua ampia scrivania:

- Saresti un grande sceneggiatore se non scrivessi i copioni con la mano sinistra e mentre scopi.-

Assicuro Goffredo che metto sempre totale impegno nelle mie attività sessuali.

Luciano Martino mi chiama e mi fa una proposta nuova:

- Scrivi un film d'azione, moderno, ma come pare a te.-

- Niente filoni, copiature, niente erotismo, volgarità, lieto fine?-

Mi guarda audacemente negli occhi:

- Niente di niente. Fallo come piace a te.-

Vantaggi del successo. A me adesso, sul finire dei Settanta mi piace una storia ambientata a Milano tra gli opposti estremismi dove i mandanti però provengono dal centro. Un film politico? Non esageriamo, non ho avuto un tale successo! Un film d'azione nuovo con delle idee. Il Grande Goffredo approva ma chiede qualche alleggerimento. Prendo assegno e carta e acconsento. Ma a quindici giorni dall'inizio delle riprese Lombardo si tira indietro: gli agenti regionali hanno paura, il film è ancora troppo politico e gli stranieri poi non capiranno neppure di che stiamo parlando.

Siamo nella seconda metà degli anni Settanta e per le strade scorre il angue sparso da assassiuni che si dicono brigatisti rossi. Molti hanno paura a schierarsi dalla parte della polizia.

Ormai Luciano è finanziariamente in grado di far da solo, restituisce il minimo garantito e va avanti col film. Per moderare il rischio sceglie attori quasi sconosciuti e mi chiede di partecipare ai costi rinunciando al saldo e offrendomi una percentuale del 2% sugli incassi. Luciano è mio amico, padrino di battesimo di mia figlia perfino. Dico di sì.

Martino fa dirigere il film al fratello Sergio e lo intitola "Milano trema, la polizia vuole giustizia". Sergio Martino rivela doti di grande regista e io con quel due per cento cambio la barca e mi compro un due alberi da quindici metri! Il merito degli strabilianti incassi va in gran parte a Luciano che con quel titolo ha inserito il film nel filone appena aperto da "La polizia ringrazia".

Come sempre irrompono sullo schermo decine di film in cui Milano, Roma, Torino, Canicattì tremano, odiano, sono rosse, nere, o violente. Il tema sembra senza fondo. Enrico Maria Salerno fa sempre il commissario di polizia e diventa miliardario.

Con cadenza trimestrale mia madre mi chiede se me la passo bene e io le rispondo ogni volta con una vecchia battuta:

- Sempre meglio che lavorare!- ma oggi, sdraiato sul ponte del mio yacht guardo le due rande gonfie di vento e gusto l'aria salsa che gioca coi peli delle mie gambe: per me scrivere non è mai stato un lavoro. Inventare storie e caratteri è un gioco. Mi pagano per farmi giocare. Attimo fermati, sono felice.

Ma nulla sta fermo nell'universo e men che meno nel mondo del cinema.

 

CAPITOLO XXVIII

 

Luciano Martino mi presenta il regista Giorgio Ferroni, medaglia d'argento della guerra d'Africa del 1942: chi meglio di lui può dirigere un film sull'epica battaglia di El Alamein?

Giorgio ha due difetti: è sordo ed è testardo.

La sordità ha tutto il merito della sua medaglia perché mentre stava facendo rapporto ad un maggiore, gli inglesi iniziarono un cannoneggiamento. I colpi esplodevano alle spalle di Ferroni che, non sentendoli, continuò imperterrito il suo rapporto. Il maggiore resistette per alcuni secondi poi si tuffò ignominiosamente in una buca e a cannoneggiamento finito dovette proporre lo stoico Ferroni per una medaglia al valore.

La testardaggine invece lo frega perché gira la battaglia come vuole lui, con i carri armati che avanzano, si fermano e sparano, poi tornano ad avanzare, com'era in realtà ma che sullo schermo è di una lentezza mortale. Primo non annoiare come mi diceva il maestro Blasandro, ma Ferroni non c'era a quelle lezioni.

Finito di sparare coi cannoni torno nel West con Sergio Leone per il nuovo film con Terence Hill. Stavolta il regista sarà Damiano Damiani che però vuol fare un film diverso e tira fuori un suo soggetto con ostinata frequenza.

Nonostante il suo sabotaggio, il copione viene bene, ancor meglio de "Il mio nome è Nessuno". Si intitola "Un genio, due compari e un pollo". Piace a Sergio, piace a Morsella, piace a Claudio Mancini che farà l'organizzatore, piace a Gigi Magni chiamato a dare una mano per convincere Damiano, piace a tutti meno che a Damiano che dovrà dirigerlo. A lui piace il suo soggetto.

Gigi, che ha con lui un rapporto di lunga amicizia, gli spiega le scene, i trucchi, i sottintesi con cui "Il Genio" costringe tutti a fare quello che vuole e Damiano non capisce o finge di non capire. Lui vuol fare il suo soggetto. Altro che la storia della miniera con Michele Lupo!

Avverto Sergio: fare un film di tanto impegno economico con un regista che ne vuol fare un altro è come chiedere a una puttana di tornare vergine. Spalanca le braccia: ormai ha firmato contratti con mezzo mondo col nome di Damiani e Girotti non vede l'ora di girare con un regista "impegnato". Impegnato a far che non s'è mai capito.

Levo alte due dita a V, come a scuolan quando si vuole andare in bagno e gli chiedo il permesso di defilarmi: la sceneggiatura è pronta, sia fatta la volontà di Damiani. Sergio mi gira le dita nella V che significa vittoria ma mi concede la libertà e mi dà un romanzo da leggere: una bella storia sull'America del proibizionismo scritta da un ex killer che oggi ha ottant'anni.

Una settimana dopo incontriamo lo scrittore, doppiato da Morsella. Il pluriomicida ci guarda con trasparenti occhi celesti annunciandoci di aver ucciso su commissione, quando c'era una volta l'America, ventisette persone col rasoio.

Ci fissa preoccupato: pensiamo che sia un criminale?

Mi rifugio nell'incomprensione dell'inglese. L'assassino spiega che le persone da lui uccise facevano tutte parte del gioco, sapevano bene quel che rischiavano. Lui era un professionista e guadagnava ventimila dollari ad ogni contratto, dollari del 1929. L'ottantenne dal roseo volto placido di chi è in pace con la propria coscienza precisa con calore che lui non ha nulla a che vedere coi delinquenti di oggi, magari drogati, che per venti dollari sgozzano un bambino.

Il personaggio è assurdo ma il libro è toccante.› Racconta la storia di un gruppo di bambini poveri nell'America di inizio secolo, consunti dalla fame e oppressi dalla delinquenza di quartiere. La grande amicizia che si crea tra due di loro e la loro ascesa nel mondo della mafia fino a quando un progetto folle si fissa nella mente di uno dei due: rapinare la Federal Reserve Bank. E' un'idea malata, paranoica. Nel tentativo di salvare l'amico, l'altro chiama la polizia che invece lo ammazza insieme a tutti gli altri. Il Nostro scappa e sparisce. Cambia nome, si sposa, ha dei figli e per cinquant'anni nessuno lo disturba. Un brutto giorno riceve una chiamata dalla mafia che gli dice: noi abbiamo sempre saputo dov'eri ma ti abbiamo lasciato vivere un'intera vita in pace, però hai un debito con noi e adesso ci devi fare un favore. Il Nostro deve tornare a NewYork per uccidere un senatore. La mafia vuole che questo omicidio sembri la vendetta di un vecchio killer e non un delitto politico come in effetti è. Il Nostro torna a NewYork e la trova orribilmente cambiata in peggio. Sa che non può sottrarsi alla chiamata della mafia che ammazzerebbe lui e i suoi figli se disobbedisse. Uccide il senatore, ma poi salta sulla sua auto e si va a buttare nel Hudson, sottraendo così alla mafia la prova che si tratta del delitto di un vecchio killer.

Sergio mi chiede di scrivere una scaletta del romanzo inventandogli un finale e un inizio collegati fra loro.

Scelgo l'auto col vecchio killer che si butta nel Hudson come inizio e fine del film. Seguendo l'auto che si posa sul fondo melmoso del fiume la macchina da presa si sposta sott'acqua scoprendo una curiosa differenza negli infiniti rifiuti che la città butta nel fiume: davanti ai quartieri miserabili ci sono oggetti poveri ma via via che si scende verso Wall Street, i rifiuti diventano quelli di una società opulenta, c'è perfino la carcassa di una vecchia Rolls Royce con uno scheletro dentro.

La macchina da presa lascia questa carcassa ed emerge: siamo sempre a NewYork ma negli anni Venti e comincia la storia. A Sergio piace la mia impostazione ma è travolto dal film che Damiano ha cominciato a dirigere trasformandolo in una farsa. Scoppiano feroci liti sul set con volo di cazzotti.

Il girato viene messo in fila e vorrei vedere qualcosa ma Sergio soffia nella barba:›

- Meglio di no se no t'incazzi.-

Decido di non incazzarmi né oggi né mai e ho sempre evitato di vedere il film: mi trovo così bene nel mondo del cinema che vado oltre il consiglio di Virgilio, non guardo e passo.

(Anni dopo ho ceduto e l’ho guardato in cassetta: quel benedetto Damiano ha smontato tutte le macchinette, azzerato le sorprese, banalizzato tutto e ha girato un film farsa! Ecco quando uno sceneggiatore di cinema vorrebbe uccidere il regista che ha distrutto tutto il suo lavoro!)

CAPITOLO XXIX

Un alpino di Biella che va a spasso a vela per il Mediterraneo non può che provocare guai e ne faccio l'elenco puntiglioso sul mio libro di bordo. Per deviazione professionale tendo a romanzare più che ad annotare. Qualcuno lo legge e si diverte. Lo batto a macchina e lo mando a Mauro Mancini, il giornalista che dirige una collana di mare presso la Nistri-Lischi Editori.

Mauro piomba da me al Circeo entusiasta e due mesi dopo appare nelle librerie il mio "I Quaranta belanti" che mi rende celebre nei porticcioli di tutta Italia. Il pubblico della nautica è poco ma sta aumentando, come testimoniano i sempre più affollati saloni di Genova. Vuoi che non ci sia un regista appassionato di nautica? C'è, ed è Luciano Salce.

Mi telefona e ci incontriamo nel residence in cui vive, a Vigna Clara. Vuol fare un film tratto dal mio romanzo. Sono un po' dubbioso: la gente che va in barca basta per coprire i modesti costi della stampa di un romanzetto, ma un film sulle disavventure nautiche di un padre di famiglia incontrerà poco. Luciano Salce la pensa diversamente e così pure i Cecchi Gori che mi firmano un contratto. L'editore vien giù da Pisa sbalordito a incassare la sua parte:

- Oh, 'un si son mai visti tanti soldi per un libro sulla nautica!

Vorrei che ci fosse Mauro. Purtroppo è partito con Fogar e non è più tornato. Hanno sbattuto contro una balena al largo delle coste argentine e sono andati alla deriva su un canotto per ottanta giorni. Quando li ha raccolti un mercantile erano in fin di vita e Mauro non ce l'ha fatta.

Fogar scriverà anche lui un libro ma copiando qua e là e verra sputtanato. Mi ha scritto una bella letterina Fogar quando ha letto il mio libro. Nel suo futuro era nascosta una terribile disgrazia.

Salce sceglie Johnny Dorelli come protagonista e cominciamo a sceneggiare a sei mani. Dorelli attraversa un brutto periodo perché si è appena lasciato con Catherine Spaak che gli ha messo le corna per vendetta.

Il lavoro va avanti in perfetta trinità. Siamo tutti d'accordo anche sul titolo: "Mi faccia la barca". Mancano due settimane all'inizio delle riprese quando mi giunge voce che Cristaldi abbia offerto una grossa cifra a Dorelli per il film " Tesoro mio" con l'impegno però di cominciare a girare subito.

- Per la parte di mia moglie perché non prendiamo Zeudi Araya?- chiede Dorelli con aria intelligente.

- Bella la Zeudi- sospira Salce muovendosi a disagio sulle chiappe- Ma nel film avete due bambini, sarà difficile trovare i mulattini giusti...-

Segue un imbarazzato silenzio. Io mi guardo le scarpe che ho dimenticato di lustrare. Mario Cecchi Gori è affascinato dal ramo di un sempreverde che il vento fa battere contro i vetri della finestra del suo bell'ufficio di via Barnaba Oriani. Vittorio sgrana i pallidi occhi sulla faccia pallida di Dorelli. Basile, l'agente del buon Johnny, sosta compunto, le mani sulle pieghe dei pantaloni, in posizione sfingea.

- Di questi tempi uno che si compra una barca è antipatico in partenza!- dichiara con forza Dorelli.

- Invece di comprarla potrebbe vincerla al salone nautico di Genova...- propone Salce sempre più inquieto sulle proprie chiappe.

- Bravo! Bell'idea!- commenta speranzoso Mario Cecchi Gori e leva lo sguardo dal ramo per un istante per dare un'occhiata a Dorelli. Non trova sollievo e torna a guardare il ramo.

- Qui il protagonista non sono io, è la barca.- lamenta adesso Johnny.

- Invece di "Mi faccio la barca" possiamo intitolarlo "Mi faccio Dorelli"- questo sono io, sempre accomodante…

Johnny spalanca gli occhi facendo loro raggiungere dimensioni aliene. Soffia come un vegano asmatico e poi sputa:

- Io un film con un regista vecchio e spompato non lo faccio. -

Luciano Salce diventa verde come il ramo su cui si è fissato Mario Gori e la bocca gli si storce più del solito. Resta senza fiato tanto il colpo è stato basso. Rispondo ancora io:

- Attento Tesoro Mio, fai del male quando giri quelle grandi cornee che ti ritrovi!-

Dorelli esce sbattendo la porta inseguito da Basile e Vittorio Gori. Sento che urla dal giardino:

- Ma quel Gastaldi chi è? Un mediocre sceneggiatore televisivo, ecco chi è!-

Mario Cecchi Gori mi guarda burbero.

- Sessanta film e due cose sole in televisione…- lo rassicuro. Mario non ce la fa e scoppia a ridere fragorosamente. Dorelli si volta, già in strada e fa un gesto di rabbia.

Il film viene sospeso. Un mese dopo Mario Cecchi Gori mi convoca per pagarmi il saldo della sceneggiatura e mi presenta una dichiarazione che dovrei firmare come liberatoria in cui si dice che il film lo girerà un altro regista. Rifiuto.

Luciano Salce mi ha chiamato e deve fare il film oppure mi deve dire che non lo vuol più fare.

Non prendo l'assegno e passa un altro mese. Mi richiama Mario sorridente: ho ragione, anzi è bello che ci sia ancora gente in grado di rifiutare i soldi per mantenersi fedeli agli amici e mi propone una nuova dichiarazione in cui si dice che il film lo dirigerà Luciano Salce a meno che, c'è una postillina, a meno che la Produzione per ragioni sue non decida diversamente.

Guardo Vittorio Gori che mi sorride:

- Tuo padre ha studiato dai Gesuiti per caso?- Vittorio ride.

Pero non è la battuta giusta perché devo andarmene senza assegno.

Oggi Sergio Leone è strano. Gira intorno alla sua scrivania aprendo e chiudendo ambo le mani in un tic frenetico. Poi si ferma e mi fissa con rabbia:

- Ho deciso di farti fare il mio film.-

So che è il massimo dell'elogio ma non faccio tempo a ringraziare che Sergio mi assale:››

- Lunedì mattina partiamo per gli Stati Uniti.-

Mi agito sulla poltrona.

- Come lunedì? Oggi è venerdì... devo finire dei lavori, devo...-

Sergio mi sovrasta con tutta la barba e grida furibondo:

- Lunedì si parte e non si sa quando si torna! A NewYork lavoreremo con un grande sceneggiatore americano. Ci andiamo io, tu, Morsella e Oreste Del Buono in veste di storico!-

- Ah. Non sapevo che DelBuono fosse un esperto del proibizionismo americano....-

Sergio mi guarda di traverso, apre e chiude le mani tre volte e poi esplode:

- Esperto del cazzo! Viene in veste di storico della spedizione!-

- Uh, come Napoleone...- mi sfugge e anche stavolta non è la battuta giusta. Sergio è molto accigliato e allunga un dito contro di me:

- Però ricordati, questo è un matrimonio!-

Mi alzo sospirando: sono già sposato, ho anche tre figli, non posso partire lunedì per il Nuovo Mondo e lasciare tutti e tutto per non si sa quanto tempo.

Sergio si sgonfia, sembra sollevato:

-Perdi una grande occasione.-

L'occhio mi cade sulla scritta che ha sopra la scrivania: it's so hard to be humble when you are so great as I am.

Annuisco e cerco di trovare una battuta di buona uscita. Mi viene così:

-Vedi Sergio, se io non faccio il tuo film perdo un sacco di soldi e un po' di prestigio. Però tu perdi tre buone battute. Magari solo tre buone battute ma le perdi. -

Non è un granché ma è tutto quel che mi viene sul momento ma nel cuore sento il maestro Dante compiaciuto che recita "Libertà vo cercando, chè si cara come sa chi per lei grana rifiuta!".

Da oggi Sergio comincerà ad indicarmi come l'uomo che ha rifiutato di fare il suo film. E qualche volta lo fa nel modo brusco che spesso gli è proprio.

Mi ha chiamato per una revisione alla sceneggiatura de "Il Gatto" che deve realizzare Comencini e poiché non sono d'accordo col regista sul modo di impostare il film, Sergio smette di tagliare la bistecca che ha nel piatto e punta il coltello addosso a Comencini:

- Guarda che a questo non gliene frega niente. Ha rifiutato di fare il mio film, figurati che cazzo gliene frega del tuo!-

Comencini continua a segare la propria bistecca e quando alza gli occhi li tiene fissi sulla piscina di Sergio, sereni e trasparenti come l'acqua della grande vasca: lui sa bene come ci si comporta nel mondo del cinema.

 

CAPITOLO XXX

Ricevo una lettera di dieci pagine firmata Joviah che sembra venire da profondità extragalattiche. Lo sconosciuto mi pone grandi quesiti scientifici, filosofici e matematici.

La leggo e la rileggo affascinato. Non c'è mittente ma il francobollo è di questa galassia.

- Hai ricevuto la lettera?- non è la voce di un alieno, è quella di Fulvio Morsella che mi chiede di rispondergli per posta.

- Perché?-

- Sergio ha incontrato Serghej Bondarciuk e vogliono fare un film italo-russo da trenta miliardi. Un film di fantascienza e tu sei l'unico che può scriverci la storia. Rispondi alla mia lettera, forse riusciremo a costruire le basi per il soggetto.-

E' divertente e stimolante. Chiamo a raccolta tutta la mia cultura da tuttologo dilettante e riempo pagine di formule, ipotesi e possibilità. Il carteggio ingrossa e diventa un fascicolo alto tre dita che viene tradotto in russo e mandato a Mosca.

L'Alto Comitato per la Cinematografia russa approva con entusiasmo e io e Fulvio scriviamo un trattamento grosso come un romanzo e lo intitoliamo "Entropia".

Il tema di fondo esprime una mia antica convinzione: qualunque ideologia di successo, buona o cattiva che sia, finisce per avere come capi gli uomini peggiori. Dai papi a Breznev. E' più facile fingersi perfetto cristiano che esserlo, è più facile fingersi perfetto comunista che esserlo.

La delegazione russa, dopo uno storico pranzo a casa di Sergio, ci guarda perplessa: la storia è bellissima ma poiché ipotizza sul futuro di un Segretario del PCUS devono farla leggere a Breznev.

Fulvio teme che abbiamo esagerato: forse i russi possono accettare che un capo del KGB organizzi un attentato e faccia uccidere un papa, forse possono passar sopra alla nostra invenzione di un esercito russo che invade prima l'Afghanistan e poi il Pakistan per arrivare all'oceano Indiano, ma quelle scene sulla Piazza Rossa coi tumulti del popolo contro la dittatura, quelle difficilmente verranno approvate.

Dalla MosFilm non ci viene più alcun segnale però Breznev deve aver letto "Entropia" perché attacca l'Afghanistan e cerca di far uccidere il papa. Ci guardiamo negli occhi io e Fulvio: è vero, forse i tumulti sulla Piazza Rossa erano proprio un'esagerazione. Si stringe nelle spalle: chissà, diamo tempo al tempo.

Mara dà segni di insofferenza: sono anni che non fa la protagonista in un film! Mi associo in cooperativa con Salerno, Valerii, Govoni e amici vari e fondo la Wellcome Films and Television, con due elle perché porta bene e vado al Ministero ad far domanda di finanziamento in base all'articolo 28 della legge sul cinema.

L'articolo 28 prevede finanziamenti a film d'arte prodotti dalle cooperative di autori e di tecnici. Occorre riempire due chili di moduli e alla fine il Ministero dice alla BNL che può prestarci sessanta milioni.

Fare un film con sessanta milioni in questi primissimi anni ottanta è assai più difficile che con venticinque alla metà degli anni Sessanta e bisogna inventarsi qualche trucco. L'idea viene quasi subito, faremo un "Libido" 17 anni dopo. Mara è sempre Mara, Pigozzi è disponibilissimo e gli anni hanno aumentato la fotogenicità del suo volto, Dominique Boschero la rintraccio in un paesino del Piemonte dove alleva vacche. Dice che ormai si sente fuori, non vuole tornare a Roma, neppure se totalmente a carico nostro. Giannini è diventato troppo famoso e non glielo chiedo neppure. Al posto di Dominique scritturiamo Martine Brochard e al posto di Giancarlo prendiamo il bel fratello di Michele Placido che in arte si fa chiamare Gerardo Amato.

Una parte del vecchio glorioso "Libido" servirà come flashback di questo nuovo "Notturno con grida" che giriamo quasi per intero nella faggeta di Soriano al Cimino. Abbiamo messo insieme le cambiali di un minimo garantito Italia che ci verrà pagato solo in parte e un'anticipazione sull'estero che ci viene versata per intero ma al costo di una provvigione da strozzino del 35 per cento.

Essendo poi tutti in cooperativa e quindi senza paga la prendiamo come una bella vacanza passata sotto i faggi centenari e con storiche mangiate in paese. Il tutto dura tre settimane e il film è pronto. Lo strozzino che vende all'estero dovrebbe, coperta la propria anticipazione, coprire il nostro debito alla BNL. Dovrebbe perché fa carte false pur di risultare sempre in credito e il direttore della BNL dice che mai nessuno ha restituito un prestito ottenuto con l'articolo 28 che prevede, in caso di non pagamento, la semplice acquisizione del film da parte della Cineteca del Centro Sperimentale.

Non possiamo rompere la tradizione e diamo il film alla Cineteca dopo averlo presentato al MystFest, il festival della paura di Cattolica.

E' stata una bella esperienza. Il film viene proiettato a mezzanotte in un cinema ad ingresso libero gremito fino all'inverosimile. La sera prima è stato proiettato "La casa" nel coro assordante delle risate e degli ululati dell'ignobile platea.

Con "Notturno con grida" è ancora più divertente: sanno che siamo in sala e le urla arrivano a diapason da autoam- bulanza. Gerardo vorrebbe picchiare tutti e fugge dopo pochi minuti. Io e Mara invece restiamo sorridenti fino alla fine e ringraziamo i cattolici protestanti.

Il cinema non sa di avere gli anni contati perchè la vendetta del Peppo è di quelle dal decorso lento ma inesorabile.

Quando sui sette schermi di Telebiella, dislocati nei bar della città, andò in onda "Sfida allo Stato" con la collaborazione di Enzo Tortora già in disgrazia R.A.I. ma non ancora in odore di accuse per camorra, a Roma risero tutti. Qualcuno si ricordava di quel Peppo Sacchi che lavorava negli studi di Milano dirigendo pupazzi per la TV dei bambini e dando del pirla e dello stronzo a tutti, direttori compresi: un geniaccio un po' suonato che, evidentemente, ne aveva inventata un'altra delle sue.

Quando due anni dopo il tribunale di Bruxelles disse che Telebiella poteva trasmettere e che il monopolio R.A.I. non era nelle regole comunitarie non rise più nessuno. Erano nate le televisioni private e gli incassi cinematografici cominciarono a franare. Autori, attori, tecnici e maestranze si precipitarono alla televisione per trovare lavoro.

Giorgio Capitani mi indica i testicoli del cavallo di bronzo inalberato davanti al palazzo di vetro della R.A.I.:

- Li vedi? Son gli unici coglioni rimasti fuori dalla televisione!-

- Ssst!-lo zittisco- Stiamo entrando anche noi...-

Giorgio mi porta dal dottor Fichera, direttore di Rai Due, per inventare uno spettacolo. Fichera ci passa al suo vice, il dottor Carpitella. E' novembre. A dicembre abbiamo stabilito di fare qualche puntata brillante satireggiando la burocrazia. A gennaio ci mostrano uno scambio di telex tra la sede di Roma e quella di Napoli:

Sede di Napoli a sede di Roma: inviare fondi per approvvigionamento carta igienica.

Sede di Roma a sede di Napoli: chiediamo spiegazioni maggior consumo di carta igienica.

Sede di Napoli a sede di Roma: topi mangiano carta.

Sede di Roma a sede di Napoli: prendete un gatto.

Sede di Napoli a sede di Roma: preso gatto chiediamo fondi per pasti del gatto.

Sede di Roma a sede di Napoli: fondi negati. Se date da mangiare al gatto›, lui non mangerà i topi.

La telescrivente continua a ticchettare: nel frattempo come si puliranno gli impiegati della sede di Napoli?

A marzo affiora l'idea di scrivere una commedia musicale. Ad aprile viene approvata l'idea di fare un Pigmalione alla rovescia.

A maggio e giugno io e Giorgio scriviamo la sceneggiatura in due puntate. A luglio Rai Due ci pensa su. Ad agosto si va tutti in ferie. A settembre Carpitella ci dà il via e si cominciano a incidere le canzoni di cui ho fatto in parte i testi aiutato da Giorgio Gaber e dal Maestro Umiliani.

A ottobre si inizia a registrare con Ombretta Colli, Aldo Maccione e Teocoli e viene il sospetto che i costi siano troppo alti. Mi chiama Carpitella: devo scrivere subito una terza puntata, così la spesa aumenta ma si divide su tre ore e non su due. A novembre la terza puntata è pronta ma si scopre che i teatri sono troppo impegnati per poter registrare la terza puntata che viene soppressa. Ci sono da fare degli esterni all'hotel Hilton e mandano là tutta la troupe dimenticandosi di convocare Giorgio che intanto si è preso una vacanza di tre giorni a Parigi. L'Hilton sarà di nuovo disponibile dopo Natale.

Il produttore Lucisano ha chiamato Giorgio per fargli fare un film e gli ha dato un copione. Giorgio me lo fa leggere: c'è un buon inizio ma il resto è modesto. Giorgio mi porta al cospetto di Lucisano che mi fissa scavandosi nel naso:

- Se mi garantisce che può venir fuori un buon film da 'sta roba, la compro...-

- Se ancora non l'ha comprata le consiglio di chiedere agli autori di migliorarla, se ci riescono la comprerà.-

Scava più a fondo e mi guarda sorpreso e vagamente seccato, poi annuisce e accetta il suggerimento. Ci sono due nomi nuovi sulla copertina di quel copione: Laura Toscano e Franco Marotta. Faranno un buon lavoro e Giorgio girerà uno dei suoi film di maggiore incasso "Aragosta a colazione".

Pagine a colori sulle nostri maggiori riviste annunciano l'arrivo di un grandioso film di fantascienza: "Guerre stellari". E' il momento buono per produrre il mio vecchio progetto "La Fine dell’Eternità".

Il Grande Goffredo guarda la pubblicità che gli mostro e poi calca sulla sua erre moscia:

- Cavo Evnesto, questa voba fovse va in Amevica, ma qui da noi non favà nemmeno i soldi delle copie...-

Son già troppo vecchio per ribattere. Chiudo le riviste e me ne vado.

E' Natale e muore Charlot. Il buon Alesetti Blasandro, maestro degli anni migliori, ci ha insegnato che Charlot è il cinema e il regista dei miei stivali di cinema se ne intende. E' il più vecchio regista in attività e sta girando una serie di telefilm di fantascienza. Moretti debutta con una commediola e il regista di "Vecchia guardia" e l'unico che parla di futuro.

Ma se Charlot era il cinema, il cinema è morto. Ci resta la televisione. Sarà più facile entrare nel mondo della televisione?

 

CAPITOLO XXXI

Più facile no, ma certo si devono fare meno chilometri: a Roma in viale Mazzini 11 c'è la R.A.I. e in viale Mazzini 9 si è piazzato Berlusconi.

La commedia musicale "Profumo di classe" ha avuto una buona accoglienza dalla critica, qualcuno l'ha perfino definita acqua nel deserto ma nel frattempo la corrente di Craxi è andata al potere nel P.S.I. e il socialista Carpitella è nella corrente sbagliata.

Mi chiama a gran voce dal suo nuovo ufficio al piano terra:

- Ufficio dirigenti trombati! Vieni, vieni!-

Mi fa entrare in un grande ufficio assolutamente privo di carta: tavolo lucido, scaffali lucidi, foglie del ficus lucide. Al centro lui ha messo un piccolo tavolo con sopra una Lettera 22.

- Sto qua, mi pagano per non far niente, così sto traducendo Goethe per l'Adelphi.-

Adesso a Rai Due comanda Pio DeBerti. Il suo vice ci incarica di scrivere un varietà in molte puntate e chiediamo l'aiuto di Laura Toscano.

Faremo uno spettacolo molto veloce con gag a cascata, un po' Teatro dei Gobbi un po' Dito nell'Occhio un po' Hellzapoppin. Pensiamo di utilizzare i giovani della scuola di Proietti. Lavoriamo sodo e scriviamo sette puntate fitte di piccole scenette che punteggiano un canovaccio ambientato nella redazione di un giornale di moda.

›La prima doccia fredda sono gli attori: hanno scelto Lando Buzzanca e Agostina Belli che non sono proprio i giovanissimi che volevamo noi, la seconda più che una doccia è una mazzata. Il dottor Pio DeBerti strappa tutte le scenette dalle sette sceneggiature e ci ficca dentro un doppio Ranieri con due canzoni napoletane a puntata. I produttori cinematografici mi sembrano dei mecenati e degli esteti al confronto di tanta protervia. Chiedo educatamente di sapere il perchè di tali tagli che castrano totalmente lo spettacolo a pochi giorni dall'inizio delle registrazioni e mi viene fissato un appuntamento col direttore.

Passo prima da Carpitella, nel suo grande ufficio lucido e vuoto. L'ex grande vicecapo mi tira dentro con l'aria di chi ha una grande notizia. Punta l'indice verso il soffitto e mi sussurra:

- Sopra, oggi hanno brindato.-

- Sopra?-

- DeBerti.-

- E perché?-

Fa un bell' OK con le dita:

- Missione compiuta. Canale 5 ha superato la audience di Rai Due! Guarda!- mi mette sotto il naso delle cifre da cui risulta che con la direzione di De Berti la audience di Rai Due è scesa di due milioni di spettatori ed è stata superata da quella della rete di Berlusconi. Carpitella lascia a me le varie connessioni: DeBerti è uomo di Craxi e Craxi appoggia ed è appoggiato da Berlusconi, quindi...

L'ineffabile direttore in carica mi guarda con alterigia e mi risponde che ha tagliato tutte le gag perché a lui non sono piaciute. Lo guardo sorridente e gli rispondo in tono quasi paterno:

- Veda, se vuole il bene della rete, non deve scegliere quello che le piace, ma quello che non le piace Così va sul sicuro, capisce?-

Lo guardo cercando di vederlo ma un lamento sale dalle fondamenta del palazzo. I grandi vetri gemono e tutto trema in una caduta di scartoffie. La porta oscilla e il vicedirettore si affaccia urlando:

- Il terremoto!-

Sono secondi di panico e di fuga kafkiana nel labirinto delle pareti mobili che fanno corridoi che sbucano in altri corridoi. Quando il pavimento si ferma mi sento abbracciare: è il vicedirettore che ha sentito tutto ed è felice. Chissà se per lo scampato pericolo o desiderio di poltrona altrui.

Mi vuol fare un film per la televisione mondiale sul terremoto di Messina del 1908 e vuole una bella storia.

Ci stanno già lavorando Ezio Pizzi e Antonio Margheriti, più noto al pubblico come Anthony Dawson. Ho scritto negli anni passati quattro o cinque sceneggiature per Antonio ma Pizzi mi giunge nuovo. Ha un ufficio ai Parioli e si occupa di pubbliche relazioni e lancio di film.

Diventiamo subito amici e scriviamo cinque racconti ambientati a Messina e che hanno un loro finale inaspettato per l'esplodere del terremoto che fece decine di migliaia di morti. Il progetto è grosso, Sofia dovrebbe essere la protagonista ma Ponti non riesce a chiuderlo come piace a lui: ossia prendere in anticipo più soldi di quelli che servono per realizzarlo.

Arriva a Roma un ebreo americano che ci offre un opzione per "Il terremoto di Messina" e ci fa un contratto per una sceneggiatura su Alì Agcà, il turco che ha sparato al papa.

Paga in dollari e scopriamo che se fossimo nati a Los Angeles o dintorni le nostre paghe medie sarebbero cinque o sei volte più alte. Noi spariamo una cifra che ci sembra altissima e lui aggiunge nel contratto, di sua iniziativa, una clausola che dice che in caso di cessione del progetto ad una delle grandi compagnie americane la nostra paga verrà alzata al minimo sindacale!

Devo imparare l'inglese. Da tempo ormai nei nostri teatri di posa l'italiano è usato solo per imprecare. Prendo un aereo e volo in California per vedere com'è the world of the movie.

Sul Sunset Boulevard mi raggiunge una telefonata di Vittorio Salerno che, come tutti, lavora per la R.A.I. ed è stato a Cremona per un servizio culturale sulla liuteria e il sindaco gli ha detto:

- Perché non fate un bel film su Stradivari?-

Nel silenzio sento il ticchettio del contatore internazionale e l'impazienza di Vittorio che grida dall'altra parte del mondo che a Cremona gli hanno stampato gratis una brochure bellissima e che lui si è preso la libertà di intestarla alla nostra cooperativa, poiché io ne sono il presidente, vuole il consenso, l'approvazione e sopratutto la collaborazione per scrivere la storia che vuol dirigere lui.

Los Angeles non mi piace e torno a Roma. Vittorio viene a prendermi all'aeroporto. Mi guarda. Lo guardo. Sbuffa e ripete:

- Perché non facciamo un bel film su Stradivari?-

Mi scarica sul tavolo dello studio le bozze di un libro. Un cremonese ha raccolto tutto quello che si può sapere su Stradivari e ci può servire da linea per il nostro racconto. Sfoglio quelle bozze e qualcosa cattura la mia attenzione: nessuno sa quando e dove Stradivari sia nato. Appare nella storiografia ufficiale che ha già vent'anni quando sposa una vedova incinta di qualche anno più vecchia di lei. Vedova perchè il fratello le ha ammazzato il marito.

Sento l'amo ma lo inghiotto volentieri con tutta l'esca. La vita del grande liutaio è fatta di millecento violini ma non è una vita, sono due. Si sposa a vent'anni e fa cinque figli. Resta vedovo a 55 si risposa e fa altri cinque figli, disposti nella stessa cadenza di maschi e di femmine e tutte e due le volte il secondo nato si fa prete. A novant'anni è ancora lì che fa violini, anzi i suoi migliori violini.

A me l'ispirazione prende allo stomaco, la sento fisicamente distendermi il piloro e non posso più evitare la tastiera.

Perché Stradivari a novant'anni lavora ancora con tanta rabbia? Perché non è soddisfatto, perché sente che la vita sta per finire e non ha raggiunto quello che vuole. Uno che fa violini può inseguire soltanto un suono. Un suono magico e sottile che ha sentito da bambino, sulle rive melmose del Po. Un suono limpido e arcano che un girovago, angelo o brigante, ricavava da uno strumento ad arco, un suono che Stradivari non è mai riuscito a riprodurre coi suoi mille violini.

Vittorio mi porta un busto settecentesco che potrebbe essere di Stradivari. Di quest'uomo strano non esiste immagine certa, nessun dipinto, nessun disegno di lui.

A Cremona ci sono i suoi appunti, i suoi disegni tecnici, il mondo gode ancora la musica possente dei suoi violini ma nessuno sa com'era fatto, pare che fosse molto alto.

Quel busto mi fissa senz'occhi mentre scrivo, ma non è da lì che mi sento guardato. Ho la sensazione che qualcuno legga quello che scrivo stando alle mie spalle, ma dietro c'è il muro con una grossa libreria.

A me piace scrivere di notte, quando non suona il telefono, i figli dormono e la lampada mi chiude in un piccolo cerchio di luce isolandomi dalla realtà.

Questa volta ho un po' di paura perchè la sensazione di essere spiato è forte. In sei giorni scrivo duecento pagine inventando la fanciullezza e l'adolescenza di Stradivari come se qualcuno me la suggerisse.

Anche Vittorio è stupito dalla quantità e dalla qualità dello scritto e parlandone col maestro Accardo lo vede sorridere col sorriso di uno che sa.

La storia diventa sempre più strana. Accardo dice a Vittorio di avere evocato lo spirito di Stradivari tramite un medium e lo spirito gli ha detto cose che nessuno probabilmente sa: il vero nome di Antonio Stradivari sarebbe Piacenza di famiglia ebrea. Il padre di Stradivari era doganiere a Porta Padi, a Cremona, ed era incorruttibile e inflessibile sul lavoro, tanto che venne soprannominato ironicamente "Strad ivert", strada aperta. Perché era ebreo, è perché era onesto molti lo odiavano e gli tesero una trappola per infangarne il nome. Lui ne morì di dolore e il giovane Antonio gridò alla città di Cremona che lui si sarebbe chiamato Stradivert e che quella città di merda sarebbe diventata famosa nel mondo solo tramite quel nome.

La cosa folle è che io ho scritto quasi le stesse cose, poiché il mio scritto non è ancora uscito da casa mia, certo il maestro Accardo non può averlo letto.

In una seduta medianica successiva, Accardo cerca di spiegare allo spirito di Stradivari che cosa sia un film e gli "dice" che io e Vittorio lo stiamo scrivendo. Lo spirito risponde testualmente:

- Dite a quei due cantastorie che io piacevo alle donne. -

Quando scrivo una storia vedo delle facce. Se so già chi saranno gli attori cerco di spovrapporli alle mie immagini interne, altrimenti lascio che la fantasia me le proponga. Mentre scrivo Stradivari, il cremonese assume un po' alla volta i lineamenti di una faccia che riconosco mentre scrivo una scena in cui si arrabbia bestialmente: è la faccia di Anthony Quinn.

Lo dico a Vittorio che scuote la testa:

- Magari! E chi lo convince Quinn a farsi dirigere da me?-

Vittorio mi porta a Cremona, a cena col sindaco e la giunta. C'è anche lo storico che sta riunendo tutto ciò che si sa di Stradivari.

Gli accenno alla storia dell'origine ebrea e mi zittisce guardandosi intorno come se temesse di vedere spuntare il cappuccio di Torquemada.

- E' una vecchia storia - mi bisbiglia- ma non è gradita a Cremona. Meglio non toccare quel tasto se volete qualche aiuto dalla città...- e mi consiglia di stare nel vago, di non dire che era ebreo, di parlare di un orfano che probabilmente cominciò a lavorare nella bottega di un falegname attigua a quella del liutaio Amati, già famoso. Ride della tradizione che vorrebbe Stradivari alunno di Amati poiché nell'orribile città che era Cremona a metà del Seicento, chi aveva un mestiere non lo insegnava se non ai propri figli o, se non ne aveva, al proprio adottato, perché allora non c'erano mutue o pensioni e ognuno doveva pensare alla propria vecchiaia. Lo storico al Museo mi indica il famoso violino degli anni giovanili di Stradivari dove si legge scritto a penna: Antonio Stradivari, alunmus Amatiis. Ridacchia: se lo ha scritto Stradivari l'ha fatto solo per buggerare un cliente, col nome di Amati come maestro probabilmente poteva aumentare il prezzo.

Torno a Roma e mi capita sott'occhio una rivista di cinema che dice che Anthony Quinn è in città perché sta girando con Margheriti un film televisivo per la R.A.I..

Chiamo Vittorio e gli dico che è un segno del destino. Il giorno dopo Vittorio porta una bottiglia di champagne: è sua vecchia simpatica abitudine brindare quando un progetto prende la strada giusta e oggi ha gli occhi scintillanti:

- Che è successo?-

- Se te lo dico non ci credi.-

- Tu dillo e poi decido io.-

-Anthony Quinn ci aspetta domani nella sua villa ai Castelli.-

Non mi sento sorpreso: ho sempre saputo che Stradivari aveva la faccia di Quinn.

Vittorio racconta a me e ad alcuni miei stupefatti ospiti di aver telefonato alla villa e di aver parlato con la moglie dell'attore che è una simpatica veneziana. Avendo sentito che il progetto poteva coinvolgere anche i suoi tre figli, la signora ha subito detto a Vittorio di portarglielo. Un'ora dopo Vittorio era alla villa con la mia storia. Tre ore dopo gli ha telefonato Anthony Quinn in persona per dirgli che la storia è favolosa e per dargli un appuntamento.

Lavo il Mercedes e vado ai Castelli. La villa di Quinn è grande contornata da un'immensità di verde. Ci fanno entrare in una salone e poi in uno studio arredato con grandi mobili di legno scuro. Entra Quinn, alto, simpatico, con un grande sorriso e ci stringe la mano.

- L'hai scritta tu?- mi chiede. Annuisco indicando Vittorio. Non stacca gli occhi da me:

- Bravo. E' uno dei tre più bei copioni che abbia mai letto. -

Compito dentro di me: "La strada", "Zorba, il Greco" e... il mio! So per esperienza che non bisogna fidarsi degli attori ma è difficile respingere quel bel senso di caldo che dà l'adulazione fatta bene e dalla persona giusta.

- E poi, vedi Ernesto, sembra la mia vita. Anch'io sono vecchio e non ho raggiunto la perfezione che voglio... anch'io ho avuto due famiglie e quando avevo 55 anni mi sono sposato la seconda volta... e ho avuto tanti figli sia dalla prima che dalla seconda moglie...-

Vittorio spiega che la nostra è una cooperativa di autori, lui sarà il regista e stiamo cercando qualcuno a cui associarci per trovare i soldi necessari alla produzione.

Tony, ci ha detto di chiamarlo così, è pronto ad aiutarci. Ci firmerà un precontratto e ci darà sei mesi di tempo per trovare un finanziatore, se non lo troveremo cercherà lui. Mi chiede di scrivere la sceneggiatura collaborando alla puntualizzazione del proprio personaggio e ci dà appuntamento per la settima prossima, nel frattempo farà preparare la bozza del nostro impegno dal suo legale l'avvocato Santamaria e dalla sua agente, la signora Carol Levis.

L'avvocato ci chiama e ci fa un discorso curioso: gli è talmente piaciuta la storia che più che l'avvocato di Quinn vorrebbe essere l'avvocato del film. Ho la sensazione di essere entrato in un ingranaggio e non capisco di che macchina sia.

Le riunioni di sceneggiatura con Tony procedono bene, parla un italiano scorrevole ma quando vuole esprimere sfumature preferisce usare l'inglese che io adesso per fortuna capisco ma Vittorio no.

Mi accorgo che Tony sta cercando di farci stringere la parte relativa all'infanzia e all'adolescenza di Stradivari e dilatare la sua vecchiaia. Eppure ha detto che il film lo interessa anche perchè dà ai suoi ultimi tre figli l'opportunità di recitare con lui dei grossi ruoli. Ma Quinn è un attore e non ci sono figli che tengano. Sono purtroppo costretto a scoprire che Vittorio è un regista e non ci sono amici che tengano.

Mi dice che Quinn preferirebbe che io non andassi alle ultime riunioni.

- Davvero?- cerco di mantenermi calmo- allora adesso lo chiamo e gli chiedo perchè.-

- No,no. Lascia che lo chiami io: magari ho capito male. -

Io invece credo di aver capito benissimo.

Tony è cordiale e mi regala una copia del suo bellissimo libro autobiografico "The original sin" con una dedica affettuosa.

Forti del nome di Quinn con cui continuo a collaborare e con la sceneggiatura quasi finita, portiamo il copione alla R.A.I..

Alla Rete Uno ci dicono che non hanno più soldi per nuovi progetti, alla Rete Tre che non hanno mai avuto soldi per simili progetti e alla Rai Due che ci sono troppe battute.

Il capostruttura Canepari non ha avuto tempo di leggerlo ma l'ha letto una signora dell'ufficio, è lei che ci guarda sorridente e ci ripete che la storia è bella ma che ci sono troppe battute. Vittorio mi tocca col gomito:

- Ti ricordi Amadeus? Quando l'imperatore dice a Mozart che la sua musica è bella ma ci sono troppe note?-

Sia pure con troppe battute ci mandano dall'avvocato Valentini per una prima trattativa sui costi. E' una riunione breve. Valentini ci spiega che la R.A.I. non può produrre "Stradivari" direttamente perché la procedura sarebbe troppo lunga e non durerebbe mesi ma anni, che la R.A.I. non può farlo produrre a noi perché, pur essendo la nostra cooperativa iscritta nell'albo dei fornitori R.A.I. non ha mai avuto grossi appalti e in ogni modo i soldi ce li darebbero solo ad avanzamento dei lavori, resta il diritto di antenna, ossia un contratto di preacquisto ma anche qui se abbiamo bisogno di soldi non va bene perché ce li darebbero solo a film finito.

Sorrido a Valentini:

- Non abbiamo affatto bisogno di soldi. Il signor Quinn ci ha detto di avere un amico multimiliardario a Los Angeles pronto a finanziare il film. Quanto ci dareste come diritto di antenna?-

Vedo aumentare il rispetto negli occhi dell'avvocato come il mercurio in un termometro esposto al sole.

- Un miliardo per tre puntate.-

- La paga che vuole Quinn per sé e per i suoi tre figli è un miliardo e centomilioni.- Mi alzo con un sorrisetto di sufficienza e adesso è lui che mi assicura che più di trecento milioni la R.A.I. non ha mai pagato per il solo diritto di antenna.

- Pazienza. Andremo da Berlusconi.-

Intanto andiamo a Cremona con Anthony Quinn. Il sindaco non ci crede finchè non lo vede. Siamo già sull'auto blu che ci porta dall'aeroporto di Milano a Cremona e lui ancora ci chiede conferma col radiotelefono:

- Davvero c'è Anthony Quinn?-

Glielo devo passare e sento che la voce del sindaco si spezza per l'emozione. Il ricevimento e la cena sono grandiosi. C'è tutta la Cremona che conta e io e Vittorio cerchiamo di farci indicare i più ricchi: possibile che nessuno di quelli abbia voglia di finanziare un film sul loro famoso concittadino?

Sembra di no. Il sindaco dice che sono diffidenti. Gente che viene da Roma dispone male. Lo so, succede lo stesso a Biella: è la sana diffidenza della provincia che produce, mescolata con il qualunquismo disfattista a cui ci hanno costretto i nostri uomini politici sempre coinvolti in scandali di ogni genere. Il cinema poi è terra di avventura da sempre.

Il successo personale di Quinn è immenso. La mattina dopo in comune c'è anche il maestro Accardo che dirige una scuola di violino proprio a Cremona e che farà la colonna sonora del film. Ci aspettano più di duecento giornalisti. Il sindaco ci permette di tenere fra le mani uno dei sei stradivari di proprietà del comune e che oggi valgono due miliardi l'uno.

Dopo la festosa conferenza stampa in cui Vittorio spiega che farà il regista e che stiamo trattando per chiudere la parte finanziaria, un altro banchetto e la promessa del sindaco che aiuterà la produzione offrendo ospitalità gratuita alla troupe.

Tutti i giornali e le riviste d'Italia sono piene delle nostre fotografie. Seguendo il consiglio datomi dall'amico Pizzi, esperto nel campo, mi sono incollato a Tony ogni volta che ho potuto e così la mia pelata spunta in ogni fotografia. Il telefono comincia a squillare e arrivano offerte di coproduzione. Il più insistente è un tipo un po' chiacchierato che ci parla di un misterioso gruppo molto potente e vorrebbe un'opzione. Noi non gli diamo l'opzione e vogliamo che ci dica il nome del gruppo.

Poiché in Italia nel campo dello spettacolo ormai di gruppi potenti ce n'è uno solo, alla fine vien fuori il nome del produttore Achille Manzotti che opera con la Finivest.

A mia insaputa qualcuno ha portato il copione anche ai Cecchi Gori ma la trattativa con Manzotti è incredibilmente rapida: vuole rilevare l'intero progetto dalla Wellcome Films contratto di Anthony Quinn compreso e accetta tutte le nostre richieste economiche senza sollevare obbiezioni.

Mentre stiamo preparando l'accordo, mi chiama Tozzi della Fininvest e vuol sapere a chi sto cedendo "Stradivari" se ai Gori o a Manzotti perché i Gori han detto a Berlusconi di averlo comprato.

Vittorio Gori scuote la testa: non han detto così, però vogliono il progetto. Mario si intromette:

- E va bene, facci un'opzione per un paio di mesi e poi si vede!-

- Posso farvela per un paio di giorni. -

Mario vorrebbe ribattere ma il figlio lo zittisce e lo prega di lasciarci soli. Gli anni cambiano i rapporti tra padri e figli.

Confermo a Vittorio che entro 48 ore firmerò con Manzotti ma prima di quel termine sono ancora libero. Vittorio mi assicura che mi chiamerà prima dello scadere del termine e invece chiama dopo tre giorni:

- Abbiamo venduto ieri a Manzotti, te l'avevo detto. -

- Sì,sì. Stai attento però: l'uomo è in gamba ma non ha coperture. -

Io guardo l'assegno con l'anticipo di quattrocentomilioni che ho già portato in banca e alzo le spalle.

Tutto sembra finito e invece il bello deve ancora cominciare e piomba addosso a Vittorio verso le sei di sera con una telefonata di Anthony Quinn. Il mezzosangue urla con tutta la parte selvaggia che ha dentro: è un torrente folle di improperi. Vittorio riesce a capire che Quinn ci accusa di aver venduto il progetto senza il suo nome e che ci farà causa. Travolto nel torrente di merda che esce dal telefono, Vittorio non riesce a spiegare all'attore che il contratto è stato firmato alla presenza della sua agente, la signor Levis e che anzi, la cosa curiosa, è che dopo l'accordo Manzotti ci ha pregato di uscire ed è rimasto a parlare con l'agente. Né riesce a dirgli che la signora Levis gli ha telefonato due ore prima per dirgli che tutto era stato sistemato.

Quando Vittorio arriva da me è ancora senza fiato: domattina Tony partirà per New York e non c'è più tempo per spiegargli come stanno le cose e le cose sono che nel contratto di cessione è specificato l'obbligo dell'acquirente di rilevare il suo contratto e quello dei suoi figli.

Vittorio è troppo turbato per ragionare ma a me la cosa sembra difficilmente credibile: capirei essere accusato del contrario, ossia speculare sul nome di Quinn per avere più denaro. Sento di nuovo i denti dell'ingranaggio ma non capisco a quale macchina possa appartenere.

- Sono le sette. Andiamo su da Quinn.-

Arriviamo davanti alla villa che è buio. Grossi cani ringhiano. Un guardiano ci viene incontro titubante:

- Non so se sia il caso che incontrate il signor Quinn. E' furioso!-

- E che sarà mai!- spingo via l'uomo ed entro in casa.

Tony appare avvolto in una vestaglia agitando le braccia come una furia greca.

- Fuori di casa mia!- le vene del suo collo sembrano tubi per innaffiare il giardino. Il colore della sua faccia è sul viola. Mi fissa con occhi avvolti in una rete color sangue:

- Il tuo copione era una merda se non l'avessi aggiustato io!- urla da spaccarsi la gola puntandomi un dito contro. Una delle più belle merde che abbia mai letto...

In certi momenti mi passano buffi pensieri per la testa e so che sto per perdere il controllo.

- Ah sì? Sarai pure un grande attore ma come uomo sei una merda!- mi pare di urlare e sbatto copia del contratto sul tavolo- Leggi prima di insultare!-

Ma Quinn non sembra voler sentire ragioni e si gonfia di più, fisicamente minaccioso, ma non è più alto di me e io ho vent'anni di meno.

La moglie accorre a mediare. Io voglio andarmene ma la porta di vetro è chiusa.

Alzo un piede per sfondarla e la signora Quinn mi prega di non farlo altrimenti scatteranno cento allarmi e arriverà la polizia.

- Dalla cucina! Esci da casa mia dalla cucina!- urla il vecchio Tony col dito teso. Forse si rende conto che è andato sul guitto, che ha passato il segno, perché si sgonfia mentre la moglie si è seduta e sta sfogliando il contratto. Con voce suadente calma il marito:

- Tony, hanno ragione loro... Guarda Tony, ci sei anche tu sul contratto.. e c'è Francesco, Daniel, guarda... ci siete tutti...-

Tony guarda la moglie ansimando e si siede lentamente. I suoi tempi sono di nuovo misurati, da grande attore. Si passa una mano sulla faccia e quella mano cancella la rabbia. Mi guarda con occhi da sanbernardo. La moglie lo accarezza e continua a dirgli che sul contratto c'è anche il suo nome.

- Ma se mi ha telefonato la Levis per dirmi che vi siete fatti dare centinaia di milioni e mi avete escluso...-

- Ma no...- balbetta Vittorio- non può essere...lei sa che...-

Adesso si ricarica un poco, ma questa è dubbiosa indignazione, o indignato dubbio come direbbe Polselli.

- Io mi fido della mia agente... sono trent'anni che stiamo insieme...- torna a guardarmi e adesso lascia scolare la faccia in un'espressione di grande dolore:

- Ernesto, scusami! Io ti ho scacciato dalla mia casa e non avevi colpe! -

Mi viene da applaudire ma son certo che non apprezzerebbe. Sento che l'ingranaggio continua a girare.

Il giorno dopo è quello dei controlli: ma la signora Levis ci assicura di non avere mai detto a Quinn che noi l'avevamo escluso dal contratto, ci deve essere stato un malinteso. Ci chiama l'avvocato Santamaria: ha sul tavolo la bozza di una raccomandata che Quinn gli ha ordinato di spedire ieri in cui sostiene di essere coautore del copione.

- Ma lei sa bene avvocato che non è vero. -

Santamaria sorride e non risponde, ci racconta invece di quella volta che Kirk Douglas citò in causa la Metro e vinse in situazione uguale alla nostra. Paternamente l'avvocato ci consiglia per il futuro: quando si va a far leggere un copione ad una star bisogna chiedere subito una lettera di garanzia in cui l'attore o l'attrice dichiarino che, pur collaborando alla definizione del loro personaggio, il loro contributo non deve essere inteso in qualità di autori ma che fa parte della loro professionalità di attori.

- Adesso Quinn sa che è nel contratto, quindi...-

Non sembra un'osservazione risolutiva.

- Tony è partito per New York stamattina. - risponde l'avvocato e precisa che avrebbe già dovuto aver spedito la raccomandata e che non l'ha fatto perché si considera il legale del film più che del signor Quinn.

Credo di cominciare a capire. Almeno un dente dell'ingranaggio l'ho individuato. Costerà dieci milioni.

Manzotti sostiene di aver semplicemente detto all'agente di Quinn che lui ha comprato il progetto perché gli piace la storia e non perché Quinn è disposto ad interpretarlo. Forse questa battuta mal riportata ha provocato il fraintendimento di Quinn. Guardo Achille e sento che l'ingranaggio ha ripreso a girare ma non so di che macchina sia.

Adesso che Quinn è a New York diventa impossibile mettere a confronto le varie versioni.

- Se ieri non andavamo su eravamo fregati. - medita Vittorio.

- Già e credo proprio che nessuno si aspettasse che ci andassimo. -

- Che vuoi dire?-

- Secondo me Quinn ha telefonato un paio d'ore troppo presto. Se aspettava che fossero le sette o le otto, non avremmo più potuto arrivargli addosso ad un'ora accettabile. Se fossimo arrivati dopo le dieci ci avrebbe fatto dire che dormiva perchè l'indomani doveva prendere l'aereo alle sei. Così saremmo rimasti in lite per sempre.-

- Vuoi dire che ha recitato tutta quella rabbia? E perché?-

- Se ha recitato è bravo, ma questo lo sanno tutti. Il perché, eh il perché non lo so.-

Diventa difficile parlare con Manzotti, ci ha scaricato ad un suo tirapiedi tiratardi che parla con grande lentezza di cose assolutamente inutili. E' un uomo assai utile in certe situazioni ma non ho ancora ben capito quale sia la nostra situazione. Mi conforta la banca accreditando regolarmente tutti gli assegni, quindi il problema non è di soldi.

Vittorio scalpita per cominciare a preparare il film ma Manzotti è sempre più occupato e il tirapiedi sempre più vischioso, mi rammenta certe carte moschicide che mio nonno appendeva nel "peilu", il salotto montanaro di Graglia.

Anche Quinn sembra scalpitare dalle Hawaii dove sta inaugurando un'esposizione di sue grandi sculture lignee. I termini stanno per scadere e non ha ricevuto il contratto definitivo con l'acconto.

L'ultimo giorno il tirapiedi ci porta da Carrol Levis dicendo di avere avuto da Manzotti l'assegno dell'anticipo per Tony che telefona da Honolulu. La signora Levis gli dice che ancora non ha l'assegno materialmente in mano e prega il tirapiedi, che sta parlando da mezz'ora delle grappe trentine, di darglielo. Finalmente l'assegno arriva tra le dita della signora che annuncia trionfante a Tony l'habemus cheque!

Il problema sembra risolto e Manzotti mi chiede di indicargli un bravo organizzatore. Gli faccio il nome di Claudio Mancini che ha organizzato il mio ultimo film prodotto Sergio Leone. Non lo conosce ma lo farà cercare.

Le settimane riprendono a scorrere senza che Vittorio venga chiamato a cominciare la preparazione.

Ho finalmente capito qual è il problema: non vogliono che Vittorio diriga il film. Riesco a parlare con Achille al telefono e mi conferma che non ha mai pensato di poterglielo far fare. Il progetto è grosso e occorre un regista famoso.

Mi consulto con Vittorio e lo lascio libero di decidere. Se si impunta e probabile che Manzotti cercherà cavilli per farci causa e farci restituire i soldi, saremo noi contro gli avvocati targati Fininvest e la fiducia nella giustizia italiana non è più tale da farci dar gran peso al fatto che noi abbiamo ragione.

Per sei ore Vittorio e Manzotti restano chiusi in ufficio, quando escono Vittorio è molto provato: ha accettato una cascata di milioni ma ha rinunciato ad un sogno. Non farà la regìa. Subito il progetto accelera e dopo un paio di settimane Manzotti ci annuncia che il regista sarà Battiato.

- Il cantante?- trasecolo io. Achille ride:

- Ma no! C'è anche un Battiato regista che ha già fatto cose con gli americani. E' uno che quando dice azione azione è!-

Inutile farsi spiegare cose come queste dette da un produttore, sono dolci nonsense che usano per mascherare motivi che non possono confessare.

Manzotti mi dice di collaborare con Battiato per la messa a punto del copione. Vittorio sta troppo male per farlo e io dopo un paio di riunioni chiedo di essere esonerato. Qualcosa nel modo di fare del regista è troppo americano e le scene "strette" come dice lui diventano scenette di Dallas.

Manzotti mi lascia libero.

Mi richiama un mese dopo e mi fa leggere un primo tempo. Povero Stradivari! Sembra che abbiano fatto apposta a smontare le scene, hanno ridotto a quasi niente la favola dell'infanzia, la leggenda del suo successo per fare invece l'agiografia di un vecchio ibridando il Seicento con false rappresentazioni di macchine teatrali settecentesche che coi violini c'entrano come i cavoli a merenda. Questa storia dei cavoli a merenda me la diceva nonna e non l'ho mai capita, ma tant'è non ho mai capito neppure questa riscrittura del mio Stradivari. Leggo sul frontespizio il nome di Suso Cecchi.

- Achille, non è possibile che sia stata la Suso a scrivere questa puttanata!-.

- Perché no?- ribatte cinico il produttore- Invece a me sembra proprio un copione scritto da una vecchia rincoglionita.-

- Se non ti piace, e lo credo!, non lo giri!-

- Che mi frega. Piace a quelli che tirano fuori i soldi. Io il mio guadagno l'ho già fatto.- e poi mi enumera sulla punta delle dita – Per fare il film sono rimasti pochi soldi: un miliardo a voi, due miliardi a me, due miliardi all’avvocato che sai, due miliardi al dirigente che sai…-

- Un momento! Noi abbiamo lavorato, ma quelli? –

Manzotti spalanca le braccia in un gesto he può voler dire molte cose.

Mi sento abbracciare da dietro: è Claudio Mancini. Sarà lui a organizzare le riprese del film ma è in arretrato sugli avvenimenti perché si congratula per il copione e si sofferma ad elogiare scene che sono state eliminate.

Allora mi incazzo e decido di andare a parlare con Berlusconi per spiegargli come i suoi collaboratori lo stiano fregando.

Telefono a Cairo per un appuntamento, ma lui vuol logicamente sapere il motivo. Ridacchio: non pèosso dorgli il motivo.

- E io non ti posso fissare l’appuntamento… - ridacchia pure lui.

Come si fa ad arrivare a Berlusconi senza passare per i suoi uffici? Rivera! Il Milan… ma io non conosco nessuno nell’ambiente del calcio!

L’amico Pizzi ha la soluzione: Gianni letta che dirige il tempo è amico suo e molto vicino a Berlusconi! Detto fatto: appuntamento a tre.

Racconto all’azzimato Gianni la situazione e lui mi ascolta compunto come sempre. Poi mi dice:

- E’ inutile che vai da Berlusconi perché lui sa benissimo quello che succede. -

- Ma come, lo sa ? Lo sa e non interviene? A me sembra impossibile. Letta mi sorride e sembra un sorriso fresco del Settecento:

- Non ti posso spiegare ma Berlusconi di tanto in tanto lascia le briglie sciolte ai suoi collaboratori…- che briglie però! Miliardi di briglie! Gianni letta si alza sorridendo e ci accompagna alla porta, gentilissimo e sornione. Non mi ha convinto ma che altro posso fare?

Anche l’amico Pizzi è perplesso assai.

Comincio a capire meglio quando mi chiamano alla scena film per scrivere un film sul diavolo. Vogliono una storia di un uomo che ha fatto un patto col diavolo e la dovrebbe dirigere Roberto Malenotti, figlio di quel produttore sequestrato e mai più tornato a casa.

Secondo me la storia più bella è quella di un uomo che dal nulla, con la scusa del diavolo, scala tutte le vette del successo: soldi, TV, politica…

Berlusconi alla politica ancora non ci pensa proprio e il racconto piace moltissimo, così mi fanno fare la sceneggiatura. Scrivo un primo tempo strepitoso.

Ma qualcuno deve aver fatto notare a qualcun altro che l’accostamento fatto nella mia storia non è edificante per il produttore, fatto sta che mi telefona allarmatissimo Roberto: ha rievuto un telegramma in cui gli dicono che il suo contratto come regista è invalidato perché non ha consegnato la sceneggiatura nei termini stabiliti.

-E quali erano i termini? – chiedo.

-Il 30 giugno. – sospira – Oggi.

-Sì, ma sono le dieci del mattino! Non disperare. –

-Ma hai finito solo il primo tempo e…. –

-… e prima di sera nell’ufficio della Scena Film arriverà il copione finito! –

A me i furbi danno fastidio. Così mi butto sui tasti e batto come un assatanato. Sto usando il mio nuovo Amiga 2000 e vado velocissimo! Non più bianchetto e ritagli per i ripensamenti ma wordprocessor! Alle 18 chiamo un pony espress e faccio recapitare alla Scena Film il copione completo con firma per ricevuta.

Roberto cena più disteso: adesso il suo contratto è di nuovo valido: i furbi hanno mandato il telegramma troppo presto, un po’ come la telefonata di Quinn a Salerno: troppo presto!

Ma ormai la macchina si muove contro il progetto e mi mandano a parlare con Livio Jannuzzi. Giornalista e commentatore notissimo, amico di Cossiga. Mai saputo che si occupasse di sceneggiature, ma dev’essere ignoranza mia.

Bella casa quella di Jannuzzi, in Prati, coi quei mobiloni notarili ottocenteschi stracolmi di libri.

Non capisco che c’entri Jannuzzi col mio diavolo, ma obbedisco. Jannuzzi mi parla di un’altra storia: roba di operai, non ricordo.

Il giorno dopo declino. Caminito, padrone della Scena Film mi guarda abbronzatissimo: anche lui ha un due alberi e lo usa più di me. Ma io declino: la storia di Jannuzzi, se vuole, se la farà sceneggiare da Jannuzzi. Saluto e me ne vado: dopotutto mi hanno saldato e non posso pretendere altro.

Mi ferma in corridoio l’organizzatore del fu film e mi sussurra di andare con lui. Lo seguo in ufficio. Tira fuori una copia del contratto firmato tra Rete Italia e la Scena Film. E’ il consueto contratto di appalto e di distribuzione: il film ha un preventivo di 10 miliardi, metà a carico di Rete Italia e metà a carico della Scena Film, ma poiché la Scena non dispone di sufficienti capitali, Rete Italia anticipa anche la sua parte ad un certo tasso. Fin qui, tutto abbastanza normale. Ma c’è una clausoletta in fondo che mi fa soprassaltare: si dice che qualora il costo el film dovesse superare i dieci miliardi il supero sarà totalmente a carico di Rete Italia. Rileggo per essere certo di aver capito bene: c’è proprio scritto che la Scena Film produrrà il film e che se lo fa costare il doppio o il triplo paga rete Italia! Guardo il mio amico che mi sorride sornione:

- Ma questo e un riciclaggio di denaro non un film! –

- Sssst! – mi impone il silenzio allarmato e mette via il contratto.

- Qui lo dico e qui lo nego – sussurra.

La Scena Film ad un certo punto fallirà clamorosamente e Rete Italia risulterà ufficialmente in grave perdita, raggirata e fottuta. Ma non sarà affatto così.

Quando lo racconto agli amici mi guardano perplessi: e che se ne farà mai Berlusconi di tanti miliardi in nero?

Ai posteri l’ardua risposta.

Cose che succedono nel mondo del cinema da quando è diventano il mondo della televisione.

 

CAPITOLO XXXII

(ultimo capitolo da leggere per primo )

Mi richiama Sergio Leone. Ha girato il suo "C’era una volta in America" e quel "in" aggiunto al titolo mi dà un senso di fastidio. Ho visto il film e l'ho trovato pieno di splendide sequenze, ma il grosso del plot non ha logica. Sergio sbuffa nella barba che gli sta diventando bianca e dice che è un film scatologico. Dev'essere una parola suggeritagli malignamente da Benevenuti e DeBernardi, non nuovi a questo tipo di scherzi. Non gli dico il vero significato, evidentemente lui pensa alle scatole e il film è addirittura matrioskologico.

L'ho visto a NewYork e il pubblico rideva davanti ad un senatore con un passato di gangster e cambio di identità mai scoperto dalla stampa più ficcanaso del pianeta, rideva alla sorpresa di De Niro quando scopriva che il suo primo grande amore era diventato una Marilyn Monroe perché per non saperlo avrebbe dovuto essere vissuto su Marte. Io mi rodevo per la rabbia di non aver aiutato Sergio nella costruzione della storia che inizia con dei killer mafiosi che ammazzano un mucchio di gente nel tentativo di ammazzare DeNiro e mai sapremo perché, dal momento che Max, l'amico e boss, gli ha espressamente voluto salvare la vita evitando che lui fosse presente al massacro degli altri suoi compagni. E ho sofferto quando Max è risorto perché è vero che il regista è Dio e può fare quello che vuole, ma un dio che fa stronzate è un controsenso, e ho pianto quando il finale non chiude la storia e il montatore ha dovuto attaccarci una scena della fumeria d'oppio di mezzo film prima.

Non dico tutto questo a Sergio perché non siamo soli: è con noi uno dei figli di Morsella, nipote di Sergio, che dovrà fare la regia di un nuovo western. Questo è il motivo della chiamata di Sergio e mi riservo di discutere di "C’era una volta in America" la prossima volta che ci incontreremo.

Il progetto del nuovo western è stimolante. Si intitola "Un posto che solo Mary conosce" e torna nel filone dell'amicizia e furberia di "Il buono, il Brutto e il Cattivo". Ne parliamo a tavola dove Sergio mangia pochissimo perché si è messo a dieta. Sta preparando "Leningrado" un colossal sulla battaglia che la città russa sostenne contro i tedeschi. Mi fa l'occhietto e ride: ancora non ha deciso chi scriverà questo suo nuovo film!

Ho quasi finito la nuova stesura di "Un posto che solo Mary conosce" che mi telefona Tonino Valerii:

- E' morto Sergio Leone. -

Assurdamente, stupidamente la prima cosa che mi passa nel cuore è la rabbia di non aver discusso con lui di "C’era una volta in America".

La morte quando colpisce così improvvisa lascia una sensazione di incompiuto e l'incredulità che davvero non si possa dare mai più una conclusione al dialogo.

Come ad un copione a cui siano state strappate a tradimento le pagine ultime e più importanti, ho la sensazione di restare con una storia a mezzo che non potrò finire mai.

Vado per l'ultima volta a casa di Sergio, nella sua villa dietro al grande fungo dell'EUR.

L'acqua della piscina è chiara e immobile. La bara l'han sistemata nella saletta di proiezione sotterranea che Sergio si era fatto costruire per vedersi i film su grande schermo senza dover uscire di casa.

Sono le due del pomeriggio e non c'è nessuno. La bara e di legno chiaro, già chiusa, lucida e piccola, troppo piccola per contenere quell'uomo che mi è sempre parso grande.

Le poltrone vuote della platea fanno corona silenziose e compunte.

Sfioro il legno luminoso della bara:

- Sergio, adesso sai che lo volevo fare il tuo film!

"Adesso sai" è una bugia che si inventa il cuore. Il nulla che c'è dopo e uguale al nulla che c'è prima. Come dice uno dei miei personaggi in "Notturno con grida"..

Il buio di prima di nascere è uguale a quello del dopo morti. Basta andare indietro con il pensiero fino alla nostra non esistenza per sapere quello che sarà quando sarà finita.

A meno che l'umanità del futuro non sappia tornare indietro nel tempo e, in qualche modo, salvarci e operare la famosa resurrezione della carne che mi è sempre sembrata un di più nella filosofia tutta spirituale del cristianesimo.

Ma questa è fantascienza.

Oggi fa un miliardo di secondi che sono a Roma: sette lustri son passati ma l'opaco è ancora qui. Ora che gli amici cominciano a morire, sento di essere diventato vecchio e mi è venuta la voglia di raccontare: non perché abbia grandi cose da dire ma per sberleffare il futuro urlando disperatamente che, ormai qualunque cosa succeda, io mi sono divertito un sacco nel mondo del cinema!

f i ne                  

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