IL SETTIMO GIORNO DELLA CREAZIONE
di

Guglielmo Giusti

 

(segue 2 di 2)

PARTE SECONDA:

Non avevo mai visto questa parte della collina di Coolfield... Totalmente diversa da tutto il resto della zona, soprattutto nella vegetazione molto più rigogliosa e molto più diffusa. Di tutte le mie camminate solitarie, era la prima che mi faceva sentire davvero libero e in pace con i miei passi. Fischiettavo un vecchio motivo di Nat King Kole di cui non ricordavo il titolo, riuscendo contemporaneamente a stringere fra le labbra un filo di quell'erba che profumava di terre lontane. Saltellavo addirittura sul sentiero appena accennato, e la mia gioia era una sensazione talmente palpabile da risultarmi incomprensibile. Forse era quel cielo così incredibilmente terso ed azzurro già nelle prime ore dell'alba, forse lo scoiattolo che corricchiava a pochi centimetri di distanza senza provare alcun timore, o forse la rugiada che splendeva come un brillante su dei papaveri dal rosso più intenso che mai avessi visto. Non so... Il risultato era comunque quello di farmi sentire bene come mai mi era accaduto, con la voglia di proseguire almeno fino a quel ruscello che da qualche chilometro rimandava fasci di luce. Probabilmente ero finito nella valle proprio dietro a Coolfield, dove c'era la vecchia mulattiera che collegava nel passato la cittadina con la strada principale... Una zona ormai abbandonata dai contadini trasferitisi più vicino al centro abitato e alle meraviglie della nuova tecnologia agricola, ma senz'altro molto più appetibile per una passeggiata tranquilla e meditabonda. Non ricordavo da che punto avevo perso di vista i parametri consueti, tipo il vecchio mulino, ma certamente bastava ridiscendere il versante per ritrovarmi al punto di partenza. Ora avevo solo voglia di continuare a camminare senza pensieri, senza troppi problemi... Però, era davvero strano... non ricordavo neppure cosa avevo fatto appena alzato, nè la colazione, nè l'uomo del latte che incrociavo ogni volta che uscivo di prima mattina, neppure se ero entrato nel bosco passando dal podere degli Aswoorth o dal giardino della vecchia villa in rovina dei baroni Tomakwitz... Ma d'altra parte spesso mi succedeva di guidare la macchina per centinaia di chilometri con il "pilota automatico" innestato, e di rendermene conto solo all'arrivo. Probabilmente un fenomeno dissociativo da una realtà che non mi interessava, mentre adesso quello che vedevo era talmente coinvolgente da catturare tutta la mia attenzione. Era così bella la serenità... Teneva il mondo e tutti i suoi casini distanti anni luce, non c'era bisogno di pensare ma unicamente di ascoltare quel perfetto connubio fra il sè e la natura. E camminavo, camminavo in quell'oasi dove niente sembrava essere davvero reale, dove non riuscivo a vedere nessun segno del passaggio di un altro essere umano, quasi fossi stato io il primo a varcarne il confine. Eppure ero a pochi minuti dalla mia casa e dalle altre 18000 anime di Coolfield... era impossibile che nessuno si fosse mai spinto in questa direzione, quando tutti il mondo cercava un posto così per colonizzarlo alle domeniche di gita. E non era neppure possibile che in quei prati che avevo tutto attorno non si fosse mai fermato qualche sciagurato con le sue lattine di birra, magari ad arrostire un paio di bistecche. Niente, nessuna traccia di falò o di pasti cannibaleschi, era davvero incredibile... Inoltre l'erba dei prati, gli alberi ad alto fusto ed i fiori sembravano curati da un giardiniere espertissimo, e certamente l'amministrazione di Coolfield non aveva queste potenzialità nè possedeva tali desideri nel suo patrimonio sociale. Anzi, mi stupiva che nessuno avesse ancora costruito qualche villetta in un posto del genere... Tutti consideravano questa zona come brulla, priva di possibili aree edificabili e di attrattive naturali, invece era una specie di Eden dimenticato dagli uomini ma non certamente, a quanto pareva, da Dio.

Il ruscello era adesso a pochi passi. Le sue acque talmente pulite da apparire come una lastra di cristallo in lento movimento rappresentavano un invito irresistibile. Tuffai le mani a coppa: erano millenni che non bevevo con tanta gioia e con tanta avidità. Sul fondo migliaia di piccoli pesci guizzavano rapidissimi, fermandosi ogni tanto a mordicchiare quelle piante agitate dalla corrente e delle quali avrei potuto contare le foglie una ad una. Ma quello che più stupiva era l'intensità dei colori, i toni purissimi assunti da ogni cosa attorno. Non avevo visto niente di simile neppure nel Parco Nazionale di Rock Lake, che pure aveva pochi uguali al mondo in quanto a bellezze naturali... Altra stranezza era il sole: ero certo di aver camminato per parecchio tempo eppure lui non si era mosso. Era sempre vicino a sorgere ma ancora non si era staccato dalla collina, come se fossero passati solo pochi minuti da quando l'avevo guardato per la prima volta... pazzesco, come tutto il resto. Ero certo di essere sveglio e con tutte le capacità intellettive a posto, eppure stavo vivendo un sogno o un'allucinazione, non c'era altra spiegazione. Dovevo pensare, riuscire a capire cosa mi stava succedendo. Sedetti sull'erba appoggiando la schiena ad un albero e alzando gli occhi la mia vista esplose su un panorama tanto bello da diventare doloroso. La vallata era un'uragano di colori primordiali, impossibili da descrivere anche per un pennello pazzo come quello di Van Gogh. Avrebbero incendiato una pellicola fotografica con la loro forza, e schiantato la forza descrittiva del più grande poeta dell'universo intero. Non c'era niente di vero in quello che vedevo, o magari niente di vero in quello che avevo visto fino ad oggi.

Sentivo la schiena umida: voltai la testa e vidi che ero appoggiato sul tappeto di muschio più verde mai apparso sulla corteccia di un albero. Mi spostai e incrociai il sole, sempre immobile nello stesso punto. Riguardai il muschio, avevo sempre saputo che cresceva in direzione Nord... il sole era alla sua sinistra, quindi... Cristo, quello era il tramonto, non l'alba! Ma non potevo non essermi accorto di aver camminato per una giornata intera, pur con tutta l'astrazione del mondo! E comunque rischiavo di veder arrivare la notte, e non c'erano certo sentieri illuminati per i pazzi che si perdevano sulla collina. Mi alzai e cominciai a correre sul sentiero che mi aveva portato al ruscello. Correvo e non sentivo la fatica o il respiro affannoso, ma solo una sensazione violenta di libertà, incomprensibile in una situazione del genere. Il sentiero sembrava scorrere sotto i miei piedi, la mia caviglia malandata dai trascorsi nel football non dava nessun segnale di cedimento ed avvertivo nelle narici l'odore penetrante di quel mare di violette che costeggiava il percorso.

Poi, improvvisamente, intravidi una figura a qualche centinaio di metri da me. Comincia a chiamare a gran voce: " Ehi, amico! Ho bisogno di una mano! Mi puoi indicare la strada per Coolfield? Devo essermi perso."

Nessuna risposta, neppure un movimento verso la mia direzione.

O era completamente sordo, o profondamente maleducato.

Urlai ancora più forte, con lo stesso risultato. Lo sconosciuto continuava la sua strada senza degnarmi di alcuna attenzione. Gli corsi incontro, sempre chiamando a voce alta e sempre senza risposta. Arrivato a pochi metri da lui vidi un uomo molto anziano, con i capelli bianchissimi, il volto pieno di rughe e un paio di stupiti occhi azzurissimi che guardavano tutto attorno. Incrociò lo sguardo su di me, ma la cosa lo lasciò totalmente indifferente come i miei richiami.

Mi piazzai davanti a lui e con la massima gentilezza cercai di parlargli. Niente, non mi rispondeva e neppure mi guardava, eppure non pareva affatto un'alienato. Lo afferrai per un braccio, senza riuscire a spostarlo di un millimetro. Continuava a camminare osservando tutto attorno come se si trovasse in un'altro mondo e trascinandomi con sè. Non riuscivo a fermare il suo passo lento ma continuo neppure con tutte le mie forze! Era come se per lui non esistessi, come se fossi un fantasma perso nell'inutile tentativo di manifestare la sua presenza. Lo lasciai e lui continuò la sua strada. Caddi in ginocchio, vidi la sua figura diventare sempre più piccola e poi sparire fra gli alberi. Il sole era sempre immobile nel suo punto iniziale.

Completamente frastornato, ripresi il sentiero. Camminavo e non riconoscevo niente di quello che avevo visto nell'andata, anzi tutto mi sembrava completamente diverso. Non avevo paura, ma solo un enorme stupore per qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Provai a cercare il mio ultimo ricordo del mondo "civile", ma tutto quello che mi veniva alla mente era un vecchio guardone che spiava una ragazzina cambiarsi nella cabina di uno stabilimento balneare. Scena che non avevo mai visto davvero. C'era anche qualcos'altro, che però non riuscivo a focalizzare: una specie di lungo corridoio asettico che percorrevo fino ad arrivare ad una porta che si apriva con una chiave elettronica, ma tutto era così confuso... Non trovavo nessuna spiegazione logica: non stavo sognando, quindi ero in preda a qualche potentissimo allucinogeno oppure... ero finito da qualche parte che non esisteva sulla terra. Non c'era nessun punto d'osservazione che potesse tenere il sole fermo per così tanto tempo, nè un novantenne umano che le mie forze non fossero in grado di trattenere. Eppure non provavo nessun timore, neppure l'ombra di una pur piccola tensione. Potevo solo continuare a camminare, anche se ero certo che la strada sembrava ma non era la stessa che avevo percorso fino al ruscello.

Avevo letto qualcosa in passato sulla teoria degli universi paralleli, ipotesi suggestiva per spiegare il mistero del triangolo delle Bermuda, ma più che un cumulo di teorie senza fondamenti non avevo trovato. C'era anche qualcos'altro che avevo letto sui diversi piani esistenziali, scritto da un cervellone dell'informatica che si chiamava... Ulthmer, se ricordavo bene. Strano, mi sembrava molto familiare ma ero certo di non averlo mai conosciuto personalmente. E comunque quello che mi stava succedendo era realtà e non le pagine di un libro fagocitato in un momento di relax. Una realtà che avrebbe potuto farmi impazzire, se non trovavo una spiegazione rapidamente. Certamente qualcosa era successo, ma non riuscivo a trovare il punto d'inizio a questa storia. Tutti i miei ricordi erano intatti, da Linda al mio lavoro; era il tempo che aveva perduto ogni dimensione e dilatava a dismisura le mie giornate passate. Conoscevo la mia età, eppure non riuscivo a collocare in una logica temporale la festa di compleanno che Linda mi aveva preparato l'ultima volta. Potevano essere passati mille anni... o forse doveva ancora arrivare. Un qualcosa legato al tempo poteva spiegare il sole che non si muoveva, ma era tutto talmente pazzesco che rischiavo di perdere la ragione. E poi, come c'ero finito dentro, se di buco temporale si trattava?

Mi ero appena sdraiato sull'erba, quando alla brezza sottile si accompagnò una voce lontana. Era una specie di canto, dolcissimo e triste, una nenia in una lingua che non conoscevo. Mi alzai di scatto, cercando di individuarne la provenienza. Poco più lontano c'era una piccola boscaglia, stupendamente stagliata su un roccione di marmo rosa; il canto sembrava provenire dal suo interno. Cominciai a camminare nella sua direzione; man mano che mi avvicinavo la voce diventava sempre più chiara e sempre più bella. I toni erano delicati, eppure sembravano riempire tutto attorno. Mi feci largo fra i rami degli alberi, e cominciai a intravedere un piccolo laghetto dalle acque azzurro cielo. Lì, seduta sulla riva, una figura femminile esilissima, vestita con un lungo abito nero. Era lei che cantava, con il vento che scompigliava fluenti capelli corvini e il volto rivolto verso l'acqua. Mi avvicinai, in preda ad un'emozione incontrollabile. Sentivo il cuore battere velocissimo e le vene pulsare prepotentemente, al punto che dovetti sedermi su una roccia a pochi metri da lei. La donna continuava a cantare, era a piedi nudi e le sue braccia ogni tanto si alzavano come per invocare il cielo. Ero ansioso di vedere il suo viso, ma non volevo spaventarla. Non sapevo dove mi trovavo, ma sarei stato comunque per lei uno sconosciuto apparso all'improvviso.

Non so per quanto rimasi lì, immobile, ad ascoltare la sua voce cantare in quella lingua misteriosa. Certamente molte ore, forse giorni, anche se il tempo avevo ormai capito non avere nessun valore in quel mondo irreale.

Poi il canto cessò, l'eco continuò ancora a lungo a trascinarlo per la valle; la donna immerse le mani nel lago per poi passarsele sul viso. Infine si voltò, guardandomi senza sorpresa, e il suo sguardo sconvolse completamente quel che ancora di razionale possedevo. Era incredibilmente bella, la perfezione oltre la perfezione, con due grigi e grandissimi occhi che sembravano possedere la forza stessa dell'universo. Le labbra rosse e delicate si aprirono in un sorriso, mostrando una fila bianchissima di denti perfetti. Tutto quel che di meraviglioso c'era al mondo era trasmutato in quell'essere stupendo; non avevo mai visto o creduto possibile l'esistenza di una tale bellezza.

"Non spaventarti - balbettai confuso - non voglio farti del male. Mi ero perduto nel parco ed ho sentito la tua voce, così l'ho seguita e sono arrivato da te."

La sua risata era bella quanto lei, e risuonò a lungo fra gli alberi.

"Spaventarmi? Tu? Arthur, hai appena detto una cosa che mai avrei pensato di poter udire da un uomo! E non posso dire che non mi faccia piacere, sono abituata a ben altre accoglienze..."

"Come fai a sapere il mio nome? Io sono certo di non averti mai vista, purtroppo!"

Ancora la risata argentina, prima della sua risposta.

"Conosco molte cose di te oltre il tuo nome, e non è vero che non mi hai mai conosciuta. Tempo fa, anzi, mi hai scacciato mentre ero vicinissima a te, ma non puoi ricordartene; nessuno potrebbe farlo. Ti assicuro però che non eri troppo felice di avermi incontrata. Ma ora vieni con me, voglio farti un regalo prezioso."

"Ti sbagli, non potrei mai dimenticare di averti già vista. Ma ti prego, vorrei sapere il tuo nome e dove mi trovo. - le dissi avvicinandomi - Sai, poco fa ho incontrato un uomo anziano che mi ha trattato come un fantasma, anzi per lui forse lo ero davvero. E vorrei tu mi aiutassi a capire come mi sia stato possibile arrivare in un posto come questo."

"Puoi chiamarmi come più ti piace, gli uomini mi hanno dato migliaia di nomi e tutti erano quello giusto. Ma non chiedermi nulla adesso, capirai presto tutto quello che desideri sapere. Andiamo!"

Camminavo accanto a lei. Tutti i rumori del bosco si erano zittiti per incanto, il silenzio era assoluto e quella donna bellissima non parlava e non mi guardava mai. Fianco a fianco percorrevamo boschi di betulle, prati pieni di piante sconosciute e di strani funghi coloratissimi. Avevo rinunciato a cercare di comprendere, potevo solo adattarmi a quel mistero che mi avvolgeva senza cercare di penetrarlo. Lei ogni tanto si chinava verso un fiore dalla testa reclinata, lo accarezzava dolcemente e subito i petali sembravano riprendere forza e splendore. Allora sorrideva e riprendeva il cammino, mentre io mi voltavo a guardare quella specie di miracolo oltre ogni comprensione. Avevo ormai varcato la soglia dello stupore e semplicemente prendevo atto di quel che succedeva, certo che non avrei potuto capire nulla se non mi fosse stato permesso. Lei sembrava la padrona, la dea di quel mondo di favola, io un ospite arrivato per caso e accolto per cortesia.

Avvertivo dei brividi percorrere il corpo, ed erano la sola sensazione fisica che provavo. Non sentivo il terreno sotto i piedi, non sentivo la brezza che mi passava sul viso; ero come completamente anestetizzato, solo il pensiero mi dava coscienza. E proprio questo pensiero ad un certo punto bloccò i miei passi, esplodendo in un'idea che dovevo aver represso con tutte le mie forze: non ero più in vita! Ecco la spiegazione a tutto... Afferrai la donna per le spalle, la voltai verso di me e per attimi che non finivano mai il mio sguardo incrociò il suo. Poi scivolai lentamente verso terra, finendo in ginocchio con le mani aggrappate al vestito della mia guida e con il viso appoggiato sul suo grembo. Ancora lunghi momenti, poi cominciai a piangere sempre più forte e scosso da tremiti violenti presi a battere i pugni sull'erba. Infine cominciai a scavare la terra con le unghie, passandomela sul volto e sul collo, riempendomene la bocca, confondendola con le lacrime. Strisciai verso i piedi della donna, ne afferrai le caviglie e alzando lo sguardo verso di lei mormorai: "Come è successo, e chi sei tu?"

Non ebbi risposta, neppure un cenno da quel volto che ora sembrava di pietra. Un furore incontrollabile mi salì fino al cervello; balzai in piedi e comincia a colpire quella donna con tutte le forze che avevo. Vedevo i miei pugni abbattersi su di lei, i miei calci feroci affondare in quel fragile corpo, ma senza risultato. Assorbiva tutto senza neppure muoversi. Non avevo l'impressione di colpire un muro, ma piuttosto qualcosa dove la mia energia scaricava completamente sè stessa. Continuavo a colpire senza risultato piangendo disperato, urlando come un pazzo; ad ogni colpo mi sentivo sempre più debole, sempre più indifeso. Poi crollai a terra carponi con la testa in fiamme, vomitando su un cespuglio di rovi.

"Non devi convincere me di essere vivo, ma te stesso. E' sempre stato il dramma di voi uomini accorgersi completamente del dono prezioso che possedete solo nel momento che svanisce. - disse dolcemente la donna posando le mani sulla mia testa - Chissà quando capirete che l'inizio e la fine sono la stessa cosa, che la prova è riuscire a fare al primo il dono dell'altra. Ma rassicurati, se questo ti è tanto necessario. Non sei morto e sei qui solo per imparare che io non merito tanta disperazione..."

"Perdonami, non volevo farti del male - sussurrai - ma ho paura. Paura di quello che vedo, che sento, di ciò che tu fai. Non so cosa mi sia successo, ne cosa ancora capiterà, e sono solo un uomo... aiutami, ti prego..."

"Solo un uomo... - fu la risposta della donna accompagnata da un sorriso tristissimo - Non sai quanto sia importante essere un uomo. Tu non conosci la solitudine vera dei millenni, la disperazione del vuoto che può accompagnare l'universo, il dolore del niente. Provi terrore se per un breve attimo non avverti il calore delle tue mani senza sapere il prezzo del freddo eterno, e ribellione se qualcosa ti impedisce di avvertire il vento sulla pelle. Ma dovrai imparare in fretta cosa sia davvero la tua esistenza, se vorrai portare a compimento il tuo viaggio. Questo è il mio mondo; io ti ho permesso di entrarci per un breve attimo e potrai conservarne il ricordo nei tuoi giorni futuri, se davvero vorrai. Ma non dimenticare neppure per un attimo quello che sei, o niente e nessuno potrà aiutarti a ritornare indietro. Hai accettato da uomo di venire da me, non smettere neppure per un istante di credere in quello che sei."

Annichilito, guardavo quegli occhi grigi scintillare di luce, quel sorriso fatto di tristezza palpabile. Ricordavo tutto, adesso: Gooswell, Ulthmer e la sua pazzesca teoria, il viaggio virtuale in una dimensione sconosciuta, la mia voglia di partire. Ero davvero lì, o meglio la mia mente era lì mentre il mio corpo credeva di essere morto sul tavolo di un laboratorio sperimentale. E davanti a me c'era lei, il terrore di tutti gli esseri viventi che mi stava parlando...

"Tu sei Hela, la morte... E' pazzesco... sono nel tuo mondo.... lo avevo sempre immaginato freddo e buio, senza alcun sprazzo di vita... questo sembra invece un meraviglioso giardino incantato..."

Puoi chiamarmi Hela se vuoi, o Thanatos, o in tutti gli altri modi che conosci. Non è importante il mio nome, ma ciò che io sono. L'universo dove vivo dall'inizio dei tempi è questo, ma può anche essere milioni di volte diverso. Guarda sempre oltre le apparenze se vuoi imparare; un fiore può nascondere un mostro terribile e viceversa, e questo non dipende da me nè dal Creatore. Sono le tue emozioni che costruiscono immagini, e dalle tue emozioni dipende ciò che vedi. Ma ora ti prego, riprendiamo il cammino. Avremo tempo per parlare."

Ero tranquillo, adesso, mentre camminavo fianco a fianco con la morte. Pensavo a tutti i pittori che avevano dipinto l'ultimo viaggio in un'atmosfera buia, piena di alberi secchi e di angoscia. Pensavo a quel poeta inglese che raccontava di terribili intemperie affrontate senza alcun abito addosso, con le piaghe aperte dalle spine disseminate nel percorso. Invece non c'era alcun terrore in questo mondo, ma solo una grande pace. E lei, lei che non aveva alcun nome portava sulle spalle il peso di tutta la disperazione degli uomini che avvicinava. Lacrime, dolore, rabbia... tutto diventava tristezza e dolcezza infinite nell'essere più solo che mai avessi incontrato. Il suo terribile compito meritava grande rispetto, non certamente l'orrore smisurato che solo il suo apparire in lontananza provocava. Quante cose avrei voluto chiederle, ma sapevo che non avrebbe mai risposto. Potevo unicamente guardare ed imparare, solo cercare di capire.

 

 

 

Era scesa la notte senza che me ne accorgessi. Il cielo luccicava di miliardi di stelle, la luce della luna piena regalava riflessi magici; sentivo un rumore sordo avvicinarsi sempre di più, una specie di tuono ininterrotto. Lei mi prese ad un certo punto per mano ed iniziammo a scendere per un sentiero ripido fra rocce color alabastro, mentre in alto volteggiavano grandi uccelli bianchi. Nelle narici entrava prepotente un odore di salsedine, e il rumore ora era chiarissimo: il mare. La cosa che io adoravo di più era il mare in tempesta di notte, e davanti a questo Hela mi aveva portato.

"Ecco il mio regalo per te, Arthur. Qui potrai incontrare quello che cerchi se davvero lo vuoi."

Si allontanò, lasciandomi solo e stupito davanti a quello spettacolo meraviglioso. Onde gigantesche che si fermavano sulla spiaggia a pochi metri da me, piene di spuma ricamata d'argento dalla luce della luna. Mi sembrava di essere parte di quel movimento eterno, volavo in alto per poi ricadere e ricominciare. Un'euforia senza limiti riempiva tutto il mio essere, mentre centinaia di albatros sfrecciavano su di me silenziosi. Mi rovesciai nella sabbia, le stelle sfondavano gli occhi nutrendo la mia anima. Dovunque guardassi la natura mi regalava un pezzo di sè stessa, diventava la mia amante senza pretendere nulla. Dov'ero? Veramente quello che vedevo apparteneva ad un universo mai visitato prima? O forse era l'inconscio a darmi immagini che desideravo mentre una macchina sollecitava la mia fantasia? Mi avvicinai all'acqua, ricevendo su tutto il corpo una spruzzata leggera portata dal vento; non poteva essere un'illusione quella tiepida carezza... Mi spogliai completamente cominciando a giocare con il mare, correndo sulla sabbia e urlando di gioia. Attorno a me la scogliera altissima mostrava piccole grotte dove l'acqua arrivava da canali sottomarini e finiva la sua corsa, dividendosi in infinite parti che poi si ricomponevano per ricominciare nuovamente, per sempre.

Dio mio, come potevi essere così immenso? Non mi avevi lasciato solo neppure per un istante senza che mai io riuscissi a vederti, nella presunzione di potermi bastare.

Mi rotolavo sulla sabbia come un bambino, pazzo di felicità e di speranza, poi finalmente mi fermai, ansimante, abbracciato ad un grosso tronco arrivato da chissà dove per raccogliermi. Sentivo per la prima volta nella mia vita che nulla era inutile, che io davvero esistevo perchè così doveva essere. Nella mente affiorò il ricordo di Gerard, un barbone che avevo conosciuto in gioventù. Era un uomo incredibilmente felice nel niente che possedeva, considerato da tutti un vecchio pazzo. Non si curava delle risate di scherno dei ragazzini, anzi sorrideva loro minacciandoli bonariamente con il dito. Fasciato in un vecchio pastrano strappato, passava ore a suonare una vecchia armonica arrugginita che chissà dove aveva trovato, poi prendeva un grosso quaderno che conservava legato al petto e scriveva fino a quando crollava vinto dal sonno. Una volta strappò un grosso pezzo di stoffa dalla sola camicia che aveva per fasciarvi un gattino perduto, tenendoselo in grembo per un giorno intero e girando tutta la cittadina fino a trovarne la madre. Lo sceriffo aveva chiesto informazioni su di lui per rassicurare i bigotti preoccupati dalla presenza di un vagabondo sul sacro terreno, e aveva appurato che Gerard era un vecchio professore di greco antico improvvisamente impazzito, fino al punto di abbandonare tutto. Non poteva comunque secondo la legge fermarsi per più di quattro giorni, e la sera precedente alla sua obbligata partenza la curiosità mi aveva spinto a parlargli. Era seduto sulla solita panchina, nel freddo dei primi giorni d'inverno, e come sempre era immerso sul suo quaderno ingiallito. Era mancino, scriveva da sinistra a destra come Leonardo da Vinci, la sua grafia era fittissima e sottile. Probabilmente era solo un povero vecchio a cui aveva dato di volta il cervello, avevo pensato sedendomi vicino a lui, e certamente il suo quaderno era pieno di frasi senza senso. Ma c'era qualcosa, qualcosa di... attraente, in quella mano che correva rapidissima sulla carta.

"Conosci il greco antico? - mi aveva chiesto - Questa forma di scrittura è la più bella che mai l'uomo abbia concepito, la sola davvero vicina agli dei. Pensa che Socrate si riteneva indegno di conoscerla, lo sapevi?"

"No, non ho mai studiato greco - avevo risposto - e anche dei filosofi antichi non conosco granchè."

Mi aveva guardato con una pena gradissima, quella che si può provare per un pover' uomo privo di qualsiasi speranza.

"Ragazzo mio, senza sapere non potrai mai capire nulla. Resterai un povero zoppo e cieco che cammina su una strada dissestata, rischiando ad ogni passo di cadere. E una volta per terra, e molto difficile rialzare la testa."

"Non insegnano greco a scuola, e non saprei neppure dove cominciare per impararlo. E poi, ad essere sincero, non penso sia così importante. Mi piacerebbe saperne qualcosa per pura curiosità, ma non credo ci perderei più di tanto."

"Hai ragione, non è solo colpa tua. Tutti ormai pensano che il passato non sia degno di troppa attenzione, senza capire che il futuro diventa interamente tuo solo guardando indietro. Ma se hai voglia di ascoltare ti posso spiegare io qualcosa."

Avevo detto di sì per non deludere quello che per me era ancora un povero disgraziato che chissà quale dolore portava con sè. Ma più parlava e più la sua immagine diventava quella di una grande serenità mista a saggezza. Per tutta la notte restammo sulla panchina, senza neppure avvertire il freddo pungente. I suoi racconti volavano su spazi infiniti e massimi sistemi, mi sembrava di poter toccare quei filosofi di cui a malapena conoscevo l'esistenza. E quando arrivò il mattino parlava ancora, felice di dare qualcosa di sè stesso.

"Ora hai un seme dentro di te. La terra è fertile e sono certo che saprai farlo germogliare. L'essenza è qualcosa da vivere ogni giorno, solo così non la rendi inutile."

Poi aprì il quaderno misterioso a poco prima della metà.

"Ho un regalo per te, da tanto tempo era pronto. Ma non ti spaventare, non è scritto in greco antico."

Strappò due pagine piene di scritture e macchiate di umidità e me le porse, dopo averle piegate con cura.

"Tutta l'esistenza è qui dentro, il giorno che arriverai a comprenderlo interamente niente ti potrà essere impedito."

Gli avevo offerto di restare ancora qualche giorno, assicurandogli che gli avrei pagato una camera in qualche locanda.

"No, ragazzo - aveva risposto - non ho più niente da darti e senza scambio i rapporti non sono che sciocchi convenevoli; io voglio invece ricordarti per sempre come il compagno di una intera notte. Poche ore dove siamo stati insieme come a molti non succede in tutta una vita; ti pare poco, per un vecchio professore?"

Lo avevo seguito con lo sguardo mentre si allontanava. Il solo maestro della mia vita se ne era andato. Nelle due pagine che mi aveva lasciato una lunga poesia divisa in sette parti, ognuna rappresentante un giardino che si raggiungeva per strade diverse. E in ogni giardino un mondo da scoprire attraverso mille domande, prima di uscirne per arrivare al seguente. L'ultimo era quello della morte: il più fiorito, il più luminoso, il solo che non voleva risposte per essere attraversato.

 

 

 

 

Migliaia di ricordi si sovrapponevano mentre seduto sulla sabbia guardavo il mare scorrere. Era incredibile tutta quella ressa di volti che appariva dentro la mia mente, e soprattutto incredibile era la consapevolezza che ad ognuno di loro era legata parte della mia vita. Non ero mai stato così lucido, così interamente "dentro" me stesso. Chi era il poeta che aveva detto: "... sono un grumo di sangue estirpato da tenaglie roventi..."? Un italiano, forse... Aveva ragione, per capire davvero occorreva morire...

Quante donne avevo avuto... Storie di una notte piena di passione, o lunghe e tormentate finite in noia ed odio. Volti e corpi finiti chissà dove, ai quali mi ero unito senza neppure sapere perchè. Dio, ma cosa davvero era l'amore? Migliaia di orgasmi ognuno creduto il solo, parole sussurrate nel buio solo per credere di possederle, seni fra le mani tanto uguali da confonderli, nient'altro... Solo Linda era diversa, solo lei... Ma forse perchè stavo invecchiando ed avevo paura, paura di tutte le altre volte che avevo creduto di amare. Decine e decine di nomi urlati mentre il piacere saliva al cervello altro non erano se non la smania di essere un uomo. Semplicemente, avevo tramutato il mio amore in qualche litro di liquido bianco senza mai riuscire a capirlo...

Eppure, ogni volta "volevo" amare...

Quanto male avevo fatto, mio Dio, quante lacrime mi ero lasciato dietro alle spalle. Perfido come un demonio non mi bastava un corpo... No, io volevo l'anima delle mie compagne e poi la schiacciavo in un angolo buio quando la mia libertà era in pericolo, fuggendo lontano ebbro di emozioni E lasciando macerie e solitudine... Non avevo mai capito quanto la sofferenza non fosse solo una cosa mia... Ed ecco Milly e la sua dolcezza tradite e gettate lontano, e Luise, Marcie, Francine e la sua pazzia, Marie, Ivonne e tante altre imbottite di parole che mi avevano visto dissolvermi nel nulla. Quante maledette volte avevo detto "ti amo" solo perchè non mi bastava possedere un corpo! E mentivo così bene a me stesso al punto da creare una fiaba che non esisteva, di portarla avanti fino a quando le pagine si chudevano su sè stesse. Allora me ne andavo, e non mi accorgevo che dietro a quel libro chiuso c'era una persona con il suo dolore. Solo Linda aveva resistito, Linda che non credeva alle favole e lottava per la realtà. E quando l'avevo tradita portandomi a letto qualche occasionale incontro, non avevo mai parlato d'amore. Già, proprio Linda mi aveva fatto scoprire il sesso per il sesso, l'orgasmo dove il sentimento poteva anche non entrare. E proprio per questo avevo smesso di tradirla... Anche con lei avevo vomitato quel "ti amo" la prima volta, e lei aveva risposto: "Se ti credessi mi troverei domani gettata in un bidone dei rifiuti. Ed io non sono immondizia."

Avevo parlato per ore, cercando di convincerla a vendermi la sua anima, ad immolarsi sull'altare della mia vigliaccheria. E per ore lei aveva ascoltato sorridendo ed accarezzandomi i capelli. Mi ero addormentato con il primo sole, dopo l'ultimo "ti amo" respinto dal muro di quel sorriso; per molto tempo non l'avevo più cercata, chiuso nell'orgoglio offeso di un demone che aveva fallito la sua missione, ma qualcosa si era incrinato dentro di me.

Ora, nel mondo di Hela, ero costretto a guardare e vedevo un uomo solo su una strada piena di errori, un uomo che non era un cavaliere antico ma solo un gretto mendicante, un ladro di emozioni...

La mia intelligenza era una puttana che vantava la sua verginità di giorno, mentre di notte si faceva fottere negli angoli bui per due soldi da chiunque lo volesse. Mi ricordavo tutto. Tutta la mia vita scorreva come un fiume traboccante dagli argini, con le acque piene di rifiuti, ed io non potevo arrestarne la corsa. Episodi cancellati che rivelavano quanto io ero solo un piccolo, inutile uomo tutto volto a stupire sè stesso mi afferravano la gola e stringevano senza pietà, la stessa che non avevo mai avuto per nessuno. Come ero solo, mio Dio...

Questa portava la morte. Trovarsi davanti a sè stessi senza nessuna possibilità di difendersi. Forse tutti lo sapevamo, e per questo ne avevamo tanto terrore...

Non potersi mentire, non potersi più nascondere...

E mille volte peggiore era la pena da scontare per chi come me non aveva fatto altro che giudicare il mondo e Dio stesso.

Era un dolore allucinante quello che saliva dalla bocca dello stomaco e scardinava la testa, mentre una specie di spada fiammeggiante mi si piantava lentamente negli occhi.

Cominciai a correre urlando, cercando qualcuno che mi aiutasse. Ma eravamo solo io e il mare, il mare che non poteva accorgersi di me. Completamente nudo mi gettai nell'acqua, cominciando a lottare come un pazzo contro quelle onde altissime e fra la nebbia che era scesa improvvisa.

Cento volte affondai, cento volta tornai a galla senza fiato. Pieno di terrore.

Poi, una spinta tremenda mi lanciò a riva scagliandomi sulla sabbia, dove restai immobile con lo sguardo sul cielo.

Ero passato dalla gioia al dolore, entrambi alla massima intensità possibile, in pochi istanti. Ne ero uscito provatissimo, ma con un grande desiderio di ricominciare la mia vita. Avevo voglia di equilibrio, di serenità. Di tenere Linda per mano e camminare con lei per le strade di Coolfield, e magari con un figlio da portare sulle spalle. Volevo i miei pazienti da trattare con rispetto, senza sentirmi mai superiore a loro. E volevo dimenticare quella rossa insegnante di filosofia che mi aveva invitato a casa sua per discutere di Hengel. Signore, potevo ancora farcela! Potevo vivere da uomo fra gli uomini, accettando tutto quello che di me non sopportavo. Anch'io ero debole, anch'io avevo paura, anch'io ero come tutti gli altri. Ed ora avevo finalmente capito che vivere significava essere sè stessi, sempre e comunque. Non serviva a niente essere grandi uomini, bastava vivere senza rifiutare nulla.

Ma soprattutto, avevo capito cosa davvero era l'amore...

"Non ti sei comportato male, ho visto milioni di uomini davanti a sè stessi, oltre il Guardiano della Soglia, perdersi nello spazio. Ora non sono più neppure in grado di riconoscersi come anime, e solo Dio potrà un giorno richiamarli".

Mi voltai, Hela stava sorridendo. Scoppiò a ridere al mio tentativo di coprirmi il corpo nudo con le mani.

"Non ti preoccupare, non ho intenzione di sedurti. Il sesso non fa parte delle mie competenze..."

Anch'io sorrisi, alzandomi in piedi.

"E' stato terribile e meraviglioso insieme. Non so come ringraziarti per questo regalo, Hela."

"Basterà che quando verrò a trovarti tu mi accolga senza paura, dandomi la mano. Questo solo desidero dagli uomini, non il loro terrore che non merito. Vedi, io sono un sogno di Dio. Nel settimo giorno della creazione, il suo giorno di riposo, dalla sua onnipotenza uscì l'immagine che non aveva ancora trovato per l'universo, quella dell'equilibrio. Si era stancato moltissimo nel cercare la maniera di lasciare agli uomini il libero arbitrio, sapendo che non ci poteva essere giustizia negli esseri imperfetti. Sapeva che nel suo mondo doveva esistere anche il male, la sopraffazione, l'odio, l'inganno, e che non poteva porci rimedio se non imprigionando gli uomini, cosa che non voleva fare. Così nacqui io, mentre dormiva sognando il tuo mondo in perfetta stabilità. E quando si risvegliò, si accorse che tutto era completo. Io, Arthur, rappresento la giustizia assoluta, perchè non ho padroni. E quando colpisco è perchè così deve essere, perchè così l'equilibrio del creato vuole. So che non puoi capire quando vedi bimbi morire e vecchi crudeli continuare ad esistere, ma questa è una parte che non devo essere io a spiegarti. Credi, però, perchè la fede è la sola cosa che non puoi mai permetterti di perdere."

Affascinato guardavo quella splendida creatura immobile fra i fischi del vento, il suo mistero impenetrabile così semplice e così vero. Così vicina a Dio, così parte di Lui.

"Non ti dimenticherò mai, Hela, non scorderò chi sei veramente. E so finalmente cosa devo fare, so dov'e la verità."

Mi avvicinai, l'abbracciai forte. Nei suoi splendidi occhi, c'era qualcosa che sembrava assomigliare ad una lacrima...

 

 

 

La luce era terribile. Una specie di palla di fuoco alla quale le palpebre chiuse non potevano opporsi. Poi cominciai a sentire delle voci sempre più distinte.

"Staccate tutti i contatti con il terminale, attenzione alle ventose nella zona cranica."

"Ritmo cardiaco stabile, nessuna alterazione nel diagramma cerebrale."

"Tra pochi istanti sarà completamente sveglio, iniettate la soluzione di sali minerali."

"Temperatura 35,8°, pressione 75 - 125. Tutti i valori si stanno assestando sulla normalità. Ph sanguigno regolare, tutto OK."

Socchiusi gli occhi, comincia a intravedere il volto chino su di me di Pauline. Le sorrisi. Poi apparvero Gooswell e Ulthmer. Sentivo le membra piene di scariche elettriche, cominciai a muovere lentamente il collo in senso rotatorio.

"Bentornato, ma non parlare adesso- disse Deckett che si era aggiunto al mio capezzale - dobbiamo prima farti una serie completa di esami, poi ti daremo un blando stimolante."

La mano di Gooswell si era infilata nella mia, e distintamente la sentivo tremare.

"Alex - mormorai con la bocca completamente impastata - mi sembra di aver dormito 500 anni."

"Esattamente sei rimasto incosciente per 2 ore, 24 minuti e 26 secondi, ma hai dormito nella maniera più profonda che mai essere umano abbia provato. Credo che avrai dei problemi per qualche tempo a riposarti completamente con le normali 6 ore di sonno - rispose ridacchiando - probabilmente anche la tua frenetica attività sessuale ne risentirà un pò."

"Alex, ho visto..."

Mi interruppe immediatamente, mettendomi una mano sulla bocca.

"Deckett ti ha detto che non devi parlare adesso, prima dobbiamo essere certi che tu abbia superato completamente lo shock fisico e mentale. Dopo ci racconterai del tuo viaggio, avremo tutto il tempo."

Mi caricarono su una barella e mi spinsero per un lungo corridoio fino ad una stanza dove mi aspettava una schiera di personaggi in camice bianco. Mi fecero numerosi prelievi e cominciarono a massaggiarmi completamente. Pian piano ritornavo padrone del mio corpo, anche le punte delle dita ora rispondevano quasi immediatamente ai miei comandi.

"Tutto a posto dottor Zane, lei è perfettamente sano. Probabilmente si sentirà un pò imbambolato per qualche ora, e potrebbe avvertire ronzii e cali di vista istantanei. Sono fenomeni normali per chi ha dormito così profondamente come lei. Ora la riportiamo nella sua stanza; cerchi di concentrarsi e di riprendere confidenza con il mondo. Presto tornerà come nuovo."

Mi scaricarono elegantemente sul letto dopo avermi iniettato un liquido denso color marrone.

Ero già lucidissimo, ricordavo ogni cosa.

E soprattutto ero "diverso", con una nuova consapevolezza di me stesso.

Davvero era capitato , non si trattava di un sogno. Quel viaggio incredibile e pazzesco aveva avuto successo.

Da oggi il mondo assumeva una nuova forma, ed io sarei stato il pioniere del cambiamento. Presto anche il mondo della morte, non più terreno inesplorato e misterioso, sarebbe diventato fonte di studio nelle università di tutto il mondo. E la filosofia avrebbe lasciato spazio alle teorie matematiche.

Eppure...

Avrei dovuto essere pieno di esaltazione, invece c'era qualcosa... qualcosa che mi disturbava.

Rivedevo il viso di Hela, ma soprattutto quella lacrima luccicare nei suoi occhi. L'ultima immagine di lei, prima del ritorno nel mio mondo.

L'interfono trillò, riportandomi al presente.

Dopo qualche istante la porta si aprì e comparvero Deckett e Perkins.

"Dottor Zane - Deckett aveva ripreso il suo tono formale perduto al momento del mio risveglio - credo si sia ripreso interamente, ormai. Vuole seguirmi nello studio del dottor Ulthmar dove tutti la stanno attendendo?"

"Certamente, con piacere. - risposi - Mi sento perfettamente a posto, adesso. Perfettamente."

Erano tutti lì, a pendere dalle mie labbra. Ulthmer, Deckett, Perkins, Pauline, più una decina di persone che non conoscevo ma che senz'altro avevano lavorato al progetto. Tutti ad aspettare il racconto della mia esperienza, per gettare Hela in pasto al mondo.

Solo Alex era stranamente lontano, con il volto pallido se ne stava rintanato su una poltrona a qualche metro dal grande tavolo nero e lucido dove eravamo seduti.

Guardai Ulthmer negli occhi. Era pronto ad azzannarmi se non avessi cominciato a parlare. Tremava come una foglia, era eccitatissimo.

Poi, la voce mi uscì da sola. Senza che fossi in grado di controllarla.

"Signori, mi dispiace ma non è successo nulla. Non ricordo assolutamente niente, se non una specie di sogno vagamente erotico e molto reale con la dottoressa Lavois protagonista. Non sono certo andato nel mondo della morte come pensavate."

Il mormorio crebbe a dismisura, fino a diventare un ammasso di voci urlanti.

"Non è possibile, cercate di concentrarvi, dottor Zane - sbraitò Ulthmer - tutto ha funzionato perfettamente. L'illusione della morte che vi abbiamo fornito era perfetta nei minimi dettagli."

"Ne sono certo - risposi - solo che non ho incontrato niente che assomigliasse a mondi misteriosi. Vi ripeto, solo la dottoresssa Lavois è venuta a visitarmi oniricamente. Nessun'altro, nient'altro."

"Forse siete ancora confuso - intervenne Deckett - magari non siete ancora in grado di ricordare..."

"No, mi dispiace, ne sono certissimo. Ricordo perfettamente ogni cosa, e devo confessarvi che comunque non mi è dispiaciuto come sogno" - ribattei strizzando l'occhio a Pauline che arrossì violentemente.

"4 milioni di dollari, 4 milioni di dollari - cominciò a urlare Ulthmar - soldi buttati nel sogno di due tette e un culo. Non avremo mai più fondi da destinare alle ricerche sulla realtà virtuale."

Poi, voltandosi verso Alex che aveva intanto ritrovato colore e presenza :

"Dottor Gooswell, lei ha scelto questo mentecatto dicendomi che era l'elemento più indicato per questo esperimento. Cosa mi dice?"

"Se ha sognato la dottoressa Lavois tanto stupido non mi sembra - rispose sornione Alex - e le assicuro che tutti i parametri indicano e indicheranno sempre lui come perfetto per realizzare la nostra ricerca. Può controllare in qualsiasi momento i dati. Penso invece che abbiamo creduto in qualcosa di irrealizzabile, ma valeva la pena tentare. Comunque non si preoccupi per le spiegazioni che dovrà dare al fondo governativo, sono abituati ai fallimenti. Io sono perfettamente a conoscenza di tutti i dettagli di un progetto spaziale da 85 milioni di dollari andato completamente perduto e per il quale nessuno ha battuto ciglio. Inoltre questo centro è troppo importante perchè qualcuno lo metta in discussione. Ci penserò io a sistemare ogni cosa a Washington."

Cominciò a volare qualche insulto, Deckett non fu troppo tenero nei miei riguardi ma evitai accuratamente di reagire. In fondo li stavo derubando di qualcosa che per loro era stato la vita stessa. Ma non potevo permettere che Hela e il suo mondo diventassero oggetto di vivisezioni cibernetiche e di viaggi turistici di ricconi annoiati. La sola cosa che povevo fare era conservare il segreto su quella incredibile esperienza e cercare di darne qualcosa agli altri. Ma far invadere quel mondo arcano... no, non era possibile. Non era giusto. Il sogno di Dio, il settimo giorno della creazione, doveva restare un mistero fino all'ultimo attimo di ogni essere umano. Dio poteva decidere se e quando aprire le porte, non certamente Arthur Zane.

Mi alzai e uscii dalla sala, mentre tutti si accapigliavano ferocemente. Tutti meno Alex Gooswell. Lui mi seguì, mi raggiunse e prese sottobraccio.

"Ho avuto paura, Arthur, anzi terrore che tu parlassi. Di aver sbagliato a sceglierti. Ma dimmi, è davvero così bella come l'ho sempre immaginata?"

Lo guardai. Quel vecchio professore aveva capito tutto, molto prima di me.

"Bella? Molto di più, Alex. Lei e il suo mondo sono qualcosa di inimmaginabile. Talmente perfetti da... uccidere."

Scoppiammo a ridere, abbracciandoci forte.

"Andiamo nella tua stanza, Arthur. Voglio sapere tutto. E non devi tralasciare neanche un particolare, tutto quello che la riguarda voglio saperlo in questa vita. Credo di averlo meritato, dopo tanti anni d'amore."

Ci allontammo lungo il corridoio, mentre dalla sala le urla dei "traditi" sfondavano i muri.

 

 

 

 

 

La limousine nera si fermò davanti al cancello dell'aeroporto. Stavo per lasciarmi dietro alle spalle Los Angeles e quella fantastica avventura.

Ulthmar e Deckett si erano scusati per avermi aggredito dopo il "fallimento" dell' operazione Hela, pregandomi di non rivelare mai a nessuno quello che si era cercato di fare in quel laboratorio sperimentale. Mi avevano anche dato un assegno di 20000 dollari. Alex era partito in tutta fretta con le sue nuove certezze per il Nebraska, dove possedeva una piccola baita vicino ad un fiume ricco di salmoni e dove mi aveva detto intendeva stabilirsi per i suoi ultimi anni, lontano dal mondo. E Pauline... Pauline mi aveva regalato un piccolo orsacchiotto bianco di peluche ed un bacio su una guancia.

Mi avvicinai al posto telefonico aeroportuale dove una delle solite splendide girls tutte culo e tette accoglieva i viaggiatori.

"Per cortesia, vorrei parlare con Coolfield. 347 - 6723547. Signorina... signora Linda Zane.

"Cabina 114, signore - cinguettò miss telefono - la metto immediatamente in comunicazione con il numero richiesto."

Ero emozionato, per la prima volta avrei parlato con Linda consapevole di quel che lei rappresentava per me. Grazie ad Hela...

"347-6723547 di Coolfield in linea, signore. Può iniziare la comunicazione dopo il segnale acustico."

Bip... e subito dopo la voce di Linda, dolce come sempre: "Pronto, pronto... chi parla? Arthur, sei tu? Pronto..."

Riuscii a parlare solo dopo qualche secondo.

"Ciao Linda, sono io. Sto per prendere l'aereo, anzi sto per perderlo... Volevo solo dirti che ti amo, che voglio vivere con te e con qualche pargoletto fra i piedi."

"Arthur, cosa..."

"Non c'è tempo adesso, devo partire. Arriverò domattina alle 13 e 40. Hai undici ore per preparare la licenza di matrimonio e trovare un giudice di pace disponibile. Domani sera devi essere la signora Zane, per sempre."

"Sei sicuro di quel che dici? Non scherzerai su questa cosa, spero..."

"Ti amo, Linda, a domani."

Posai la cornetta mentre gli altoparlanti chiamavano per l'ultima volta il mio volo. Lasciai l'orsacchiotto con una banconota da 10 dollari sul banco della telefonista e con uno scatto degno di Powell mi lanciai verso la porta.

Mentre correvo per il corridoio intravidi un cartellone che pubblicizzava un film - Terrore a Weston Village - con una orribile morte fasciata in una tunica nera e con la solita falce in mano, pronta a mietere le sue vittime.

Gli uomini, non avevano ancora capito niente...

"Lei sa cos'ha fatto Dio nel settimo giorno della creazione?" chiesi alla hostess che mi aspettava a bordo.

"Prego, signore? "

Probabilmente, quella poveretta non sapeva neppure cos'era la creazione...

"Niente d'importante, mi scusi. Ecco il mio biglietto."

"Lei è il signor Zane, prenotazione numero 127. Decolliamo fra 5 minuti. Prenda posto e allacci la cintura. Buon viaggio."

L'aereo rollò sulla pista e prese velocità, poi si staccò da terra.

Proprio sotto il mio oblò, il centro sperimentale diventava un giocattolo per bambini.

Chissà, forse Alex aveva già preso qualche bel salmone...

Fine.

 

Nome autore Guglielmo Giusti
Note sull'autore Vive a Bucarest, ha un lavoro che lo sposta sempre per il mondo, specie nei Paesi africani. Ha pubblicato 5 romanzi e vinto oltre 50 premi nazionali ed internazionali per la narrativa e la poesia, è presente anche in antologie didattiche.
sito http://utenti.lycos.it/romanzisulweb/
e-mail guglielmo_giusti@yahoo.it

 

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