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STORIA DI ROMA



LA REPUBBLICA

Le rivolte di Lepido e Sertorio
(79-71 a.C.)

 

Marco Lepido - Quinto Sertorio

 


Marco Lepido: tentativo di rivolta a Roma

Morto Silla, il sistema dittatoriale mostrò tutta la sua debolezza, la dittatura aveva creato una frattura tra potere e società civile e aveva scontentato molte classi sociali. Coloro che avevano motivo di tramare contro il regime erano i veterani di Mario, i proprietari terrieri privati delle loro terre in favore dei coloni sillani, gli equites sopravvissuti alle repressioni e persino una parte della nobiltà romana senatoriale, non certo contenta di essere stata privata sostanzialmente di buona parte dei suoi poteri.

Chi incarnò il malessere delle classi scontente fu il console del 78 a.C. Marco Lepido. Sebbene appartente alla classe aristocratica, era stato constretto da circostanze personali a passare tra le fila dell'opposizione (per via di un tentativo di processo che lo vedeva coinvolto in saccheggi durante il periodo in cui rivestiva la carica di propretore della Sicilia).

Nonostante l'opposizione dell'altro console Quinto Lutazio Catulo (senatore sillano figlio del vincitore di Vercelli), Lepido cominciò a tessere le fila della rivolta chiamando a raccolta i dissidenti e i veterani di Mario, e riuscì a ripristinare l'uso democratico della distribuzione gratuita del grano, seppur in modo parziale.

L'occasione che portò allo scoperto i suoi piani fu tuttavia la rivolta dell'Etruria. In questa regione molte città erano insorte contro l'esercito sillano, per sedare l'agitazione il senato decise di inviare i due consoli. Lepido riunì il suo esercito e si recò sul posto, ma allo scadere del suo mandato si rifiutò di deporre le armi e di tornare a Roma: egli chiese invece al senato di restaurare l'antica costitituzione repubblicana, la potestà dei tribuni, il ritorno dei dissidenti e la sua rielezione a console. Il senato, per tutta risposta, lo dichiarò nemico della patria (77 a.C.).

Il compito di combattere Lepido venne affidato a Catulo e Pompeo. Pompeo si diresse nella valle del Po, dove ad attenderlo c'era un alleato di Lepido, quel Marco Giunio Bruto, sostenitore di Mario, che era il padre del futuro uccisore di Cesare. Bruto fu costretto a rinchiudersi a Modena, che venne assediata. Poco dopo la città si arrese, e Bruto venne giustiziato.

Sull'altro fronte Catulo si preparava a difendere Roma dal più minaccioso esercito di Lepido. I due eserciti si scontrarono presso il Campo Marzio, dove Lepido venne sconfitto. In seguito si ritirò in Etruria, poi, nuovamente sconfitto, trovò rifugio in Sardegna, dove morì poco dopo. I resti del suo esercito vennero condotti dal suo pretore, Marco Perperna, in Spagna, dove il governatore Sertorio già si preparava a una nuova rivolta contro il regime sillano.


Quinto Sertorio: tentativo di rivolta in Spagna

Già dal 79 a.C., in Spagna, si crearono i presupposti di una rivolta contro il potere romano. A capo di tale progetto fu il governatore romano dello Spagna, Quinto Sertorio.
Egli aveva già dato rifugio ai resti dell'esercito di Mario durante la presa di potere di Silla (si veda il capitolo sulla
guerra civile), il suo piano era infatti raccogliere tutti gli elementi dissidenti romani in Spagna, nel tentativo di ricreare nella provincia un partito democratico forte e fare della penisola iberica la base dalla quale partire per riconquistare Roma.

La politica di Sertorio in Spagna si può dire "illuminata": per garantirsi il consenso strinse alleanze con le tribù iberiche, a Osca (Spagna settentrionale), dove pose la base del suo potere, creò persino una scuola per i figli dei capi locali, dove venivano insegnati il latino, il greco e le scienze. La sua guardia personale era composta da giovanissimi fanatici iberici, che aveva conquistato in virtù del suo prestigio e del suo carisma. A capo del suo esercito pose dei romani, scelti tra i dissidenti, e cercò di stringere alleanze con tutte quelle forze che contrastavano il potere di Roma, dai pirati della Cilicia a Mitridate, che al tempo si trovava ancora in lotta con l'odiato nemico italico.

Il progetto di Sertorio era insomma quello di romanizzare la Spagna, cercando di trovare la forza nel consenso e nella coesione sociale più che nell'uso del pugno di ferro e delle repressioni. In un primo momento sembrò riuscirci, poiché l'esercito di Pompeo, mandato in qualità di proconsole dal senato di Roma per distruggere il ben organizzato "sistema iberico", subì le prime inevitabili sconfitte (nel 75 Pompeo, ferito gravemente in battaglia, potè salvare se stesso e il suo esercito solo grazie al tempestivo intervento di Metello).

Per sconfiggere Sertorio si ricorse allora alla ben collaudata tattica della cospirazione interna. Malgrado tutto, l'equilibrio sociale creato da Sertorio era fragile: bastò una taglia messa sulla sua testa dal senato per disinnescare la sua politica.
Venuto a conoscenza della taglia, Sertorio allontanò da se tutti gli aiutanti romani, affidandosi alla sola guardia dei giovani e fidati iberici. Scoperta una prima cospirazione, giustiziò molti dei capi romani, questo non fece che peggiorare le cose. Nel 72 a.C., in occasione di un banchetto organizzato a Osca da Perperna e dai cospiratori, Sertorio e la sua guardia vennero pugnalati.

Perperna si mise a capo dell'esercito spagnolo, la coalizione si sfasciò, gli iberici non lo sostennero e gli stessi romani che avevano cospirato assieme a lui cominciarono ad osteggiarlo nella lotta al potere.

Per Pompeo fu facile sconfiggere questo esercito dilaniano al proprio interno, lo stesso Perperna venne catturato e ucciso e l'intera Spagna ritornò sotto il pieno controllo del senato romano nel 71 a.C. Terminava così il tentativo di rivolta della provincia iberica.


 


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